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1 euro oggi per 100 domani? C’è chi rinuncia.

Non posso resistere. Devo tornare sulla legge delega del Parlamento al Governo per recepire la Direttiva sugli Appalti Pubblici, l’occasione determinante di quest’anno per una vera spending review, per influenzare come la Pubblica Amministrazione comprerà dal settore privato quell’enorme “quasi quinto” del PIL italiano, influenzando sia la domanda (via acquisti) che l’offerta (via indotta maggiore o minore produttività e innovazione del settore privato grazie a come e cosa compra il settore pubblico).

Prendo atto che anche il Premio Nobel Jean Tirole è sceso in campo su questa battaglia, indicando molte delle cose che chiediamo da anni (fa eccezione nel documento la scarsa attenzione alla protezione delle PMI stile Usa o Corea del Sud). Bene.

http://hdl.handle.net/1814/35680

Tra le altre cose che Tirole insieme al suo co-autore Saussier chiedono è di investire in una classe di acquirenti pubblici professionalizzata. Assolutamente.

La legge delega accenna a questo tema quando chiede: “razionalizzazione delle procedure di spesa attraverso criteri di qualità, efficienza, professionalizzazione delle stazioni appaltanti, prevedendo l’introduzione di un apposito sistema, gestito dall’ANAC, di qualificazione delle medesime stazioni appaltanti, teso a valutarne l’effettiva capacità tecnico-organizzativa sulla base di parametri obiettivi“.

Ottimo? Peccato che alla fine della delega leggiamo: “Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le autorità interessate provvedono agli adempimenti di cui al presente articolo con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.”

OK? Tutto chiaro? Certo: professionalizziamo ma senza metterci un quattrino e dunque senza rivoluzionare l’organizzazione, senza promuovere e remunerare coloro che lo meritano, come fecero quasi 10 anni fa i britannici alle prese con una classe di acquirenti pubblici che scappava verso il settore privato attratta da stipendi e benefici molto più alti. Con l’idea che bisognava investire (cioè spendere soldi per trattenere i migliori acquirenti pubblici) per trovare gli sprechi e risparmiare, e usare le risorse risparmiate per investire nell’economia: per ogni euro speso per un acquirente pubblico è plausibile pensare a 100 euro addizionali di spesa.

Ma no, i nostri burocrati che scrivono le leggi (a firma governativa) dimostrano che la rivoluzione nella qualità della Pubblica Amministrazione che sta caratterizzando il mondo intero e dando velocità al loro settore privato è estranea alle sensibilità del nostro Governo. Non abbiamo 1 euro oggi (“ce lo dice l’Europa”, che non è nemmeno vero) e quindi rinunciamo a 100 euro domani.

Auguri a noi.

5 comments

  1. Sono estremamnte soddisfatto che Lei, professor Piga, riconosca l’effettività della legge di Verdoorn e ammetta che la domanda genera la produttività dell’offerta. Per il resto non mi è chiaro, deficit personale dovuto al fatto che non riesco a seguirla quotidianamente, cosa intenda per qualità degli acquisti pubblici. Intende che siano più consoni ai fabbisogni per qualità e quantità, che siano meno onerosi, che addirittura modifichino le organizzazioni pubbliche fornendo beni e servizi innovativi e anticipatori rispetto ai fabbisogni conclamati? Nella mia struttura pubblica, ad esempio, alcune innovazioni informatiche hanno portato a risparmi sul movimento del personale sul territorio che al momento delle acquisizioni non erano prevedibili. Mi occupo anche io, in piccolo ma per cifre che alla fine aggregate assommano a qualche milione di €, di acquisizioni pubbliche e mi piacerebbe approfondisse nel dettaglio il concetto di qualità.
    La ringrazio

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    • Di fatto significa darsi degli obiettivi e di raggiungerli con una appropriata politica degli appalti pubblici. Intendo la capacità di spuntare minori prezzi alla stessa qualità, maggiore qualità a parità di prezzo, ecc. E qualità significa la quantità giusta, nel tempo giusto, innovando se del caso, aumentando la competitività del settore privato, con il desiderato contenuto di verde, di occupazione di individui o aziende svantaggiate ecc. E’ lunga.

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      • molto chiaro professore, ma a me sembra che la normativa sugli appalti pubblici tuteli soprattutto “il mercato”, l’ entità collettiva degli operatori economici, e non persegua se non in minima parte gli obiettivi da Lei indicati. Direi anzi che privilegia gli appaltatori “furbi” che, soddisfatti i requisiti che configurano il bene o servizio offerto, riescono comunque a fornire un prodotto scadente: la normativa li tutela oltre ogni limite. Nella mia piccola esperienza mi sembra che uno strumento molto utile per spendere bene potrebbe essere il dialogo competitivo, sarebbero gli operatori economici stessi ad indicare le vulnerabilità nelle richieste di offerta, ma, giustamente o no il dialogo competitivo spaventa.

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  2. Per questo motivo la PROFESSIONALIZZAZIONE DI MASSA è e rimane una chimera, mentre ha senso ciò che in tutto il mondo si fa (per prima la Corea e gli USA): poche ma qualificate stazioni appaltanti fanno gli acquisti importanti. Per gli acquisti “minori”, il rischio di fare danni (gare al massimo ribasso, clausole vessatorie, ecc.) ha effetti meno devastanti…

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    • Lei scherza. In Corea e Stati Uniti le stazioni appaltanti sono migliaia. Lei lascerebbero a tecnici la scelta di fare appalti senza che parlino con il territorio? Bingo!

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