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Noi e Hamilton

La prima emissione di debito federale negli Usa avvenne per opera di Alexander Hamilton, segretario del Tesoro americano sotto il Presidente Washington, rilevando il debito di 13 stati in difficoltà in cambio della concessione al Governo federale del potere di riscuotere le tasse provenienti dal commercio. Lo fece per un motivo  molto chiaro: creare per la Federazione una reputazione di affidabilità come debitore presso i mercati finanziari, così da ridurre il costo del debito qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, specie in futuri conflitti bellici.

E’ possibile che chi chiede oggi gli eurobond abbia in mente anch’egli di ridare reputazione al debito europeo. Peccato che, al contrario di quanto ideò Hamilton, la cifra che verrebbe a essere restituita ai governi dei paesi euro in difficoltà che emettono a tassi più bassi sarebbe minimale e che i Governi che invece già godono di una buona reputazione, come quello tedesco, vedrebbero in questa decisione una evidente perdita di credibilità del proprio debito, acquisita essa stessa con duri sacrifici dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Insomma l’eurobond oltre a essere complicato da emettere in breve tempo, è inutile e dannoso: sarebbe una vera stupidità negoziale insistere su di esso.

Tuttavia vi è certamente un vantaggio nel ridare reputazione al debito dei paesi in crisi facendone calare fortemente lo spread: ridurre  la vertiginosa spesa per interessi che si traduce in recessione nel momento in cui i governi devono a questa reagire con più tasse o meno spesa per raggiungere gli obiettivi di pareggio di bilancio.

E allora come fare? L’unico modo, al contempo quantitativamente rilevante e capace di non irritare esplicitamente i tedeschi, è l’acquisto di debito pubblico dei paesi in crisi da parte della BCE. Scordatevi aiuti da parte del Fondo di Stabilità Europea (limitato nell’ammontare massimo attivabile) o schemi di sussidi dai Paesi con spread bassi ai paesi a spread alti, proposta dagli stessi difetti di mancanza di bon ton politico che caratterizza gli eurobond.

Idealmente vorremmo che la BCE di questi titoli ne acquistasse così tanti da far scendere gli spread italiani fino allo zero. Un tale abbattimento, ai tassi attuali, porterebbe oggi a più di 12 miliardi di euro di risparmi, 0,7% di PIL, una cifra destinata a crescere nel tempo. Ridurre gli spread a 250 punti base e non a zero comporterebbe circa la metà dei risparmi, 0,3% di PIL.

Ma. Perché c’è un ma. Per funzionare, ovviamente, questo schema dovrebbe avvenire senza condizioni di austerità ad esso incorporate, senza cioè richiedere ai Paesi che vengono aiutati dalla BCE un rafforzamento delle politiche di austerità. Sarebbe come dare ad un poveraccio su un cornicione a rischio di caduta dal grattacielo una mano scivolosa: esito disastroso.

Ma anche se così fosse, resterebbe comunque uno schema monco: l’abbattimento dello spread è una condizione forse necessaria ma certamente non sufficiente per ripristinare quella crescita economica subito (e non domani) nei paesi in difficoltà che è l’unica medicina che può convincere i mercati che l’euro può salvarsi.  Come minimo i risparmi d’interessi generati grazie all’azione della BCE andrebbero immediatamente restituiti all’economia, tramite maggiore spesa pubblica o minore imposizione fiscale, generando PIL (ed entrate fiscali che permettono anche il raggiungimento di obiettivi di finanza pubblica).

Se invece ci limitassimo a godere per l’abbassamento della spesa per interessi con un Prodotto interno lordo ancora in picchiata, dedicandoci a ridurre miopicamente il debito ed il deficit pubblico, perderemmo l’ennesima occasione per arrestare l’emorragia di posti di lavoro che scompaiono e di imprese che chiudono, lo spreco più grande. Ovvero l’occasione per salvare l’euro.

Anche Alexander Hamilton aveva una idea precisa di cosa fare con i soldi ottenuti dai mercati o con le tasse: proteggere con sussidi la nascente industria manifatturiera e costruire strade e canali. Non una cattiva idea anche per l’oggi europeo, che modernizzata potrebbe essere tradotta in “proteggere le PMI e spendere per rilanciare la domanda aggregata”. E’ chiedere troppo ai nostri leader?

Una versione limata di questo è oggi sul Foglio

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