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Gli eroi della lotta contro la corruzione, in memoria di Giorgio Ambrosoli

Ieri eravamo a Pistoia, con i Viaggiatori in Movimento, dove abbiamo assistito alla proiezione del film di Michele Placido  “Un eroe borghese”, tratto dal libro di Corrado Stajano. Dopo di essa è arrivata la signora Annalori, moglie dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso nel  1979  di fronte alla sua abitazione a colpi di pistola di un sicario ingaggiato dal banchiere Michele Sindona, le cui banche erano state poste in liquidazione dal Commissario nominato dalla Banca d’Italia, Giorgio Ambrosoli appunto.  Dopo il suo discorso e di fronte a lei abbiamo avuto la possibilità di confrontarci sul tema dell’economia criminale e della corruzione. Riporto qui sotto quanto da me espresso in questa occasione.

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Quando ho saputo che avrei rivisto questo film, mi è tornato in mente in quale cinema e con chi lo avevo visto la prima volta. Questo solo per dire quanto la storia di Giorgio Ambrosoli sia viva dentro di me e credo dentro molti della mia generazione, in cui ha lasciato un segno nascosto e permanente.

Credo che dal film appaia con nitidezza come l’economia criminale si nutra di corruzione, il suo ossigeno principale, e come la lotta alla corruzione sia quindi  fondamentale per prevenirne la crescita. Avrete notato come il film giochi su questa apparente contraddizione: gran parte delle scene dove compare il personaggio di Sindona si svolgono all’aria aperta, mentre Bentivoglio e Placido (che interpretano Ambrosoli ed il Maresciallo Novembre  della Guardia di Finanza) sono quasi sempre ripresi nel chiuso di piccole stanze dove scartabellano centinaia di documenti contabili. Eppure, sono le scene con Sindona quelle piene di claustrofobia, sempre più circondato dal suo misero destino di sconfitto mentre dall’altra parte l’energia positiva, l’aria pulita sprigionate dal coraggio e dallo spirito civile animano nelle indagini i due servitori dello Stato.

Voglio parlarvi, prendendo spunto dal film, della lotta contro la corruzione e delle sfide che ancora oggi essa pone al nostro Paese. Cominciando, vi parrà strano, dalla frase di Stendhal che l’attrice Laura Betti pronuncia nel film (difendendo l’operato di Sindona): “l’onestà è la virtù della gente da poco”. Ho sempre amato il grande scrittore francese e non potevo credere  che questa affermazione fosse veramente sua, quindi ieri sera l’ho ricercata su Internet, trovandone conferma. Non solo, ne ho trovata un’altra, altrettanto sprezzante: «La passion dominante du sherif est de gagner de l’argent par des moyens honnêtes» (la passione principale dello sceriffo è quella di guadagnare denaro con metodi onesti).

Ho ritrovato in un testo di Giulia Oskian sulla rete una buona spiegazione dell’atteggiamento del romanziere: “Stendhal accoglie con diffidenza e disprezzo il diffondersi di questa morale che gli pare corrotta nella misura in cui pretende di rendere dei valori strumentali / valori prìncipi e perché sostituisce al nobile ideale della grandezza un ideale ridimensionato: la probità fine a se stessa.”

http://www.academia.edu/9118206/Lo_spirito_democratico_in_Tocqueville_e_Stendhal

Non la probità di Ambrosoli, ancorata alla grandezza di una coscienza civica, una piena coscienza, lui dice nei diari lasciati alla famiglia, di avere “operato solo nell’interesse del Paese”. Ma l’avvertimento così ben sintetizzato segna a mio avviso un monito potente al nostro modo presente di intendere la lotta alla corruzione: il rischio che corriamo in questo mondo pervaso di burocratici e pervasivi Piani Anti Corruzione, di adempimenti formali, è di quello creare quella che Leonardo Sciascia chiamava una “nuova classe”: quella dei professionisti dell’anti corruzione.

Lo comprende bene anche l’Ambrosoli interpretato da Bentivoglio, quando sottolinea che tutto è negli uomini e nei loro valori e non tanto o non solo nelle regole o le istituzioni: “la Banca d’Italia è fatta dagli uomini non dai muri!” esclama nel film richiedendo sostegno nel momento di difficoltà; ed al finanziere, in un momento di una forte vicinanza, riconosce come “non contano le divise, contano gli uomini che ci stanno dentro”.

Credo sia dunque utile partire da qui, dal porsi la domanda fondamentale: come sono questi uomini?  Per inquadrare al meglio la questione mi faccio aiutare dal Mito di Gige, citato nella Repubblica di Platone, dove si chiede di rispondere a questa domanda: “chi può evitare di fare del male ad altrui per il suo tornaconto se non/mal sorvegliato?”. Socrate risponde: “tutti, perché l’uomo sceglie sempre di fare il bene e se fa il male è solo per via di un errore “intellettuale“. La giustizia infatti dà un senso di felicità e di benessere a chi la compie”. Glaucone, recita convintamente l’opposto: “nessuno, perché l’ingiustizia da più soddisfazione che non la giustizia”.

Sorge spontaneo a questo punto chiedersi quanti sono gli uomini come li pensa Socrate: tanti? Pochi? Io credo che siano tanti. “La Mafia uccide solo d’estate” il film recentemente uscito con Pif racconta in maniera convincente la storia di un esercito di uomini che finalmente emerge nelle piazze della Sicilia per avviare una primavera di rinnovamento sociale nel nome del “mai più tolleranza per la Mafia”.

Certo, resta la questione di sorvegliare i malintenzionati, che esistono, fossero anche una minoranza come io credo. Perché la corruzione, come dice la parola, rompe in mille pezzi. Non volevo fare qui un discorso tanto da economista, ma ora mi si lasci dire che  - è vero – ci sono i numeri sulla corruzione (un po’ casuali a dir la verità, anche perché i dati veri sui reati di corruzione ancora non li abbiamo a disposizione, tema su cui potremmo aprire un ulteriore rilevante dibattito ) come i 60 miliardi di euro di tangenti Ma mi rendo conto: non scaldano molto il cuore. Colpiscono  - invece –  altri dati che ne misurano l’impatto, contandone i danni. Come quelli di due ricercatori brasiliani che hanno mostrato, dopo uno scandalo nelle scuole dei singoli stati brasiliani che ha colpito solo alcune amministrazioni, come i voti a scuola di portoghese e matematica in quegli stati non colpiti dalla corruzione fossero – a parità di tutti gli altri fattori – ben più alti che in quegli  Stati dove i fondi erano stati utilizzati per distrarli a favore “della moglie del sindaco” o dei suoi amici. Ecco, questo è un modo di misurare la corruzione che fa vibrare la nostra indignazione e ci mobilita . 

 

Come sorvegliarla? Concordo con Roberto Bartoli e le sue parole di pochi minuti fa: non con le pene, che arrivano dopo, troppo tardi ed il cui impatto è lieve per i potenti. Sì, con la confisca. Ma mi si lasci anche citare, per meglio inquadrare il mio scettiscismo al riguardo di considerare gli strumenti legislativi come “la soluzione”, seppure essi siano a volte funzionanti in altri Paesi, l’esempio significativo della legislazione sul testimone di corruzione, ancora ai nastri di partenza in Italia. Non parte per un motivo semplice: perché molti li chiamano ancora “delatori” e non “eroi” (parola consona al dibattito odierno su un eroe borghese), perché i giornali  cuciono loro addosso,  l’infelice appellativo di “corvi”. Perché non abbiamo avuto il coraggio di proteggerli con una legislazione apposita, blindandone la sicurezza futura, premiandoli con cifre di denaro atte a compensarli degli enormi stress e pressioni che riceverebbero nel caso di collaborazione con le autorità. Probabilmente la nostra cultura è ancora giovane per strumenti di questo tipo, probabilmente altri passi devono avvenire affinché il nostro legislatore abbia il coraggio di accettare, come non ha fatto  due anni fa quando ha rifiutato la proposta del Comitato di esperti nominato appositamente (di cui faceva a parte il mio collega giurista Bernardo Mattarella) di riservare il 20% della mazzetta scoperta al testimone di corruzione.

Ma per sorvegliare non vi è strumento più efficace che fare emergere l’esercito di buoni, un controllo sociale dall’impatto potente.  Come?

Vi è nella semantica della parola “sorvegliare” un altro afflato, più amorevole, quello che caratterizza il ruolo del maestro con l’allievo, del padre con il figlio, e che attiene al ruolo morale dell’esempio, così ben sintetizzato dalla risposta di Bentivoglio a Betti: “il vero Paese è quello che costruiamo con il nostro lavoro”. Ecco, ora vi assicuro che non ci siamo messi d’accordo, ma quando Roberto Bartoli intervenuto pochi minuti fa ha chiesto che Pistoia venga intitolato un Parco a Giorgio Ambrosoli, ho provato una grande gioia, perché sui miei appunti avevo segnato che la parola “costruire” mi portava ad utilizzare per quanto segue la metafora più appropriata che è quella del “giardiniere” e dell’albero che vogliamo far crescere con amorevole cura. Che richiede una triplice sfida.

La prima: quella delle radici. Un albero per essere forte ha bisogno di radici solide,. Le radici sono tanto più robuste quanto più sono  state curate. Il personaggio di Pif porta in braccio suo figlio appena nato, nei luoghi dove Palermo commemora la scomparsa degli eroi della lotta durissima degli anni ottanta e novanta contro la Mafia. Eroi come Ambrosoli. Che danno coraggio e certezza ad ognuno di noi. Di cosa significhi camminare nel giusto, di sapere che si può camminare nel giusto.

Ma non bastano radici forti, abbiamo bisogno di un giardiniere attento, coraggioso, competente perché quei frutti possano maturare e poi dar vita ad una foresta. E chi è il giardiniere? Ambrosoli lo aveva chiaro in mente. Siamo noi. Quando afferma nei suoi diari, spiegando perché aveva accettato l’incarico di Banca d’Italia, “è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese”, sminuisce forse un poco la sua vita, permeata di passione ed impegno civile. Perché in realtà i giardinieri sono impegnati ogni giorno nel loro lavoro di curatela del bello. Un lavoro durissimo, come ricorda Italo Calvino al termine delle sue Città Invisibili”:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti (ma così tanti non sono, vi ripeto, ma capisco l’artificio retorico di Calvino, NdR): accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Farlo durare, dargli spazio: il lavoro del giardiniere che spetta ad ognuno di noi per far crescere l’esercito che alla fine sconfiggerà la corruzione e darà slancio all’albero del nostro Paese.

Ma ci ingaggiamo in questa attività così minuziosa e amorevole non solo per sconfiggere, ma per vedere crescere il bello, lo sa bene il giardiniere. Se un albero ha radici forti è probabile che avrà germogli e frutti buoni. E qui è inevitabile per me ringraziare la Signora Ambrosoli per avere concluso il suo discorso menzionando i giovani, oggi presenti in tanti qui nella sala di Pistoia, come la leva vera per cambiare il Paese, i nostri germogli.

Il tema dei giovani era caro a Ambrosoli, nella sua accezione più diretta, quando ricordava, di nuovo nei diari, i suoi figli alla moglie: “abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa”.

C’è sempre un po’ di scetticismo, di mancanza di fiducia, nei nostri giovani. Ricordo un episodio menzionato nel mio blog, di qualche anno fa. Quando Mario Calabresi scrisse sulla Stampa: “ogni volta che incontro un gruppo di ragazzi di una scuola o universitari che si affacciano al mondo del lavoro faccio sempre la stessa domanda: «Se vi dico la parola futuro cosa pensate?». Non ce n’è uno che mi dia una risposta positiva, incoraggiante o colorata. Le parole che sento ripetere sono: «Paura, incertezza, precarietà». I più intraprendenti mi dicono che se ne vogliono andare all’estero, che fuggiranno appena sarà possibile.”

Interrogai i miei studenti in aula, non convinto da questa visione pessimistica del bravo direttore del giornale torinese. In aula per la prova intermedia a sorpresa, li ho sorpresi chiedendogli di scrivere accanto a nome, cognome e numero di matricola, una parola. Dissi loro: “scrivete cosa vi viene in mente alla parola FUTURO”. Ricevetti quasi trecento risposte. La maggioranza di queste positive. Ne cito alcune: universo , salvezza, infinito, ponte, cielo, astronave, lungo periodo, razzo spaziale, ciliegia, tempo, responsabilità, aspettative,  impegno, spazio interstellare, nuvola. E poi l’ultima, forse la più significativa. “paura ma forza “. Chiudevo scrivendo: “altro che fannulloni, altro che pessimisti. Teniamoceli stretti, questi giovani. Sarà una grande covata questa, specie se vorremo essere con loro, a ampliare le loro opportunità, ad assecondare le loro speranze, a tranquillizzare i loro giusti timori ed il loro concreto scettiscismo.”

http://www.gustavopiga.it/2012/car-calabresi-i-giovani-sono-bellissimi/

Saranno i germogli dei nostri alberi, saranno belli, cresceranno come frutti e i loro semi faranno crescere la foresta dei nostri alberi nel Parco Ambrosoli di Pistoia, Italia. Saranno l’esercito dei buoni del nostro Paese.

Grazie a Giorgio Federighi, per la sua preziosa amicizia.

2 comments

  1. Bellissimo e commovente pezzo, anche in ricordo di Ambrosoli perché dimenticare sarebbe un `reato’!
    Come è noto, inquietante la risposta di Gluacone: ma chi sta fra i giovani deve stare dalla parte di Socrate.

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  2. Paolo Labombarda

    09/03/2015 @ 12:58

    sì, Gustavo, quelli sono “eroi”.
    Penso siano “eroi” tutti quanti sono in grado di anteporre la “Comunità” a se stessi.
    Occorrerebbe escogitare una maniera per educare, formare degli “eroi”.
    E questo sembra abbastanza problematico: occorrerebbero dei Maestri “eroi”.
    Ce ne sono di Maestri “eroi” in vita?

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