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Nessuna clemenza per chi non vuole combattere come si deve la corruzione

Quanto spazio vi è per combattere la corruzione negli appalti pubblici in Italia oggi?

La corruzione è un fenomeno culturale, e solo lentamente può essere sconfitta cercando di prenderla direttamente per le corna, come si farebbe per un toro infuriato. Bisogna stancarla, farle il vuoto attorno, sfiancarla come farebbe un bravo torero.

A cominciare dai banchi di scuola, certamente, con i più giovani, avvicinandoli con intelligenza (e metodi d’insegnamento consoni all’età del ragazzo) alla pratica complessa ma essenziale di come gestire bene i conflitti d’interesse che affliggono ogni giorno le nostre vite e soprattutto quella dell’azione pubblica.  E troppo poco facciamo su questo, se paragoniamo gli sforzi in tal senso di altri Paesi, per esempio il Brasile, con i nostri.

Ma esistono mezzi per assetare e uccidere la corruzione che possono agire più rapidamente. Se solo ricordiamo che corruzione e collusione sono inseparabili, che l’una rafforza l’altra, come abbiamo detto mille volte su questo blog, sappiamo come agire: combattendo la collusione con infinita pazienza e determinazione.

Ma i ritardi italiani nel combattere la collusione sono tanti. Ancora maggiori sono quelli nel combatterli negli appalti pubblici, dove l’AGCM, l’Antitrust, ha avuto le risorse e la voglia in 22 anni di aprire solo 1 istruttoria l’anno in media.

E’ difficile combattere i cartelli perché i programmi di leniency (clemenza) per i membri del cartello (ovvero l’immunità ex-ante per coloro che si autodenunciano prima della conoscenza del fatto da parte delle autorità e le minori sanzioni una volta noto il fatto per chi collabora) in Italia hanno efficacia pressoché nulla. Basse sanzioni economiche in caso di condanna e bassa probabilità di essere identificato come membro di un cartello rendono ovvia la domanda: e perché mai chiedere clemenza? Tanto più che la storia dei risarcimento del danno per cartelli condannati parla di somme molto basse da erogare per i colpevoli.

I programmi di clemenza italiani sono poi troppo generosi con i secondi e terzi arrivati a denunciarsi, riducendo gli incentivi del primo ad auto-denunciarsi e rendendo dunque il cartello più stabile.

E i poveri whistleblower, le c.d. vedette civiche, le singole persone che denunciano un illecito di cui sono testimoni? Per carità, abbiamo un’esperienza pressoché nulla, visto che i premi sono praticamente inesistenti come la protezione prevista per essi. Nei cartelli degli appalti pubblici le cose si complicano ulteriormente se ci ricordiamo che in essi il cartello è reato (turbativa d’asta), ed il whistleblower sarebbe al riparo dalla sanzione amministrativa ma non penale.

Volete sconfiggere la corruzione? Credeteci o no, la soluzione è semplice: rafforzate l’Antitrust e datele esplicito mandato ed ampie risorse per individuare e sanzionare i cartelli negli appalti pubblici.

Grazie a Paolo.

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