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Hollande tassa i ricchi come Roosevelt. Ma è Roosevelt?

Scendo fuori per strada a Parigi e mi trovo una troupe televisiva che intervista un cittadino francese che gesticola forsennatamente e si lamenta del Governo e della poca attenzione che dà ai poveri. Entro al bar, e le prime pagine dei giornali sono tutte piene della proposta Hollande, candidato socialista alla Presidenza (sì è lui l’uomo che nel 2007 – nella campagna elettorale per le primarie che poi perse contro Segolène Royal – disse “non amo i ricchi”), di alzare l’aliquota marginale sui redditi superiori al milione di euro dal 41% al 75%. Fa seguito alla proposta meno appariscente ma più impattante di aumentare l’aliquota dal 41 al 45% per i redditi sopra i 150000 euro l’anno (i Governi di destra dal 2002 le hanno abbassate dal 52,5% al 41 appunto).

Sono apparentemente 5800 i cittadini che guadagnano più di 1 milione di euro, circa lo 0,01% dei francesi. Hanno un reddito medio mensile di 82000 euro contro i 1580 del cittadini mediano. Al 90% sono uomini, 49 anni in media, per 2/3 abitanti nel parigino ovest abbiente. Se oggi un cittadino  francese che guadagna 1,5 milioni di euro l’anno paga 601642 euro di tasse (il 40% circa) con la proposta Hollande finirebbe per pagarne 805641, duecentomila euro in più per una aliquota media del 54%.

I comunisti radicali propongono l’aumento al 100% e mi viene da (sor)ridere. Dal dibattito sul salario minimo a quello sul salario massimo. Ma la proposta Hollande è invece importante e va discussa. Se moltiplichiamo un po’ a spanne l’aumento di tasse di 200.000 euro per i 5800 cittadini parliamo di poco più di 1 miliardo di euro, insomma robetta ai fini delle casse dello stato. Ma dall’alto valore simbolico, apparentemente rivolto a comunicare il passaggio ad una politica che vuole creare un contratto sociale diverso. Simile, a quanto si dice, in questi giorni, a quello prevalente negli Stati Uniti per lunghissimi decenni del XX° secolo, da Roosevelt a Reagan, dove l’aliquota massima si fermava attorno all’80% e toccò anche il 90% per cento (per segmenti di reddito dei più ricchi, corretti per l’inflazione, solo leggermente diversi). E dove la presenza dello Stato era considerata fondamentale e non un peso, come lo è oggi secondo molti osservatori ed economisti (non il sottoscritto).

Il grande timore, ovviamente, è quello gridato dai conservatori, di deprimere la voglia dei ricchi di lavorare e con questo di deprimere l’economia. Non è un timore da sottovalutare. Ma a cui rispondere con i dati.

Cosa ci racconta la storia americana? Si dà il caso che la solita Christina Romer (ex consigliere economica di Obama) ha appena inserito sul suo sito un lavoro (non ancora accettato per la pubblicazione) con suo marito David sugli effetti derivanti dalle (tante) variazioni delle aliquote marginali avvenute tra le due guerre mondiali. L’aliquota massima alla fine della Prima Guerra era del 77 percento; nel 1929  era scesa al 24 percento, nel 1936 di nuovo al 79 percento e nel 1940 era allo 86.9 percento (vedi grafico). Alcune riforme toccarono solo l’aliquota massima, altre tutte le aliquote. Cambiamenti ampi che avvengono raramente che dunque rappresentano per un economista quello che è l’Arca per l’archeologo Indiana Jones, un tesoro inestimabile e raro su cui ricercare.

La differenza con oggi è che allora solo lo 0,02% più ricco pagava circa il 95% delle tasse! La maggior parte delle famiglie non pagava imposte.  Ecco perché si concentrano dunque ad analizzare i comportamenti dello 0,05% più ricco della popolazione Usa in quegli anni.

I risultati che trovano mostrano che sì, il reddito individuale dei più ricchi dichiarato cala al crescere dell’aliquota, ma poco. Un aumento dell’1% dell’aliquota (per esempio un aumento dal 50 al 50,5%) genera un calo dello 0,2% del reddito dichiarato, e questo indipendentemente dalla fonte del reddito (da lavoro, capitale, profitti). Con questi numeri l’aliquota sui ricchissimi che massimizza il gettito per lo Stato è quella dell’84%: aumentare le tasse infatti deprime poco il reddito tassato di questi super ricchi!

E gli effetti di lungo periodo? Quello che Christina e David Romer trovano è non tanto un effetto sugli investimenti delle imprese quanto un (piccolo) effetto sulla creazione d’impresa, leggermente depressa dall’aumento delle aliquote marginali sui più ricchi.

Oggi il mondo è diverso. I contribuenti ricchi sono più sofisticati e la globalizzazione permette una più facile evasione. Le foresta delle detrazioni è oggi tale da rendere anche l’elusione più semplice. Tuttavia è chiaro da questo studio che gli impatti non sono così drammatici come li dipingono i conservatori. Faccio fatica a pensare un francese molto ricco, che debba in gran parte la sua ricchezza al fatto di risiedere nel suo paese, che abbandona questo per andare altrove a causa della proposta Hollande. Forse alcuni giovani abbandoneranno la Francia, è vero, per fare più reddito altrove. Ma non penso che molti di quei giovani sarebbero rimasti comunque in Francia.

No, la questione chiave che va posta ad Hollande ed a tutti quei governanti  che vorranno riformare il fisco in questa direzione è la seguente. Voi aumentate le tasse sui più ricchi adesso, nel peggiore momento economico degli ultimi 50 anni, come lo fece Roosevelt a seguito della crisi degli anni Trenta. Bene. Roosevelt lanciò con questo cambiamento un segnale di equità, simbolico, a cui fece però seguire molti passi concreti che rianimarono l’economia. E voi cosa intendete fare ora? Hollande ha già parlato di aumentare la spesa pubblica. Bene. Vorremmo saperne di più e vorremmo anche sapere se una volta usciti da questa crisi grazie alla spesa pubblica si intenda poi, come ha fatto Obama, riportare questa spesa ai livelli di partenza per rilanciare il volano dell’economia privata , concentrandosi piuttosto esclusivamente sul miglioramento della qualità della spesa pubblica. Solo così crescerà la fiducia nelle vostre scelte da parte dei cittadini e dei mercati.

Dati sulla Francia su fonte Libération di oggi.

3 comments

  1. georges dalle

    29/02/2012 @ 15:38

    Nel contempo il governo Monti prevede come riporta il titolo del Corriere della Sera: “Riforma fiscale, Monti sposta il peso
    delle tasse da quelle dirette alle indirette”.
    In questo modo si colpiranno i redditi più bassi favorendo la recessione…

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  2. Caro Prof. Piga,

    I comunisti radicali non vogliono aumentare le tasse ai ricchi, vogliono abolire la proprietà privata!

    Mi sorprende possa fare una tale confusione su questo argomento. eheh

    A presto e grazie per il suo blog,
    un comunista radicale

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