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La fine dell’inizio o l’inizio della fine? Brexit e la sconfitta UE

E così con Brexit un divorzio in piena regola ha avuto inizio: si è deciso sui soldi (i finanziamenti del Regno Unito (RU) alla UE), sulle proprietà (i confini), sui figli (i diritti dei cittadini UE e RU residenti in RU ed UE rispettivamente).

La stampa italiana (e immagino dell’Europa continentale) sarcasticamente sottolinea la sconfitta negoziale britannica, non rendendosi conto della gravità di questo suo (ennesimo) errore di valutazione.

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Ci sono due modi di analizzare quanto avvenuto ieri.

Il primo, utilizzando l’efficace espressione del Primo Ministro irlandese – “è la fine dell’inizio” –  che si concentra sull’(importante) dato di fatto che il processo di divorzio è avviato e si è evitato di arenarlo. Un’ottica di breve periodo con cui guardare alla Brexit, ma certamente legittima, dalla quale effettivamente l’UE sembra uscire abbondantemente vincente rispetto al RU.

In realtà non è proprio così. Per il Regno Unito le 15 pagine sottoscritte dalla Premier May un (solo) vantaggio evidente, ma essenziale, di breve periodo lo hanno: quello di dare certezze al mondo imprenditoriale britannico, permettendo dunque una ripresa o il mantenimento degli investimenti previsti. Generare garanzie sull’apertura delle frontiere irlandesi e, soprattutto, nei confronti dei dipendenti UE residenti nel RU si dimostrerà efficace economicamente e politicamente. Cittadini UE che potranno rimanere ed addirittura spostarsi al di fuori del RU per 5 anni e non perdere il loro status di residenti nel RU, aspetto questo essenziale all’interno di aziende globali, in cui la forza lavoro è costantemente in movimento, per non smettere di attrarre capitale umano di qualità.

Ma rimane il fatto che sia l’Unione europea ad aver stravinto la causa di separazione: portando a casa tutta una seria di successi per i prossimi 5-8 anni, in particolare sia sul finanziamento britannico del budget UE fino al 2021 sia sulla protezione dei diritti dei residenti UE nel Regno Unito. E politici europei e giornalisti a deridere i britannici con cori di “avete visto?” oppure di “vi sta bene!”, nel tentativo di mettere paura a altri Stati membri che dovessero pensare di fare quanto ha osato fare il RU. Ma hanno ragione?

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No. Perché rimane infatti sempre l’altro modo di vedere Brexit: quello dell’“inizio della fine”, ormai confermata. Rimane cioè agli atti una vittoria notevole per tutti coloro che volevano la Brexit, e una sconfitta amara per tutti coloro che ad essa si opponevano.

Fanno male gli analisti continentali a non dare conto di come, certo non nel breve periodo, ma nel medio sì, i Brexiters portano a casa quanto voluto (o buona parte di ciò che era stato richiesto). In fondo il Regno Unito si riappropria dei propri tribunali (allontanando lo spettro della burocrazia UE), delle proprie politiche di immigrazione e si sgancia definitivamente da una costruzione pericolosa in termini di politiche fiscali come quella del Fiscal Compact, mai desiderato per il suo rigido approccio alle politiche di sostegno all’economia.

E’ così lineare e chiaro: il disagio profondo che era sorto nel RU in alcuni strati della popolazione, mai pienamente ascoltato a Bruxelles, ha portato a perdere un attore dell’Unione europea.

E che attore. Il Regno Unito non è un Lussemburgo qualsiasi, la sua visione pragmatica, se vogliamo a volte commerciale ed anti-burocratica, era un potente integratore di energie per un Continente troppo spesso preda di mancanza di dinamismo. E se chi oggi si dice veramente europeo deve solo ammettere che ieri si è firmato l’inizio della fine e la sconfitta di quell’Europa che abbiamo sognato, deve anche riconoscere che le nostre future generazioni saranno orfane di quell’Europa, che guarderanno al RU come noi oggi guardiamo agli USA, un alleato ma non un pezzo di noi. Siamo più deboli: è l’Europa delle diversità che da ieri è stata certificata come sconfitta.

E non interrogarsi sulle ragioni di questa sconfitta è preludio di altre, ecco il nuovo pericolo. Abbiamo altri confini tremolanti, come ad esempio la Polonia: vogliamo perdere anche lei, per mancanza di attenzione e di ascolto, come è successo di fronte al disagio britannico? Quanto ancora prima che tutto si dipani e misteriosamente finisca senza nemmeno avere avuto il tempo di chiedersi “perché”?

2 comments

  1. E’ indubbio ormai che la UE è irriformabile a causa della visione miope, prepotente, antidemocratica ed egoistica che hanno alcuni paesi dominanti. Essi vedono la unione più come un loro protettorato che come una unione di stati. Gli stessi trattati sono stati scritti inizialmente con il germe della sopraffazione dei forti rispetto ai deboli.

    Prima ci liberiamo di questa europa, prima forse ne potrà nascere una migliore. Questa è irriformabile, non migliorabile. inutile perderci del tempo aspettando che il nostro tessuto economico sia distrutto o comprato, che il nostro tessuto sociale sia strappato.

    Dovremo poi fare i conti con una classe politica che sapeva, ma non ha agito diversamente. Anche i conti con una classe tecnica (es. economisti) che avevano gli strumenti culturali e il dovere di avvertirci, ma non lo hanno fatto. Non tutti per fortuna, non tutti.

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  2. Eccellente, Gustavo. Senza contare che all’incirca 20 dei 45 miliardi stipulati non sono il costo della Brexit ma il costo di due anni di ritardo nella sua esecuzione.

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