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L’eccellenza non passa dai concorsi
Il Sole 24 Ore - 21 Ottobre 2008
A Norcia, subito dopo l’intervento del Ministro Gelmini, leggo le belle parole dal discorso di Giancarlo Cesana, “educare viene da e-ducere e significa “condurre fuori”, far emergere la personalità dell’allievo. Non si può fare emergere una personalità senza rivolgersi alla sua libertà. La libertà si manifesta e cresce quando incontra nella realtà una corrispondenza adeguata (destino,scopo, vocazione) per il suo impegno”. Ma se a questa libertà non è concesso di manifestarsi e crescere proprio a causa degli stessi meccanismi educativi? Penso a quella barriera formidabile che ancora esiste in Italia, la mancanza di meritocrazia nelle università, quei meccanismi che non permettono allo studente di trovare un docente capace di far emergere la sua personalità, solo perché non il migliore docente.
Nel discorso del Ministro Gelmini, di cui apprezzo perlomeno la pragmaticità rispetto ad altri ministri ideologicizzati del passato, non si menziona la parola “meritocrazia”. Nel prolisso programma della coalizione prodiana che vinse le elezioni si riscontrava ugualmente tale mancanza. Che distacco con il Paese che la meritocrazia anela a che divenga il centro, la guida, della politica. I miei studenti più bravi li trovo in aula con in mano il libro di Roberto Perotti, l’”Università truccata”, Einaudi, un libro eccellente per capire come traghettare in una direzione meritocratica il sistema universitario italiano. Lo tengono in mano come ultima speranza?
Il problema si fa pressante e indifferibile. Siamo vicini ad una rivoluzione nel vero senso della parola, in cui le Università saranno occupate, finalmente non più dai figli di papà con tatsebao ma dai figli degli operai e dei meno abbienti, seduti per imparare. Parte dalla scuola la richiesta di accesso di una valanga di ragazzi che desiderano entrare all’università. Malgrado la costante lamentela dei diversi docenti elitisti e di analisti superficiali, il livello culturale di questi ragazzi non è infimo, ma migliore di quello di un tempo: da qui, appunto, il fatto che ora possono fare perlomeno domanda di entrare, quando 60 anni fa i loro nonni erano invece vicini all’analfabetismo. Il loro ingresso abbassa ovviamente la qualità media della classe e dunque anche della formazione iniziale, ma lo stock complessivo di capitale umano a disposizione del Paese aumenterà. Quando entreranno nelle aule dei nostri atenei ci avvicineremo finalmente a statistiche sane in termini di numero di iscrizioni, come quelle degli altri Paesi più avanzati. A questi ragazzi che bussano va dato, e non negato, l’ingresso nell’università del domani. Ed è inutile fasciarsi la testa dicendo che “non c’è domanda di lavoro per questi ragazzi”. Non sarà la domanda a creare l’offerta, ma viceversa: la speranza forte, credibile, è che l’accesso ad un livello superiore di istruzione aumenterà il numero di idee e progetti che questi giovani sapranno generare, a tutto vantaggio della crescita del Paese. Ma solo, ecco lo snodo, se verranno istruiti appropriatamente, da docenti ed in strutture di qualità, anche se differenziata. Se effettivamente potranno essere condotti fuori, nel mondo globalizzato di oggi, con armi e bagagli che li aiutino a non rimpiangere di aver lasciato i campi e lavori a basso contenuto intellettuale. Come fare? Basta guardare al di fuori dei nostri confini nazionali.
Sono tre i modelli che ci offre la realtà dei Paesi occidentali e a cui si può ispirare il Ministro Gelmini. Il primo, il cui successo è più antico, è quello statunitense. È un modello che si basa su una competizione tra atenei non diretta dall’alto, non centralizzata, basata solo sulla reputazione. Essa genera pochi grandi atenei d’eccellenza - dove è forte e vibrante soprattutto la ricerca e dove l’inserimento è riservato agli studenti che a scuola si sono maggiormente distinti - e tantissimi piccoli atenei dove si fa (spesso ottima) didattica, volti ad inserire nel mercato del lavoro milioni di giovani ogni anno. Il secondo, nato circa venti anni fa, è quello britannico, in cui la competizione tra atenei è centralizzata da meccanismi di allocazione delle risorse pubbliche in funzione della qualità della ricerca svolta, misurata con parametri considerati oggettivi come le citazioni, il prestigio dello sbocco scientifico della ricerca ecc... Anche qui si creano università di seria A e serie B. Infine, il terzo, più recente, è un meccanismo dirigista che hanno sviluppato Francia e Germania e che prevede l’individuazione, da parte di commissioni di esperti, delle migliori università alle quali vengono poi riversate ingenti somme di denaro.
Questi tre schemi hanno due caratteristiche in comune: promuovono e concentrano i poli di eccellenza nella ricerca in pochi atenei, dove si vengono a ritrovare i “migliori cervelli” del Paese, nella giusta ottica di non disperdere le forze migliori e farle interagire il più possibile insieme. Secondo, prevedono compensi negli atenei di eccellenza maggiori e più variabili (cioè più legati all’esito della ricerca) che non nelle (essenziali) università più di didattica, in cui viene ad essere istruita la gran maggioranza dei laureati del Paese. Per portare a termine questi schemi non c’è bisogno di concorsi, almeno per quanto riguarda la selezione del personale dei poli di eccellenza che verranno ad essere finanziati sulla base dei successi scientifici e letterari dei suoi membri e che quindi avranno tutto l’interesse a selezionare i migliori.
Quello che è certo, Ministro Gelmini, è che non c’è tempo da perdere. John Fitzgerald Kennedy disse una volta, « la grande rivoluzione nella storia dell’uomo ... è quella di coloro determinati a essere liberi ». I nostri giovani lo sono e meritano di essere compensati con la libertà che solo una Università meritocratica può dargli.
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