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La fata Obama convochi subito il G8 e salvi l’Europa

Capodanno a casa di Lalla e Fabrizio in un cielo di fuochi ma anche di lanterne che solcano la notte di Roma.

Guardate che belle queste foto di Luca Giocondo di Torino.

Vengono dalla Cina le lanterne. Leggo che una … leggenda narra che Imperatore Celeste di Giada fosse un giorno molto arrabbiato nei confronti di una città per l’assassinio della sua oca preferita, quindi per punizione avesse deciso di bruciare l’intera città, ma una fata buona di cuore, sentendo ciò, aveva avvertito gli abitanti della città del pericolo, suggerendo loro di accendere nella notte migliaia di lanterne, tale che dal cielo, la città sarebbe parsa come arsa dal fuoco, così che l’Imperatore avrebbe creduto la sua oca vendicata e avrebbe lasciato perdere. Da qui la festa delle lanterne come un modo per ringraziare la fata.

Non abbiamo ancora una fata per ringraziarla di averci salvato da una crisi che rischia di avvenire a causa di chi è giustamente arrabbiato che la sua oca preferita è stata uccisa ma che non ha voglia di perdonare e venire incontro. Ma stiamo mandando le nostre lanterne nel cielo chiamando in aiuto.

Anche al di là dell’oceano. Leggevo la (ex) consigliera economica di Obama, sempre lei, la ottima economista Christina Romer.

Il suo discorso come sempre riguarda l’economia statunitense ma ha un afflato globale quando dice che (mia traduzione)il futuro della nostra ripresa dipende in buona parte da quello che faranno gli europei. Cosa faranno? Leggiamola: “sul piano fiscale, i governi europei ed il Fondo Monetario Internazionale devono riconoscere che programmi immediati di austerità fiscale non funzionano. Molti paesi sono inviluppati in un circolo vizioso recessivo. Tagli di breve periodo dei bilanci hanno portato a crescente disoccupazione che a sua volta ha fatto calare le entrate fiscali. E ciò ha portato alla richiesta di maggiore austerità [vi ritrovate in questa analisi? Io sì, GP]. Il mio grande timore è che qualsiasi progetto di accordo fiscale che dovessero raggiungere I leader europei a Marsiglia [la lezione della Romer si è tenuta qualche giorno prima  della Conferenza francese, di cui conoscete bene la mia opinione e che conferma i timori della Romer: costruzione deflattiva e recessiva] sara senza alcuna novità di rilievo. Un approccio decisamente migliore sarebbe quello di riforme strutturali immediate a contrazioni fiscali successive all’uscita dalla recessione. Paesi come l’Italia dovrebbero attuare riforme per migliorare la flessibilità del mercato del lavoro e per ridurre I costi al fare impresa. Ma dovrebbero fare politiche di riduzione del deficit solo lentamente, perché quello di cui questi paesi necessitano più di qualsiasi altra cosa per rimanere solventi è di riprendere il loro percorso di crescita economica.

Ecco, sono veramente d’accordo. Riforme ma solo con crescita. E crescita solo senza austerità. So che la Romer sarebbe d’accordo con me quando dico: e questo spazio derivante dalla minore austerità usiamolo per spendere bene con la spesa pubblica. E il tutto fatto da ogni singolo Paese, con l’avvertenza che la Germania può e deve fare le sue politiche fiscali anche in deficit, mentre noi la maggiore spesa pubblica la facciamo con maggiore tassazione o tagli di sprechi (risulta espansiva per il ciclo economico, anche se un po’ meno che se la facessimo in deficit, ma tant’è, non riesco nemmeno io a convincermi che con l’attuale momento politico sia realistico chiedere a Monti di finanziarle con debito, queste nuove spese).

PS: Mi direte. Come individuare gli sprechi? Semplice: basta avere il controllo pieno di cosa si sta facendo, come in qualsiasi impresa che si rispetti. Cosa aspetta il Presidente Monti a vietare con una minuscola ma rivoluzionaria norma qualsiasi gara d’appalto che non fornisca in tempo reale al Governo data, luogo, azienda, prodotto, prezzo, qualità, durata e quantità acquistati così da permettere il confronto e monitoraggio?

Perché la Germania dovrebbe accettare tutto ciò? Per 3 motivi. Primo, perché glielo dice Obama (ancora la Romer: dovremmo fare tutto ciò per rafforzare la nostra crescita americana  e quella del resto del mondo ed incoraggiare altri paesi che abbiano spazio fiscale a seguire politiche economiche responsabili a favore della crescita). Secondo, perché a fronte della spesa della formica i paesi cicala come l’Italia mettono sul tavolo del negoziato (sarebbe in maniera stavolta credibile, non come non è plausibile facciamo oggi in recessione) le riforme. Terzo, perché (ecco l’idea della Romer), nell’accordo ci si impegna a ridurre l’aumento di spesa non appena l’economia dei paesi torna a crescere a più del 2%, così rassicurando ancora di più i mercati.

Si impone immediatamente un nuovo G8 per rimediare al disastro di Marsiglia ed invertire la rotta. Che sia Obama la fata che ci salverà? Credo sia possibile.

10 comments

  1. Dario Giulitti

    02/01/2012 @ 00:10

    Buonasera Professore,

    sono uno studente della sua Facoltà che ha avuto la fortuna di seguire un suo corso un paio di anni fa; da quando sono venuto a conoscenza del suo blog e della sua pagina Twitter la seguo costantemente e, sebbene non molto in tema con quest’intervento (se non per una piccola parte), le vorrei chiedere un’opinione circa una mia considerazione su un aspetto fondamentale di possibile rilancio del nostro amato Paese.
    Le premetto che per mia natura sono più un’aziendalista che un’economista (sebbene non sia ancora nessuna delle due cose!) in particolare il mio interesse principale è sempre stato il Marketing.
    A tal proposito, mi sono sempre chiesto (e qui vengo in piccola parte al suo intervento) come sia possibile che lo Stato non sia gestito, almeno per determinate funzioni fondamentali, alla stessa stregua di un’azienda virtuosa, ossia secondo i principi che ben impariamo noi studenti.
    In particolare mi sembra assolutamente palese che, tralasciando per un attimo le discussioni prettamente macroeconomiche, viviamo in uno dei Paesi con le maggiori potenzialità del Globo.
    Se è vero che l’impresa-tipo ambisce ad ottenere fattori critici di successo, di qualsiasi natura essi siano, che la portino a raggiungere una posizione di vantaggio competitivo stabile, eccellenza durabile nel proprio settore, che siano peraltro difficilmente imitabili, è altresì vero che l’Italia, considerata sotto questo punto di vista, ha degli asset di infinito valore dal punto di vista storico, artistico e culturale, che dovrebbero permettergli a lungo termine, qualora gestiti nella maniera ottimale, di avere un’autosufficienza economico-finanziaria nonostante le deficienze evidenti in altri settori (competitività della manodopera ed accesso all’energia su tutti).
    La mia considerazione è pertanto la seguente; nell’ottica di un piano di crescita nel lungo periodo del nostro Paese, potrebbe essere opportuno cercare di non entrare, per quanto possibile, in competizione sugli aspetti sopracitati dove non siamo all’altezza, concentrando i nostri sforzi sullo sviluppo di un fortissimo “Brand di Paese” (magari proprio creando un dipartimento statale apposito), con un’azione di incentivazione all’esportazione del Made in Italy, di ritorno all’artigianato, di promozione di una vera “cultura dell’ospitalità”, per renderci veramente competitivi ed emanciparci in qualche modo da un’economia ormai troppo poco ancorata al reale?

    Grazie, Complimenti per tutto e Buon Anno!

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    • Sì. Aiutare dove siamo ovviamente avvantaggiati mi pare gisutissimo.
      Ma attenzione comunque a cercare sempre di rendere la vita facile alle imprese IN GENERALE: è la migliore politica industriale al mondo, quella di far cercare di emergere le eccellenze là dove sono nascoste e dove dunque non possono emergere tramite aiuto diretto ma tramite contesto favorevole.

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  2. Professore, l’evidenza degli argomenti è tale che davvero mi chiedo come possano essere ignorati, a meno di non essere: a) sprovveduti b) perseguire altri scopi.
    Personalmente tenderei ad escludere il punto a). Resta il punto b), la cui imperscrutabilità mi lascia parecchio preoccupato.
    O forse sono io ad essere paranoico?

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  3. massimo ciuffini

    02/01/2012 @ 12:41

    Forse da parte sua sarebbe necessario un pò più di coraggio. Mi Sembra che non si fidi neanche lei di quello che dice. E come pensa di convincere qualcuno, a queste condizioni.
    L’idea che il governo sappia in tempo reale di tutti gli appalti di beni e servizi che avvengono in Italia mi lascia molto preplesso. Prima di poter entrare nel merito di quelle spese servirebbero anni…ma non è lei che ha, giustamente, gridato all’emergenza e alla straordinarietà della situazione? E adesso aggiusta il tiro… Ed era l’unico che aveva “bucato” lo schermo del più becero conformismo… Mah…E perchè dobbiamo aspettare il cruscotto di cui lei parla per capire per esempio che la TAV in Val di Susa è uno spreco di risorse rispetto ad investire nelle infrastrutture di trasporto locale e sui nodi ferroviari delle grandi e medie città italiane, anche la stessa Torino!
    Autostrade…? Ma è la rete locale e minuta dell’Italia che va rifatta e tenuta in ordine e sicurezza! Le priorità nel dove eliminare gli sprechi e dove impegare bene le risorse pubbliche anche e sopratutto a debito lo si sa benissimo!

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    • Grazie del messagio. Non mi è chiarissimo quindi scusi se faccio anche io domande. Ma mi lasci dire che sono sicurissimo di quello che dico e sono anni che lo dico…

      In che senso ci vorrebbero anni? Basta che lei si legge il saggio di Bandiera, Prat e Valletti pubblicato nel 2009 sull’American Economic Review per capire che il metodo statistico per identificare gli sprechi è già conosciuto e di altissimo livello scientifico (certamente migliorabile!). Loro sono riusciti ad entrare in possesso di un database eccezionale su appalti di beni e servizi che non viene utilizzato per la politica economica ma che è già a diposizione. Con quel metodo in tempo reale si alzano le bandierine rosse che le permettono di individuare errori ed omissioni e bloccarle.
      Inoltre ci sono esperienze istituzionali in paesi più poveri del nostro (Corea e Messico tra le tantissime) che mostrano come questi strumenti siano rapidissimamente implementabili a livello organizzativo nella P.A.
      L’unica cosa che manca è la legge che blocca chi effettua sprechi perché poi è troppo tardi, ma per farla è necessario conoscere.
      La TAV non è l’esempio ottimale come approccio da ripetere e mettere a sistema. Di TAV se ne fa una ogni XXX anni, non è permesso il paragone con altri esempi (nemmeno internazionali) facilmente. Per gestire la gran massa del 15% del PIL (30% della spesa pubblica) che sono acquisti ripetuti ha bisogno di quello che dico sopra.
      Per la TAV ed i Ponti di Messina si chiedono altri strumenti di governance specie in fase di controllo qualità, tempi e gestione. Non dico che non sia fondamentale, anzi!
      E poi il suo punto è più sofisticato. Lei mi parla di “scelta a monte” di dove mettere i soldi (locale vs TAV) che ovviamente richiede sensibilità, preferenze politiche, competenze, molto diverse dagli acquisti ripetuti dove si annida un buon 2 se non 3% di PIL di sprechi. In un certto senso parliamo di 2 questioni diverse (ambedue essenziali). Diciamo che la mia nel post è una questione di efficienza (comprare una cosa al prezzo giusto), la sua di efficacia (comprare la cosa giusta al prezzo giusto);(in altri post parlo di efficacia: comprare la cosa sbagliata al giusto prezzo serve a ben poco, quindi il suo punto è terribilmente importante).

      Una ultima precisazione. Non esistono comunque priorità su dove eliminare gli sprechi: gli sprechi vanno eliminati tutti. Invece concordo con lei che bisogna individuare dove impiegare le risorse ma non sono sicuro come lo è lei che il dove sia già noto indipendentemente dalle preferenze politiche (nel senso nobile del termine): sono certo che sinistra e destra abbiano, come è giusto in parte che sia, visioni diverse su questo.
      Insomma io non credo che la battaglia agli sprechi sia facile da combattere: richiede dati, studi, analisi, progetti, azione. Ma credo che si sappia come fare e che manchi solo il fare.
      Grazie per il suo stimolo.

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      • massimo ciuffini

        03/01/2012 @ 10:24

        La ringrazio per la risposta e le chiarisco ulteriormente le mie perplessità. Lavoro nel campo degli appalti pubblici di servizi, servizi di progettazione. Conosco molto bene questo mondo e chiaramente quello connesso degli appalti di lavori pubblici. In entrambi i casi il cruscotto di cui lei parla impiegherebbe degli anni a funzionare e non credo neanche che funzionerebbe bene una volta a regime. I problemi sono molteplici e il poco spazio a disposizione non aiuta. Sulle infrastrutture non posso che suggerirle di approfondire la sua riflessione. Ho l’impressione che sia un argomento che non domini a sufficienza. Per poter entrare nel merito di cosa sia o non sia una spesa corretta credo che bisognerebbe sapere di che cosa si parla, non sempre possono essere utilizzati gli stessi metodi. Ad ognuno il suo mestiere, io non sarei in grado di argomentare con le mie conoscenze tecniche che non si può sconfiggere una recessione con politiche di austerità e sino a che punto può essere necessario indebitarsi pur di uscire dal tunnel: questo è compito di un economista. Ma quando si passa a riflettere su come qualificare la spesa ed eliminare gli sprechi credo che servano professionalità diverse da quelle dei professori di economia. Farei sempre molta attenzione a valutare, decontestualizzandoli, gli esempi di altri paesi. Lei ha sostenuto che sugli sprechi conta più l’incompetenza che la corruzione. Credo che abbia ragione da vendere. Non compia lo stesso errore. Quanto al fatto che la spesa debba essere monitorata centralmente mi sembra che sfondi una porta aperta anche se sono venti anni, mi sembra, che si parli di federalismo.

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        • Eccomi. Certo che ci sono difficoltà e certo che se dico in 1 minuto potrebbe essere 1 anno, ma per me 1 anno è 1 minuto se penso alle future generazioni, si deve cominciare!
          Perché mi parla di economisti? Io non ho mai detto che era roba da economisti. Questa è roba da economisti, giuristi, statistici, organizzativi, ingegneri, architetti, tecnici. Tutti competenti e tutti che devono avere competenza (altissima). Quando fui presidente Consip chiamammo i migliori delle varie discipline e non dico che facemmo un grande lavoro (molti errori furono fatti, ma chi non sbaglia?) ma certamente che facemmo un laovro migliore che se avessimo lasciato il terreno solo a una categoria di competenze.
          Il punto fondamentale è quello che lei menziona nell’ultima frase: monitoraggio centralizzato. Mi aiuti a chiederlo a viva voce alla politica parlando ogni giorno con tutte le persone con cui va a pranzo e con cui lavora, vedrà che ci riusciremo.

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  4. genesio volpato

    03/01/2012 @ 11:05

    caro prof, mi piace leggerla, e le chiedo un parere su un argomento in contro-tendenza. Non so se ne ha già parlato, ma il libro di S.Latouche “La decrescita felice” mi ha molto colpito e vorrei un suo parere, non tanto sul libro, ma sulla teoria dell’economista francese. Siamo sicuri che la crescita sia ancora compatibile con lo sviluppo che abbiamo raggiunto ? come risponde a chi dice che non é possibile lavorare di più per produrre di più cose che non possiamo consumare ? e che i nostri consumi sono già eccessivi da tutti i punti di vista (ambientali, etici, economici) ? grazie e saluti

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    • Tanta gente povera starebbe meglio se consumasse di più e in molti casi il loro consumo non danneggerebbe la felicità di altri.
      Tanta gente ricca quando consuma di più consuma beni e servizi che li rendono più pronti a aiutare uno sviluppo sano del nostro mondo (consumo di cultura?).
      Non mi sento di fare una battaglia a priori per ridurre i consumi. Ma per combattere i consumi che hanno impatto negativo sulla vita degli altri sono prontissimo. Per discutere di una tassa sui beni di lusso sono prontissimo se l’utilizzo di questi fondi della tassazione è ben fatto e non sprecato.
      Mi sento infine di condividere la battaglia del mio amico Leonardo Becchetti che sono i consumatori con le loro organizzazioni a orientare le imprese verso la produzione di beni con maggiore contenuto etico o sociale.
      Mi da fastidio sindacare i gusti e le libertà altrui se non vi sono motivi forti per farlo, spero sia chiaro. E spero sia chiaro che ci muoviamo in un campo delicato di cui non sono il massimo esperto! Cari saluti

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