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1, 2, 3 … stella!

Cittadini, imprese e non solo mercati attendono che si sciolga l’enigma: 1, 2 o 3? A che livello verrà ancorato nella nota di aggiornamento (che aggiornamento non è perché il DEF primaverile non contiene, incredibilmente, nessun numero programmatico) il rapporto deficit-PIL per il 2019?

1, 2, 3.. stella era il gioco di tanti bambini e bambine nella loro infanzia. In una variante inglese, si legge su Wikipedia, “si chiama red light, green light (“luce rossa, luce verde”), con evidente riferimento alle luci di un semaforo: in questa variante i giocatori possono muoversi dopo che il capogioco ha detto green light, ma devono arrestarsi immediatamente quando dice red light. Una variante aggiunge anche yellow light che può avere l’effetto di permettere di correre, oppure di non avere nessun effetto e lasciare invariato l’ultimo comando”. Che bel modo di sintetizzare metaforicamente la situazione attuale!

Chi è il capogioco? Potrebbero essercene in effetti due: Europa o Governo del cambiamento? A seconda della prospettiva che adottiamo cambiano i colori del semaforo, senza dubbio.

All’1% del deficit su PIL scatta la luce rossa del Governo e quella verde europea: è la pillola avvelenata lasciata dal Governo Gentiloni-Padoan in un DEF tendenziale, quello dello scorso aprile, che prometteva conti che convergevano rapidamente al bilancio in pareggio, come richiesto (luce verde) dall’Europa, tramite maggiore austerità basata stavolta sulla clausola di salvaguardia dell’aumento dell’IVA. Una proposta appunto da luce rossa per questo Governo, e a ragione: come non dimenticare che sono state queste politiche richieste dall’Europa a portare il nostro debito-PIL in pochi anni a salire dal 116 al 132%, malgrado o anzi proprio a causa della riduzione dei deficit, ed a lasciare il nostro Paese con un livello di crescita del PIL minimale, pari a circa la metà di quello dell’area euro, anche quest’anno. E’ uno scenario, quello dell’1% a cui possiamo dare una probabilità del solo 10% di realizzarsi: troppi i rischi politici per questo Governo di vedersi parificato ai governi dell’austerità degli ultimi 5 anni, e non del cambiamento!

Lo scenario dominante – a cui diamo invece il 55% di probabilità di realizzarsi – è quello della luce gialla reciproca (in Italia ed Europa), del 2% di deficit su PIL, scenario intermedio in cui l’IVA non viene aumentata ma null’altro vien fatto, lasciando il Paese in un limbo di quasi stagnazione, che non riduce il rapporto debito-PIL né genera occupazione o crescita. C’è, implicito in questa scelta, certamente un rischio per i partiti al Governo che gli elettori si domandino che “cambiamento” possa mai essere quello di una politica del dolce far niente, ma c’è anche il vantaggio di non far irritare più di tanto un’Europa, sì debole, vista la distrazione delle prossime elezioni primaverili, ma comunque ancora capace di far scatenare i mercati con qualche casuale dichiarazione di un Commissario alla stampa. Va detto per onestà che il numero 2% nella Nota di Aggiornamento potrebbe ancora lasciare nei mercati, imprese e cittadini il dubbio che poi in fase di stesura autunnale di legge di bilancio questo venga sforato, ed è dunque anche possibile che gli spread non diminuiscano nemmeno, attendendo a quel punto i provvedimenti di fine anno.

C’è poi uno scenario di deficit al 3% di PIL (di più no, non avverrà mai), a cui diamo le residue probabilità, del 35%. Per il Governo del cambiamento è la luce verde, ed è probabilmente rossa per l’Europa. Esso prevede non soltanto il non aumento dell’IVA ma un 1% di PIL in più di risorse in deficit da ottenere sul mercato. Per farci cosa? Ecco che qui si apre un ulteriore scenario probabilistico. Al 90% ci par di capire che Salvini, Di Maio e Tria si spartiranno il “bottino”: 5 miliardi saranno dedicati ad una (mini) flat tax, 5 miliardi ad un (mini) reddito di cittadinanza e 5 miliardi ad un (mini) programma di investimenti pubblici. Non soddisfacendo nessuno, questi tre mini pacchetti saranno come zanzare che pungono l’elefante addormentato che è l’economia italiana, che continuerà ad avere quegli incubi pessimistici come per tutto il trascorso decennio, ignaro delle (mini) sollecitazioni e incapace di alzarsi e riprendere a correre assieme al branco già lontano degli altri partner europei. Diamo infine solo il 10% di probabilità all’unica mossa veramente capace di rimettere il connubio crescita economica e declino del debito pubblico credibilmente in auge: 15 miliardi tutti sugli investimenti pubblici, in piccole opere che ridiano speranza ed occupazione alle fasce meno istruite della popolazione, rimettano in sicurezza i nostri beni pubblici e contemporaneamente agiscano sul lungo termine, permettendo alle nostra imprese di recuperare quel gap di produttività che spiega il nostro ritardo di crescita, assieme all’austerità, di questo decennio.

E’ vero che questo disco verde interno sul 3% di deficit su PIL si scontra con la luce rossa dell’Europa al riguardo, ed è per questo che il Governo, per avere almeno un passaggio al giallo da parte di Bruxelles, deve mettere sul piatto negoziale una vera spending review, non fatta di disastrosi tagli lineari e congelamenti di spesa che fanno male anche ai più bravi e meritevoli nel settore pubblico, ma di tagli agli sprechi. Questa mossa avrebbe due benefici: uno esterno, rendendo l’Europa più propensa a consentire la manovra di 15 miliardi di investimenti pubblici (in fondo come dire no a più spesa a coloro che spendono bene?), l’altro interno, permettendo di trovare addirittura risorse addizionali, non in deficit, che consentirebbero di avviare anche flat tax e reddito di cittadinanza.

A quel punto, e solo a quel punto, l’Italia nel gioco dei semafori raggiungerà o supererà in termini di crescita il capogioco, l’Europa, per la prima volta da 20 anni a questa parte, da quando cioè nacque l’area dell’euro.

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