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Quale contratto sociale per l’Europa?

Corradino Mineo, al margine del programma Rai News ieri sera, dopo avermi sentito critico sull’Unione Bancaria, mi ha fatto presente che secondo lui invece è un passo importante per l’Europa.

Stimo molto Mineo. Detto che non sono contrario all’Unione bancaria europea ma ad averne accentrato i poteri presso la BCE, mi sono ascoltato rispondergli che se il primo passo post-crisi di unità è basato sull’unità finanziaria, qualcosa non torna. Mi sono ascoltato dire un po’ farfugliando che il primo passo di unità deve essere sociale e non finanziario.

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Qual è il contratto sociale che stiamo firmando per l’Europa dei nostri figli? Me lo sono chiesto di nuovo stamattina leggendo un interessante resoconto scientifico di come il Brasile negli ultimi 30 anni, dalla fine della dittatura, ha riscritto il suo di contratto sociale.

Leggo lì che “un lavoro di Alesina, Glaser e Sacerdote mostra come esista, nei paesi OCSE, una forte correlazione tra la spesa sociale e l’anno della più recente adozione della costituzione“. Così per esempio per il Brasile dove la spesa sociale nel 1988 quasi raddoppia sulla spinta dell’approvazione di una Costituzione molto progressista.

Una “nuova” comunità vuole un nuovo contratto sociale. Quel contratto sociale deve riflettere le esigenze della “nuova” comunità.

L’Europa vuole un nuovo contratto sociale? Questo contratto sociale che stiamo costruendo riflette le esigenze degli europei?

Risponderei di sì alla prima domanda e di no alla seconda.

Lo vuole, lo vogliamo, questo nuovo contratto, per dare una risposta alle nuove sfide ed ai nuovi dilemmi che pone un mondo nuovo. Scusate la banalità. Ma è così.

Ma il problema è che non lo stiamo scrivendo, questo nuovo contratto sociale. E se pensiamo di farlo con l’Unione bancaria scordiamocelo: stiamo parlando di “società” non di “mercato”.

Cosa è avvenuto al contratto sociale europeo? Se guardiamo a cosa è avvenuto in questi ultimi 30 anni in Europa, è interessante notare come, al contrario del Brasile, solo alcuni Paesi (Grecia, Spagna, Portogallo ed Irlanda) hanno visto il livello di ineguaglianza ridursi assieme all’aumento sostanziale della spesa sociale (in Francia il grande aumento di spesa sociale ha lasciata immutata la disuguaglianza). Negli altri Paesi, Italia compresa, l’aumento di spesa sociale non ha frenato la crescita delle disuguaglianze. L’interpretazione che se ne può dare è duplice e diametralmente opposta: o in questi Paesi l’aumento di spesa sociale è stato sprecato o non è stato sufficiente a arrestare l’inevitabile aumento delle disuguaglianze dovuto alla globalizzazione (riforme liberiste comprese). O un po’ di tutti e due. Sta di fatto che la Francia, l’unico paese europeo “ricco” che ha bloccato la crescita della disuguaglianza dal 1980 al 2007, ha dovuto spendere in più molto più degli altri. E ciò mostra come o è diventato più difficile fare la politica sociale “giusta” o come le forze che spingono verso la crescita naturale della disuglianza siano fortemente al lavoro.

Al di là di ciò è tuttavia necessario chiedersi verso quale contratto sociale europeo viaggiare per i prossimi trent’anni, se abbiamo in mente, come ce l’ho io, di tenere unita l’Europa all’interno di un mondo più aperto, che mette sempre più a rischio i tenori di vita europei basati su una disuguaglianza contenuta.

L’esempio che viene dal Brasile è un esempio interessante. Perché ha sviluppato un nuovo modo, forse meno costoso e più efficace, per tenere assieme un popolo. Un contratto sociale che sia al contempo più (o altrettanto) solidale e meno costoso.

Parlano, gli autori, di “dissipazione inclusiva”. E cioè di un contratto che tenti di includere tramite maggiore accesso alla politica ed alla economia dei più esclusi. La dissipazione è legata oltre alle maggiori spese e maggiori tasse per finanziarle, ai costi che un simile cambiamento può comportare, di resistenza, lobby, corruzione.

Il Brasile ha trasformato la sua società con una partecipazione più elementare per certi versi della nostra: il diritto di voto ad una massa enorme di analfabeti malgrado la resistenza di alcune fasce ricche della popolazione, un aumento notevole del salario minimo. Redistribuzione per la partecipazione, ma redistribuzione costosa. Che i nostri bilanci pubblici così carichi forse non possono più contenere.

Ma per certi versi il Brasile ha mostrato coraggio a sfruttare le innovazioni tecnologiche a suo favore (come per la trasparenza incredibile negli appalti via web) e non ha temuto di di aprire i mercati alle piccole imprese, vietandoli a volte alle grandi già affermate. Tipi di redistribuzione meno costosi ma capaci di solidificare, anche loro, il contratto sociale.

Ecco, l’Europa che io voglio è un’Europa che si sforzi di aprire alla partecipazione. Non a parole, ma nei fatti. Per fare vera redistribuzione senza spendere tanto di più e forse anche meno. No, non con la meritocrazia (che permette ai ricchi di arricchirsi perché sono meglio posizionati) ma con lotta alle discriminazioni pervasive che caratterizzano il nostro Continente: sordo alle PMI, ai giovani, alla lotta contro la corruzione.

Un contratto sociale per cui dobbiamo combattere, smettendola di fare inutili vertici finanziari che nulla lasciano nel cuore degli uomini e delle donne d’Europa.

7 comments

  1. Questo è il problema più importante anzi, a mio avviso, l’unico vero problema: le disuguaglianze sociali e la comprensione urgente che o si ripensa il patto sociale o l’Europa che credevamo di vivere non esisterà più.

    Faccio presente che “riduzione delle disuguaglianze” in concreto, ossia al di là delle pie intenzioni, significa esclusivamente maggiore mobilità sociale e questo comporta il prendere coscienza che il movimento sarà dal basso verso l’alto ma anche dall’alto verso il basso; il punto chiave è che o si accetta questo o veramente il mondo che conoscevamo sarà spazzato via dalla storia (per essere chiari siamo noi quelli che avranno un pochino da perderci. Lo vogliamo? Io dico che ci conviene volerlo e anche in fretta).

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  2. bel post…a domani per u
    n p’ di concretezza su que che significa in Brasile spesa sociale e lotta a disuguaglianze…fiora mai letto la parola ‘meritocrazia’ tra le politiche brasiliane, eppuree grande slancio.. a domani (a ricordarmene)

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  3. riparto da ieri.
    Cos’è in Brasile spesa sociale e perché ha un impatto sulla disuguaglianza? Tra i programmi più significativi troviamo “Bolsa Familia”, ovvero trasferimenti in denaro mensili a famiglie che vivono sotto la soglia della povertà. Il trasferimento è condizionato alla frequenza scolastica dei figli per i quali si riceve il trasferimento: se assenze superano il 15% del monte ore mensile previsto allora il trasferimento viene bloccato. Altro condizionamento sono le visite mediche per le donne incinta e vaccini per fifgli al di sotto dei 7 anni. A ben vedere quindi il programma di aiuti vuole ridurre sia il lavoro minorile, sia l’analfabetismo (questi brasilani rivoluzionari!!- mentre noi occidentali facciamo a gara per accaparrarci commesse e flussi commerciali e finanziari con la Cina che mai rispettò i diritti umani!). RIsultato? Secondo uno studio (http://ideas.repec.org/p/ipc/wpaper/21.html) è attribuibile a Bolsa Familia una riduzione della disuguaglianza, in termini dell’indice di Gini, del 21% tra il 1995 e il 2004.
    Ci diremo che uno strumento del genere è vulnerabile a manipolazioni! Ma i Brasiliani ci danno una bella lezione anche sul piano dell’integrità: le registrazioni per entrare nel programma sono sospese durante i tr mesi finali della campagna elettorale per le elezioni amministrative (municipali, dato che registrazioni avvengono in municipio, nonostante l’elegiblità sia determinata a livello di gov federale).
    GLi effetti sul capitale umano rimangono oggetto di dibattito. Tuttavia, ad oggi è indiscusso che per le famiglie più povere tra i beneficiari del programma (i più poveri tra i poveri) esiste un impatto significativamente positivo: tra i 7 e i 14 anni il tasso di scolarizzazione è aumentato. C’è ancora strada da fare, ma quantomeno il Brasile ha imboccato quella giusta.

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  4. La spesa pubblica quale investimento per la creazione di strutture produttive è ineludibile e necessaria tanto più quanto meno tali strutture esistano.Non conosco il Brasile, sarà che ciò che la sig.ra Marta ha bene illustrato è stato possibile grazie ad una classe politica diversa da quella italiana impegnata , quest’ultima, a garantire una situazione sociale totalmente squilibrata in favore delle banche ed imprese ad esse legate cioè una infima minoranza e in ultima analisi dei soggetti internazionali che quelle istituzioni e imprese controllano ?
    Sarei grato di poter avere un riscontro riguardo questo ultimo punto sspecialmente se dovesse risultare una formulazione qualunquistica priva di fondamento.
    grazie in anticipo e auguro un ottima domenica

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  5. Ottimo post. La conquista dell’Europa, come i Viaggiatori del gruppo Europa sanno, è stata la concezione e realizzazione della “civilizzazione del benessere sociale”. In questa civilizzazione non c’è posto per la corruzione, la collusione, l’austerity, il neoliberalismo economico e finanziario, l’esclusività, la privatizzazione dei beni comuni, ecc… Se non difendiamo la nostra conquista di civilizzazione saremmo ridotti a sottocultura e sottonazioni di una governance cieca e irresponsabile. L’offerta politica attuale per glie elettori è una burla. Per riapproprarci della soggettività politica e sociale l’intera classe dirigente del nostro pese, proprio tutti, deve essere azzerata dal rifiuto di legittimarli. Ciò può avvenire con il voto di protesta oppure con l’astensione di massa. Si votassero da soli!

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