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Quando il Partito Democratico vince per 30 anni le elezioni (e aiuta l’Europa a non morire)

 

 

 

 

 

 

 

“Today, the task of perfecting our Union moves forward. And it moves forward because of you.”

Obama’s speech, 2 minutes ago, Chicago.

“Oggi il compito di perfezionare la notra Unione fa un passo in avanti. E lo fa grazie a voi.”

Obama, 2 minuti fa, il suo discorso di vittoria a Chicago.

E così il Partito Democratico vinse le elezioni. Le vinse perché il precedente Governo, che aveva gestito la politica economica durante la Grande Depressione, aveva accentuato questa con la stupida austerità. E con la vittoria democratica vennero anni di spesa pubblica a sostegno dell’economia. E questo sostegno intelligente e solidale permise al Partito democratico di rimanere al potere per altri 30 anni.

Così dicono tre ricercatori americani nel loro ultimo lavoro empirico. No non si occupano di Bersani ma di Franklin Delano Roosevelt (FDR), il presidente Usa eletto nel 1932, e la cui politica economica – secondo i tre – di maggiore spesa pubblica di allora ha aumentato il sostegno ai democratici americani del 10% nel lungo periodo.

Ci pensi, il partito democratico nostrano. Ci pensi ora a programmare bene la sua politica economica, il cui potenziale potrebbe andare ben al di là di uno o due mandati elettorali.

Ma in realtà il paragone è imperfetto. Roosevelt regnava su di una unione monetaria di tanti stati fortemente indipendenti. Bersani, se vincesse, regnerebbe su uno solo di questi stati.

In effetti il saggio dei tre ricercatori e la sua verifica empirica ci regalano anche una fondamentale lezione storica per la nostra unione monetaria europea.

Quando Roosevelt nel 1932 dovette decidere cosa fare per uscire dalla crisi ereditata, il peso dello stato federale nell’economia Usa era ancora basso seppure in crescita dai primi anni del Novecento: la spesa federale ammontava a 30% del totale e forte era il potere e l’autonomia degli stati e degli enti locali.

Cosa scelse di fare FDR?

Scelse di fare la cosa giusta economicamente: espansione fiscale dal centro, per aiutare la domanda interna e combattere la disoccupazione.

Scelse di fare la cosa giusta politicamente: espansione fiscale dal centro sì, ma senza rimuovere il potere decisionale di stati e enti locali, utilizzando la leva dei trasferimenti a questi che mantenevano l’autonomia e la discrezionalità sull’allocazione della spesa.

Scelse di fare la cosa giusta elettoralmente: concentrò l’aiuto di spesa in modo tale da modificare per un lunghissimo periodo le preferenze politiche del votante medio Usa a favore del suo partito, appunto quello democratico.

Pochi anni dopo, otto per la precisione (nel 1940), gli Stati Uniti erano una unione monetaria completamente diversa e molto più simile a quella odierna: il totale della spesa federale sulla spesa totale era salito dal 30 al 46%.

E come era stato possibile riuscire a sottrarre così tanto potere ai singoli stati e centralizzare così rapidamente la funzione di governo?

Semplice. Nel modo opposto che sta seguendo attualmente l’unione monetaria europea, che si trova in condizioni di (quasi) pari difficoltà economica: ottenendo la fiducia dei singoli stati membri, specie quelli più in difficoltà, ideando maggiori e massicci trasferimenti ed aiuti dal centro. Pochi anni dopo, grazie a questa generosità, nessuno stato si oppose di fatto a cedere maggiori poteri di spesa al centro.

Pochi anni dopo era cambiato anche il tipo di spesa pubblica Usa: se dal 1932 al 1936 dominarono i trasferimenti dal centro, dal 1936 al 1940 la spesa fu fatta direttamente dal centro. Era nata l’unione monetaria federale basata su spesa pubblica dal centro e trasferimenti dagli stati più ricchi agli stati più poveri tramite un bilancio unico.

Noi europei oggi facciamo l’opposto: parliamo di unione fiscale negando aiuti ai paesi membri più in difficoltà. La mancanza di solidarietà verso questi, se stupidamente e cocciutamente perseguita, otterrà il risultato opposto a quello ottenuto dalla leadership intelligente di FDR: la morte non solo di qualsiasi tentativo di unione fiscale ma anche di qualsiasi residua speranza di sopravvivenza per l’unione monetaria.

5 comments

  1. Professore ha visto la subitanea reazione di Fitch all’elezione di Obama? Ehh ai tempi di FDR le agenzie di rating non facevano ancora politica.

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  2. Enrico Siccardi

    08/11/2012 @ 17:50

    Professore, ho letto con molto interesse la sua analisi sulla politica economica di Roosvelt uscita in data odierna su ItaliaOggi. In linea di principio la creazione di una vera unità fiscale e monetaria potrebbe sicuramente passare attraverso i trasferimenti dal centro. ma questo è fattibile in Europa e soprattutto, così come lei suggerisce, in Italia? Questa domanda mi sorge spontanea dopo aver ascoltato i discorsi post-elezioni di Obama e Romney e di Crocetta e Musumeci e dopo aver capito che i primi amano veramente il loro paese, mentre i politici italiani non sembrano avere lo stesso interesse profondo per la cosa comune, ma viceversa amino farsi lotte intestine e tranelli elettorali. I trasferimenti dal centro fanno bene in paesi dove la corruzione e il mal costume è ormai all’ordine del giorno (e non parlo ovviamente solo della Sicilia o dell’Italia ) o si rischierebbe di sprecare ulteriormente risorse?

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    • E’ una domanda stimolante. Pensi alla Grecia, dove di fatto le chiavi della cassa sono in mano effettivamente alla Troika e non più al governo greco. Per farci cosa? Per farci austerità. OK, seguendo la stessa logica, potrei pensare che usino le stesse chiavi per farci il contrario dell’austerità, l’espansione, ovvero monitorano l’uso dei fondi (cosa che tra l’altro Roosevelt fece, credo di averci fatto un post qualche tempo fa). Ma monitorano seriamente, non come i fondi strutturali europei. Il che equivale in un certo senso a parlare di una autorità anti corruzione europea.
      Io credo che questo potrebbe essere il più grande aiuto che l’Europa potrebbe dare all’Italia e che l’Italia apprezzerebbe, con gratitudine, divenendo ancora più europea.
      Ma il primo nemico da sconfiggere non è tanto il comportamento degli italiani quanto la stupida austerità europea.

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      • Enrico Siccardi

        09/11/2012 @ 14:55

        Ma sul fatto dell’austerità che non paga lei sfonda una porta aperta. Il mio lavoro (dott. comm.) mi ha fatto largamente constatare come l’aumento dell’iva, il superbollo sulle auto, le accise, ecc….. siano state deleterie. Sono contento, tuttavia, che in parte lei condivida la paura di elargire fondi, come appunto quelli strutturali europei, a paesi dove la possibilità che non vadano a segno è molto alta. Sì a una autorità anti corruzione europea, ma con pene e gradi di giudizio europei

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