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Costruire la Casa Europea a forza di costruzioni

Oggi il mio pezzo sul Sole 24 Ore.

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E’ passata sui giornali troppo in sordina, rispetto all’importanza che ha avuto per tastare il polso a un segmento decisivo dell’economia e della società italiana, l’Assemblea annuale dei costruttori edili.

E non tanto per le proteste dalla platea che hanno portato il Presidente del Consiglio Conte, intervenuto a chiudere l’evento, a promettere di rivedere l’ennesima assurda incombenza, questa in capo sia alle imprese che alle stazioni appaltanti, prevista dal DL fiscale del versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori dipendenti impiegati nei lavori, da farsi secondo quanto previsto direttamente da parte del committente. Fischi che costituiscono un sintomo di un disagio più profondo rispetto all’ennesimo governo che, dal 2011 a oggi, non è riuscito a dare una soluzione al dramma del crollo del settore, che trascina con sé il Paese. Una crisi che colpisce sia i piccoli imprenditori edili (più che quei pochi grandi in difficoltà a cui viene inspiegabilmente riservato un trattamento di favore, con il Progetto Italia, come ha ricordato il Presidente dell’ANCE Buia) che i tanti lavoratori del settore stesso, in una morsa che spiega perfettamente cosa è avvenuto in Italia dal 2008 ad oggi.

Un settore, quello delle costruzioni, con più di 500.000 occupati in meno dall’avviarsi della crisi – in gran parte lavoratori che hanno conseguito al massimo la licenza media (-37,7%), seguiti dai diplomati (-11,6%) e dai laureati (-1,8%),  in cui la percentuale di perdita di lavoro è più accentuata nel Meridione, con la maggiore flessione in termini percentuali dei giovani occupati dove si perde in nove anni oltre la metà degli addetti (-55,6%) –  che non è soltanto rappresentativo della forma che ha assunto questo decennio di stagnazione italiana e dei suoi conseguenti sommovimenti politici, ne è la vera e propria causa. A tale proposito stupisce ampiamente, anche alla luce del fallito impatto sulla crescita del Paese – certificato dalle stesse previsioni triennali sul PIL della già defunta colazione gialloverde – che si sia voluto prediligere una misura come il reddito di cittadinanza per venire giustamente incontro alla crescente disuguaglianza di questi anni di crisi ad una ben più meritevole ed efficace specifica politica di investimenti pubblici nelle costruzioni che avrebbe avuto il merito di generare crescita ed occupazione proprio là dove se ne sentiva più il bisogno.

Ma le cose non paiono volgere al bello nemmeno con questa nuova coalizione giallorossa. Al di là del fatto che i provvedimenti presi sinora a riguardo dell’accelerare la celerità della realizzazione delle opere non paiono andare nella giusta direzione – dimostrazione eloquente ne è quella che il Presidente Buia ha definito l’idra a sette teste costituita dalle ora sette strutture che a vario titolo dovrebbero occuparsi di sbloccare le infrastrutture e che dopo più di un anno non sono nemmeno operative – a preoccupare maggiormente è che i maggiori stanziamenti per gli investimenti pubblici continuano a non trasformarsi in erogazioni di liquidità per i cantieri.

Sarebbe miope continuare a sostenere che ciò avviene perché “non sappiamo spendere” (anche se lo spaventoso blocco del turn over che in questi anni sta colpendo specialmente il Meridione non può non giocare un ruolo) o a causa del “contenzioso amministrativo” (che riguarda per il biennio 17-18 solo l’1,5% complessivo dei bandi di lavori, secondo i dati del Consiglio di Stato): no, è evidente che sono le regole europee che limitano la possibilità per l’Italia di effettuare deficit maggiori (anche quando contenuti entro il 3% del PIL) a spiegare il crollo costante degli investimenti pubblici di questo decennio e la mancata ripresa attuale, malgrado i maggiori stanziamenti dedicati proprio a questi.

Che siano i vincoli a mordere si vede anche in fase di stanziamento: se il Governo annuncia a gran voce un apprezzabile grande piano di investimenti sostenibili di 55 miliardi e poi aggiunge “per i prossimi 15 anni” (dunque poco più di 3 miliardi l’anno in media) e poi aggiunge ancora che per il 2020 se ne stanziano solo 690 milioni (l’1,1%) è evidente che il problema è l’oggi ed i vincoli europei che sull’oggi vanno ad incidere. E sia chiaro: quei 690 milioni, 0,033% di PIL, una briciola rispetto a quanto necessario, saranno i primi a saltare ed a essere bloccati nel momento in cui si dovesse notare che mancano le risorse per raggiungere quel deficit del 2,2% di PIL sciaguratamente promesso all’Europa.

Perché sciaguratamente? Perché è evidente ormai anche ad un bambino che il famoso motto clintoniano “it’s the economy, stupid!” che il Presidente americano usò per rammentare a tutti che è l’economia a trainare i risultati politici, sia quanto mai attuale per riassumere lo stato di ebetudine in cui poggiano i nostri leader nazionali ed europei, che nel distruggere l’edilizia italiana e gli investimenti pubblici ad essa connessi non stanno solo distruggendo le tante costruzioni utili ai cittadini, ma la costruzione della casa più importante di tutte, quella Casa Europea che avevamo sognato con i Padri Fondatori alla fine della seconda guerra mondiale per dare un futuro di pace e prosperità alle future generazioni del nostro continente. E’ soprattutto per questa casa che dobbiamo fare presto, prestissimo, rilanciando il ruolo degli investimenti pubblici e acconsentendo ora e non in futuro remoto, la golden rule che riserva il 3% del Pil ad essi acconsentendo ad un deficit dello stesso ammontare.

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