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La recessione uccide la classe media

Gli statunitensi sono tormentati da quella che chiamano la “jobless recovery”, la ripresa senza occupazione. La cosa interessante è che questa non riguarda solo questa ultima ripresa, fiacca: sono le ultime recessioni ad aver creato uno iato con le riprese precedenti. L’ultima ripresa “normale” fu quella del 1982. Vedete qui sotto la differenza tra quell’anno e questa ultima, dove i mesi della recessione sono in rosso, con dati tratti da un importante lavoro uscito pochi giorni fa, scritto da Jaimovich e Siu, due ricercatori del continente americano. Spicca nel secondo grafico la mancanza di ripresa di occupazione dopo i mesi della recessione.

“Non credo che per l’Italia sia così, mi dice Marco, amico e esperto di queste cose, ma dovremmo verificare”.

Quindi non dobbiamo preoccuparci? Certo che dobbiamo preoccuparci. Perché gli Stati Uniti sono sempre un laboratorio importante per capire quello che potrebbe avvenire da noi qualche lustro dopo, o forse anche prima. Potremmo cioè non solo avere il problema di mettere la parola fine a questa recessione non prima di 5-10 anni (cosa che temo fortemente alla luce anche dei lavori di Koh e della nostra ostinata pervicacia a non fare politiche fiscali espansive durante questa fase del ciclo) ma anche quello di uscirne senza creare nuovi posti di lavoro.

I due ricercatori mostrano due cose importanti. Che queste jobless recoveries sono dovute alla sparizione di un certo tipo di posti di lavoro nell’economia americana, che nelle recessioni normali degli anni settanta ed ottanta, quelle seguite da creazioni di posti di lavoro, invece non sparivano. E che questi lavori spariscono proprio nelle recessioni.

Ovvero che le recessioni cicliche hanno un nuovo pericolo, un nuovo costo, di lunga durata: la cancellazione per sempre di un certo tipo di lavori (lavoratori). Per questo vanno combattute ancora con maggiore forza. Anche se, come vedremo, per certi versi il cambiamento dell’offerta di lavoro nel lungo periodo pare ineluttabile e dobbiamo trovare anche altri modi per rimediare.

Vediamo meglio. I due ricercatori disaggregano l’occupazione americana sotto due dimensioni: intellettuale vs. manuale e routine vs. non-routine. Qui sotto un esempio dei lavori suddivisi per tipologia.

I lavori intellettuali non di routine tendono a richiedere alta abilità ed i lavori non di routine manuali bassa abilità. Le occupazioni di routine, siano esse intellettuali o manuali, abilità media.

La Figura sotto mostra cosa è avvenuto in America negli ultimi 30 anni, la c.d. polarizzazione dei mestieri, dove quelli ad abilità media, le occupazione di routine, sono via via scomparse, e la struttura dell’occupazione si è concentrata sugli estremi delle abilità: basse o alte, passate dal 42 al 56% dei posti di lavoro.

Sono cioè scomparsi, mi chiede mia moglie che mi ascolta, i posti per le segretarie? In un certo senso sì: e la globalizzazione e l’ICT probabilmente spiegano perché le aziende cancellano questi posti di lavoro.

Ma quando lo fanno? Ecco l’altro punto interessante. A valle di una recessione. E’ in questo momento che non si ricreano più proprio i posti di routine: 92% della caduta dei posti di routine è accaduto nell’anno successivo ad una recessione. Gli altri mestieri non hanno questa tendenza. E tuttavia, prima che avvenisse la polarizzazione dei mestieri, le recessioni non impattavano in maniera diversa sui mestieri di routine che, con la ripresa economica – prima degli anni novanta, venivano a ricrearsi come per gli altri mestieri.

I due fenomeni, polarizzazione e riprese senza occupazione sono strettamente legati, affermano i ricercatori. Confrontate la recessione del 1982 con quella più recente e vedrete che sono solo i lavori di routine che ora calano ed è solo ora che è avvenuta la polarizzazione che non si riprendono più dopo una recessione.

Chiudono il quadro dimostrando quanto ora spero sia chiaro: se non ci fosse stata la polarizzazione dei mestieri che accade nelle recessioni non si assisterebbe a riprese senza occupazione.

Ma c’è un ultimo dettaglio non da poco: i lavori che vengono cancellati e che dopo una recessione non tornano più non sono i soliti sospetti. Non sono né quelli nel manifatturiero né quelli dei lavoratori meno istruiti. Un esempio aiuterà a comprendere meglio questo importante aspetto.

Lavoratori istruiti vs. non istruiti spiegano la divisione tra occupazioni intellettuali vs. manuali, con i lavoratori istruiti nelle prime ed i non istruiti nelle seconde. Ma la cancellazione dei posti di lavoro avviene sull’altra dimensione, quella routine vs. non routine. Per dirla in altro modo, i giardinieri (manuali non di routine) dopo queste recessioni ritrovano il loro lavoro, gli operatori di macchinari (manuali di routine) no.

Sembrerebbe proprio che globalizzazione ed ICT (e forse altri fattori) stanno cancellando la classe media che lo sviluppo del dopoguerra aveva creato, e lo fa discretamente, approfittando delle recessioni, dando l’”occasione” per modificare localizzazione e tecnologie per produrre di più nella successiva ripresa, ma con meno occupazione.

Questo è tema che non riguarda solo gli Stati Uniti, credo che ci riguardi da vicino, anche se per ora meno drammaticamente.

Ne deduco due cose.

Primo, abbiamo un’altra ragione per combattere questa maledetta recessione, e cioè per evitare un rapido e drammatico impatto sulla nostra classe media. Tanto più la maledetta recessione si prolunga tanto più finisce per incidere sugli incentivi delle imprese a cambiare radicalmente il loro modo di produrre a scapito di una occupazione di tipo “routinario”, delocalizzando o utilizzando macchine ed ICT al loro posto.

Secondo: recessione o non recessione, il cambiamento globale e tecnologico cancellerà segretarie e addetti alle macchine, la classe media emergente del dopoguerra. Ci dobbiamo chiedere di che tipo di strumenti si deve dotare una società che ragiona sul suo futuro non immediato per evitare che lo sviluppo sia legato, come negli Usa degli ultimi decenni, ad una crescente disuguaglianza e polarizzazione.

Sapendo bene che maggiore redistribuzione via tasse non potrà essere una soluzione se non accompagnata da una forte focalizzazione su istruzione e competenze che creano ricchezza: forse, dico forse, il modello scandinavo appare il più attrezzato tra quelli esistenti per fronteggiare una sfida alla classe media senza pari da settanta anni a questa parte.

17 comments

  1. Post molto interessante e preoccupante allo stesso tempo. Non sta venendo fatto nulla per contrastare tutto questo, siamo di fronte ad un vero dramma.

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  2. Buongiorno Professore,
    leggendo il suo articolo mi vengono due osservazioni.
    1) La non-ripresa dell’occupazione negli USA potrebbe anche essere dovuta al fatto che il recupero del PIL è solo apparente, cioè drogato dai QE e altre diavolerie finanziarie della FED.
    2) L’analisi sui lavori ripetitivi/non ripetitivi, sia intellettuali che manuali è correttissima perché chi lavora nell’industria e nelle aziende in genere la osserva direttamente sulla sua pelle. A nessuna azienda piace licenziare, si creano grane con i sindacati e la pubblica opinione tanto per fare un esempio; anche se un lavoro è “obsoleto” viene mantenuto in vita fino a quando non arrivi una situazione di crisi, sia essa particolare dell’azienda o generale.
    Per quello che vale la mia esperienza posso dire che nell’azienda in cui lavoro le segretarie sono di fatto sparite visto che ormai una qualsiasi relazione tecnica me la scrivo da solo con Word, avendo pochissimo senso che, come facevo un tempo, la scriva a mano per darla a qualcun altro per scriverla sul computer (un tempo con la macchina per scrivere). Ugualmente, usando internet mi faccio da solo le prenotazioni dei biglietti d’aereo o d’albergo scegliendo direttamente ciò che mi fa più comodo. In ogni caso la sparizione delle segretarie è fondamentalmente avvenuta in occasione dei momenti negativi. Quando le cose andavano bene nessuno ci ha mai pensato.
    Come Lei osserva le nuove tecnologie stanno facendo sparire la classe media del dopoguerra. Ma la stessa cosa, mutatis mutandis, avvenne quando ci fu la rivoluzione industriale. Un certo tipo di lavori sparì e venne poi sostituita da altre attività. Anche allora molti temettero per la “fine della civiltà”, i luddisti andavano a distruggere i telai meccanici, eppure la civiltà non finì e andò avanti. E’ chiaro che alcuni vengono a soffrire quando questi cambiamenti avvengono, ma sono prezzi che si pagano per andare avanti. Per arrivare sulla luna sono morti pionieri del volo e astronauti.
    Forse più che “cercare strumenti per indirizzare lo sviluppo” può essere più utile adottare strumenti di solidarietà veramente sentita e non imposta dallo Stato per chi si trova al momento in difficoltà e lasciare che siano invece lo sviluppo tecnologico e il mercato a definire una nuova situazione di equilibrio, adattando l’educazione a quelle che saranno le nuove competenze richieste e che ogi ancora non conosciamo a fondo.

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      • C’è anche un’altra considerazione da fare.
        Quando avvenne la rivoluzione industriale molti ricchi proprietari terrieri che vivevano di rendita si impoverirono gradualmente. Si salvarono quelli che seppero trasformarsi.
        Essi, prima della rivoluzione industriale, costituivano la fascia ricca della popolazione di un certo paese cos’ come noi “occidentali” fino a oggi abbiamo costituito la fascia ricca della popolazione del pianeta.
        La rivoluzione dei trasporti e quella di internet sono in questo senso paragonabili a livello planetario a quella industriale a livello nazionale.
        La fascia ricca occidentale sta perdendo quota a vantaggio di quella prima più povera, i BRICS in primo luogo.
        E’ un processo di equalizzazione che avviene ora a livello planetario.
        E, così come successe sul finire del ’700-inizio ’800 quando solo alcuni degli aristocratici si salvarono e anzi si arricchirono ancora di più perché capirono cosa stava succedendo mettendosi alla guida del processo, lo stesso avviene oggi all’interno delle popolazioni occidentali, equivalenti a livello planetario agli aristocratici di un tempo. Alcuno hanno capito cosa sta succedendo, non vi si oppongono ma anzi guidano il processo. E’ chi si oppone al processo pensando di mantenere in piedi schemi consolidati che fa una brutta fine

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        • Attenzione a non pensare che ci sia solo una questione qui: non solo quella dell’efficienza ma anche quella della distribuzione. E non credo che la questione della distribuzione possa essere separata dalla cultura del paese ma anche dagli sviluppi tecnologici. Non credo che oggi non possiamo gestire nuovi mutamenti tadicali con minori brutalità della rivoluzione industriale.

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        • Sì ma lei non ha capito una cosa. Esistono sicuramente nuove frontiere lavorative, soprattutto nel campo dei SERVIZI, ma questi settori devono ricevere adeguati INVESTIMENTI che in questo momento la logica vuole sia lo Stato a fare perchè i PRIVATI non INVESTONO nella formazione e nelle risorse umane quando siamo in fase recessiva. LO Stato invece continua ad adottare politiche RESTRITTIVE che deprimono la DOMANDA, i CONSUMI e non fanno che aggravare la situazione. Qua l’unica prospettiva è la DISOCCUPAZIONE di MASSA, non la TRASFORMAZIONE INDUSTRIALE perchè puoi reinventarti quanti lavori vuoi ma se NON TI PAGANO e non disponi dei CAPITALI per finanziare la tua attività non si va da nessuna parte.

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  3. Il punto è anche questo: il lavoro c’è o non c’è per tutti? E che genere di lavoro si può trovare come alternativa? Considero, quando sui siti (tipo quello della Cgil) leggo che l’azienda X ha chiesto la Cassa integrazione o ha fallito, tutto l’indotto che si perde. E se per i dipendenti ci sono ammortizzatori sociali, seppure blandi e poco efficaci, forse, per i proprietari, per i padroni, per le partite iva, non ne esistono. Certo che prendere in giro operai e maestranze con finti e inutili corsi di riqualificazione, non mi pare onesto.Ecco che mi domando: che cosa c’è per loro? E per le partite iva? E da qui nascono innumerevoli opinioni. Tra queste c’è quella di chi dice “peggio per loro, vuol dire che non sapevano stare sul mercato”, c’è poi chi dice che “se non hai soldi, peggio per te:non puoi fare niente e nessuno te li deve dare a fondo perduto o a tasso agevolato”. Sembra quasi che ci sia chi gode se alcune aziende affondano,se si ingrossano le file dei disoccupati. Il famoso reddito di cittadinanza potrebbe forse aiutare?

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    • Ecco. C’è roba di cui discutere. Come diceva Bob Solow nel nostro volume su Keynes, quando un giorno tutto il prodotto dell’umanità potrà essere ottenuto spingendo un bottone di 1 azienda in 2 secondi, la questione chiave diverrà quella della proprietà di quella azienda.

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  4. Concordo con l’osservazione di Vincenzo:
    la vera Sfida credo che sia rivolta al Sistema Educativo e Rieducativo nel risolvere il problema del come fare a
    - formare (ex novo)
    - riformare (chi ha competenze ed esperienze non più appetite dal Mondo del Lavoro)
    persone che possano collocarsi adeguatamente all’interno del nuovo contesto lavorativo così profondamente mutato.

    Certo la mutazione repentina è indubbiamente spiazzante, ma essa sarebbe stata più graduale se, nei momenti non crisi, non ci si fosse intestarditi a mantenere artificialmente richiesti alcuni lavori

    Soprattutto credo che posizioni di tipo “neo-luddiste” di tipo Anti-ICT siano assolutamente inutili e anacronistiche:
    bisogna, a mio avviso, semplicemente che il Paese prenda atto di questo cambiamento (dato che si tratta di evoluzione e non di involuzione non va contrastata) e raccolga la sfida che esso gli pone, descritta poche righe sopra.

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    • “come fare a
      - formare (ex novo)
      - riformare (chi ha competenze ed esperienze non più appetite dal Mondo del Lavoro)”
      assolutamente d’accordo. Ma per fare queste cose ci vogliono INVESTIMENTI. Mancano i CAPITALI da INVESTIRE. Mancano i SOLDI per FINANZIARE la FORMAZIONE e PROGRAMMI di PIENA OCCUPAZIONE in nuovi settori ancora sottoutilizzati. Ci vuole un nuovo NEW DEAL. O queste cose rimarranno solo UTOPIE.

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