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Fiscal Compact: cambiare (ancora) si può, e si deve

Oggi su Affari e Finanza inserto di Repubblica l’articolo di Paolo De Ioanna e del sottoscritto.

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A valle del pacchetto di proposte della Commissione europea sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria (tra cui il recepimento del Fiscal compact nell’ordinamento comunitario con una Direttiva) la domanda giusta è forse questa: esiste oggi un vero spazio negoziale? Uno spazio per una autentica discussione sugli effetti prodotti dal quadro fiscale in vigore negli ultimi anni e per una sua revisione?

Il Fiscal Compact, l’accordo internazionale che negli ultimi 5 anni (integrandosi con i regolamenti in vigore) ha reso impossibile per gli stati membri dell’Unione più in difficoltà economica di far fronte alla crisi con il sostegno tradizionale della domanda pubblica, non entrerà nel sistema dei Trattati europei, come pure era auspicato dalla parte più austera dell’Europa. Soprattutto l’Italia ma anche la Francia ed il Portogallo, avevano chiarito senza equivoci che non erano disposti a questa operazione che peraltro richiede l’unanimità: dunque metodo, fonti e contenuto andavano riesaminati, come previsto dall’art. 16 del Fiscal.

Il clima in Europa è cambiato. Nel 2012 l’inserimento del criterio dell’equilibrio strutturale nella Costituzione italiana è stato da chi scrive valutato come un grave “eccesso di zelo” non dovuto e molto discutibile, in termini sia giuridici che economici. La formula “della Direttiva” potrebbe invece forse favorire una reale discussione politica. Nel Consiglio europeo il Governo italiano si è presentato con un documento di sistema che agisce per linee interne anche sulle regole di bilancio in vigore: più flessibilità e previsione di fondi di bilancio pluriennali per investimenti aggiuntivi, netta contrarietà alla possibilità di deferire ad un organismo tecnico, anche nazionale, la valutazione del rispetto delle regole quantitative e la decisione su tempi e modi delle misure di rientro. Continua quindi la strategia italiana di discussione critica della concreta applicazione delle regole fiscali austere senza tuttavia affrontare direttamente il tema di una loro revisione mentre la proposta della Commissione sembra invece assorbire i vincoli del Fiscal, pur delegandoli ai singoli Stati membri e collocandoli in un quadro pluriennale, recependo in più l’idea tedesca di attribuire agli Uffici di bilancio nazionali il controllo del rispetto delle regole.

Ogni decisione è stata rinviata agli Eurosummit di marzo e giugno 2018. La partita è ora posta su un piano tutto politico dove il punto di equilibrio oggi dovrebbe venire da una intesa franco-tedesca dopo la formazione di un governo in Germania. Lo strumento della Direttiva, che prevede l’intervento del Parlamento europeo, apre forse qualche spazio aggiuntivo di mediazione anche se appare molto difficile, nell’attuale equilibrio delle forze politiche europee, un cambio sostanziale della rotta austera verso lo sviluppo e gli investimenti, con una reale potenzialità di sollievo anticiclico dell’economia.

La natura apparentemente istituzionale della crisi europea spinge a ricercare soluzioni sul terreno della ingegneria ordinamentale: cooperazioni rafforzate tra stati e maggior potere agli organi che esprimono una sintesi comunitaria e non intergovernativa. E tuttavia se si mettono a fuoco i temi più significativi intorno a cui si è aperto il confronto, in vista di una ripresa del negoziato sull’integrazione, ci sembra chiaro che la natura economica e strutturale delle questioni emerga in tutta la sua pervasività. Ci sembra che nessun congegno istituzionale esprima in sé una reale capacità di sciogliere i nodi del presente, in particolare quello dell’assenza di un meccanismo che garantisca che le crisi economiche, come quelle che ci hanno appena attraversato in maniera devastante, possano essere gestite in modo soddisfacente, offrendo tempestive soluzioni al disagio dei giovani e dei più deboli. Chi scrive è convinto che mai come in questo momento l’interesse italiano, anche e soprattutto sul piano economico, coincida con una prospettiva di graduale ma chiara revisione del contesto regolativo, a partire dal Fiscal compact, revisione che va affrontata insieme all’ESM.

Questa potrebbe essere una concreta e realistica base di lavoro intorno a cui raccogliere quelle forze che ritengono la legittimazione democratica e una certa condivisioni dei rischi nella solidarietà l’unica strada per dare respiro in questa fase storica al processo di integrazione europea. L’Italia ha l’opportunità, con una posizione trasparente di principio ma al contempo nettamente europeista, di rendere il progetto continentale più sostenibile: una responsabilità che andrebbe premiata alle prossime elezioni per chiunque la sosterrà chiaramente ma che dovrebbe essere subito assunta dal governo in carica indicando nettamente la necessità di rivedere le regole attuali e le linee rosse che non si possono superare. La palla è tornata alla politica e la partita va giocata con realismo ma senza subalternità.

One comment

  1. Le proposte in campo sono conosciute :
    Macron : istituzione di un ministro delle finanze UE e trasformazione dell’Esm in Fondo monetario europeo
    Il primo responsabile della coerenza e sostenibilità budgettaria e fiscale, il secondo (opportunamente ricapitalizzato) come sostegno ai paesi in difficoltà durante le crisi.
    Schaüble : trasformazione dell’Esm in Fondo monetario europeo con poteri di correzione e sanzione verso le politiche degli stati meno « virtuosi ».
    Oggi non sappiamo se tale suggerimento sarà ripreso dal nuovo governo tedesco ma possiamo sperare che la posizione sarà meno drastica e più costruttiva…
    Draghi: sostiene l’idea del super ministro nel quadro di una maggiore integrazione politica e di una gestione del debito – pubblico e bancario – in cui l’Esm (anche se non citato esplicitamente) potrebbe giocare un ruolo motore.
    …e l’Italia ?
    …nessun reale peso politico a parte le eterne discussioni sul calcolo dei parametri per ottenere maggiore flessibilità….

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