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3% ed euro: la sola ricetta vincente

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 ore.

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“La posizione del governo è netta e unanime. Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro.” Erano necessarie, attese e fondamentali le parole pronunciate dal Ministro dell’Economia Tria al riguardo della posizione della coalizione giallo-verde sulla permanenza nell’area valutaria comune.

Vedremo ora cosa avverrà allo spread. Se questo non muterà, attestandosi al nuovo livello strutturale superiore ai 200 punti base non è assolutamente detto che l’intervento del Ministro non sia stato fondamentale: in assenza di esso avremo facilmente potuto toccare nei giorni a venire una quota stabilmente sopra i 300. Rimane tuttavia il problema di come far entrare lo spread sotto quota 100 e quindi di quali siano a tal fine non solo le condizioni necessarie, ben affrontate da Tria, ma anche quelle sufficienti.

Non vi è dubbio che parte dell’incertezza dei mercati che si riflette sui nostri tassi sia dovuta alle domande che si pongono gli operatori sullo sforamento del deficit pubblico, potenzialmente molto ampio se vi includiamo tutte le proposte finora messe in agenda tra flat tax, investimenti pubblici, clausole di salvaguardia dell’Iva eliminate, esodati e reddito di cittadinanza, a seguito della prossima manovra finanziaria autunnale. Mentre ci si aspettava con ansia, a valle della decisione del duo Gentiloni-Padoan di uscire con un Documento pluriennale di Economia e Finanza con le sole grandezze tendenziali, di vedere subito pubblicato il piano programmatico a 5 anni, il Ministro ha reso invece noto nell’intervista come “i nuovi conti saranno presentati con la nota di aggiornamento del Def in settembre”. Ovviamente i mercati non possono aspettare così a lungo per conoscere nei dettagli la posizione fiscale di questo Governo, ed è quindi ovvio che, anche se non detto, Tria dovrà portare la posizione del Paese al riguardo della politica fiscale la prossima settimana all’Ecofin dei Ministri economici e finanziari, suo primo banco di prova, probabilmente decisivo per fissare i paletti della negoziazione futura.

Ma quale potrebbe essere una posizione capace al contempo di tranquillizzare gli alleati europei ed i mercati e soddisfare gli elettori della coalizione, proteggendo gli interessi nazionali? Partiamo dal tendenziale lasciato in eredità da Padoan: con le clausole di salvaguardia attive, il deficit su PIL passerebbe dallo 1,6% di quest’anno ad uno 0,8% nel 2019. Dando ormai per scontato, visti anche gli impegni pubblici presi da Di Maio, che l’IVA non aumenterà, il deficit 2019 sale di circa 1% (senza tener conto tuttavia di un positivo impatto sulla crescita economica di tale provvedimento), all’1,8%.

Visti i timori che circolano su sforamenti verso il 4 o 5% del PIL del deficit, se Tria presentasse a Bruxelles un DEF che bloccasse il valore del disavanzo al 3% per i prossimi anni, valore simbolico perché pari a quello ideato per il Trattato di Maastricht, il governo giallo verde avrebbe a disposizione un altro 1,2% di PIL, 20 miliardi circa, per manovre moderatamente espansive da subito, capaci di aiutare la crescita e soddisfare gli elettori. 5 miliardi per “agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”, 2 miliardi per i centri di impiego, 3 miliardi per un inizio di flat tax e 10 miliardi di quegli investimenti pubblici così correttamente richiamati dal Ministro Tria nella sua intervista sarebbero sufficienti. E’ probabile che la crescita che seguirebbe permetterebbe anche al debito su PIL di cominciare finalmente ad imboccare quella traiettoria discendente che con l’austerità non si è mai generata.

Restano infine aperte due domande.

La prima: e gli spread, cosa farebbero? E’ noto che gli spread seguono la Politica, e non viceversa. Un messaggio forte dall’Europa, guidata dalla Merkel e Macron, che l’Unione europea è vicina all’Italia in questo momento di difficoltà e che il 3% è un valore accettabile per ripristinare la crescita, genererebbe entusiasmo e fiducia che il progetto europeo ha un lungo futuro davanti a sé, contribuendo ulteriormente al miglioramento dei conti pubblici italiani e alla stabilità dell’area continentale.

La seconda: per quanto tempo andrebbe tenuto al 3% il deficit dopo il 2019? Il trend tendenziale previsto da Padoan indicava già ulteriori miglioramenti sensibili del deficit nel 2020: si genererebbero cioè spazi ulteriori per più investimenti pubblici e un rafforzamento della riduzione delle imposte, nonché l’avvio di una prima forma di reddito di cittadinanza senza sforare il 3%. Dal 2021, poi, ulteriori forme espansive di supporto all’economia verrebbero dai primi effetti di quella spending review che tutti auspichiamo possa avviarsi sin da ora, lasciando che i suoi primi effetti strutturali si possano effettivamente far sentire, realisticamente, entro due anni, permettendo al taglio degli sprechi e non più ad ulteriori deficit di finanziare gli aiuti all’economia.

Tutto questo il Governo dovrebbe portare subito, al prossimo Ecofin, sostenendo pienamente il suo Ministro dell’Economia: solo così potremmo sperare di avviare quel circolo virtuoso della ripresa economica, sociale e politica del nostro Paese e con esso dell’Europa intera.

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