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La politica fiscale è la soluzione, ma “non è una opzione”

E così la crescita italiana 2013, nelle stime del’Ocse, nel giro di poche settimane passa dal -1,5% al -1,8%. A salvare la performance è l’export e la nostra competitività, export che cresce del 3% mentre è un bollettino di guerra l’andamento della domanda interna: -2% i consumi, -1,9% la spesa pubblica per consumi, -3,9% l’investimento delle imprese.

Per il 2014 l’Ocse si inventa per l’Italia un PIL che cresce dello 0,5% (corretto in 0,4% dopo sole due settimane), con un fantastico +5,2% dell’export che compensa una domanda interna sempre in calo.

Eppure l’Ocse continua a dire che il problema è la competitività. Pagine e pagine spese a descrivere riforme che in questa recessione non partono, o per fortuna, perché sbagliate, o perché, anche se rilevanti, in un clima di recessione non vi è la forza politica per attuarle.

Mentre è chiarissimo che non ha nessuna voglia di spendersi sulla sola soluzione disponibile. Come dice l’Ocse: “utilizzare la politica fiscale per far ripartire l’economia non è un’opzione nelle attuali condizioni del debito“.

Paradosso fenomenale, dato che l’Ocse stesso stima al 134,2%, inarrestabile, il debito-PIL italiano, ovvia ricaduta dell’austerità.

E’ interessante a questo proposito tornare sul bel dibattito lanciato da Francesco Daveri della Università di Parma contro l’affermazione di Fassina che è l’austerità “ha fatto salire i debiti pubblici in Europa dal 60 al 90 per cento del Pil”. Secondo Francesco, specie nella prima fase della crisi, dal 2008, “non è stata l’austerità fiscale ma la crisi economica a far esplodere il debito pubblico” dell’Europa. Difficile dargli torto, il PIL è crollato nella prima recessione e con ciò ha fatto aumentare da un lato per definizione aumentare il rapporto debito-PIL (è crollato il denominatore) e dall’altro automaticamente aumentare lo stesso visto che il deficit è aumentato a causa delle minori entrate e maggiori spese che partono sempre come stabilizzatori automatici in caso di crisi.

Eppure, guardando al caso italiano, è difficile sostenere che l’austerità non abbia comunque contribuito alla crescita del rapporto debito PIL anche in quei primi anni. Semplicemente perché, è semantica rilevante, quando scende il PIL quello che ci si aspetta da un Governo anti-austerità è di stimolare l’economia non solo “automaticamente” ma “discrezionalmente” con interventi specifici di maggiore domanda pubblica e minori tasse. Come fece proprio in quegli anni, ad esempio, il Presidente Obama.

E l’Italia, come vedete, è stato l’unico Paese (oltre ai pro-ciclici Irlanda ed Islanda) a non fare NESSUN uso di politica discrezionale, Tremonti avendo rinunciato a stimolare l’economia via maggiore domanda pubblica in una fase in cui, come sappiamo, la capacità della politica fiscale di aiutare l’economia (una recessione) è massima con i suoi moltiplicatori.

Che l’abbia fatto, Tremonti, sulla base di un atteggiamento pro-austerità, spiega parte della crescita mancata nel primo triennio di crisi e del maggiore debito su PIL. E, dunque, tra Daveri e Fassina, almeno per l’Italia, la verità sta nel mezzo.

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