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La BCE spiega come ridare speranza quando lei non può nulla

Ci voleva un (bravo) economista tedesco della BCE per formalizzare in modo intelligente ed elegante quanto andiamo dicendo da 2 anni e mezzo.

Che quando una economia, come quella europea, è in uno stato di profonda crisi di domanda aggregata, consumi e investimenti che languono, vicino alla deflazione, e dove dunque la politica monetaria di tassi d’interesse pari a zero diviene inutile per stimolare l’economia (lo ammette anche lui, malgrado lavori alla BCE) …. ci vuole che …. la politica sia affidata ad un politico lungimirante che spinga sulla leva della politica fiscale degli acquisti pubblici più di quanto non farebbe un politico poco lungimirante.

Chi è il politico poco lungimirante? Colui che non tiene conto dell’impatto delle sue politiche sulle aspettative degli operatori. L’Europa ne è piena. “Subdued willingness” – “volontà sottomessa” – è il termine significativo che utilizza Sebastian Schmidt, è questo il suo nome,  per quei politici che non riescono a vedere al di là del loro naso.

Schmidt mostra - in un saggio pubblicato da poche settimane proprio nei quaderni della BCE - come spingere sulla leva degli acquisti pubblici non soltanto ha un impatto diretto sull’attività economica, tirandola fuori dalle secche del declino, ma influenza le aspettative degli operatori economici che, più ottimisti sul futuro e con aspettative di maggiore inflazione futura, operano in un clima di tassi reali più bassi con relativo aumento di investimenti e consumi, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.

La soluzione sta dunque nel combattere questa recessione ora. Gli strumenti ci sono. Se i Governi che si sono succeduti in questi anni in Italia non hanno voluto usare la leva degli appalti pubblici con la scusa che appalti uguale sprechi (quando magari poi fanno battaglie dicendo che con loro non ci saranno più sprechi!) significa che non solo sono poco lungimiranti, ma che sono preda di una malattia ideologica contro tutto ciò che è pubblico che li abbaglia e conduce il Paese ed il suo settore privato al disastro.

Basta guardare al lavoro di Schmidt per quantificare il disastro della mancata leadership in un momento del ciclo così negativo: usando i dati della grande recessione statunitense del 2008-2010 possono arrivare a spiegare il 38% della perdita di benessere subita, perdita che potremmo evitare facendo ricorso agli appalti pubblici a sostegno delle nostre imprese (il doppio di quanti fatti nel regime normale).

Rimane solo una questione da rivolgere al bravo Schmidt: come mettere a capo della politica economica un leader lungimirante? Un leader che sappia comprendere che la soluzione non consiste nell’uscire dall’euro, oppure nello scrivere DEF austeri per soddisfare la Commissione europea, oppure nel fare fantascientifiche unioni fiscali? Schmidt non lo dice. Per noi la risposta è ovvia: con la politica.

29 comments

  1. Egregio Professore,

    seguo da parecchio tempo il Suo blog e ammiro la Sua battaglia contro l’austerità che è causa dell’avvitamento della crisi. Tuttavia non riesco a capire come non si veda che l’austerità sia la DIRETTA conseguenza di una moneta unica nata (intenzionalmente) male e che è (intenzionalmente) ben lontana dall’essere riformata attraverso le soluzioni politiche che Lei auspica. Non c’è alcuna possibilità di trovare soluzioni politiche oggi se la MENZONGNA continua a guidare la politica! Non possiamo permetterci il lusso di aspettare 100 anni per vedere realizzati gli Stati Uniti d’Europa se questo OGGI costa (intenzionalmente) morte, povertà e disoccupazione. Chi oggi può riuscire a convincere la Germania (in meno di 100 anni, possibilmente) che il riagguistamento non può essere fatto cadere solo sui paesi periferici “debitori”? Glielo diciamo fra un mese alle elezioni europee? E come facciamo a dirglielo? Visto che le EUROPEE NON SONO LE POLITICHE, io credo che l’unico modo sia questo: http://goofynomics.blogspot.it/2014/04/le-europee-istruzioni-per-luso-il-mio.html
    Con stima

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    • Grazie del messaggio e della stima.
      Ho letto il post di Alberto e non posso essere d’accordo con alcuni punti chiave del suo ragionamento.
      Le europee non sono le politiche? E perché mai? Da un lato è ovvio, dall’altro è ovvio che non sia così. “Qual è lo scopo del gioco delle europee? Cominciamo col dire quale non è lo scopo del gioco. Non è quello di scegliere chi ci governerà in Italia.” STIAMO SCHEZANDO?? Ancora non abbiamo capito che è l’Europa che comanda l’Europa e che dunque le europee sono le politiche?? E proprio Alberto dice questo?
      Bah.
      Ribadisco, Claudio Borghi ha un grande merito: aver centrato la vera questione che non è la baggianata (con tutto il rispetto) del nome del pezzo di carta euro-lira, ma la questione dei confini nazionali. La scelta della Lega è la scelta di chi dice: i miei confini sono quelli dell’Italia. I miei confini sono diversi, sono quelli dell’Europa. Giusto battersi per i propri confini e la loro sopravvivenza. Ad ognuno dunque la sua strategia.
      Ecco perché mi sono candidato con i liberali democratici di scelta europea: perché propongono un modello alternativo di Europa dentro l’Europa. Come fa Tsipras, dal quale però mi divide la poca attenzione al valore, a mio avviso essenziale, della libera impresa.

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      • Grazie della risposta, che mi sollecita due domande:
        1) in quanto tempo Lei pensa che, seguendo la vostra strategia, potremo vedere un “modello alternativo di Europa dentro l’Europa”?
        2) che tipo di modello sarà? Se per Lei “le Europee sono come le politiche”, non mi sembra ci siano i presupposti per un’Europa diversa da quella di oggi in tempi brevi visto che le formazioni politiche che si riconoscono in “Scelta €uropea” sono le stesse che hanno votato senza batter ciglio Fiscal Compact e MES: http://siamolagente.altervista.org/chi-ha-votato-mes-fiscal-compact-e-pareggio-di-bilancio/.

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        • In quanto tempo. Non penso sia la domanda giusta. Il tempo che ci vorrà e che gli enormi ostacoli alla giusta soluzione permetteranno. Ma le aggiungo: non si pensi che “uscendo dall’euro” lei ha guadagnato tempo, ne ha perso. Perché si farà imporre semplicemente maggiore austerità dalla costruzione europea per dimostrare che tiene l’inflazione sotto controllo, come avvenne con Giuliano Amato dopo l’uscita dallo SME. Il nemico è l’austerità ottusa: se non combatte quella, tutto il resto sono capri espiatori che ci fanno perdere tempo rispetto al vero nemico, che permarrà dovessimo uscire dall’euro.
          Lei ha ragione sul punto 2, in tempi brevi non si fa nulla e non mi illudo di risolvere io con la bacchetta magica il problema dentro un partito fatto da componenti così eterogenee. Ma risolvo due problemi: comincio a scendere dalla cattedra e incontrare persone vere, cosa che mi fa bene al cuore ed alla mente e non mi chiudo a priori dentro coalizioni anti-euro o pro-fiscal compact (la prima cosa che ha fatto Tabacci di Centro Democratico che partecipa a Scelta Europea su nostra richiesta è stata chiedere all’allora Presidente Letta una “moratoria” sul Fiscal Compact. Notevole, le assicuro). In altre parole, sto bene dove sto, anche se non sto nel migliore dei mondi, che non vedo rappresentato là fuori. Poi vedremo, tanto per ora era dovuto a me stesso ed a noi stessi come Viaggiatori: è ovvio che poter spingere la nostra posizione politicamente è una precondizione per raggiungere il migliore dei mondi.

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          • Egregio Professore, io penso che Lei sia animato dalla voglia di fare qualcosa di buono per il nostro Paese e per l’Europa. Le auguro che questa nuova avventura, consentendoLe di “scendere dalla cattedra e incontrare persone vere”, riesca davvero a “farLe bene al cuore ed alla mente”. Parallelamente, vorrei potermi augurare che questa nuova avventura possa fare bene anche a tutti noi cittadini italiani ed europei. Putroppo non mi sento così fiducioso, per due ragioni.
            1) La prima è legata alla scelta dei compagni di viaggio. Non mi fraintenda: ognuno è libero di scegliere i compagni che vuole (e spesso non tutti si possono scegliere) e ogni scelta merita assoluto rispetto. La mia perplessità riguardava solo la coerenza tra la Sua inossidabile militanza “anti-austerity” e il sostegno diretto o indiretto che molti suoi compagni di viaggio hanno garantito a misure “pro-austerity”. Riguardo a Tabacci, la sua richiesta a Letta di moratoria sul fiscal compact è stata sicuramente una “notevole” iniziativa. Lo sarebbe stata ancor più se Tabacci si fosse anche preso la briga di votare in Parlamento contro quel provvedimento imbecille. Ma ha ragione Lei, guardiamo avanti, dopotutto il fine giustifica i mezzi, o almeno i compagni di viaggio.
            2) La seconda è legata ai contenuti della proposta, in particolare alla finalità dichiarata (eliminazione dell’austerity) e ai suoi tempi di realizzazione. Partiamo da questi ultimi. Mi sorprende che per Lei il “quanto tempo” sia irrilevante. Questa crisi ha un sacco di morti sulla coscienza, uniti un numero di poveri e disoccupati mai visto dal dopoguerra ad oggi. Per quanto tempo dovremo sopportare questi numeri o, peggio, vederli crescere? Non penso che ” Il tempo che ci vorrà e che gli enormi ostacoli alla giusta soluzione permetteranno” sia la risposta giusta. Spero per Lei che gli elettori disoccupati condividano il Suo orizzonte temporale.
            Arriviamo alle finalità del progetto, l’eliminazione dell’austerità. Ovviamente la fine dell’austerità migliorerebbe la situazione e farebbe ripartire la crescita ma…non risolverebbe i problemi che sono alla radice della crisi, che come Lei sa meglio di me è una crisi di bilancia dei pagamenti e di debito “estero” scoppiata all’interno dell’Eurozona. Quindi la fine dell’austerity farebbe ripartire l’import e i deficit di bilancia commerciale dei PIIGS, a meno che non venga controbilanciata da deflazione interna massiccia (il vero obiettivo delle politiche di austerity è questo) o da trasferimenti crescenti dalla Germania verso la periferia dell’Eurozona (o via aumento del loro import o via trasferimenti diretti). In entrambe gli scenari la crescita rimarrà un miraggio e il rischio concreto è quello della deindustrializzazione del nostro paese. Il ritorno ad una flessibilità valutaria potrà ridare ossigeno al nostro apparato industriale fatto di PMI (che non si sostengono solo via appalti pubblici ma anche e soprattutto con un governo adeguato della politica valutaria). Io non credo che il ritorno ad una valuta nazionale accresca la necessità di austerità perchè, come dice Lei, ” ci si farà imporre semplicemente maggiore austerità dalla costruzione europea per dimostrare che tiene l’inflazione sotto controllo, come avvenne con Giuliano Amato dopo l’uscita dallo SME”. Infatti, l’inasprimento monetario (politica monetaria restrittiva) e fiscale (patrimoniale di luglio + manovra finanziaria del mai dimenticato Amato nel 1992) avvennero PRIMA e in CONCOMITANZA dell’uscita dallo SME, e NON DOPO (http://goofynomics.blogspot.it/2012/09/per-maggior-chiarezza.html). Dopo l’uscita, i mercati se ne sono fatti una ragione (anche senza Renzi)! Inoltre, ci fosse anche maggiore austerità (cioè avremo la gamba fiscale ingessata) potremo almeno correre con l’altra gamba, quella valutaria (come è stato nel 1992). Oggi siamo mummificati! Se proprio vogliamo guardare quali furono gli effetti dell’austerità nel 1992 guardiamoli. Eccolì qui: http://goofynomics.blogspot.it/2013/03/anni-buttati.html. Ovviamente uscendo dall’Euro non avremo finito di risolvere i nostri problemi. Ma avremo sicuramente inziato a farlo. Dopotutto, Professore, questa “baggianata (con tutto il rispetto) del nome del pezzo di carta euro-lira” sembra che un minimo di senso ce l’abbia anche se è stata sostenuta da un manipolo di simpatici burloni (http://goofynomics.blogspot.it/2011/12/euro-una-catastrofe-annunciata.html) non trova?

          • La cosa si fa interessante. Mi piace la sua analisi sul punto 1.
            Sul punto 2. Certo che lei ha ragione, conta essere veloci. Ma le cose non saranno mai più veloci di quanto non lo consente la creazione di un consenso politico al riguardo: volevo semplicemente dire che non ci sono soluzioni magiche.
            Il problema alla radice della crisi, a mio avviso, è una solo: la mancanza di meccanismi di solidarietà compatibili con l’interesse di ogni singola nazione (meccanismo che ovviamente non è la lira). La fine dell’austerity non farebbe ripartire i deficit commerciali, come ho detto spesso perché: a) l’aggiustamento più forte dovrebbe venire dalla germania b) gli appalti hanno una bassissima propensione all’importazione.
            Di nuovo sottolineo l’errore di Alberto: ci furono due manovre di Amato. La seconda, la più forte, avvenne dopo l’uscita. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_Amato

  2. Antonello S.

    26/04/2014 @ 10:39

    “Rimane solo una questione da rivolgere al bravo Schmidt: come mettere a capo della politica economica un leader lungimirante? Un leader che sappia comprendere che la soluzione non consiste nell’uscire dall’euro, oppure nello scrivere DEF austeri per soddisfare la Commissione europea, oppure nel fare fantascientifiche unioni fiscali? Schmidt non lo dice. Per noi la risposta è ovvia: con la politica”.

    Sarebbe una risposta perfetta se purtroppo oggi non avessimo la consapevolezza che Italia la politica viene gestita (e forse lo sarà per anni) dalle cosidette “larghe intese”, cioè da quel coacervo di importanti partiti che possono fare e disfare quel che vogliono in questo Paese, grazie al sostegno di media sussidiati, di Istituzioni garanti controllate da organizzazioni sovranazionali e da apparati oliatissimi finanziati da grandi lobbyes internazionali.
    Il risultato più eclatante di questa situazione, lo troviamo evidenziato nella situazione greca, dove un Paese condannato alla morte civile viene mantenuto in coma farmacologico da quella stessa politica che poi, per bocca dei suoi servitori si espresse all’epoca declamando i fantastici successi dell’Euro e che invece oggi, ancora più cinicamente, ci fa notare come nonostante tutto il popolo ellenico rimane contrario all’uscita dall’Eurozona o meglio, dall’autoritario sistema politico ed ideologico che la controlla.

    Quando tempo pensa che possa occorrere perchè una buona politica possa affermarsi in Europa, sconfiggendo quelle forze che appoggiano di fatto in Italia le larghe intese?
    Secondo me troppo, rispetto alla nostra condizione attuale.

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    • In effetti è dura, per molte delle ragioni da lei indicate e altre ancora.
      Interessante che anche lei, come Faldrigh, mi chiediate “quanto tempo”. Domanda a mio avviso irrilevante, ma è rilevante rispondervi, lo faccio insieme alla risposta a Faldrigh, grazie.

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  3. Marcello Romagnoli

    26/04/2014 @ 11:25

    Io capisco che l’idea di Europa unita è molto affascinante, ma per vederla realizzata occorre che tutti siano d’accordo ad andare nella stessa direzione superando assieme le difficoltà di unire tanti paesi diversi. Purtroppo c’è un nucleo di questi, capitanati dalla Germania che hanno progetti egemonici se non distruttivi nei confronti di altri. Giusto ieri su ilsole24ore un articolo stigmatizzava l’opinione di Jürgen Stark per il quale la deflazione fa bene all’economia dei paesi europei. Essere un inguaribile ottimista più essere un grave errore

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  4. Pierfrancesco Pierangelini

    26/04/2014 @ 15:21

    Sono perfettamente d’accordo con lei, la crisi dell’eurozona è una crisi della politica ,purtroppo al momento le persone lungimiranti mi paiono in minoranza, forse la quasi certa affermazione dei movimenti populisti no euro potrebbe essere il momento di un cambiamento o almeno lo spero. Grazie comunque per i suoi interventi sempre molto lucidi.

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    • @Pierfrancesco

      Sono d’accordo, è restata solo la speranza di un’affermazione dei movimenti populisti sapendo che si sarebbe potuto fare di meglio solo lo si fosse voluto, ma le bandiere con un coniglio bianco in campo bianco sono poco efficaci, è una cosa che si dovrebbe sapere.

      Mi chiedo tra l’altro quanti lettori di questo blog si sentano pronti a votare per una lista che propone come capolista il signor Michele Boldrin.
      “Temo” non moltissimi…

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      • E’ vero che con Boldrin ci lega “solo” l’attenzione alle piccole imprese ed agli sprechi, cose comunque non da poco. Ma “speranza di affermazione populista” ? Alla faccia degli ossimori.

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        • No professore, la mia speranza è (era) che di fronte all’affermazione delle politiche di austerità dell’Europa tecnocratica, la borghesia media e medio-alta (quindi piccoli e medi imprenditori legati al territorio, professionisti, soprattutto intellettuali) avrebbero capito di trovarsi a un bivio della loro esistenza come classe rendendosi conto che la loro sopravvivenza dipendeva dall’assumersi il ruolo di classe autenticamente dirigente del proprio popolo (ad esempio in nome dei valori di uguaglianza della Costituzione).
          Non una semplice e banale leadership ma un ruolo fondato sulla comprensione del fatto essenziale che la democrazia, che permette alla borghesia di esistere, sussiste esclusivamente con un popolo che riacquista consapevolezza e voglia di partecipare in nome di certi valori e ideali fondanti che oggi hanno bisogno di essere fatti rinascere e di essere riadattati al periodo storico.
          La mia idea era che si potesse arrivare a un movimento politico interclassista che si proponesse di rivedere i rapporti sociali fra le classi e i rapporti di lavoro in nome appunto di principi, di ideali e non solamente di produttività e competitività, non riducendo strumentalmente le questioni complessive “politiche” alla somma aritmetica dei singoli problemi di governance.

          Questa crisi, a mio fallibile avviso, è una minaccia per la democrazia stessa prima che per l’economia, quindi ritenevo che l’obiettivo imprescindibile fosse il risveglio politico dei cittadini.
          Mi auguravo potesse succedere nel miglior modo possibile e cioè attraverso una presa di responsabilità da parte di chi ha le competenze tecniche e linguistiche per farlo, attraverso una crescente voglia di informarsi, attraverso il dialogo fra le forze sociali che fino ad oggi non si sono mai volute veramente confrontare se non in termini di meschina contrattazione di profitti e salari.
          Non è successo e non succederà principalmente per miopia congenita della classe media e medio alta che è stata costruita proprio con il preciso intento di servire da contenimento delle pretese delle classi subalterne e che quindi centra tutto il suo senso di classe borghese nel mantenimento della sua rendita di posizione; ma va detto che anche da parte delle classi meno agiate c’è una chiusura e una incapacità di andare oltre il proprio interesse particolaristico che rendono impossibile la speranza di sviluppi politici più evoluti.

          Per chi come me ha come ideale massimo il riscatto democratico del popolo, oggi in balia di élites cosmopolite spietate e anti democratiche (vedi i discorsi della JP Morgan sulle Costituzioni anti fasciste), non resta che il populismo grillesco, della Le Pen e di Farage ossia il risveglio del popolo che si trova costretto a dover fare tutto da solo, come sempre abbandonato e tradito dalla sua borghesia, che almeno è riuscito a ricreare fra i cittadini un embrione di rabbia e voglia di darsi da fare in nome di ideali (per quanto non raffinatissimi, a volte).
          In termini più espliciti, di fronte alla mancanza di iniziativa di chi “avrebbe potuto” non resta che l’opzione di rovesciare il tavolo e poi si vedrà cosa succede.

          P.S.: Il punto chiave non è se Grillo farà o meno un grande risultato ma se lo farà la anche Le Pen.
          Quello che succede in Francia poi succede in Europa e se ho ragione si vedrà che per non essere stati un minimo “appassionati” prima non si riuscirà a essere un minimo “razionali” dopo.
          Tra breve avremo modo di discuterne tutti su questo blog basandoci su elementi concreti e non su supposizioni.

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          • E’ un non sequitur, Marco, la sua conclusione rispetto all’interessante elaborazione terminata da nota pessimista e sconsolata che non condivido.
            Al di là del fatto che la Francia è la Francia da sempre e la Le Pen è destinata con tutta probabilità a sparire tra non più di 10 anni (inutile scommettere, vedremo), il popolo non farà nulla “da solo” per se, se guidato da populisti.
            Un’ultima cosa: il termine “popolo” in latino viene da “mettere assieme”. Populista, nella sua accezione positiva, è chi mette insieme borghesia e non borghesia. Non esiste un popolo fatto di popolo da una parte e di borghesia dall’altra. E non è solo quello che credeva lei, è quello che credo io.

          • Premesso, a proposito della sua profezia sulla Le Pen, che in dieci anni c’è tempo per due guerre mondiali e mezzo (e che in questo momento per borghesia intendo la classe media e medio alta legata al territorio) mi interesserebbe molto un commento dei lettori del blog a questa sua frase:

            “Non esiste un popolo fatto di popolo da una parte e di borghesia dall’altra”

            Aspetto di vedere i Viaggiatori andare a parlare nelle fabbriche, nei centri sociali e con gli esponenti dei movimenti (quelli che vanno in piazza, intendo).

          • Non ci siamo capiti. Dicevo che l’etimologia della parola popolo fa riferimento al suo auspicio, che lei certifica come da archiviare. In piazza ci vediamo a giugno, dopo le elezioni, per il referendum.

          • No prof, avevo capito benissimo, per questo ho chiesto cosa ne pensavano i lettori.
            Una cosa sono l’etimologia e il concetto sui quali “si deve” essere d’accordo, un’altra le implicazioni che si attribuiscono alle idee e le modalità di metterle in pratica (uno dice in buona fede che sta facendo di tutto mentre nell’ottica dell’altro non si sta muovendo affatto).

            Dopo giugno cominciate coi referendum; non crede che una grande battaglia portata avanti in comune fra forze diverse (voi, movimenti di sinistra sociale, eventualmente i grillini e altri) potrebbe essere il primo passo verso una coalizione interclassista cioè l’occasione di un dialogo prolungato fortificato da un concreto impegno comune sul campo?

            Se sì, pensa che sia sia necessario prospettare una nuova visione dei rapporti sociali e di lavoro e in che termini secondo lei?

            L’errore sarebbe proporla come una lotta per imporre una semplice misura economica che conviene a tutti mentre sarebbe più lungimirante investirla di un carattere ideale di ribellione a un sistema e a una mentalità.

          • Vediamo dunque. Lei sa bene che sogno una società che abbia un settore pubblico “importante” qualitativamente e quantitativamente, effettivamente a sostegno di cittadini e imprese. Ho a cuore un sistema che tuteli le piccole imprese e che sia impermeabile alle pressioni delle grandi imprese, che sostenga i talenti e combatta i soprusi dei despoti e della criminalità organizzata. Un sistema che sia solidale con i deboli – in carcere o fuori – cercando di dargli pari possibilità e un lavoro decoroso, e non solo un reddito, in cambio del loro impegno a restituire qualcosa alla loro comunità.
            A queste condizioni, non a parole ma nei fatti, io dialogo con tutti.

        • Proviamo a guardare il problema da un punto di vista diverso e meno generale.
          Lei vuole fare un referendum contro il Fiscal Compact ossia una proposta che nasce intrinsecamente interclassista (in soldoni, fa comodo a “tutti”: PMI, “borghesia” fatta di professionisti e intellettuali ma anche a famiglie, lavoratori, precari e studenti).
          Lei sa anche però che questo “tutti” è lontanissimo dall’essere un’entità coesa con obiettivi comuni e anzi il conflitto sociale, dal punto di vista “locale”, verte disastrosamente proprio sulla irrisolvibile competizione fra queste classi.

          Ad esempio Paolo Ferrero (che non voterò) è da molto tempo che propone il suo stesso referendum

          http://web.rifondazione.it/home/index.php/prima-pagina/3340-vogliamo-il-referendum-sul-fiscal-compact

          ma come sa non è riuscito a ottenere nessun tipo di adesione e impegno concreto nemmeno all’interno del suo stesso ambito politico.
          E’ evidente quindi che per gli scopi dei Viaggiatori, per non ripetere l’esito del tentativo di Ferrero, sarà necessario sensibilizzare aree politiche che attualmente si percepiscono in acuto contrasto se non come veri e propri nemici.

          A mio avviso è un errore delimitare rigorosamente fin da adesso il campo delle condizioni alle quali è ipotizzabile una collaborazione inedita quanto essenziale; sarebbe meglio al contrario illustrare, con un certo calore, perché questo referendum conviene a tutti indipendentemente dalle differenze di impostazione politica, cosa che non ha fatto Ferrero e che non sta facendo lei.
          Ferrero letteralmente “non può” nominare le PMI e lei non può nominare i lavoratori, costringendosi a perifrasi come “i giovani”, “i talenti”, “i deboli”.

          In generale qualsiasi progetto politico che si prefigga un cambiamento di paradigma (l’abbandono dell’austerità, un diverso ruolo dell’Europa, maggiore solidarietà fra Stati e al loro interno fra le classi, o anche la lotta al “virus della finanza malsana” – per riprendere il suo ultimo post) potrà realizzarsi solo con un equivalente cambio di paradigma politico che preveda (che inventi) una nuova collaborazione fra settori sociali.
          In nome di cosa precisamente si possa realizzare questa nuova collaborazione lo si potrà capire bene solo dopo che si sarà instaurato e sviluppato un dialogo fino ad oggi inesistente; l’occasione eccellente – da non perdere – per questo dialogo secondo me può essere proprio la battaglia per il suo referendum contro il Fiscal Compact.
          Il rischio, inevitabile, di una mancata apertura a un intenso dialogo, è che la proposta di referendum venga intesa come una sorta di appropriazione da parte di chi la inoltra con tutto un corollario di diffidenze tribali e distinguo di ogni genere da una parte e dall’altra che porteranno all’inaridimento della spinta potenziale del progetto.
          Il vantaggio è che si tratta di una proposta buona per tutti per cui collaborando non ci si sbilancia troppo, a patto appunto di impostare l’impegno nel quadro di uno sforzo di reciproca conoscenza e non solamente di raggiungimento di un scopo privato; mesi di banchetti e riunioni, che vadano o no a buon fine, lasciano il segno e non sarebbero mai tempo buttato ma anzi un capitale investito che darà certamente qualche frutto interessante e imprevisto.
          Per di più gruppi come i grillini o la sinistra sociale (apertamente contro il Fiscal Compact) hanno un potere di mobilitazione che vi farebbe molto comodo.

          La invito a riflettere su un punto che ritengo interessante. Lei scrive:

          “spero il voto europeo, che farà capire (si spera) ai tedeschi che rischiano di perdere tutto se salta l’euro.”

          Per analogia è esattamente quello che sto dicendo da un po’ di tempo nel suo blog: la “borghesia” media e medio alta si deve rendere conto che “rischia di perdere tutto” se, tralasciando di instaurare un nuovo dialogo con le altre forze sociali, “fa saltare” quella possibilità di intervento politico che è possibile ormai solo tramite la collaborazione con chi ha sì interessi diversi o a volte contrastanti, ma si trova drammaticamente sulla stessa barca.

          Quindi, sempre a mio modesto avviso, invece di piantare paletti (cito: “A queste condizioni, non a parole ma nei fatti, io dialogo con tutti”) sarebbe molto più efficace un appassionato appello alla collaborazione sostanziato da un invito a dialogare sul web e in qualche riunione dove si chieda esplicitamente quali sarebbero le “condizioni degli altri”, per impostare un lavoro insieme sul referendum da lei proposto. Non si tratta di rispettare o meno quelle condizioni; i reali punti di convergenza, quelli che contano davvero, usciranno fuori e saranno comprensibili solamente dopo che si sia instaurato lo scambio di idee.

          Ho verificato sul web che in alcuni settori della sinistra (non tutti, esistono chiusure preconcette fortissime da tutte le parti) e forse fra i grillini, esiste una disponibilità al dialogo e al lavoro in comune proprio nello specifico del suo referendum contro il Fiscal Compact ma, ripeto, è un potenziale che si realizzerà solo se qualcuno farà il primo passo di interessarsi in maniera approfondita al punto di vista altrui.

          Il suo referendum è importantissimo e per di più è accettabile anche da chi si impunta con ostinazione sull’uscita dall’euro; è un passaggio intermedio oltre il quale le diverse vie possono comodamente dividersi ma che si pone su un tratto di strada che si può percorrere uniti con tutta una serie di sicure ricadute positive, in termini di conoscenza sul campo, delle possibili modalità concrete di progettualità politica, aspetto fondamentale per un movimento come i Viaggiatori.

          Personalmente posso parlarne nei vari siti su internet e forse (forse) convincere qualcuno (non è molto, me ne rendo conto, però se si comincia altri si uniranno nel tentativo), ma certamente non posso basarmi su mie deduzioni sulla vostra reale disponibilità; quella è una cosa che dovreste dichiarare voi esplicitamente e invitando altri gruppi a un confronto diretto sul tema.

          Che ne pensa?

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          • Marco in questo periodo mi devo preoccupare se concordo con molti dei suoi punti argomentati con calma e precisione?
            Su una cosa voglio precisare: il testo e l’obiettivo del referendum è stato discusso, con convinzione, con associazioni dei lavoratori. Saranno, spero veramente, con noi quando gireremo l’Italia per ottenere le firme.

          • Quali associazioni?
            I sindacati confederati?
            È già qualcosa ma occorrerebbe interessarsi a organizzazioni e realtà sociali che non riescono a sentirsi incluse in nessun discorso politico, economico, redistributivo etc ma la cui adesione e partecipazione costituirebbe un notevole salto di qualità verso il dialogo fra classi che fino a oggi hanno concepito i loro rapporti solo in termini conflittuali.
            Non è detto invece che non possano esistere obiettivi in comune, per esempio di certo esistono nemici in comune e potrebbe essere utile dirlo.

            Sulle preoccupazioni mi permetta di credere che le sue maggiori fino adesso sono state riguardo al non entusiasmante senso di responsabilità e entusiasmo dimostrati da alcune di quelle persone da cui lei si aspettava un’adesione più fattiva e meno focalizzata sul proprio particulare.
            Mi sbaglio certamente quindi scelga lei di cosa preoccuparsi.

  5. Proseguo qui sotto perche sono finite le possibiltà di reply ai miei post precedenti.
    Mi scuso per l’insistenza, ma nell’ultima risposta, Professore, ha centrato due questioni cruciali. Lei dice che “la fine dell’austerity non farebbe ripartire i deficit commerciali, come ho detto spesso perché: a) l’aggiustamento più forte dovrebbe venire dalla Germania b) gli appalti hanno una bassissima propensione all’importazione”.
    Le domande sono:
    a) quali sono gli argomenti che pensate di utilizzare per convincere la Germania ad aumentare le sue importazioni dai paesi PIIGS? Chiaramente escludendo la componente legata alla eventuale “delocalizzazione” (colonizzazione?) della loro produzione in Italia dopo averci fatto fare deflazione interna. Quest’ultima non mi sembrerebbe una grande prospettiva per ovvie ragioni.
    b) in tema di appalti faccio un atto di fede: è Lei il Maestro. Quindi concordo al cento per cento sulla bassa propensione alle importazioni degli APPALTI (qualche dubbio tuttavia potrebbe venirmi, visto che le gare devono essere europee, comunque faccio un atto di fede). In ogni caso, non sono affatto convinto che rimanga bassa anche la propensione alle importazioni degli APPALTATORI. Penso che gli imprenditori continueranno volentieri a muoversi con il loro ultimo modello di auto alamanna per andare a sottoscrivere i loro contratti di appalto. Che incentivo avrebbero a scollare le loro terga dai sedili Audi, BMW, o Mercedes? Ovviamente questo è solo un esempio. Il punto è che si potrà (forse) controllare la destinazione della spesa pubblica, ma non certo la destinazione del reddito privato da questa generato e della conseguente spesa per consumi da esso indotta.

    Grazie davvero per l’attenzione.

    PS: Appunto, le “manovre” di Amato nel 1992 sono state due. La prima è stata fatta a Luglio sotto forma di patrimoniale notturna sui conti conrrenti. La seconda, di 93 mila miliardi di lire, ci è stata servita a Settembre, una settimana dopo l’annuncio dell’uscita dallo SME. Formalmente è stata successiva (di una settimana!) all’uscita dallo SME. Sotanzialmente è stata contestuale alla svalutazione, che si è concentrata nei mesi di settembre e ottobre. Penso sia utile ricordare che nel 1992 il rapporto deficit/pil era in area 11%. Oggi siamo al 3% e pure in avanzo primario. Insomma allora poteva avere senso una maggiore austerità post sganciamento dallo SME, certo oggi ne avrebbe molto meno, quindi lo vedo un rischio che possiamo correre.

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    • a) gli argomenti? spero il voto europeo, che farà capire (si spera) ai tedeschi che rischiano di perdere tutto se salta l’euro. D’altronde la BCE forse accelererà su consiglio della Merkel, la Corte suprema tedesca è stata magnanima perché così gli ha chiesto la Merkel, la Grecia non la si lascia andare perché così conviene (si, si, la si tiene in coma certo, lo so, ma non la si uccide). Poco? No pochissimo. Ma per dirle solo che loro già pensano che l’euro vada salvato salvando gli altri, ma senza capire che è assolutamente insufficiente quanto fanno. Gli altri argomenti? Un Governo italiano coraggioso che dica basta ai diktat europei, infischiandosene delle multe. Se si tace certo i tedeschi non ascoltano.
      b) Concordo su punto 2: comunque alla fine tutto dipende dall’espansione maggiore del Nord, una espansione isolata italiana farebbero ridere tutti.

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      • Viaggiare è bello ma arrivare a destinazione è necessario.

        La radice della crisi vista da Sud è stata la scarsa domanda (pubblica e privata) da parte del Nord Europa di beni prodotti dal Sud Europa. La radice della crisi vista da Nord, che è esattamente il contrario, è stato l’eccesso di domanda (pubblica e privata) da parte del Sud Europa di beni prodotti dal Nord Europa. Il Sud Europa ha arrestato il suo flusso di domanda verso il Nord, il quale tuttavia non ha fatto altrettanto. Quindi, per essere precisi (e dobbiamo esserlo!) la soluzione non sta banalmente nella rimozione di una non meglio identificata austerità ottusa (al Sud) assumendo una “bassa propensione degli appalti alle importazioni” ma nel fare in modo che l’espansione della domanda PUBBLICA e PRIVATA del Nord faccia da traino alla crescita del Sud, visto che finora è successo il contrario.

        Le mie perplessità riguardo alla posizione dei partiti anti-austerity e pro-€uro riguardano (a) i limiti di misure anti-austerità focalizzate esclusivamente sulla componente di bilancio pubblico e (b) i modi per renderle attuabili tali misure, cioè per farle adottare dalla Germania.
        Riguardo al primo aspetto (a), è chiaro che una parte consistente del riequilibrio dovrebbe arrivare dalla domanda privata, essendo stata la deflazione interna tedesca la principale causa degli attuali squilibri interni all’eurozona. Quindi al Nord non basterebbe solo rimuovere l’austerità pubblica (via aumento della spesa o riduzione delle entrate) ma si dobrebbe innestare un processo generalizzato di aumento dei salari lordi reali. Se non si arriva a questo livello, la sola eliminazione della componente pubblica di austerità darebbe sicuramente beneficio (al pari della parallela eliminazione dell’austerità nei paesi del Sud) ma non sarebbe risolutiva.
        Quanto agli argomenti da utilizzare per convincere i tedeschi (b), mi sembra che si ritenga condizione necessaria (ancorchè non sufficiente) la presenza di un “Governo italiano coraggioso che dica basta ai diktat europei, infischiandosene delle multe.” Infatti, “se si tace certo i tedeschi non ascoltano”. Ora, poichè stiamo votando per le Europee e non per le politiche (anche se per Lei sono la stessa cosa), il premier italiano continuerà ad essere Renzi, il quale è diventato primo ministro per mano di Napolitano proprio perchè ha garantito di fare diligentemente i compiti a casa. E li farà. Se queste sono le premesse, di cosa stiamo parlando?

        Mi sembra che la soluzione di smantellamento programmato e governato della zona euro sia la soluzione più efficace, sial sul piano degli strumenti (a) che sul piano degli incentivi (b) a cambiare politica. Se i tedeschi non hanno cambiato strategia finora pur avendo visto in che condizioni hanno ridotto la Grecia, non vedo concretamente come una soluzione diversa dall’uscita dall’euro possa modificare la soluzione. Non lo vedo!

        Io non sono d’accordo con Lei quando afferma che l’Europa è “un matrimonio forse consumato troppo presto. Ma non si divorzia da un matrimonio solo perché è stato fatto troppo presto. Un matrimonio tiene insieme spesso due parti che senza di esso si sarebbero lasciate.
        A volte le differenze sono così insostenibili che il divorzio (la lira) è la cosa giusta. Ma sapendo che non si torna più allegri e fidanzati come prima.”

        Caro Professore, l’€uro non è un matrimonio. L’€uro è stato una prova di convivenza per vedere se un matrimonio avrebbe potuto funzionare. Questo è stato l’€uro. E abbiamo scoperto che il matrimonio non potrà funzionare. Perchè i tedeschi hanno fatto (bene) i loro interessi egoistici di nazione generando, durante la convivenza, umiliazione, impoverimento e morte. Se uno per il matrionio non c’è portato, non c’è portato e basta. E se tu vuoi sposarti uno così vuol dire che proprio te la vai a cercare. Vuol dire che questo ti tratterà come uno straccio per tutta la vita. E tu non avrai neanche più la forza per il divorzio. Lei vuole un Europa così?

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        • Fino a “quanto agli argomenti” concordo. Le premesse sono un cambio politico: dove includo SEL che vota per il DEF in soccorso di Renzi.
          Matrimonio o prova di convivenza? E chi lo sa. Una prova di convivenza in qualche modo non mi convince, c’è molta molta più “storia e complessità dietro i rapporti europei che una “prova di convivenza”.
          Non mi pare che essere stati separati non abbia portato a, tragiche, conseguenze. Lasci stare per favore il tasso di cambio che è una baggianata: parlo di rapporti di potere geopolitici.

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          • Mi scuso per il doppio post (pubblicato qui sotto), praticamente identico a quello cui mi ha cortesemente risposto, e inviato perché credevo ci fossero problemi di caricamento sul primo.

            Quando dice “Non mi pare che essere stati separati non abbia portato a tragiche conseguenze” di quale separazione sta parlando? Sia allora che oggi siamo separati (o uniti) nello stesso modo: allora, cioè fino alla seconda guerra mondiale c’era il gold standard, oggi c’è l’Euro. E siccome funzionano sostanzialmente allo stesso modo, ci porteranno esattamente nello stesso posto…

            Cosa intende con “rapporti di potere geo-politici”?

      • Riepiloghiamo.

        La radice della crisi è la bassa domanda (pubblica e privata) da parte del Nord Europa (il Centro) di beni prodotti dal Sud Europa (la Periferia). O, se si preferisce e che è esattamente la stessa cosa, è l’eccesso di domanda (pubblica e privata) da parte del Sud di beni prodotti dal Nord.

        Il Sud attraverso l’austerità pubblica (consolidamento fiscale) e privata (deflazione interna) ha fatto la sua parte di aggiustamento, riducendo le sue importazioni dal Nord. Il Nord, invece, non ha fatto nulla, lasciando incompiuta la parte di aggiustamento di sua competenza, che passa da un’espansione della domanda interna sostenuta da una opportuna POLITICA FISCALE (aumento deficit) e da una altrettanto opportuna POLITICA DEI REDDITI (aumento dei salari lordi reali). Questa seconda componente di anti-austerità è FONDAMENTALE: focalizzarsi SOLO sulla componente pubblica o, peggio, far passare il messaggio che il primo passo da fare è quello di eliminare i vincoli per la periferia (fiscal compact, pareggio di bilancio ecc.) non è solo insufficiente, ma addirittura controproducente, oltre che, ideologicamente falso. L’anti-austerità deve essere qualificata bene sia in termini FUNZIONALI (distinzione tra componente pubblica e privata) che GEOGRAFICI (distinzione tra Nord e Sud). Lo slogan “austerità ottusa”, Professore, può rischiare di confondere i Viaggiatori meno esperti e di prestare il fianco al gioco avversario e si rischia di far passare per anti-austerità anche l’allungamento dei tempi per il consolidamento fiscale richiesti da Renzi-Padoan.

        Ciò premesso, continuo ad essere piuttosto perplesso sulle soluzioni proposte dalle forze politiche anti-austerity e pro-euro (nella fattispecie, sulla base delle Sue risposte, di Scelta Europea). La mia perplessità riguarda i soliti due aspetti: metodo (gli argomenti utilizzati per convincere la Germania) e contenuto (gli strumenti proposti per l’uscita dalla crisi).

        Quanto al METODO gli argomenti proposti mi sembrano poco convincenti se non addirittura insussistenti. Infatti, Lei giustamente dice che serve anche “un Governo italiano coraggioso che dica basta ai diktat europei, infischiandosene delle multe. Se si tace certo i tedeschi non ascoltano”. Ma proprio perché le elezioni Europee non sono le Politiche (anche se Lei pensa il contrario), Matteo Renzi rimarrà premier a prescindere dall’esito del voto di maggio e continuerà a fare i compiti a casa! Il solo esito elettorale favorevole alle forze di opposizione non seguito da alcuna “minaccia credibile” porterà solo ad una conservazione dello status quo.
        Quanto al CONTENUTO non mi sembra di aver sentito parlare strumenti diretti di sostegno alla domanda interna privata tedesca (attraverso soprattutto la politica dei redditi, cioè non solo con la leva fiscale), che gioca un ruolo fondamentale nel ri-aggiustamento dei conti con l’estero.

        Mi sembra che la strada del “più Europa”, porti in un vicolo cieco sia sul piano del metodo che su quello dei contenuti.

        L’uscita programmata dall’Euro credo risulti più efficace su entrambe i fronti. Sul piano del metodo, sarebbe sicuramente un argomento molto più convincente per i tedeschi (minaccia credibile potenziale e/o effettiva). Sul piano dei contenuti, riuscirebbe con maggiore efficacia a garantire un rilancio della periferia, via riallineamento del potere d’acquisto della componente PRIVATA della domanda interna tedesca. Il 1992 insegna (alla faccia delle misure di Amato, siamo ripartiti alla grande).

        Mi creda, non voglio affatto minimizzare le difficoltà che l’Europa e l’Italia incontreranno se percorreranno questa strada. Credo che quelli che si riempiono la bocca di sovranità monetaria convinti che stampando moneta torneremo nel paradiso terrestre siano dei populisti imbecilli e pericolosi. La leva valutaria è delicatissima da gestire ma è una leva fondamentale e quindi a noi (a Lei, Professore!) il compito di gestirla bene.

        Lei ripete spesso che l’Euro è stato un matrimonio, che non si divorzia da un matrimonio perché è stato fatto presto, che a volte il divorzio è la cosa giusta da fare ma sapendo comunque che non si torna più allegri e fidanzati come prima. Io non sono d’accordo.

        L’Euro non è stato un matrimonio e questo Lei lo sa benissimo. L’Euro è stata una prova di convivenza (unione monetaria) per verificare se un matrimonio (unione politica) avrebbe retto. E abbiamo scoperto che non reggerà. In questo periodo di convivenza sotto lo stesso tetto monetario, la Periferia si è “concessa” al Centro con reciproca soddisfazione. Ma alla fine è il Centro che ci ha guadagnato di più, visto che in questo periodo è diventato creditore netto, e la Periferia è stata INTENZIONALMENTE DISTRUTTA, IMPOVERITA, UMILIATA e, infine, CONDANNATA LEI STESSA COME COLPEVOLE di questo fallimento! Questa è la TRAGEDIA! Un compagno così è uno squilibrato mentale, non un marito ideale: sarebbe da denunciare per violenza domestica, non da implorare per sentirgli dire “ti giuro che d’ora in poi sarà tutto diverso”! In caso di matrimonio non ci potrà essere niente di diverso. Non torneremo più allegri e fidanzati come prima, è vero. Ma già oggi non siamo più i conviventi innamorati di una volta, né su queste basi potremo essere sposi felici domani. Il resto verrà da se. Professore, mica Le ha preso la sindrome di Stoccolma, vero?

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  6. Caro Professore fa benissimo a voler candidarsi alle prossime europee e comprendo anche il suo distanziarsi da Tsipras ma la vedo anche molto dura ad avere come “compagni di viaggio” persone e movimenti che hanno o aderito senza tentennamenti al fiscal compact (Monti & Co.) o che sono da sempre fieri avversari di concetti come “public investment is special” (Boldrin & Co.)…..è ben vero che Lei ha sia l’autorevolezza sia la passione per far ragionare in modo diverso anche queste persone ma qualche dubbio mi resta. Comunque….in bocca al lupo !

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    • Crepi Lorenzo e grazie. Se guardo alla posizione di tanti 2 anni fa e la paragono con la loro maggiore cautela e a volte cambio radicale di opinione mi dico che sì abbiamo sprecato molto tempo, ma che non mollando di un centimetro ora molti più di prima capiscono che abbiamo ragione.

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