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Paradisi Fiscali: Più coordinamento per arginare i Paesi scorretti
Il Sole 24 Ore - 21 Marzo 2009
La nuova “blacklist”: la fine dei paradisi?
di Rudy Colacicco e Gustavo Piga
Pare proprio che i giorni dei paradisi fiscali (tax haven) siano contati. Il Principato del Liechtenstein ha pubblicato da poco una dichiarazione di intenti in cui comunica di accettare gli standard di trasparenza e di scambio di informazioni previsti dall’OCSE in materia fiscale, indicando nella dichiarazione stessa che il segreto bancario rimarrà ancora inviolato ma che non sarà applicato per coprire la criminalità fiscale. Molto più in là si è spinta Andorra, che si è impegnata entro il prossimo 15 novembre ad approvare un progetto di legge per l’abolizione del segreto bancario nel quadro di accordi bilaterali relativi allo scambio di informazioni fiscali. Aria di cambiamento anche in Austria, Belgio, Monaco, Lussemburgo e Svizzera. Quest’ultima, secondo alcune stime, gestirebbe il 27% della ricchezza offshore mondiale.
Del resto la Francia e la Germania hanno deciso di inasprire la lotta a paradisi fiscali e segreto bancario in vista del vertice del G20 di Londra, in calendario il 2 aprile. Un’iniziativa congiunta arrivata il giorno dopo che il Parlamento Europeo ha promosso un documento in cui si vietano i rapporti con i paradisi fiscali dichiarati fuorilegge. Parigi e Berlino, che si sono impegnate a creare un “meccanismo di sanzioni”, hanno insistito con l’OCSE per ottenere una lista di quei paesi che non si dimostrano cooperativi in materia fiscale. Nell’elenco, che l’organizzazione internazionale ha già stilato e inviato al Comitato per le politiche fiscali per la definitiva approvazione, figurerebbero una trentina di paesi.
Tutto era partito nel 2000 con la pubblicazione della prima blacklist da parte dell’OCSE contenente 35 stati. Nel 2005 rimanevano solo tre stati che non si erano “adeguati” alle richieste da parte delle autorità internazionali. Oggi, a distanza di quattro anni, si è ritornati a parlare di blacklist, contenente circa trenta paesi, molti dei quali sono gli stessi della lista del 2000 che poi erano stati eliminati, anche se si è frenato sul termine, indicando la lista come “paesi non collaborativi in materia di scambio d’informazioni fiscali”.
Ma è tutto oro quello che luccica? In un recente articolo di Robert T. Kudrle si evidenzia come nessun sostanziale impatto sia emerso dalla creazione delle blacklist, considerando gli investimenti diretti esteri e le passività bancarie dei tax haven. Un esempio per tutti: nel 2006 le passività bancarie delle Isole Cayman con gli investitori esteri ammontavano a circa 1.671 miliardi di dollari (dati BIS, usualmente da ritenersi stime per difetto). Nel 2007 sono aumentate a 1.891 miliardi ed infine a settembre 2008 erano pari a 1.721 miliardi. E all’epoca della creazione della blacklist, nel 2000? Erano pari a meno della metà, 781 miliardi di dollari. I traffici verso le Isole Cayman sono aumentati invece di diminuire. E non è un caso isolato tra i tax haven.
In un lavoro appena terminato (Rudy Colacicco, 2009) emerge un primo quadro empirico per la determinazione di quali piccoli stati o territori hanno una maggiore probabilità di divenire dei paradisi fiscali o in altre parole, di quali variabili influenzano la decisione di intraprendere la specializzazione finanziaria. Il gruppo dei paradisi fiscali presenta diverse caratteristiche statisticamente significative rispetto al gruppo dei non tax haven. Le caratteristiche che influenzano positivamente la decisione per un piccolo stato o territorio verso l’intraprendere la specializzazione finanziaria sono risultate le seguenti: l’essere un’isola, l’essere un membro ONU, la diffusione della lingua inglese, la professione di una religione cristiana, un clima tropicale o subtropicale, la dipendenza dalle risorse energetiche, la diffusione di internet, il numero di linee telefoniche, la presenza di infrastrutture, la presenza di una monarchia, l’adozione di un diritto di stampo anglosassone ed una migliore governance politica.
Considerando tali risultati si potrebbero evidenziare quali azioni di policy internazionale, oltre alle poco efficaci blacklist, sarebbero idonee all’eliminazione o quantomeno alla riduzione dei paradisi fiscali. Non si può ovviamente agire tramite politiche che incidano su variabili di tipo geografico (isola e clima) ed etno-sociologico (uso della lingua inglese, professione di una religione cristiana, presenza di una monarchia, adozione di un diritto di common law) e non si possono auspicare di certo politiche di tipo bellico per destabilizzare i governi al fine di peggiorarne gli indicatori di governance o per distruggere le infrastrutture già presenti. Per la riduzione dei tax haven, politiche di intervento da parte delle autorità internazionali potrebbero dunque essere indirizzate verso i restanti fattori: elargire fondi al fine di permettere la costruzione di impianti per la produzione nazionale di energia elettrica in cambio di una riduzione di indicatori di specializzazione finanziaria, la minaccia credibile da parte della comunità internazionale di espulsione come membri ONU di tali stati o territori o infine la creazione di un embargo alle telecomunicazioni, impedendo gli stati aderenti di poter comunicare con i paesi o territori sotto inchiesta tramite limitazioni e controlli per l’utilizzo di satelliti.
Se l’obiettivo effettivo è quello dell’eliminazione dei paradisi fiscali non si dovrebbero attuare politiche basate sulla promesse, valide solo sulla carta, che non hanno trovato un riscontro tangibile negli anni successivi agli accordi stessi.
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