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Il cannone spuntato di Draghi

La decisione di Draghi ha eccitato molti. In realtà è il segnale della disperazione di Francoforte per l’impotenza del suo cannone di politica monetaria contro una crisi che non se ne va e che umilia ogni giorno di più la BCE, sempre più incapace di raggiungere il suo obiettivo del 2% di inflazione nell’area euro. Finita la speranza che il commercio mondiale avrebbe ravvivato il continente, ci troviamo di fronte alle nostre miserie e siamo obbligati a prenderci delle responsabilità che speravamo maldestramente di evitare: finalmente il nemico bussa alle porte, non ci sono più scuse, bisogna guardarlo in faccia e combattere.

E Draghi fa il suo, per quanto possibile. Non tanto con la decisione di abbassare i tassi, né tantomeno con l’effetto a sorpresa di pagare queste banche se prestano, che altro non è che un (ingegnoso) modo di abbassare i tassi sotto quota zero. Queste misure aiuteranno un po’, quanto hanno aiutato in passato (cioè poco), a stimolare la domanda interna di investimenti privati che langue. In realtà se consideriamo che l’inflazione è diminuita ancora (e di tanto, inaspettatamente) l’abbassamento dei tassi nominali della BCE è in parte compensato dall’abbassamento dei prezzi per le imprese e dunque è unguento maggiore su una ferita che si allarga.

Piuttosto, Draghi spariglia con una frase, una piccola frase, alla fine del suo discorso. Una frase che di nuovo denota il coraggio della disperazione. Eccola qui: “infine, guardando avanti, tenendo in considerazione l’attuale scenario per la stabilità dei prezzi, il Consiglio della BCE si attende che i suoi tassi di interesse di riferimento rimangano all’attuale o a un minore livello per un periodo di tempo prolungato, e ben al di là dell’orizzonte temporale del nostro piano di acquisti di attività finanziarie nette”.

Ecco il messaggio chiave, un po’ sullo stile Fed americana, volto a influenzare l’unica cosa che può far ripartire a questo punto la depressa economia europea: le aspettative degli operatori. Draghi dice, urbi et orbi, legandosi le mani e legando soprattutto le mani della Bundesbank tedesca, che rimane sempre all’opposizione interna nella BCE, che da una politica espansiva, fino a quando l’inflazione non tornerà verso quota 2%, non si smuoverà. Il che significa che manterrà questi tassi anche a fronte di aumenti dei prezzi, promettendo dunque agli imprenditori tassi reali sui loro debiti sempre più bassi mano a mano che la ripresa dell’inflazione prenderà forza. Un incoraggiamento notevole, perché tocca i conti dell’azienda esattamente là dove deve: nei loro programmi di medio e lungo periodo, nelle tabelle Excel direbbe qualcuno, dei loro piani di investimento, abbattendo i costi del rischiare in maniera significativa.

Basterà? Non credo.

La battaglia è così ardua, il pessimismo o il timore di scommettere sul futuro così pervasivi, che anche sotto queste condizioni pochi se la sentiranno di rischiare. Anche perché l’alleato di Draghi nella battaglia se la dà a gambe levate e questo, ovviamente, dà baldanza proprio al nemico dell’Europa, il pessimismo. Quell’alleato si chiama politica fiscale, investimenti pubblici, che restano al palo perché in mano a Governi che non se la sentono di prendere l’ascia e combattere come Draghi. Certo quest’ultimo non si fa un favore quando alla fine del suo discorso compensa il coraggio di cui sopra affermando come “le politiche fiscali devono supportare la ripresa economica, ma rimanendo rispettose delle regole fiscali dell’Unione europea. La piena e coerente attuazione del Patto di Stabilità e Crescita è cruciale per mantenere la fiducia nella costruzione fiscale”.

Certo, è probabilmente il prezzo che deve pagare alla Bundesbank per potersi esporre sulla politica monetaria. Ma così mortifica il suo impatto positivo sulle aspettative degli operatori, confondendole, perché con una mano, di suo, dà e con l’altra conferma che l’Europa toglie: dare liquidità ma al contempo chiedere ai Governi di ridurre il loro sostegno all’economia riducendo i loro deficit pubblici è messaggio contraddittorio.

Questa contraddizione uccide contemporaneamente l’Europa e la mossa di Mario Draghi: Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta non cadde nell’errore, chiedendo non solo alla Fed di fare quello che Draghi dice oggi che farà con la politica monetaria, ma anche obbligandosi ad essere “fiscalmente irresponsabile”, promettendo cioè ai cittadini una politica fiscale dove la manona pubblica, ben visibile, avrebbe supportato a suon di appalti, le vendite del settore privato, riportando l’ottimismo necessario.

Se non vi piace Roosevelt perché lo trovate agé, accontentatevi del Premio Nobel Sims, che pochi anni fa ebbe modo di ricordare all’Europa cosa andava fatto da parte delle politiche economiche per risvegliare il Continente: “una politica fiscale espansiva oggi, senza un impegno a tagliare le spese, oggi o domani, o ad aumentare le imposte”. Facile? Mica tanto. Sempre Sims: “purtroppo la gente è molto convinta che questa non è la politica fiscale che abbiamo e che per averla dovremmo richiedere un cambiamento radicale nelle politiche e nei discorsi dei politici e delle banche centrali affinché questa gente si convinca che un cambiamento di questo tipo avverrà. Tutto ciò richiede un sistema politico capace di legarsi le mani nel tempo e di non modificare le sue promesse espansive, cosa difficilissima per i politici”.

Ecco, rispetto al discorso del 2014 di Sims una prima gamba per combattere nel viscido terreno europeo ora c’è: il discorso di Draghi va in questa direzione, di influenzare a lungo le aspettative. Adesso i Governi vigliacchi e maldestri facciano la loro parte, modificando la Costituzione europea, rovesciando il Fiscal Compact, e permettendo di sostenere credibilmente nel tempo la domanda pubblica come Draghi cerca di sostenere quella privata: se non la faranno non solo manderanno a casa Draghi, manderanno a casa il progetto europeo.

15 comments

  1. Marcello Romagnoli

    12/03/2016 @ 09:50

    E se passasse a finanziare a fondo perduto infrastrutture europee? Le infrastrutture servono e darebbero da lavorare a migliaia di imprese europee e a milioni di persone. La ricerca europea attraverso i bandi già esistenti? Basterebbe dire che regala 10 miliardi l’anno ai fondi di ricerca ed ecco che otterrebbe nello stesso momento di immettere liquidità nel sistema e dare impulso alla ricerca che è quella che crea vera crescita economica.

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  2. La crisi in atto non umilia affatto la BCE che da un lato continua ad agire tranquillizzando i mercati e dall’altro spazza via, uno dopo l’altro,gli ostacoli posti dalla BuBa.
    La crisi umilia semmai la dicotomia statutaria fra Francoforte e Bruxelles, la separazione fra politica monetaria e politica budgettaria in mano ai singoli paesi.
    La soluzione si trova ovviamente in una maggiore integrazione europea…

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    • Se lei avesse come obiettivo unico 2% di inflazione e da 5 anni dicesse che non vi sarà mai deflazione, e la deflazione arriva e lei sbaglia obiettivo in maniera così grossolana cosa è? Se lei non la vuol chiamare umiliazione non ho problemi. Ma è una clamorosa dichiarazione di incompetenza. Che sia incompetenza tecnica o politica è un bel dibattito da generare.

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  3. Grazie.
    La persona in questione ha certo un “obiettivo” di 2% circa ma “nell’ambito delle politiche economiche generali dell’UE miranti alla piena occupazione ed alla crescita economica” che al momento hanno fallito nel reciproco appianamento dei gap strutturali.
    Quanto alla questione “inflazione negativa” (come nel periodo maggio-ottobre 2009) o “deflazione”, sa bene che il dibattito teorico e “politico” resta aperto.

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  4. ANTONIO CECCANTINI

    13/03/2016 @ 12:19

    Condivido in buona parte il commento di Gustavo. Il punto è che la BCE utilizza la leva monetaria in suo possesso nel contesto economico e politico europeo attuale. Con tutti i difetti evidenziati ormai in questi anni. Draghi fa il suo lavoro e cerca di stimolare ed anche di provocare delle reazioni dei singoli Governi nazionali che sono politicamente troppo deboli od incapaci di coraggiose politiche fiscali e di investimenti pubblici sia per motivi di consenso interno che per vincoli legati all’ormai famigerato Fiscal Compact. Infine, non possiamo ignorare come siano cambiati i contesti economici mondiali e della minore influenza di una decisione di questo tipo, rispetto alla reale economia finanziaria che sposta ogni giorno ingenti risorse finanziarie da un Paese all’altro in base anche ad altri parametri o indicatori.
    In ogni caso, concordo in pieno sul fatto che la situazione non possa continuare così ancora per molto senza rischiare il fallimento formale e sostanziale del progetto dell’Unione Europea.
    Grazie per l’attenzione

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  5. Prof., il fatto che dopo diversi anni sta ancora qui a ripetere le stesse (giuste) cose evidenzia come gli stati non cambieranno le loro politiche fiscali.

    Provocazione: lei suggerisce maggiori investimenti pubblici. Se la BCE invece di comprare attivita’ finanziarie comprasse quelle reali?

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    • Qualcosa cambia Rudy, ma troppo lentamente. Se BCE compra non deve comprare stock di attività reali, ma comprarne di nuovi. Il che equivale a finanziare la spesa pubblica con moneta.

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  6. D’ora in poi la BCE potrà comprare bonds di imprese private, il che equivale a finanziare direttamente l’economia reale.
    Per i nuovi progetti, finanziati con fondi dell’Ue e investimenti privati, dovrebbe in teoria rispondere il piano Junker.
    La BCE al contrario non può e non deve finanziare nessuna spesa pubblica…

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  7. La BCE ha un obiettivo “totale” d’inflazione, include cioè gli elementi più volatili come l’energia e l’alimentare. Ora nella teoria macro, non c’è nessuna ragione di lottare contro contro un calo dell’inflazione dovuto a un crollo del prezzo del greggio (che al contrario costituisce uno stimolo positivo per il potere d’acquisto e quindi per la domanda). In nessun caso si dovrebbe assimilare take situazione ad uno schock deflazionista.

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    • Siamo in deflazione. Di stimoli alla domanda ne vedo veramente pochi nell’equilibrio generale. La deflazione non nasce quando siamo a -1%. Nasce quando ci avviciniamo a 0 dall’alto e soprattutto quando ci distanziamo così assurdamente dal target, formando le aspettative per il futuro declino. La colpa della BCE la ritroviamo in tutte le sue dichiarazioni degli ultimi 7 anni (dal 2009) in cui hanno sottostimato il problema. Qui si deve parlare di inflazione al 10% per poter sperare di poterla portare al 2%, tanto siamo incancreniti nel nostro pessimismo. Come fece FDR. Aspettiamo senza nasconderci dietro tecnicismi una svolta politica.

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  8. La BCE ha un obiettivo “totale” d’inflazione che include cioè elementi di estrema volatilità come l’energia e l’alimentare.
    Nella teoria macro non c’è nessuna ragione per lottare contro il calo dell’inflazione dovuto ad un crollo del prezzo del greggio che costituisce in sè un incremento del potere d’acquisto e quindi uno stimolo alla domanda.
    Tale situazione non dovrebbe in alcun caso essere assimilata ad uno schock deflazionista.

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  9. Scusi la ripetizione!
    La crisi ci ha insegnato che gli strumenti dell’economia classica (la curva di Phillips : minima disoccupazione-aumento salariale-aumento dell’inflazione) non funziona più né in USA, né in UK (con disoccupata 5%).
    Se Lei lega l’obiettivo d’inflazione all’energia (variabile incontrollabile ed estremamente volatile) può solo contare sul l’inflazione importata, legata cioè al calo dell’euro.
    Ciò che fa Draghi.
    La politica non può nulla contro la razionalità della teoria economica…

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    • La politica regna sovrana, la teoria economica è una barzelletta di fronte a questo mondo così complesso di cui non afferra che barlumi. Questo lo sa anche Draghi, per fortuna.

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