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L’Europa (barrata) che non c’è a proteggere le sue piccole

“Quanto a totale dei valori dei contratti aggiudicati, le PMI in Europa raggiungono tra il 31% ed il 38% dei contratti pubblici mentre la loro quota totale nell’economia, così come calcolate sulla basae del loro fatturato complessivo, è del 52%

Libro verde della Commissione Europea sulla riforma della direttiva degli appalti pubblici

“Anche in presenza di uno strumento come il MePA (Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione per acquisti sotto la soglia comunitaria), quindi, sembra sorgere il sospetto che esista una soglia dimensionale minima per le imprese al di sotto della quale, per quanto sia possibile partecipare alle commesse pubbliche caratterizzate da una maggiore semplicità operativa e gestionale, resti decisamente complesso risultare aggiudicatari.”

“Il Public Procurement come stimolo alle PMI: il caso del Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione” di Gian Luigi Albano, Federico Antellini Russo e Roberto Zampino.

“Non è appropriato imporre quote obbligatorie di aggiudicazione, tuttavia, le iniziative nazionali per aumentare la partecipazione delle piccolo imprese dovrebbero essere attentamente monitorate data la loro importanza”

Ultimo emendamento del Parlamento europeo alla proposta di nuova Direttiva Europea degli Appalti Pubblici

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E’ tempo di recessione. E’ tempo di morte di piccole imprese (PMI da ora in poi), meno capaci di difendersi dalla durezza dell’inverno. Morte spesso di giovani imprese che se meglio protette dalla stagione e le sue intemperie, garantirebbero i fiori più belli a primavera.

Come si attrezza un Paese per una politica industriale anti ciclica che salvi le piccole? Con una politica degli appalti pubblici a loro dedicata, ricordando che in Italia la domanda pubblica genera il 16% del PIL. Il 16% del PIL. Immenso.

Ma non con un mercato elettronico del sotto soglia: i dati citati sopra di nuovi studi italiani paiono indicare che alla fine le Amministrazioni, lasciate libere di acquistare con strumenti che anche potenzialmente sono più appropriati per le piccole, continuano a dare peso alle offerte delle grandi.

Ma piuttosto con una politica che venga incontro non solo alle maggiori difficoltà dovute al ciclo, ma anche alla evidente discriminazione che i dati della Commissione europea mostrano esistere strutturalmente nel mercato della domanda pubblica nei confronti delle PMI. Perché le stazioni appaltanti non si fidano delle piccole, perché le grandi imprese fanno prima a convincere le stazioni appaltanti a indirizzare i bandi o le dimensioni di gare verso criteri a loro favorevoli.

E che si può fare? Ovvio, riservare quote di appalti solo alle PMI.

Quote di appalti riservati esistono nei seguenti Paesi: Stati Uniti, Brasile, Cina, India, Messico, Sudafrica. Robetta. Paesi insignificanti. E in Europa? In Europa no.

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E’ uscito un nuovo studio importante negli Usa, sull’impatto che hanno avuto al loro apice di utilizzo i contratti pubblici riservati a imprenditori afro-americani negli anni ottanta in America. Nel bel mezzo di una recessione durissima che colpì più di tutto i più deboli, in questo caso, appunto, le imprese gestite da afro-americani.

Studio che serve tanto anche a capire cosa accadrebbe alle nostre PMI (europee) se a loro riservassimo quote di appalti. Dove non possano mettere bocca le grandi imprese.

Le analogie tra imprese piccole e imprese detenute da minoranze etniche, a leggerle, sono infatti tante: specie quelle che fanno riferimento alla maggiore difficoltà ad ottenere credito (e quindi ad essere competitive in gara pubblica) delle imprese detenute da afro-americani a parità di merito, la loro incapacità di far parte dei “network” che influenzano le decisioni (di aggiudicazione). Insomma, la loro tendenza ad essere discriminate.

Guardateli i dati: mostrano come il differenziale tra tassi di imprenditorialità tra bianchi e neri crolla in maniera statisticamente significativa del 3% o più dopo l’inizio di un programma di appalti riservati. E così l’occupazione degli afro-americani (in blu – verde – le differenze tra città che iniziarono programma prima del 1980 – nel 1985 – e chi non l’ha mai iniziato).

Peccato che spesso questi programmi non siano stati mantenuti: “in Minnesota, dopo che nel 1999 un programma di protezione fu eliminato, l’aggiudicazione dei contratti a imprese detenute da minoranze etniche (maschi) scese da $6.5 milioni a meno di $1 milione. Dopo la cessazione del programma di quote del Chicago Water Department nel 1989, i contratti aggiudicati alle imprese detenute da minoranze etniche scesero  da $19.6 milioni a $6.9 milioni.”

E siccome molte di queste imprese non più discriminate sarebbero cresciute e ad un certo punto non avrebbero più avuto bisogno di aiuti, con la morte di questo programma è diminuito il dinamismo dell’economia Usa, che sarebbe stato stimolato da più imprese vibranti.

E’ importante avere a disposizione questi dati: dimostrano l’importanza di una politica industriale strutturale, ma specialmente anti-ciclica, a favore delle PMI per ridare vigore all’economia.

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Nell’Europa della discriminazione attiva alla piccole imprese dove non sono previste quote temporanee per queste, la recessione sta svegliano qualcuno. In particolare il Parlamento europeo che nella nuova proposta di Direttiva (da approvare probabilmente a fine anno) ha aperto un (minuscolo) pertugio che andrà esplorato per iniziative attive di protezione delle piccole nel mondo della domanda pubblica.

Ecco cosa va proposto dall’Europa che non c’è. Per quelle piccole di domani che si saranno affermate nel mondo perché all’inizio della loro attività non furono abbandonate ma sostenute, andrà all’Europa il grazie sentito come quello che un figlio deve ad un padre che ha saputo prima proteggerlo, poi farlo crescere e infine lasciarlo libero di esprimere tutto il suo potenziale da solo.

6 comments

  1. Luigi Biagini

    25/03/2013 @ 08:01

    Anche me piace Europa barrata.

    La possibilità di differenziare gli appalti pubblici è un problema abbastanza complesso. In primo luogo necessita di un’analisi sul nesso causale della divergenza tra PMI e grandi imprese nell’affidamento degli appalti.
    Un’impresa grande può spuntare facilmente prezzi bassi sulle materie prime grazie ad economie di scala e, quindi, avere una maggiore competitività, rispetto alle PMI nel caso in cui la gara si faccia al massimo ribasso; queste ultime però hanno caratteristiche che le pongono in vantaggio rispetto alle grandi ditte come ad esempio flessibilità del lavoro (in Italia purtroppo non molta), minori costi di spostamento qualora la PMI si trovi vicino al luogo di lavoro, migliori capacità interlocutorie tra stazione appaltante, direttore dei lavori e ditta per la sua maggiore duttilità nelle piccole varianti.
    Una volta individuate le componenti discriminanti occorre capire come quantificare questi aspetti durante la fase di appalto. Purtroppo sono caratteristiche immateriali che difficilmente possono essere quantificate e quindi confrontate.
    Secondo me dovrebbe essere posta maggiore attenzione nella fase di affidamento dei lavori più che stabilire una legge, che per le sue caratteristiche generali, può avere aspetti negativi in particolari ambiti come nei casi di fallimenti di mercato.

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  2. Ottima analisi, del tutto condivisibile, persino ovvia.

    Ritengo che quando si legifera su materie di questo tipo sia fondamentale il contributo delle parti sociali, che dovrebbero alzare un po’ di più la loro voce, o semplicemente interessarsi maggiormente e porre il giusto rilievo su aspetti forse sottovalutati, ma fondamentali per il futuro della nostra nazione e dell’Europa.

    Non se ne può prescindere.

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  3. L’Europa “barrata” dalla Germania: forse qualcuno inizia a svegliarsi?
    “Il governo Belga accusa la Germania di dumping salariale e ricorre presso la Commissione Europea. Il salario minimo non esiste e quando esiste non viene rispettato, le nostre aziende stanno chiudendo per colpa vostra: in Germania è tutto permesso”.
    http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/03/dumping-salariale-tedesco.html

    ps
    Più che ricorrere alla Commissione Alaman… ooops! Europea, ci vorrebbe una nuova Norimberga.

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  4. Per dimostrarle che non ragiono per stereotipi ma caso per caso, le linko un ottimo articolo:
    http://www.spiegel.de/international/europe/opinion-german-euro-leadership-stubborn-and-egotistical-a-890848.html

    Ormai anche i tedeschi (quelli onesti e intelligenti) cominciano a capire cosa sta facendo la loro nazione agli altri. Anzi un articolo del genere sui nostri giornali più importanti non è ancora apparso, quindi tanto di cappello allo Spiegel.
    Se continua così resterà davvero solo con la Merkel e i falchi della Bundesbank. Se c’è qualcuno che ragiona per stereotipi, quello è lei. Cos’altro è il “fogno” se non uno stereotipo finto ottimista, finto perbenista, finto buonista, di finta fratellanza e finta solidarietà montato ad arte per mascherare la brama di egemonia della Germania?

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