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L’Unione Fiscale sarà austera, dunque inutile

Purtroppo c’è chi insiste, anche di fronte all’evidenza più smaccata, a parlare di Europa senza ancorarla nella concretezza di cui ha bisogno oggi.

Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini ieri su Repubblica sfidano la storia ed i suoi insegnamenti chiedendo un’Europa federata, prima di tutto nel debito e poi nelle istituzioni:

federare il debito dei paesi dell’Unione Monetaria, come avvenne alla fine del 1700 negli Stati Uniti dopo la guerra con l’Inghilterra. Così gli stati in difficoltà verrebbero sottratti alla morsa della speculazione finanziaria poiché farebbero parte di un’entità sovranazionale molto più forte sul piano economico e su quello politico. Inoltre, verrebbe meno la concorrenza distruttiva all’interno dell’Europa che avvantaggia le economie più competitive a danno di quelle più deboli ripristinando in tal modo il funzionamento della politica monetaria“.

Per spiegare la necessità di un debito unico partono da quello che loro considerano un dato di fatto:

Oggi il problema più grande dell’Unione Monetaria Europea è quello dei diversi rapporti tra debito e Pil nei vari paesi, un’asimmetria che sta bloccando la trasmissione delle decisioni di politica monetaria. Il tasso di sconto fissato dalla Banca Centrale Europea non si riflette sull’economia e l’interesse sui prestiti bancari è condizionato dal tasso di interesse sui titoli pubblici, cioè dal costo del finanziamento degli stati su cui la Banca Centrale non riesce minimamente ad influire.”

A guardare bene la c.d. “diversità del debito” (prendo per comodità i Paesi storici dell’euro, inclusa la Grecia) uno si accorge che la dispersione dei valori del rapporto debito su PIL è andata crescendo dal 1995 (0,44 il coefficiente di variazione) al 2007 anno della crisi (0,52 il picco). Da allora i debiti su PIL si assomigliano sempre di più ed oggi la dispersione è uguale a quella del 1995 (0,44).

Per capirlo in un altro modo: la Germania è salita dal 55% di debito PIL all’80%, mentre l’Italia ha, oggi (2011), esattamente lo stesso livello di allora, 120,5%.

La differenza non sta tanto dunque nelle differenze tra paesi dell’area dell’euro ma del livello medio di debito su PIL: nel 1995 era del 72% oggi è dell’87%. Ed il debito europeo sale perché un fenomeno pressoché comune colpisce l’Europa di questi ultimi anni: l’incapacità di debellare una volta per tutte questa recessione.

Gli spread diversi tra Paesi che colpiscono l’Europa e che mettono in difficoltà la politica monetaria non sono dovuti dunque ai diversi debiti, né ovviamente ai crescenti debiti che caratterizzano tutti i paesi, quanto all’incapacità di segnalare credibilmente ai mercati che si sappia usare la politica economica per ripagarli. E ciò preoccupa i mercati non tanto perché temono un default di un Paese periferico, come la Grecia, cosa gestibilissima (di fatto il Fondo Monetario lo sta da settimane chiedendo in un qualche tipo di forma), quanto perché temono della Grecia un’uscita dall’area dell’euro. Evento questo, ben meno gestibile sul piano simbolico e dalle capacità di rapidamente contagiare il resto dei Paesi in difficoltà.

Gli spread, lo ripetiamo per la centesima volta e da sempre, sono il compenso richiesto per una possibile svalutazione del Paese sovrano. Italia compresa. Dopo che ha svalutato la Grecia.

Cosa fermerà questa crisi è dunque ciò che renderà la Grecia un Paese disposto a rimanere nell’area dell’euro.  Oggi lo è sempre meno a causa del dolore e della sofferenza che l’Europa le impone. In maniera interessante dovrei dire “l’enfasi sul dolore e sulla sofferenza che l’Europa le impone”. Perché se è vero che l’austerità imposta c’è, è anche vero che mese dopo mese i i traguardi greci vengono allontanati nel tempo nel silenzio generale ed ipocrita degli altri governi europei, timorosi di apparire solidali ma un po’ solidali lo stesso.

Vorrei parlare con un filosofo o uno psicologo se, a parità di generosità, un individuo si sente meglio se questa generosità è esplicita o implicita. Ho la quasi certezza che non basti essere generosi, bisogna esserlo esplicitamente e convintamente, per ottenere gratitudine e senso di fratellanza.

Per questo capisco che Ruffolo e Sylos Labini chiedano una Unione federale fiscale. Perché secondo loro è un gesto esplicito di solidarietà.

Ma non è vero. L’Unione fiscale che oggi l’Europa può creare è solo la somma di quanto possono dare i singoli Paesi all’Altro. E questo è poco, come le recenti trattative sul budget europeo mostrano. La loro proposta si rivelerebbe fallimentare perché basata su alchimie istituzionali senza basarsi sulla volontà dei popoli. Sarebbe una Unione fiscale austera. Inutile.

Dobbiamo regalare in funzione della nostra capacità di regalare. E questa è ancora piccola, come lo era negli Stati Uniti durante il primo secolo di vita, quando gli egoismi degli Stati, comprensibili perché erano anche ancorati in saldi valori comuni non conciliabili con quelli degli stati confinanti, hanno a lungo frenato lo sviluppo in senso di Unione fiscale. Il debito federale di Madison di cui parlano i nostri articolisti fu una temporanea eccezione effettuata per non inimicarsi i mercati finanziari di fronte ad un rischio di invasione inglese e/o spagnola. In pochi anni, e fino al 1930, tutte le statistiche sul peso del governo centrale statunitense si avvicinarono invece allo zero.

E la nostra capacità di regalare, così scarsa ma così essenziale per sopravvivere, può solo basarsi sul “regalare” ai paesi in difficoltà una crescita economica che uccida la congiuntura negativa. Non dunque le riforme, ma la domanda aggregata del Nord e del Sud, lasciate libere in maniera credibile (di più al Nord, meno al Sud ma pur sempre libera), è l’unico regalo che, salvando la Grecia, salverà l’Europa. E lo possiamo fare, questo regalo alla Grecia, perché beneficia anche noi. In attesa di divenire più europei, cosa che non diverremo mai senza questo piccolo regalo oggi.

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