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Riforme da fare e controllare tutti insieme e senza scordare la (maggiore) spesa pubblica

Interessante lavoro uscito dalla prestigiosa collana dei temi di discussione della Banca d’Italia.

Che si chiede: cosa succederebbe all’economia tedesca (ma immaginiamo che risultati simili potremmo ottenere per un’economia altrettanto grande, come quella italiana) se nei prossimi 5 anni mettesse a regime una riforma del suo settore terziario (settore meno concorrenziale rispetto al proprio manifatturiero ma anche rispetto al settore dei servizi del resto del mondo extra-euro) e  una riforma del mercato del lavoro, capaci di ridurre l’una i prezzi dell’output e l’altra i costi degli input? E cosa succederebbe se queste riforme avvenissero invece che in un solo Paese in tutti i paesi dell’area dell’euro simultaneamente?

Di fatto la Germania questa cosa qui l’ha già fatta. Ma val la pena esaminarne l’impatto per vedere la bontà della loro analisi e poi immaginarlo comunque per il futuro per l’Italia.

Caveat: come tutti gli studi, contiene assunzioni forti. Per esempio, prescinde dal fatto che siamo in una recessione dove le riforme possono funzionare più lentamente e con maggiori ostacoli. Inoltre ritiene che i consumatori credano completamente che la riforma avrà successo negli anni a venire. In ultimo, non guarda ai problemi distributivi che si potrebbero creare tra classi diverse di vincenti e perdenti. Immaginiamolo dunque, il loro studio, come “il miglior mondo possibile” che potremmo ottenere con tali riforme con tanto ottimismo.

In grassetto trovate alcuni loro risultati, mentre sotto vengono riportate le mie interpretazioni, che non necessariamente coincidono con quelle degli autori.

Risultato numero 1. Muoversi sul sentiero della riforme senza aspettare gli altri paesi fa bene all’economia nazionale.  Pochissimo fa alle altre economie dell’area dell’euro, ma si creano divergenze negli andamenti delle bilance commerciali.

Detto con altre parole. La Germania ha fatto (in parte) le riforme, bene gli ha fatto, ma ciò ha esasperato gli squilibri di competitività, ricchezza, bilancia commerciale.

Detto in altre parole ancora. Se l’Italia facesse le riforme da sola andremmo pian piano a risolvere questi squilibri di competitività.

Detto in un terzo modo. Se invece di essere stati per l’ultimo a decennio a controllare il pelo nell’uovo (il mio deficit pubblico sul PIL è 3,1% , oh mio Dio, come faremo! Il tuo deficit sul PIL è 3,43% oh mi spiace ma ti devo punire! e tutti i trucchi contabili a ciò legati) meglio avremmo fatto ad impegnarci seriamente a controllare che tutti facessimo le riforme assieme. Anche perché ….

Risultato numero 2. Fare le riforme assieme ha un impatto economico ben maggiore ma, soprattutto, evita gli squilibri commerciali.

E dunque, avrebbe evitato la crisi dell’euro. Avete detto poco.

Risultato numero 3. Il primo anno il PIL cala perché i consumatori rinviano il  consumo a quando le riforme dispiegano i loro effetti. L’effetto pieno delle riforme si ottiene entro 7 anni. Ed è pari alla fine a circa l’8% in più del PIL.

Dunque le riforme fanno bene ma non aspettiamoci che siano loro a salvarci nei prossimi mesi o nei primi anni successivi alle riforme. Ci vuole ben altro per salvare l’euro. Ma le riforme creano spazio fiscale aggiuntivo per maggiore spesa pubblica senza debito.

Risultato numero 4. Sale sempre l’occupazione mentre i salari reali crescono solo nel caso delle riforme del settore dei servizi ma non nel caso di riforma del mercato del lavoro, in cui diminuiscono.

Questo rende ottimale iniziare prima dalle riforme dei servizi e solo successivamente con la riforma del mercato del lavoro così da sostenere i salari durante il processo di riforme.

Quindi, riassumendo (Piga, non gli autori del saggio).  Monti si attivi per le riforme, non aspetti che esse abbiano effetto subito e dunque faccia ripartire la domanda tramite maggiore spesa pubblica non finanziata in deficit e chieda che nel Fiscal Pact le penalità siano per chi non fa le riforme e non per chi non raggiunge irrilevanti criteri di debito o deficit pubblico.

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