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L’infelicità insostenibile

Il mio carissimo amico e grande economista Leonardo Becchetti, tra i suoi tantissimi lavori, ne ha scritto uno molto bello edito da Donzelli  dal titolo “La Felicità sostenibile”.

Per prenderlo in giro, gli chiedevo di farne ora uno dal titolo “l’infelicità insostenibile”.

Avrei fatto meglio a non scherzare. Dietro un titolo così assurdo c’è ormai tanta sostanza, come mostra un lavoro interessante (non ancora accettato per la pubblicazione) di una ricercatrice presso lo European Centre di Vienna.

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Che parte dall’enorme mole di dati che abbiamo ormai a disposizione su cosa rende soddisfatta o non soddisfatta una persona nella vita.

E da questo grafico, dove si mostra la percentuale di persone molto soddisfatte (celeste) o molto insoddisfatte (blu scuro) rispetto alla media complessiva del campione tra particolari categorie di persone. In ordine dall’alto al basso: i portatori di handicap, i disoccupati, i single, i poveri, gli appartenenti a minoranze etniche, coloro senza titoli di studio, gli inattivi, gli over 65, gli immigranti, i praticanti religiosi, gli attivi politicamente, i giovani, i laureati, gli studenti, i ricchi.

Per esempio nei disoccupati (unemployed) c’è una percentuale molto più alta di molto insoddisfatti che non nel campione generale, mentre c’è una percentuale un po’ inferiore di molto soddisfatti che non nel campione generale.

I molto insoddisfatti prevalgono, oltre che tra i disoccupati, tra i portatori di handicap, i single, i più poveri. Ovvio? Sì. Ma quello che più rileva ai nostri fini, è che come vedete la soddisfazione varia molto meno tra gruppi sociali e/o condizioni oggettive che non l’insoddisfazione. Anche tra i ricchi, la quota di persone che hanno la massima soddisfazione è presente pressoché quanto nella media, mentre quello che i soldi comprano veramente è l’uscita da uno stato di forte insoddisfazione.

Così l’uscire dalla condizione di disoccupato permette di  “comprare” molta più felicità complessiva per il Paese  (pensate anche alle esternalità per dei genitori non disoccupati di avere un figlio occupato, quanto meno stress avrebbero) che non manovre volte a redistribuire il reddito tra chi non è in condizioni di disagio (pensate al dibattito sull’IMU).

Politiche volte a massimizzare la soddisfazione paiono dunque avere ritorni molto minori che politiche volte a eliminare l’insoddisfazione, sostiene l’autrice.

In particolare lottare contro la disoccupazione o il disagio dovrebbe, oggi che tali variabili sono a livelli altissimi per l’Italia, essere una priorità ben maggiore del dibattito sull’IMU: la prima compra, (se di successo e quindi con la lotta all’austerità, non con le riforme à la Fornero) tantissima minore insoddisfazione, la seconda poca maggiore soddisfazione a qualcuno (chi dovrà pagare di meno di IMU) e poca maggiore insoddisfazione a qualcun altro (chi subirà più di altre tasse o meno di spesa pubblica per finanziare la minore IMU).

Ma questo Governo pare non averne preso atto.

2 comments

  1. Pingback: I giorni e le notti » Felicità sostenibile

  2. Buongiorno, seguo i suoi articoli da qualche mese e oggi ho pensato di copiare il suo articolo e postarlo sul mio sito segnalando chiaramente la provenienza e l’autore con i link corrispondenti. Questo è il link del suo articolo postato. http://www.igiornielenotti.it/?p=15868 . Dia un’occhiata e decida lei se posso pubblicarlo in questo modo, o con modifiche, o se deve cancellarlo. Grazie per il suo importante ed onesto lavoro.
    Gian Carlo Zanon

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