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Prima degli Stati Uniti d’Europa lavoriamo per l’Unione degli Stati europei

Quanto mi piace leggere Barbara Spinelli. Ma proprio tanto. Lo stile è dolce e aggressivo, e questo respiro che guarda lontano ed indietro, molto indietro, alla Storia, per capire come accarezzare il futuro e così sperare di spingerlo gentilmente nella direzione giusta, è bello. Ed intelligente.

E mi permette di elaborare meglio le mie posizioni, affinarle, riflettere sulle debolezze del mio ragionamento. E del suo, ovviamente.

Cita un bravo economista, Thomas Sargent, Premio Nobel (sul cui pezzo tornerò) e dice, la Spinelli:

Il discorso che Thomas Sargent ha tenuto in occasione del premio Nobel per l’economia, nel dicembre 2011, evoca quell’esperienza a uso europeo. Fu la messa in comune dei debiti a tramutare la costituzione confederale in Federazione. Fu per rassicurare i creditori che venne conferito alla Federazione il potere di riscuotere tasse, dandole un bilancio comune non più fatiscente. Solo dopo, forti di una garanzia federale, gli Stati si prefissero nei propri ambiti il pareggio di bilancio, e nacque la moneta unica, e si fece strada l’idea di una Banca centrale.”

L’errore evidente della giornalista? Il dollaro, la moneta unica, ci fu sin da subito (e in realtà anche le simil-banche centrali). E’ un errore importante nell’economia del suo e del mio ragionamento, perché può indurre a pensare che la messa in comune del debito sia una precondizione della messa in comune della moneta. Così non è. Temporalmente non lo fu negli Stati Uniti visto che tanti Stati diversi sono sopravvissuti insieme, uniti, con una moneta unica sin dall’inizio. Una moneta unica può vivere bene con stati diversi anche senza un debito in comune. Anzi, argomenterò, se mette il debito (ed altro) in comune troppo presto, muore.

Il secondo errore sta infatti nel pensare che lo Stato federale americano che nacque nei primi dell’800 grazie alla (temporanea) messa in comune dei debiti fosse dominante. Tutt’altro. Fino al 1910, ci dicono i dati, il debito dominante non era federale e, per quel che più conta qui, non lo era il bilancio dello Stato, inteso come entrate e spese.

Fino al 1910, quasi 150 anni dopo la nascita dell’Unione,  le entrate federali Usa (blu) erano infatti minoritarie e, soprattutto, rappresentavano meno del 3% del PIL. Le entrate fiscali degli Stati (rosso) e delle città (verde) erano maggiori.

Solo nel 1911 con la prima riforma della tassazione dei redditi qualcosa comincia a muoversi. Ma è solo al termine di due guerre mondiali e dell’ultimo mandato a Franklin Delano Roosevelt che si può dire con certezza che: a) la presenza dello Stato nell’economia Usa è divenuta significativa e b) il Governo federale è diventato l’attore dominante ed il bilancio pubblico è finalmente centralizzato.

Ci vogliamo chiedere come mai non fu centralizzato prima? Perché prima di costruire gli Stati Uniti d’America c’era da costruire … l’Unione degli Stati americani. E per farlo bisognava unire delle cose molto diverse tra loro, i singoli Stati, gelosi giustamente delle loro culture di partenza, della loro storia, delle proprie abitudini e, dunque, anche dei loro governi locali che tali aspetti finanziavano e sostenevano. Centralizzare il bilancio nell’800 sarebbe ammontato ad espropriare le culture di riferimento dei cittadini, e dunque a sancire la morte politica dell’Unione. Infatti non fu fatto.

Ci volle una guerra di secessione, la maggiore mobilità grazie alle ferrovie ed ai treni e due guerre mondiali che crearono il concetto di interesse nazionale ad avvicinare le culture degli Stati ed a permettere la (a quel punto giusta) centralizzazione dei bilanci e del debito.

Con una avvertenza: che le diversità rimangono. Il Mississipi è sempre il Mississipi e non è diventato il Massachusetts. E nessuno gli ha chiesto di diventarlo o ha minacciato la sua uscita in caso contrario. E siccome il Mississipi era ed è più povero, lo Stato Federale trasferisce di fatto circa il 10% di PIL a questo Stato per sostenerne standard di vita non troppo inferiori a quelli degli altri cittadini Usa, così da farli sentire rispettati e aiutati. Ecco come si è creata l’”unione”, tramite pazienza, cultura e solidarietà, e questa è poi potuta essere credibilmente formalizzata nella struttura duratura chiamata Stati Uniti di America.

La forza degli Stati Uniti è sempre stata, anche ora, la sua diversità all’interno, lo sappiamo: di razze, credi ma anche di Stati e culture. Quello che forse non sappiamo è che la parola diversità fu usata nel dopo guerra da un Padre fondatore dell’Europa, Jean Monnet, per descrivere cosa dovessero essere i nostri Stati Uniti di Europa:

La grande révolution européenne de notre époque, la révolution qui vise à remplacer les rivalités nationales par une union de peuples dans la liberté et la diversité, la révolution qui veut permettre un nouvel épanouissement de notre civilisation, et une nouvelle renaissance, cette révolution a commencé avec la Communauté européenne du charbon et de l’acier.

La grande rivoluzione europea della nostra epoca, la rivoluzione che mira a sostituire le rivalità nazionali con l’unione dei popoli nella libertà e la diversità, la rivoluzione che vuol permettere un nuovo sbocciare della nostra civiltà, e un nuovo rinascimento, questa rivoluzione è cominciata con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio”.

Che potenza. Che parole. E che fatti, allora.

Barbara Spinelli conclude chiedendo “… un piano che dia all’Unione le risorse necessarie, il diritto di tassare più in Europa e meno nelle nazioni …, e metta il bilancio federale sotto il controllo del Parlamento europeo … Oggi l’Unione dispone di risorse irrisorie (meno del 2 per cento del prodotto europeo), come l’America prima di Hamilton.

Non sono d’accordo, credo che questa soluzione volenterosa ucciderà l’Europa. Ribadisco, non è vero che dopo Hamilton il governo centrale degli Stati Uniti dispose di risorse non irrisorie. Altro che tassare di più, cosa che uccide le economie, bisogna spendere di più (per chi può farlo, in deficit) per curare il malato. Una volta rimesso su il malato e ripagati i debiti, prevedere un meccanismo di trasferimenti permanenti dai paesi più ricchi a quelli più poveri, come avviene in Italia dal Nord al Sud, negli Usa dal Massachusetts al Mississipi, sapendo bene che parte di quei fondi saranno … sprecati ma che è quello il vero prezzo da pagare per stare insieme. Pian piano questo ci permetterà di centralizzare maggiormente, perché le culture – sempre per fortuna diverse – si avvicineranno e allora gli sprechi diminuiranno. Tutto deve avere un suo giusto tempo.

Se poi non si vuole pagare questo prezzo, allora è giusto che la Storia prenda un’altra curva, un altro bivio. Ma questa è un’altra storia, che speriamo per ora di non raccontare.

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