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Spending Review? Basta, grazie. Ora fate sul serio.

Il prof. Piero Giarda è persona seria. Non spara notizie sensazionali per far fare i titoli ai giornali. Dunque se trovaste irritante che l’ultima domanda del giornalista nella lunga intervista al Corriere a pagina 3 è lunga 15 righe e la sua risposta 7 parole ed una virgola (“E’ una buona idea, ci penseremo”) sareste nel torto.

Detto questo, era una intervista molto attesa perché doveva dirci dove stiamo andando con la famosa spending review per valutare l’efficacia e l’efficienza della spesa. Volano strategico per il rilancio del paese tramite una migliore spesa pubblica.

Ebbene man mano che scorrevo l’intervista mi sono depresso sempre più. Ecco perché.

1)      Giarda fa riferimento solo alle amministrazioni centrali. Non comprende nella review i settori che negli ultimi dieci anni sono stati al centro dei maggiori aumenti di spesa, le regioni con la sanità, dimenticando che proprio il Ministero dell’Economia ha una leva formidabile per condizionare i comportamenti di queste: i trasferimenti statali.

2)      La Consip. Chiamata a giocare un ruolo con le sue competenze informatiche, la stazione appaltante centralizzata del Ministero viene evocata solo per una eventuale e non meglio specificata “progressiva estensione della centralizzazione” che procede a rilento. Ora se sappiamo una cosa è che di centralizzazioni ce ne possono essere di due tipi. Centralizzazione degli appalti in mano alla Consip, politicamente non fattibile e dannosa per le piccole imprese, provata 10 anni fa (ero Presidente allora e ne facemmo tante di cose, molto innovative e intelligenti, ma i danni alle PMI in molti casi ci sono stati ed è bene non ripetere quell’esperienza). Centralizzazione dell’informazione sugli appalti di tutta Italia, come in Corea, dove ogni stazione appaltante fa la sua gara senza delegarla alla Consip, ma usando la piattaforma Consip così da avere tutte le informazioni per fare confronti e fermare gli sprechi.

3)      E se qualcuno dopo la risposta breve poteva sospettare che il Ministro non avesse in mente il ruolo chiave dell’informazione basta dire che la famosa risposta di 7 parole era alla domanda più importante del giornalista Marro: possiamo avere l’informazione voce per voce di cosa compra la P.A. così che si possa verificare? Beh, sentirsi dire dal Ministro che in tutti questi mesi ha dovuto pensare alla spending review  “è una buona idea, ci penseremo”, fa cadere le braccia. Nessun riferimento all’uso delle tecnologie abilitanti che tanti paesi hanno già utilizzato per identificare sprechi e trovare risorse per lo sviluppo. Altro che tassisti, pensioni o articolo 18.

Cadere le braccia sì, ma non la nostra convinzione che le cose si possano e si debbano fare. Ripetendo fino alla nausea le stesse cose fino a quando non si accorgeranno di noi tutti e della bontà dei nostri argomenti semplici semplici.

2 comments

  1. Roberto Boschi

    12/03/2012 @ 21:31

    Caro Professore,
    condivido totalmente la sua posizione e le preoccupazioni circa il risultato che dobbiamo aspettarci dalla spendig review (date queste premesse).
    Eppure dobbiamo assolutamente riuscire su questo fronte a riformare la Spesa Pubblica aumentandone efficacia, efficienza e qualità, senza le quali tutti gli sforzi fatti sugli altri versanti sarebbero insufficienti e politicamente dirompenti per il clima sociale già surriscaldato (e non mi riferisco solo ai cosiddetti “cisti della politica” che sono la punta dell’iceberg!).
    Segnalo, se non lo avesse già letto, un bell’articolo su Voxeu dal titolo significativo:
    “What can Europe learn from Sweden? Four lessons for fiscal discipline” (http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7712) dove, fra le altre cose, si parla anche delle riforme fatte lato spesa pubblica, ma soprattutto della “trasparenza informativa” che le ha accompagnate (giudicata altrettanto importante quanto il farle!).
    Per inciso, l’ultima delle 4 lezioni recita così: Output growth is crucial.
    Per loro è stato facile (come lo fu per noi nel ’92, con l’aggravante di aver disperso in pochi anni quel tesoro accumulato!), grazie alla svalutazione che fece ritrovare quella domanda che le riforme interne stavano, in quel momento, distruggendo (alla faccia di tutte le teorie alla Alesina & C. sulla contrazione fiscale espansiva).
    La domanda ora nasce spontanea: e noi come possiamo farcela senza quella leva e, in aggiunta, nell’assurda cornice del fiscal compact appena firmato?
    Provi Lei a chiederlo al nostro Primo Ministro, che forse ad un collega una rispota la elargisce!
    Cordialmente
    Roberto Boschi

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