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Le condizioni per farcela – Gerontius

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal nostro banchiere preferito, Gerontius.

Una domanda che molti si sono chiesti in questi ultimi mesi è perché l’euro mantiene il valore contro il dollaro nonostante la grave crisi dei debiti pubblici che sta colpendo importanti paesi dell’europa del sud. Non dovremmo forse assistere ad una repentina svalutazione dell’euro?

Al momento dell’entrata in scena dell’euro nel 2001 il dollaro veniva scambiato contro la nuova moneta a 0.90. Da allora fino alla seconda metà del 2007, anno in cui è iniziata la crisi negli Stati Uniti che poi si è diffusa a livelllo internazionale, l’euro si è continuamente apprezzato nei confronti del dollaro toccando la quotazione massima di 1.58 (+75%). Dal 2007 ad oggi  abbiamo avuto ampie oscillazioni con una quotazione media intorno a 1.30 che è pari alla quotazione degli ultimi giorni.

Le cause della forte svalutazione del dollaro vanno ricercate in alcuni disequilibri strutturali che hanno caratterizzato nell’ultimo decennio l’economia statunitense. E cioè, il deficit cronico della bilancia delle partite correnti che a sua volta era il riflesso, tra le altre cose, di un tasso di risparmio privato in continuo declino. Questo ha comportato che il paese dipedendesse in misura sempre maggiore dal finanziamento estero. Gli investitori internazionali sono stati disposti ad accumulare nei loro portafogli asset denominati in dollari solo  a condizione di avere un dolllaro sempre più svalutato quando entravano nell’investimento. L’area dell’euro al contrario ha dimostrato di essere un area autosufficiente con un deficit di partite correnti normalmente inferiore all’1% del PIL.

L’apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro si è arrestato agli inizi della crisi internazionale, ben prima che si manifestasse la crisi dei debiti pubblici dei paesi europei (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e più di recente Italia). Era perciò naturale attendersi una svalutazione dell’euro specialmente quando la crisi ha colpito un paese come l’Italia e molti osservatori hanno cominciato a parlare di possibilità di disentegrazione dell’area dell’euro.

Ma questo non è accaduto. Il motivo è che i paesi del nord Europa che aderiscono all’euro hanno fatto sapere che non hanno nessuna intenzione di abbondonare questa valuta e come reazione hanno alzato immediatamente alcuni paletti invalicabili: (1) che l’unione è e rimane un’unione monetaria e non unione fiscale, e (2) che la Banca Centrale Europea non deve venire meno al suo ruolo di garante e guardiano del  valore dell’euro. Il punto (1), e’ stato messo in chiaro con l’avversione  netta da parte della Germania e di altri paesi ad emettere gli eurobonds. Questi ultimi per essere accettati dagli investitori devono godere di una garanzia solidale da parte dei paese membri. Ciò significa che se un paese non rimborsa il proprio debito gli altri paesi devono intervenire. In altre parole ci hanno fatto sapere che non puoi pretendere di chiedere all’agricoltore bavarese di pagare le tasse per gli sperperi dello stato italiano. E come dargli torto, se pensi che in Italia le regioni del Nord sono controllate da un movimento politico che minaccia la secessione perche’ non vuole che le proprie tasse vadano al sud? In altri termini, il messaggio chiaro e forte che è venuto dai paesi del nord dell’Europa  è che al momento l’unione è di tipo monetario e non fiscale. Questi sono i termini del gioco e questi – ci ricordano – erano i patti quando tutto è cominciato. Ciò non significa che non vedremo in futuro delle emissioni di eurobonds, ma saranno solo per programmi limitati con specifiche finalità.

Per il punto (2)  basta ricordare le ripetute e continue dichiarazioni fatte dal neo-governatore Mario Draghi nelle quali si ricordava che gli acquisti sul mercato secondario dei titoli di stato dei paesi in crisi non possono che essere contingenti a momenti di tensione e limitati nell’importo. Nonostante ciò i paesi in crisi hanno continuato a chiedere interventi illimitati da parte della BCE ricorrendo anche ad una dottrima mal digerita del ruolo della banca centrale come prestatore di ultima istanza. Ora  coloro che hanno letto un testo di economia monetaria dovrebbero sapere che il ruolo di prestatore di ultima istanza si riferisce al finanziamento fatto dalla banca centrale ad istituzioni finanziarie in crisi di liquidità per evitare fallimenti bancari che potrebbero destabilizzare il sistema finanziario; acquistare titoli di stato sul mercato secondario senza limitazioni si chiama monetizzazione del debito pubblico ed è la via maestra per forti svalutazioni della moneta come molte esperienze dell’America Latina ci hanno insegnato. Mario Draghi che ha avuto il mandato di salvaguardare il valore dell’euro questo non può farlo.

Sono stati questi segnali, no agli eurobonds e no all’acquisto illimitato di titoli da parte della BCE che hanno fatto sì che l’euro non si svalutasse di fronte alla crisi del debito pubblico di alcuni paesi dell’unione. In questo modo sono stati messi in chiaro alcuni termini e condizioni sui quali può procedere l’unione monetaria. Sarebbe però illusorio credere che i paesi del nord Europa possano pensare di andare avanti senza farsi carico in nessun modo dei problemi dei paesi del sud. La Grecia di fatto è già in default. I titoli decennali sono scambiati a prezzi intorno a 22 centesimi. Il prossimo default potrebbe essere l’Italia. Ma l’Italia non è la Grecia. Ha un potenziale deflagrante che è 6 volte più potente di quello greco. Quasi Il 50% del debito italiano è detenuto all’estero e una grossa porzione presso investitori istituzionali e banche europee. L’impatto di un default dell’Italia sarebbe equivalente ad uno tsunami sul sistema finanziario europeo e i morti non si conterebbero solo sul campo italiano.

Detto questo, l’Italia può farcela ad evitare il default anche se gli spazi di manovra sono limitatissimi. Inoltre, è necessario il concorso della Germania, di altri paesi e anche della banca centrale perché l’operazione abbia successo.

La prima cosa da fare è tornare alla crescita. Purtroppo è stata varata una manovra che ha carattere recessivo pur contenendo alcuni buoni provvedimenti che comportano tagli di spesa strutturali. Adesso il governo italiano deve fare subito gli investimenti pubblici programmati per far crescere il PIL. Allo stesso tempo la Germania insieme agli altri paesi europei che in questi anni hanno avuto la bilancia commerciale in surplus dovrebbero attivarsi per mettere in piedi politiche fiscali espansive. L’obbiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere un tasso di crescita del 2% nel 2013. L’Italia ha dalla sua di aver fatto negli ultimi anni una accorta gestione del debito pubblico allungando la vita media a circa 7 anni. Questo gli permette di immunizzarsi nel breve periodo degli effetti dell’aumento del costo del debito. Il costo medio del debito dovrebbe essere qualcosa superiore al 5%. Portando l’inflazione al 4% nell’area dell’euro che per l’Italia significherebbe forse 5% si avrebbe un costo reale del debito vicino allo zero. Questo è il ruolo che dovrebbe giocare il Prof. Draghi mettendo al centro della politica monetaria  l’interesse dell’area dell’euro e non il punto vista inflazione-fobico della Germania. Con queste misure e considerando che il deficit dovrebbe essere vicino alla zero, l’Italia potrebbe invertire la tendenza del rapporto debito/PIL e scongiurare il default. Non è impossibile.

Gerontius

 

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Pacco regalo e regalino piccolo piccolo

Non perché siamo vicini a Natale, ma forse sì, perché c’è bisogno di un segnale costruttivo di speranza.

Il mio amicoe collega Francesco Palumbo mi ricorda come: “nell’ambito della letteratura relativa al CRM (Customer Relationship Management) non si fa altro che ripetere che non v’è nulla di più costoso che recuperare un cliente/compratore disaffezionato e deluso dal tuo atteggiamento. “Anche se non è stata colpa tua o della tua azienda, datti da fare per risolvere i problemi dei tuoi clienti” è il monito che si trova in qualsiasi manuale di CRM. I nostri clienti erano i comparatori del nostro debito pubblico… e si fidavano di noi più di quanto non si fidassero della Spagna.”

Concordo con lui ed allargo la platea dei clienti ai cittadini-contribuenti che sono pronti in ogni momento a premiare chi fornisce servizi pubblici di qualità con la propria ammirazione, stima, manifestazione di interesse, voto.

Mi allega anche un saggio, “Customer Satisfaction and Stock Prices: High Returns, Low Risk” di Fornell ed altri, dove si mostra come il valore di clienti soddisfatti è costantemente sottostimato, generando rendimenti più alti con minori  rischi. Ma si mostra anche come, una volta persa, è difficile riconquistarsi rapidamente indietro la reputazione e come forti investimenti in trasparenza e misurazione oggettiva della qualità siano fondamentali.

Dai trucchi contabili greci sui derivati agli accordi finanziari ellenici con banche tedesche per comprare in maniera corrotta sottomarini abbiamo perso la capacità di convincere indiani e cinesi che il debito pubblico europeo è carta “buona” da comprare. Ci metteremo del tempo a ricreare la giusta fiducia degli investitori. Ma si può fare. Speriamo che nel 2012, per esempio, la BCE ed Eurostat ci rivelino la natura degli accordi derivati fatti 10 anni fa tra sistema bancario e governo greco: sarebbe uno splendido segnale per recuperare la reputazione perduta dei nostri controllori.

A casa nostra, speriamo che il 2012 ci porti una piccola cosa, piccolina piccolina dentro un pacco regalo ancora più bello. Che Monti decida di inserire una piccola norma che nessuna gara d’appalto è giuridicamente completa e che nessun contratto con fornitore può essere perfezionato se esso non è stato registrato in un datawarehouse centralizzato in cui sono disponibili in tempo reale tutte le informazioni su cosa è stato comprato, a che prezzo, in che giorno, dove, da chi, per quali quantità. Come in tutti paesi civili del mondo (oggi i dati arrivano anche, incompleti, con 3-4 anni di ritardo). A quel punto si dia, ecco il pacco regalo, la capacità di monitorare questi dati ed agire controllando le anomalie negli acquisti, alla nuova Agenzia Anti Corruzione il cui disegno di legge (seppure insufficiente) giace da tempo in Parlamento negletto ed abbandonato (il Ministro Severino ha accennato a qualche novità al riguardo, ma troppo blandamente ancora).

Basterebbe questo perché il 2012 fosse ricordato per il crollo degli spread.

Auguri a tutti.

 

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Piccole domande sul grande spread

Quindi la BCE non può fare nulla per gli spread (anche se in realtà con la sua lotta alla deflazione  permette che non crescano ulteriormente, evitando le disperate condizioni che si creerebbero nell’area euro). Diciamo dunque meglio che non può fare molto per abbassarli ulteriormente.

Come mai rimangono così alti?

Perché il debito pubblico sul Pil è alto? No. La Spagna ha un debito relativamente basso eppure ha spread alti (sì, minori dell’Italia, ma alti). Così la Francia e l’Austria. Lo spread sui titoli tedeschi essendo un fenomeno europeo la causa deve essere europea.

Perché i mercati temono la fine dell’area dell’euro e le susseguenti catastrofiche svalutazioni rispetto al marco tedesco? Certo.

Come i bambini che chiedono sempre perché, chiediamoci, mi pare giusto, e perché finisce l’euro? Risposta: perché i paesi che ne escono non trovano di meglio da fare, per sopperire ai loro problemi, che svalutare.

E quali sono i loro problemi a cui rimedierebbero svalutando ed uscendo dall’euro? Una competitività crescentemente inesistente che pian pianino sta divorando la loro capacità di generare ricchezza con cui sostenere il proprio tenore di vita.

Alternative?

a) Che i paesi con problemi di competitività tirino la cinghia: riducendo i consumi, lavorando di più a salari più bassi, riformando, insomma riacquistandola, la competitività. I mercati non credono che ciò sia possibile. Troppo duri i sacrifici. Per di più in questi casi, come dimostra il caso greco, le riforme di lungo periodo per la crescita non partono nemmeno, ostacolate da mille persone in difficoltà enormi che non vogliono vedersi ancora più in difficoltà nel breve termine (avete presente i taxisti italiani?).

b) Che i paesi senza problemi di questo tipo come la Germania vengano in loro soccorso b1) comprando i beni e servizi da questi paesi in difficoltà e b2) trasferendo risorse, anche in forma di generoso “piano Marshall tedesco”.  b2) si chiama Unione fiscale (un accordo statale all’interno del quale ci sono regole simili ma anche accordi di aiuto senza condizioni in caso di difficoltà), b1) si chiama espansione fiscale tedesca.

I mercati non credono nemmeno a questo scenario.

Fino a quando i nostri governi non faranno qualcosa per rendere lo scenario b) più probabile lo spread non scende. b) diventa più probabile se: la Germania espande la sua politica fiscale e non chiede sacrifici di breve ma riforme di lungo periodo ai paesi che sono più in difficoltà.

In quel caso gli spread scenderanno, la crescita salirà, i bilanci pubblici miglioreranno, la coesione europea si solidificherà. Il resto, francamente, è austerità che uccide l’area dell’euro.

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Yes, the ECB is doing nothing on spreads. Yes, the ECB is (nevertheless) very useful indeed

I do not understand the quasi-religious discussions about quantitative  easing (QE). It is appropriate if economic conditions justify it, in particular in  countries facing a liquidity trap that may lead to deflation. The instrument is implemented in the UK and US, where the central banks  consider that there are risks of deflation and where the policy rate is  constrained by the zero lower bound. This is currently not the case in the euro  area because the ECB currently sees no risk of deflation. But if conditions changed and the need to further increase liquidity emerged,  I would see no reason why such an instrument, tailor made for the specific  characteristics of the euro area, should not be used.

Lorenzo Bini Smaghi, Wednesday December 21 in Frankfurt: interview to the Financial Times

The Power Point slide you see above was shown by Lorenzo Bini Smaghi at a conference in Rome last year, mid Summer I think. Since then I have always used it in various seminars because I think it well represents the hawkish attitude of the ECB on the fight against inflation. First take a look at the title: forecasters “suggest deflation is not a likely event”, it says. On the left histogram you see inflation forecast by experts for 2009 and on the right for 2010. The circles point out zero-inflation expectation, the divide between expected deflation and inflation. Indeed, as Bini Smaghi hoped to convince us of, both graphs showed that expectations regarding deflation were held only by a minority of forecasters. So – here comes the gist of the argument of Bini Smaghi at the time – we don’t need to more expansive with our monetary policy than we currently are.

I will never forget that when Bini Smaghi finished his speech Jean Paul Fitoussi, not your typical orthodox economist, raised his hand to comment. He said to Bini Smaghi (I cannot remember by heart his words, but trust me on the general meaning): “I think your slide proves the contrary of what you claim. They show that many are still not convinced by your statement that deflation is an impossible event. And since deflation is a terrible thing that cannot occur – otherwise a vicious circle of unemployment and recession will be started – you must be more expansive with monetary policy than you are right now, showing markets that you fear deflation so much that you are adamant in fighting it as soon as its specter appears”.

I was reminded of this discussion when I read Bini Smaghi’s interview by the Financial Times and his claim that deflation was still at bay. No surprise there (after all the last Survey of Forecasters for 2012 gives only 0.7% probability to deflation). But I was also glad to see how much the central banker had learned from Fitoussi’s comment (the Florentine banker being so proud, he will never admit it). Let me explain why.

Notice that in his interview he seems to argue that strong monetary expansion (QE) should come about only when two conditions occur: a) a liquidity trap  is in place and b) deflation is a growing risk. Bini Smaghi seems to call a liquidity trap a condition where central bank nominal rates are at zero level and cannot be lowered further. If deflation is close by, he correctly argues, in this case we risk having rapidly increasing real (i.e. corrected for inflation) rates of interest, that would be a drag on the economy. This risk is eliminated via a strong and aggressive monetary stance. But, you might argue, then do I have to understand that the ECB is doing nothing? After all, right now deflation is not a risk and rates are not zero.

Think again. A liquidity trap in its more Keynesian sense is a condition where expectations are so bearish that no injection of liquidity helps markets, because all liquidity is hoarded waiting for better times to come. A liquidity trap of this kind does not need to wait that short-term rates are equal to zero to materialize, it can happen even if short term rates are positive, actually it is happening right now in the euro area: you might have noticed that government spreads are untouched in the current scenario by ECB liquidity injections as banks do not lend it to the private sector nor do they buy government bonds at lower rates, since their perception risk is always the same.

A liquidity trap of this kind is a nightmare for a central bank because its power to affect rates and thereby the economy is muted. This is clear from Bini Smaghi’s comment that the current spreads along the whole yield curve may raise some doubts about whether we indeed have a single monetary policy in the euro area today and whether the ECB is indeed fulfilling its mandate.

Should we thus believe that the current monetary policy stance of the ECB is useless? Not at all. By supplying all this liquidity – that does not affect directly economic activity through lower long-term rates and lower spreads – the ECB is useful nevertheless (very useful!) in shaping expectations regarding inflation and keeping deflation at bay.

So get the picture: we are in a liquidity trap, deflation is a risk and by injecting liquidity the ECB is helping deflation (and its terrible consequences) not to materialize, even though it does not help directly the economy through lower spreads. So stop looking at spreads and stop saying that the ECB is not doing its job. It is doing the most it can (maybe a bit more can be done, but let’s not be picky here) and even if you don’t notice it is quite a lot: without it, things would be much worse, as US citizens in the early 1930s learned too well.

Spreads will go down when markets will be convinced that euro governments know how to fight this crisis. How so? Next post.

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Gerontius ci scrive: gli economisti e le cose da fare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

L’Italia sta entrando nella quinta recessione dal 2001. A differenza delle volte precedenti, questa recessione si manifesta in un momento di estrema fragilita’ del sistema bancario. Le banche stanno combattendo con problemi di liquidita’ e di ratio patrimoniali. Un peggioramento della qualita’ degli asset potrebbe essere per alcune di esse fatale con conseguenze destabilizzanti per l’intero sistema economico.

Il governo arriva per le vicende a tutti note con estremo ritardo ad affrontare la crisi. Ma a questo punto la questione che ci sembra di maggior rilievo e’ stabilire se le misure adottate e quelle che saranno prese nelle prossime settimane sono quelle corrette.

Per capire lo spirito delle politiche del governo Monti bisogna partire dalle lettera Trichet-Draghi del 5 agosto 2011. In questa lettera T-D suggerivano per migliorare il potenziale di crescita dell’economia (a) di liberalizzare i servizi pubblici e professionali, (b) di riformare il contratto di lavoro collettivo  dando maggiore spazio alle esigenze delle singole imprese e (c) di rendere il mercato del lavoro piu’ flessibile accompagnadolo con ammortizzatori sociali. Inoltre, auspicavano l’introduzione immediata di misure correttive di finanza pubblica per arrivare al pareggio di bilancio nel 2013.  In particolare, (1) di mettere mano al sistema pensionistico introducendo criteri piu’ restrittivi per avere diritto alla pensione, (2) di mettere in atto clausole automatiche di tagli di spese a fronte di sforamenti dei target prefissati di finanza pubblica  e (3) di mettere sotto controllo i debiti commercilali e finanziari degli enti locali. Le misure (a) ( b) e ( c) sono tutte auspicabili per rendere piu’ efficiente il sistema economico italiano. Ma il principale problema economico che abbiamo adesso e’ di evitare una pesante recessione che potrebbe avere conseguenze nefaste. Le riforme microeconomiche suggerite da T-D per quanto necessarie, non possono esserci d’aiuto in questo momento. Anzi in alcuni casi come ad esempio la riforma del mercato del lavoro possono introdurre maggiore instabilita’ non necessaria in questa fase.  Il nostro problema  immediato e’ una insufficienza di domanda. L’azione immediata del governo dovrebbe concentrarsi in politiche di stabilizzazione macroeconomica. E’ solo attraverso un’azione di stimolo della domanda aggregata coordinata con gli altri paesi europei che possiamo invertire l’andamento recessivo dell’economia.

Il governo Monti e’ stato creato con una procedura legittima ma inusuale principalmente per attuare il piano T-D visto che il governo precedente a causa di dissidi interno non era in grado di portarlo avanti. Fino ad oggi il governo Monti ha timidamente tentato di attuare parte del  punto ( a), la liberalizzazione delle professioni, per poi abbandonarla visto le resistenze incontrate, sta invece portando a casa un’importante aggiustamento del sistema pensionistico e ha intenzione di riformate il mercato del lavoro. Allo stesso tempo per assicurasi il pareggio di bilancio nel 2013 ha introdotto tasse sulle proprieta’ immobiliari e sui consumi. Nessuna di queste misure pero’ ci puo’ aiutare ad uscire dalla crisi. Al contrario molte di esse avranno l’effetto di aggravare la crisi con esiti molto incerti proprio su quei conti pubblici che dovrebbero risanare se l’aggravarsi della recessione dovesse portare a drastiche riduzioni del PIL.

Ma il governo Monti ha inserito nella manovra presentata un importante provvedimento che potrebbe contrastare gli effetti recessivi delle politichre messe in atto:  un piano di investimenti pubblici pari a circa l’1% del PIL.  Il successo o meno del governo Monti si gioca su questa partita e l’esito come molti possono immaginare e’ molto incerto. I governi precedenti hanno sistematicamente fallito nel mettere in piedi questi piani a causa delle lungaggini e delle burocrazie che  affliggono questo paese. Il vero eroe di questo governo potrebbe essere il ministro dello sviluppo Passera, ma anche il villano se dovesse fallire. Quello che deve portare a casa e’ la partenza immediata dei progetti e augurarsi che siano sufficienti a contrastare gli altri interventi recessivi. E’ tuttavia evidente che l’intera partita si gioca a livello europeo. Nella lettera di T-D si fa riferimento all’introduzione di clausole automatiche correttive in caso  di sforamento dei target di  finanza pubblica. In una Europa che non e’ in grado di esprimere una governance per rispondere con tempismo ed efficienza alle necessita’ che  di volta in volta si presentano, puo’ essere una buona idea ricorrere a politiche che vengono attivate in maniera automatica da specifici eventi. Quello che pero’ ci lascia perplessi e’ che quando si pensa a questi meccanismi si pensa sempre ad interventi di tipo restrittivo. Dovremmo cominciare a pensare a gestire le politiche di budget in maniera tale da creare cuscinetti nei periodi di prosperita’ per poter fare interventi di politica fiscale espansiva nei momenti di crisi. E’ stato un errore madornale commesso dal ministro Tremonti  annunciare il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 in un momento in cui il paese necessitava una politica fiscale piu’ espansiva. Cosi come e’ un errore fissare target di requisiti di capitale o di indicatori di liquidita’ per le istuiuzioni finanziarie senza tenere conto della fase ciclica in cui si trova l’economia come di recente sta facendo l’EBA. Sembra che non faccia parte del DNA delle autorita’ monetarie dell’Europa il fatto di utilizzare la politica fiscale e nel caso dell’ EBA anche quella bancaria come strumento di stabilizzazione macroeconomica.

Questo ci porta ad una ultima riflessione. Di questo stato di cose hanno una grossa responsabilita’ gli economisti. Dalla depressione mondiale che duro’ dal 1929 al 1939 gli economisti uscirono fuori armati di nuovi strumenti analitici per la gestione e la stabilizzazione macroeconomica grazie soprattutto  alle teorie di Keynes. Alla meta’ degli anni settanta una nuova generazione di economisti principalmente di formazione statunitense ripudio’ le teorie keynesiane di gestione della domanda aggregata  rifondando la macroeconomia su basi classiche. Questa e’ la dottrina  che e’ stata insegnata nelle migliori scuole di economia negli ultimi trent’anni. Adesso che l’economia e’ entrata di nuovo in uno stato di stagnazione persistente dove i meccanismi classici di autoaggiustamento vengono meno, il pensiero del vecchio Keynes torna alla ribalta e molti economisti devono impararlo di nuovo e dopo di loro le istituziomi che ci governano.

Gerontius

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Da Pompei parta un nuovo servizio di leva

Abbiamo abolito il servizio militare. Il tasso di disoccupazione giovanile monta. Il nostro patrimonio culturale va perdendo la necessaria manutenzione. Il nostro export collassa.

Mettete assieme questi 4 fatti apparentemente non legati tra loro e chiedetevi perché non obbligare tutti i nostri 18enni a lavorare 3 mesi dopo la maturità presso i centri culturali nevralgici del Paese: chiese, musei, siti archeologici.

Sarebbe splendido. Coraggio ad attuare un disegno di legge al riguardo? Capacità di organizzare e monitorare la qualità di una macchina di questo tipo?

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Protecting Beauty

Here is Italy today for you. We do have apparently 105 million euro from the EU available for Pompei’s maintenance, but the tender procedure will make these works start in the next Fall.

In the meantime, our beautiful villa belonging to Loreio Tiburtino (see picture), in Pompei, has seen one of its external colums collapse. This follows the collapse last year of the Domus Gladiatori, always in Pompei.

I am struck by the new Minister declarations that 20 new employees will arrive in Pompei in the near future. And 5 workers. As if this is even close to what we need to boost our pride and our stock of cultural capital. In the place that comes closest to the Coliseum in attracting tourists, there should be hundreds of new hirees. But there is a sense in which lack of funding availability in the budget drives policy. As if the amount available in total from taxpayers’ money is not huge to start with, and appropriate allocation of these funds is somehow impossible.

We should make sure that waste is cut and a huge amount of resources is redirected toward improving our cultural heritage. We should make tenders urgently executed and works started on time while being carefully monitored. The benefits would obviously be equally huge.

Other solutions could be tried. Since we have stopped some years ago to require from our 18-year old to mandatorily participate  into a 1 year military draft, there is no reason why we could not ask them to give 3 months of their life after school and before/during university to work in the public sector in museums, churches and cultural sites for free.

Not only would Loreio Tiburtino’s villa be safer, it would also go back to its previous splendor.

 

 

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Quel suicidio tutto italiano

Eccoli lì, accovacciati e morenti. Tisbe e Piramo, toltisi la vita per amore. E per sventura ed errori, antichi Romeo e Giulietta.

Come Pompei e noi italiani. Un amore incredibile quello tra gli italiani e la nostra Arte eppure per errori casuali e ripetuti di ognuno finiremo per scomparire entrambi. L’affresco si trova nella bellissima dimora di Loreio Tiburtino, a Pompei, appartenuta in realtà a  D. Octavius Quartio.

Oggi una colonna della dimora, uno dei pilastri del pergolato esterno della casa, è crollata, a oltre un anno dal crollo della Domus Gladiatori sempre a Pompei.

Per Pompei ed altre zone come Ercolano sono stati stanziati 105 milioni dell’Unione Europea, con tanto di visita ufficiale del Commissario Europeo Hahn. I fondi non mancano? Certo che mancano: probabilmente Pompei abbisogna di più di 105 milioni. E sono soldi che si “autofinanziano” visto che è esso è il secondo sito più visitato dai turisti dopo il Colosseo. E’ politica industriale, verrebbe da dire con gergo efficientista.

Ma i lavori a Pompei con questi 105 milioni potranno cominciare “solo tra settembre e ottobre” per i tempi tecnici necessari all’espletamento delle gare europee. Lo ha detto il ministro Lorenzo Ornaghi.  Tempi tecnici.

Poverino, il Ministro, che felicemente ricorda come a Pompei arriveranno venti nuovi assunti, tra i quali sette-otto archeologi. Attualmente in organico vi è un solo archeologo. “Grazie al cielo siamo andati un po’ in controtendenza – ha detto il ministro – e qui a Pompei, anche grazie ai prossimi pensionamenti, avremo un turn over di 20 tecnici che ci consentiranno di sopperire alle necessità più immediate”. Tra i nuovi assunti anche cinque operai.

In controtendenza. Una spesa dunque controciclica, ci verrebbe da sorridere. Se non fosse sconvolgente il pensare che la nostra mancanza di programmazione e di obiettivi alti di sviluppo per il Paese ci fa gioire addirittura per 5 operai assunti e del turnover di 20 tecnici. A Pompei. A Pompei.

Povero Ministro che se ne chiedesse 100 di tecnici, e 500 di operai, per Pompei, si sentirebbe piovere addosso una valanga di risate di chi gli direbbe che non ci sono i soldi. Come se i soldi realmente non ci fossero. Come se non si potesse realmente inondare Pompei, una priorità mondiale, di soldi pubblici e privati se solo. Se solo si dedicasse una briciola in più di spesa su Pompei e una briciola in meno a tutti quegli sprechi che con un minimo di organizzazione potremmo individuare. Se solo il povero Ministro battesse i pugni con passione sul tavolo per chiedere quei 600, girasse il mondo per trovare più fondi, chiedesse una gara a negoziazione rapida per una questione emergenziale, verificasse ogni giorno i cantieri di messa in sicurezza per non avere un giorno di ritardo. Se solo.

Un suicidio, quello tra i due amanti italiani, cittadino-patrimonio culturale, che così facilmente può essere evitato rilanciando una meravigliosa passione mai spenta. Basta volerlo.

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Garanzie dei cittadini alle banche: qualche primo numero

Abbiamo finalmente qualche primo numero sulle garanzie date da noi cittadini – tramite lo Stato a seguito dell’art.8 della manovra Monti – alle banche per le loro nuove passività. Sono quasi 40 miliardi:

Intesa Sanpaolo ha emesso un’obbligazione per 12 miliardi, Mps per 10 miliardi, Unicredit per 7,5 miliardi, Banco Popolare per 3 miliardi, Popolare Vicenza per 1,5 miliardi, Carige per 1,3 miliardi, Dexia Crediop per 1,05 miliardi, Popolare Sondrio per 1 miliardo, Credem per 800 milioni, Bper per 750 milioni, Icrrea Bancaimpresa per 650 milioni, Creval per 500 milioni, Iccrea per 290 milioni, Banca Etruria per 100 milioni.

Abbiamo 200 milioni accantonati a bilancio pubblico ogni anno per questi 40 miliardi, lo 0,5%, una quota destinata a scendere man mano che cresceranno le passività bancarie garantite. E’ troppo? E’ troppo poco? Spero di potervi aggiornare presto.

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Siamo in una grave recessione. Le ragioni (e i nomi) di un appello a Monti

L’Istat comunica che nel terzo trimestre del 2011 il prodotto interno lordo (PIL) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. L’OCSE e la Commissione Europea, prima dell’annuncio della manovra Monti, prevedevano una crescita 2012 negativa per l’Italia dello 0,5%. Il Governatore della Banca d’Italia ha commentato che a tali stime va aggiunto l’impatto addizionale e negativo dell’attuale manovra.

“Fortunatamente”, anche se curiosamente, il Governo Monti non ha adeguato le stime tendenziali fatte da OCSE e Commissione Europea per tener conto dell’impatto della manovra. Se l’avesse fatto, valutando che non avrebbe raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013 a causa delle minori entrate e maggiori uscite generate dalla recessione avrebbe dovuto ulteriormente aumentare la tassazione e ridurre le spese. Nel fare ciò avrebbe ulteriormente contribuito ad ampliare il calo della produzione e del reddito, allontanandosi sempre più dall’agognato equilibrio dei conti, come un Achille destinato a non raggiungere mai la tartaruga.

E non è esercizio teorico. Il quinto rapporto del Fondo Monetario Internazionale sulla situazione delle Grecia illustra drammaticamente questi effetti perversi dei consolidamenti fiscali in questa fase negativa del ciclo. Manovre draconiane, riconosce il Fondo, stanno rendendo più difficile l’equilibrio fiscale ellenico, mentre cresce sempre più il rapporto debito pubblico PIL, anziché calare. Le stesse riforme non decollano perché ogni riforma, è ben noto, ha bisogno di un ambiente volto alla crescita per essere portate avanti.

I mercati sanno molto bene tutto ciò e riconoscono che senza crescita perseguire la stabilità dei conti è illusorio. Gli spread italiani rimangono alti malgrado la manovra, o forse a causa della manovra. Premiano piuttosto piani di politica economica come quelli della Spagna, in cui il raggiungimento degli obiettivi di pareggio è più distante nel tempo, l’attenzione alla coesione sociale in un momento difficile è maggiore, la spesa per le fasce più deboli non è diminuita e l’esistenza di un piano operativo per gli sprechi e migliorare la domanda pubblica è chiaramente esplicitato.

L’Italia è dunque in recessione e deve convincere i mercati che saprà uscirne fuori generando quella stabilità che si alimenta solo se vi è crescita. Non a caso lo stesso Trattato dell’Unione Europea prevede che qualora determinato da una grave recessione economica, il superamento del valore di riferimento per il disavanzo pubblico, considerato eccezionale e temporaneo, è possibile.

Chiediamo dunque che il Governo italiano si attivi presso la Commissione Europea ed il Consiglio Europeo al fine di riconoscere all’Italia, a causa di una grave recessione  economica,  la possibilità di superare il valore di riferimento del rapporto disavanzo pubblico-PIL 2012 in via  eccezionale e temporanea, restando il rapporto vicino al valore di riferimento. Ciò allevierà la trappola perversa dell’austerità. Il non farlo è scelta politica.

Grazie a tutti coloro che finora hanno aderito all’appello al Presidente Monti di invocare la situazione di grave recessione ai sensi del Trattato dell’Unione Europea e relativi regolamenti per rinviare il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. Sono:

ELEONORA ARIENZO, PIER FRANCESCO ASSO, ALBERTO  BAGNAI, GUSTAVO BARATTA, ORAZIO BASSANO, NEREO BENUSSI, LUIGI BERNARDI, GIAN MARIA BERNAREGGI, ALESSANDRO BERTI, MARTA BEZZINI, SALVATORE BIASCO, PIERO BINI, ROBERTO BISCARO, CHIARA BISOGNO, LETIZIA BORGOMEO, SIMONE BORRA, AURELIO BRUZZO, ANTONELLA BUCCI, STEFANO CAIAZZA, MICHELE CANALINI, RICCARDO CAPPELLIN, ALESSANDRO CAPRASECCA, CESARE CARASSITI, ENRICA CARBONE, MARIA ROSARIA CARILLO, RAFFAELE CARUSO, MARIO CASSETTI, ANNALISA CASTELLI, MARCO CECCHINI, MARCO CIANFANELLI, ROCCO CICIRETTI, DANIELE CIRAVEGNA, RICCARDO COLANGELO, LILIA COSTABILE, BRUNO COSTI, DOMENICO DA EMPOLI, GIUSEPPE DE ARCANGELIS, SERGIO DE NARDIS, GIORGIO DALLE, FABRIZIO DE FILIPPIS, PASQUALE DE MURO, ROBERTA DE FILIPPIS, SERGIO DE STEFANIS, CARLO DEIDDA, INA DHIMA, GABRIELLA DI CAGNO, CLAUDIO DI LAZZARO ANTONIO DI MAJO, ANDREA DI PASQUALE, AMBRA DI TOMMASO, NICOLA DIMITRI, GIOVANNI DOSI, MARTA FANA, SALVATORE FANA, GIUSEPPE FIORE, DAMIANO FIORILLO, MASSIMO FLORIO, GUGLIELMO FORGES DAVANZATI, MAURIZIO FRANZINI, FABIO FRATERNALI, MICHELE FRATIANNI, GIANCARLO GANDOLFO, PATRIZIA GARDELLA, GIUSEPPE GAROFALO, ANDREA GHISELLINI, ADRIANO GIANNOLA, CARLO GIANNONE, ERGIO GINEBRI, IGNAZIO GIURDANELLA, PATRIZIO GRAZIOSI, ELENA INNOCENZI, STEFANO INTINI, STEFANIA JACONIS, BRUNO JOSSA, SIMONE LAMBERTINO, RICCARDO LEONI, GABRIELLA LIGGIERI, FRANCO LO SURDO, ERNESTO LONGOBARDI, ANTONIO LOPES, JACOPO LOREDAN, PATRIZIA MACCARI, ANNA MAFFIOLETTI, MARIA LUISA MARINELLI, VERONICA MAROTTA, LIVAN MARRANZINI, DOMENICO MARRAZZO, PATRIZIA MARTA, ROBERTA MARTA, RAINER MASERA, PIETRO MASINA, SIMONE MERAGLIA, MARIA MESSINA, MARIA AUGUSTA MICELI, MAURIZIO MISTRI, ANTONIO NICITA, FERDINANDO OFRIA, STEFANO OTTOCENTO, FABRIZIO PADUA, PAOLO PAESANI, FRANCESCO PALUMBO, SERGIO PARRINELLO, RICCARDO PATERNO’, ANTONIO PEDONE, GIUSEPPE PENNISI, STEFANO PERRI, PAOLO PESCUCCI, PAOLO PETTENATI, MATTIA PREZZI, PAOLO PIACENTINI, MASSIMILIANO PIACENZA, ALESSANDRO PIERGALLINI, GIOVANNI PIERSANTI, EMANUELE PIMPINI, ANTONELLA PISANO, GIOVANNI PITTALUGA, PIERLUIGI PORTA,  FIORELLA POTENZA, MATTIA PREZZI, PAOLO PREZZI, ROBERTO RACE, FABIO RAVAGNANI, PIERCARLO RAVAZZI, ANGELO REATI, MARA RENZI, ANDREA RESTA, LUIGI RICCI, LORENZO ROBOTTI, VIRGILIANA RONDINARA, ENZO ROSSI, VINCENZO RUSSO, LUCA SALVATICI, DOMENICO SARNO, DOMENICO SCALERA, GIULIO SCARDINI, MARIO SEMINERIO, SERGIO SGARBI, ELIDE SORRENTI, FABO MASSIMO STORER, VALTER TANZI, RENATA TARGETTI, NOEMI TEMPESTA, DANIELA TESSARO, EODORO DARIO TOGATI, CHIARA TRANQUILLI, CORRADO TRUFFI, GIOVANNI VAGGI, ALBERTO ZANARDI, MARCO ZUCCONI.