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Piu’ flessibilità in cambio del sì al nuovo MES

Oggi il mio articolo sul Sole 24 Ore.

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E’ difficile comprendere cosa sia avvenuto nell’ultimo anno attorno alla questione della riforma del fondo Salvastati, il c.d. MES (“Meccanismo Europeo di Stabilità”). E per ricostruirlo l’informazione pubblica a disposizione è sufficiente, difficilmente interpretabile, incompleta. Un cocktail micidiale non solo per chi vi si addentra ma anche per la percezione della democraticità dei processi europei, che proprio sulle questioni essenziali (si pensi alla famigerata approvazione del Fiscal Compact, che in Italia fu approvata dal parlamento addirittura il giorno della vigilia di Natale) si avvolge spesso in un mantra di segretezza o vaghezza che non fa bene certamente bene all’Europa, dando spago alla deriva populista. Se quest’ultima infatti si nutre di fake news, l’Unione europea è responsabile certamente di alimentarle con questo timore di discutere nell’agorà pubblica tutto ciò che riguarda i suoi più fondamentali aspetti di governance e di costituzionalità.

Il confronto tra i testi 2012 del trattato che istituisce il MES e di quello della proposta revisione dello stesso datata 14 giugno 2019, ambedue disponibili in rete, non può che essere il punto di partenza per un’analisi rigorosa di quanto avvenuto sinora.

Nel testo originale, approvato nel 2012, all’articolo 13 si può leggere come si debba procedere per la concessione del sostegno alla stabilità ad un determinato Paese che presenti domanda in tal senso al presidente del consiglio dei governatori del MES. Questi, una volta ricevuta la domanda, assegna alla Commissione europea di concerto con la BCE il compito tra le altre cose di “valutare la sostenibilità del debito pubblico”. Se ne intende chiaramente come un Paese ritenuto dagli organi succitati come instabile non potrà accedere al finanziamento. Ciò smentisce tra l’altro l’opinione di coloro che hanno sostenuto che la riforma 2019 introduce un nuovo legame tra concessione del prestito al Paese in difficoltà e sostenibilità del debito: questo legame c’era già dal 2012 come ha correttamente ricordato il Ministro Gualtieri in suo Comunicato Stampa.

Cosa si legge nel nuovo testo di riforma al proposito? Riportiamo la nostra traduzione (non abbiamo trovato versioni in italiano):

“valutare se il debito pubblico è sostenibile…” (p.s.: finora nulla di nuovo) “… e se il sostegno alla stabilità sia rimborsabile (p.s.: una mera conferma della sostenibilità).” Si aggiunge tuttavia come “questa valutazione dovrà essere condotta in modo trasparente e prevedibile pur lasciando un margine di giudizio sufficiente”. E’, quest’ultima, una introduzione del tutto nuova, che di fatto apre le porte ad una definizione meno vaga di sostenibilità, lasciata tuttavia sempre all’autonomia di Commissione europea e BCE. Quando l’ex Ministro Tria, in un’intervista, ricorda come l’Italia abbia spuntato un compromesso a fronte di una richiesta dell’Olanda, affermando come “i parametri fissi sono stati eliminati. Dunque dalle bozze è scomparso qualsiasi automatismo tra valutazione del debito e la sua ristrutturazione”, probabilmente si riferisce proprio al testo di cui sopra: al posto di parametri fissi per giudicare se un debito sia sostenibile o no si deve essere chiuso il compromesso sulle parole “margine di giudizio sufficiente”, sufficientemente flessibile per tutti.

Qual era il timore delle autorità italiane e in cosa consisteva con tutta probabilità il fallito tentativo olandese? Nel rendere oggettiva la valutazione di sostenibilità (una certa soglia di rapporto debito-PIL?) avrebbe potuto portare alla dichiarazione automatica di insostenibilità del debito italiano, oltre che alla negazione del prestito richiesto. Un problema certo. Eppure, un problema fino ad un certo punto. Non va dimenticato che tale dichiarazione di eventuale insostenibilità avverrebbe solo dopo una richiesta del Governo italiano di concessione di un prestito. Quindi, in assenza di richiesta, nessuna valutazione di sostenibilità o meno. Non vi è dubbio tuttavia che se tali valori oggettivi di insostenibilità fossero stati comunicati pubblicamente e fossero stati significativamente vicini all’attuale livello del debito pubblico italiano avrebbero ben potuto scatenare un attacco speculativo sulla mera base semantica di cosa sia un debito insostenibile per Commissione europea e BCE. Così comunque non sarà e merito va reso alla nostra delegazione per averlo evitato.

E dunque? Avendo scongiurato il pericolo, ed essendo tutto apparentemente come prima, perché la grande polemica politica?

Da alcuni è stato ricordato come la riforma preveda come, in casi eccezionali, “si prende in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni sotto forma di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Tradotto: se non sei ritenuto sostenibile e quindi non hai ottenuto un prestito come previsto dall’articolo 13, puoi ancora sperare in un prestito del MES a due condizioni: che rinegozi il debito con i creditori e che accetti un programma di austerità gestito dall’Europa (la c.d. Troika).

Questa clausola ha fatto apparentemente gridare grandemente all’allarme, sostenendo come sia di fatto capace di accelerare la sfiducia nel debito pubblico italiano e di causare una sua crisi, autorealizzando le aspettative dei mercati di un fallimento delle nostre obbligazioni.

Eppure non se ne capisce il perché. Prima di tutto perché questa previsione era … già contenuta nel precedente Trattato approvato nel 2012. Secondo poi perché, per chiedere un prestito al MES, che ragiona come un organismo bancario, o lo si fa come ente il cui debito è sostenibile (e lo si ottiene) o lo si fa come ente il cui debito è insostenibile ed allora è evidente che per prestare il MES richieda che tale debito torni … sostenibile e nella sua ottica i due modi più ovvii sono: a) verificare che hai ristrutturato il debito con i creditori e quindi devi loro meno soldi e b) verificare che ti impegni a fare politiche di bilancio austere in futuro.

Ma questa semplice deduzione porta anche ad un altro punto evidente: l’Italia non ha nessuna convenienza a ricorrere al MES. Quando, Presidente del Consiglio, Mario Monti ricordò con orgoglio di non avervi fatto ricorso, diceva al contempo una cosa esatta ma anche lapalissiano, proprio perché l’Italia dal ricorso al MES non può trarre, mai, alcun giovamento. Non avrebbe nessun senso ricorrervi quando le cose vanno bene, ovviamente: chi va a chiedere un prestito quando non ne ha bisogno? Ma non ha senso nemmeno ricorrervi quando le cose vanno male: quando le cose vanno male non solo devo ristrutturare le cose col settore privato (cosa che avrei fatto comunque visto che le cose vanno male) ma devo pure sottomettermi ad una cura di cavallo della Troika, in termini di maggiore austerità, per avere accesso al prestito? La Grecia ha dimostrato, col suo decennio di terribile crisi post-Troika, che questa via non è percorribile. Tanto vale ristrutturare il debito e essere libero di effettuare politiche di crescita o comunque politiche con maggiore autonomia e democrazia interna.

Tanto rumore dunque per nulla? Non esattamente. La polemica sul MES ci ricorda che, sia nel 2012 che nella proposta di riforma del 2019, esso rimane (al di là dei suoi discutibili aspetti di non accountability rispetto alle istituzioni politiche, europee e nazionali) uno strumento inerentemente anti-europeo perché anti-solidale. Perché? Semplice. Quando serve un prestito? Quando si è in difficoltà, ovviamente. Ma, nel caso del MES, quando si è in difficoltà come l’Italia a causa delle politiche di austerità europee che hanno fatto aumentare il rapporto debito-PIL del 20% in questi ultimi anni, cosa avviene? Si viene dichiarati insostenibili, il prestito è negato e vengono rafforzate quelle politiche di austerità che hanno generato la mia insostenibilità di partenza. Ci si aspetterebbe che se le politiche dell’austerità, che abbiamo attuato seguendo le richieste europee, non abbiano funzionato si venga in nostro aiuto, e invece no, si viene ancor più messi in difficoltà.

Il MES, invece di essere strumento di solidarietà interna è una mera banca. E, come si sa, non si possono fondare unioni sulla base di rapporti bancari, ma solo su basi di solidarietà. Questo almeno era quello che pensavano i padri fondatori dell’Europa che ne sapevano qualcosa delle ragioni per costruire un’Europa unita e solidale.

Eppure non può sfuggire, a livello politico, la grande occasione che può essere la riforma del MES per l’Italia. A fronte di una richiesta di una sua firma sul solito MES, l’Italia può coraggiosamente minacciare il suo veto a meno che non siano finalmente rimossi i vincoli austeri alle politiche fiscali in Europa, chiedendo la concessione della golden rule sugli investimenti pubblici in deficit. Il messaggio è chiaro: l’Italia accetta il principio di no bail-out secondo il quale non sarà aiutata dal MES quando in difficoltà ma, a fronte di questa accettazione, richiede che le sia concessa – non solidarietà ma – autonomia nelle sue politiche di bilancio (rispettando comunque un deficit del 3% del PIL tutto dedicato esclusivamente a investimenti pubblici). Spetterà all’Italia convincere i mercati che tali manovre portano, come portano se fatte bene, ad un abbassamento del debito pubblico via crescita economica, quella che è mancata negli ultimi 15 anni a causa delle errate politiche europee.

Un do ut des che potrà salvare non l’Italia, sia chiaro, ma l’Europa tutta.

2 comments

  1. ???
    >Eppure non può sfuggire, a livello politico, la grande occasione che può essere la >riforma del MES per l’Italia

    Non mi pare che sia così… nessuna condizione al si, nessuna negoziazione, zero di zero… (qualcuno ha detto così…gualtieri e pure conte),.
    Quindi di cosa stiamo parlando?

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  2. Ebbene se il MES è antieuropeo, perché mai si dovrebbe fare uno scambio se comunque per noi è o inutile o dannoso. In cambio di cosa? Di flessibilità che comunque aggraverà inevitabilmente i parametri alla base MES? Una volta qualcuno dovrà chiudere gli occhi e votare contro. Che sia utile votare contro lo dimostra l’audizione di Gualtieri, tutta incentrata sulla minaccia che l’Italia non può essere l’unica a dire di no. Hanno paura, mi pare!

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