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Forti coi deboli, deboli coi forti: la cifra del nuovo Governo

L’articolo di Dario Di Vico sul Corriere, uno dei pochi giornalisti attenti a quel tesoro italiano che sono le piccole imprese ha il merito di ricordare come “i Piccoli di fronte al rallentamento dell’economia reale scoprono di aver bisogno di una politica orientata al «per» e non la trovano”, nemmeno, cosa clamorosa, con questa coalizione, in teoria ad essi molto sensibile.

Di Vico fa male a non ricordare esplicitamente come questa politica orientata al “per” ha un suo strumento nobile, di programmazione, il c.d. “disegno di legge per le PMI”, da presentare obbligatoriamente ogni 30 giugno alle Camere dal 2011 (grazie alla famosa legge detta “Statuto delle imprese”) e finora sempre scandalosamente “dimenticato” dai vari Calenda e predecessori al Ministero dello Sviluppo Economico, prede facili delle grandi imprese mentre le PMI, a Via Veneto, sede del Ministero, non le hanno mai fatte entrare, nemmeno dalla porta di servizio, riempiendosi la bocca della parola di moda del momento, le c.d. “start-up”, quota parte infinitesimale delle PMI.

Ma questa programmazione, ecco la sorpresa, l’hanno evitata anche i giallo-verdi! E si è visto, come fa notare De Vico, nel caso del decreto dignità, dove bisognava pensare prima in piccolo (mai fatto!) e poi complessivamente prima di scrivere la legge, e dove il confronto con le rappresentanze delle PMI avrebbe dovuto essere intensissimo (non risulta), molto più che per le grandi, più capaci di ammortizzare con altri strumenti, quali l’internazionalizzazione, la maggior rigidità introdotta con la norma.

La cifra che appare è quella di un Governo forte coi deboli, incurante delle loro lamentele e dei loro problemi. Come tutti i Governi passati. Ma c’è di più.

Forti con i deboli, deboli con i forti.

Perché c’è un’altra programmazione che è clamorosamente sfuggita di mano ai giallo-verdi: quella quinquennale del Documento di Economia e Finanza (DEF), dove ancora a giugno il Governo avrebbe potuto coraggiosamente andare all’attacco dell’Europa e delle sue stupide politiche contabilistiche dell’austerità, fissando per i prossimi 4 anni il deficit al 3% dl PIL. Era un’Europa debole quella di giugno, fatta di una Merkel debole ed una Commissione in scadenza, che poco avrebbe potuto dire di fronte ad un piano a 4 anni che rispettava il Trattato di Maastricht ma rifiutava la logica della convergenza al bilancio in pareggio dell’idiotico Fiscal Compact. E? E questo Governo è invece l’unico, di mia memoria, che non ha ancora avuto il coraggio di elaborare il c.d. piano programmatico, anche’esso, come il disegno per le PMI, obbligatorio per legge, facendo finta di approvare quello che DEF non è, il mero tendenziale per gli anni a venire, numeri comunque costruiti dal… precedente Governo di centro sinistra!

Che occasione persa da Di Maio e Salvini! Oggi non aver voluto programmare sull’onda del voto un Piano A rende molto più difficile che a fine di settembre, quando si porterà in Europa la Nota di Aggiornamento al DEF (DEF che non c’è, sic!),  si possa giungere al deficit al 3%, che avrebbe permesso molte più politiche espansive a vantaggio della nostra economia. L’aver parlato solo e soltanto di Piano B ha generato critiche e incartato la coalizione in una posizione negoziale difensiva, da pari a pari con la Commissione europea, ed è praticamente certo come  non si riuscirà a spuntare nulla di più di un 2% di deficit su PIL per il 2019, con il solito profilo di convergenza austero per gli anni successivi: numeri incapaci di aiutare l’economia, perché basteranno solo a mantenere l’IVA dove già sta oggi senza alzarla: bel risultato!

Un governo incapace di programmare? Forse. Ma, più probabile, perché se avessero voluto avrebbero potuto, un Governo forte coi deboli, le PMI, e debole coi forti, la famosa Europa che tanto aveva spavaldamente attaccato.

Uno scenario gattopardesco, ma che pena.

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