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L’università nella Germania del 400 modello per l’Italia del duemila

L’Unione europea ci chiede di portare la percentuale di laureati nella popolazione dei 30-35enni al 40% entro il 2020. Oggi siamo terz’ultimi nell’Europa a 27 con poco più del 15%. Avete sentito bene, terz’ultimi. L’Italia.

L’Italia che inventò l’università, a Bologna, nell’XI° secolo, per studiare il Codice Giustiniano.

Dobbiamo creare dunque l’università di massa.

Massificare l’università vuol dire aumentare drasticamente il numero di atenei pubblici e privati, tecnici, umanistici e scientifici. Massificare l’università vuol dire dunque anche accettare una riduzione della sua qualità media, mantenendo ovviamente la focalizzazione sull’eccellenza sia orizzontalmente (alcune università migliori di altre tra tutte le università) che verticalmente (in ogni università che lo desideri, le lauree magistrali, i Master e i dottorati garantiranno la scrematura dei migliori).

Aprire il tappo e consentire l’accesso ai meno abbienti che oggi si fermano (se tutto va bene) alla scuola dell’obbligo aiuterà le imprese a dotarsi, senza sostenere troppi costi, di personale preparato per lavorare in azienda e sfidare imprese di altri Paesi. Per aprire il tappo ci vuole, per usare un termine di moda oggi, flessibilità in uscita: nessuno si iscrive in una università se ciò non permette di ottenere lavoro meglio remunerato di quello che si otterrebbe senza studiare ulteriormente. E’ questa la sfida di aumentare lo sviluppo nel Paese di cui parlavamo oggi nel precedente blog, tramite le riforme, quelle importanti. Ma ci vuole anche flessibilità in entrata. L’università dovrà riuscire a avvicinare questi giovani poco abbienti con bassi costi d’entrata. I loro vincoli di liquidità sono tali che non ce la farebbero mai altrimenti.

Il problema si è già posto in tempi e luoghi poco sospettabili.

Germania, 1386.

Non vi erano università in Germania prima dello Scisma. Gli studenti dovevano recarsi in Francia a studiare, lontano. Erano probabilmente “giovani e abbienti nobili o ecclesiastici ben remunerati”. Troppo costoso spostarsi così lontano per gli altri meno abbienti. Pochi “germanici” dunque si laureavano. Lo Scisma fece sì che le Università francesi si chiudessero a coloro che provenivano dal Sacro Impero schieratosi col Papa romano. E che l’Impero dunque decidesse di stabilire le sue università: entro il 1392 nascono le prime tre: Heidelberg, Colonia ed Erfurt. Passo rivoluzionario. Un caso della storia, lo Scisma, iniziò una rivoluzione economica, senza prevederlo. Finalmente le università si avvicinavano agli artigiani ed ai commercianti germanici. Finalmente le università divenivano a loro portata: “difficilmente Martin Lutero avrebbe potuto godere di una istruzione universitaria se fosse dovuto andare a Parigi per riceverla” scrive Rashdall nel 1895.

Rashdall viene citato da due ricercatori, dell’Università di Monaco di Baviera e di Berkeley, che hanno studiato, riuscendo ad emozionarmi, il cataclisma economico che derivò da quel singolo momento di spaccatura religiosa per lo sviluppo economico delle città “tedesche”, anche se di vera e propria Germania non si poteva ancora parlare. Studiano lo stabilimento di 2256 città ed il momento in cui in queste viene permesso (dall’Imperatore o dal nobile locale) il commercio con fiere e mercati, permesso che innalza senza dubbio i livelli di scambio e benessere. Il privilegio di stabilire un mercato dava diritto al nobile di tassarne il commercio e di utilizzare il proprio conio per le transazioni ma prometteva in cambio la protezione dei mercanti sulle strade e durante la fiera, compresa la disponibilità di tribunali e di certezza delle misure (bilance comprese).

Quali città videro con maggiore probabilità fiorire le autorizzazioni di mercati e fiere? Sorpresa sorpresa, scoprono i 2 ricercatori, quelle più vicine a dove vennero a stabilirsi le nuove università. Le Università finalmente vicine ai più furono cioè il motore – secondo gli autori – che diede vita al fiorire dell’economia imperiale del quattrocento.

E perché mai? Cosa si studiava di così magico in queste università? Trivio (logica, grammatica, retorica) e quadrivio (aritmetica, geometria, musica ed astronomia), certo, e poterono anche loro aiutare nei commerci, senza dimenticare che le università furono specialmente utili nella creazione “di network di individui disposti a viaggiare, che parlavano il latino e che si istruirono su temi simili usando libri simili”. Utile per i commerci, certo, il networking, il conoscersi. Ma non fu solo questo. Queste università “formarono avvocati, che divennero amministratori, codificarono leggi e regolamenti, e furono risorse di staff e di consulenza per altri sul sistema legale che essi stessi avevano aiutato a svilupparsi”. All’epoca la conoscenza del diritto canonico e civile romano permise di sviluppare una garanzia di santità dei contratti e dunque dello scambio, proteggendo il commercio – con regole, oneri, diritti e penalità certe – dal rischio di espropriazione.

1000 studenti l’anno, il 15% del totale, studiavano legge in Germania nella seconda metà del Quattrocento. In tutto il XIII° secolo a Bologna si recarono (per tutte le materie) 489 studenti tedeschi, 1650 nel XIV°. Una crescita immensa, quella del 400, per quei tempi. Queste migliaia di laureati, documentano gli autori, furono assunti in tutte le amministrazioni, compresa la Corte Imperiale, dando vita ad una enorme crescita dell’uniformità dei contratti e delle norme di riferimento. Da qui la crescita, sostenuta dall’università.

Con uno schiocco delle dita usciamo da questa magia dei tempi passati e torniamo ad oggi. Abbiamo bisogno meno di leggi oggi, è vero, ma il mondo anela per nuove idee. Le idee nascono dal colloquio e dallo studio e dal colloquio ancora. Dobbiamo creare questi luoghi dove colloquiare e diffondere la conoscenza tra giovani, come fecero le città tedesche del quattrocento. Dobbiamo far sì che i nostri ragazzi si ritrovino in luoghi preziosi, dove si manifatturino idee che sostengano scambi e crescita di opportunità e ricchezza.

Oggi come allora, oggi più di allora, ridurre le distanza dai luoghi dove si studia e si discute è la migliore opera di elevazione dei giovani che possiamo immaginare, aprendogli accessi che altrimenti non avrebbero. Per farlo, ogni chilometro quadrato del nostro paese dovrà costruire una università. I ragazzi si sveglieranno la mattina e, trasportati da macchine velocissime che loro avranno inventato, prenderanno corsi la mattina a Napoli ed il pomeriggio a Gorizia per poi preparare coi loro colleghi tedeschi di Colonia, eredi di quella bellissima tradizione del 400, la sera, una tesi di laurea piena di nuove idee che aiuterà a generare, applicata sul mercato o riportata sui libri, la vera ed unica Europa che vogliamo, quella della cultura, della conoscenza e della pace.

Al lavoro, Ministro Profumo.

P.S. E se non saranno ogni chilometro quadrato, ricordiamoci che basta supportarli con borse di studio, da restituire in caso di successo nella vita.

12 comments

  1. Stefano Caiazza

    11/04/2012 @ 13:14

    Non credo servano più Università.
    Anche se in un mondo in cui non vi sia più valore legale al titolo di studio; le Università possano decidere da sè i programmi e le chiamate dei docenti sono libere sulla base dei cv e degli insegnamenti che si intende proporre, il loro numero potrebbe anche salire.

    E’ sicuramente importante una libertà maggiore (flessibilità) negli insegnamenti che si possono offrire. Trivio e Quadrivio sono importanti, che aggiornati ai tempi significa più materie umanistiche, più matematica, studi economici di base per ogni tipo di corso di studio.

    Ritengo fondamentale incentivare la domanda di istruzione universitaria.
    E questo può essere fatto solo incrementando il c.d. rendimento minceriano dell’istruzione e facendo ben comprendere i tanti rendimenti non monetari della stessa.

    Abbiamo carenza di capitale umano non per un problema di offerta ma di domanda (da keynesiano dovresti saperlo!) ed è la domanda che va quindi opportunamnte incentivata.

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  2. Gustavo, quindi l’Europa chiede alle famiglie italiane di farsi carico di costi che, per come stanno le cose in Italia, non genereranno poi alcun ritorno economico né sociale.
    I laureati italiani sono tutti a spasso, e qualcuno all’estero. L’università, peraltro, è già di massa, le lauree triennali sono l’equivalente della maturità di una volta.

    Si tratta, pare a me, dei soliti appelli europei senza alcuna aderenza con la realtà.

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    • Di massa? opppsss… I numeri parlano chiaro, mi spiace. L’università italiana è elitaria più di qualsiasi altro paese europeo. Basta vedere il reddito di chi si laurea alla fine del percorso (quei pochi che arrivano). Vedere non vuol dire capire: quello che non si vede del Paese è ben più grande, il nostro non è un osservatorio privilegiato, siamo solo dei privilegiati.
      I laureati italiani non sono a spasso, sono i giovani che sono a spasso. Allora è meglio metterli all’università dove imparano. Se non imparano nulla sui banchi imparano ad interloquire, come fecero col servizio militare, istituzione fondamentale che ha unito il paese (journal of economic perspectives, priceless).
      Costo grande? Mah, non è chiaro. Sicuramente spendiamo meno di tutti in istruzione e dunque un 1% di PIL lo calcolerei. Dove trovarlo? Ribadisco, dal 2 al 3% di PIL di sprechi ormai sono ben documentati.

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  3. mauro gosmin

    11/04/2012 @ 15:04

    Buongiorno professore sono un suo assiduo lettore, complimenti per l’articolo carico di sogni e di alti ideali.

    Mauro

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  4. ernesto buondonno

    11/04/2012 @ 17:25

    Carissimi ,
    1000 e più università, non capisco perché si vuole continuare a sostenere che l’università debba avere delle barriere all’ingresso, chi deve valutare chi può accedere e chi no, sulla base di stupidi test, credo che quante più persone studino non può che essere un favore per la nostra società, anche solo perché un livello culturale più alto non può che essere un vantaggio, forse anche solo per essere più consapevoli nel vivere sociale.
    Il livello dell’insegnamento deve essere garantito da chi insegna.
    Io sono un avvocato che ho deciso di dedicarmi all’agricoltura, che dite ho sprecato cosa tempo per laurearmi e fare l’esame di procuratore ?
    No lo considero un periodo di formazione e di crescita.
    Si devono limitare il numero degli architetti, ingegneri ? non posso laurearmi e andare a fare l’agronomo l’architetto in Cina? Chi deve decidere di limitare questo potenziale?.
    E poi come dice giustamente il prof Piga meglio fare studiare le nuove generazioni e non fare niente, che non fare niente e basta.

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  5. Sono d’accordo sul fatto che le università debbano aumentare, ma bisogna mettere delle condizioni, prima tra tutte la diversificazione dei curriculum: creiamo scuole professionali (stile in Francia) sono fondamentali.
    Sono fondamentali perché i professionisti tecnici servono: pensiamo a un elettricista di oggi e ancor più di domani. Questi ha bisogno di competenze sofisticate, tanto quanto (anche se in modo diverso) di uno studente che si appresta a studiare teoria della misura.

    Se saremo in grado di creare tali scuole, non solo abbiamo dato a più ragazzi l’opportunità di crescere e di imparare, stiamo anche:

    i) combattendo tutto il lavoro nero giovvanile.
    ii) togliamo rendite a tutti quegli enti che fanno formazione professionale farlocca. Gli studenti per primi devono sentirsi in un contesto in cui studiare è bello, è costruttivo e richiede impegno.

    Ovviamente ci vuole volontà politica sia per implementare il punto i) che il punto ii).

    (continua…)

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  6. La qualità.

    Non abbiamo bisogno di abbassare la qualità se creiamo scuole diversificate, anzi saremo in grado di aumentarla. Ne sono convinta.

    Per fare questo ci vogliono più soldi, molti più soldi per l’istruzione e per la ricerca. Si, l’istruzione, perché non possiamo pretendere di avere più laureati e seriamente preparati se già alla scuola superiore non gli abbiamo saputo trasmettere il valore della cultura, della conoscenza.
    Partiamo dalle elementari, dalle medie e poi continuiamo.

    (continua…)

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  7. Concordo sul facilitare l’accesso degli studenti meno abbienti. Ma oltre quel 2% che recuperiamo con gli sprechi è in virtà della qualità necessario avere obiettivi precisi e un po’ di visione (certo al fantasia non guasta neppure!!).

    Se solo volessimo fare lotta all’evasione seria, potremmo guardare a tutti gli affitti per studenti in nero (vedesi la grande battaglia di Bologna), recuperare le somme e metterle a disposizione per gli studenti, sottoforma di rimborsi per la’ffitto (vedesi il modello francese dela CAF).

    Infine, basta soldi alle scuole private. Sono soldi tolti alla scuola pubblica e non vedo perché un contribuente della “res publica” debba finanziare il privato, più di quanto faccia spontaneamente con le proprie scelte individuali (e purtroppo ancora non solo).

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  8. Buongiorno Professore,
    mi sono laureata 3 anni fa al Politecnico di Torino (I Facoltà di Architettura – Disegno Industriale) il cui rettore era l’attuale ministro Profumo.

    Non so come stiano le cose a ingegneria che è in un’altra sede, ma nel mio corso siamo partiti in circa 130 e attualmente i laureati sono circa 1/3. Gli altri hanno lasciato e non per ragioni economiche.
    Non più di una decina di ragazzi si sono laureati regolarmente al termine dei 3 anni (quindi la maggior parte dei genitori ha dovuto sostenere spese di studio più a lungo del necessario)
    Solo 2 si sono laureati con 110 lode e 3 con 110.
    Il 18 non veniva negato praticamente mai (salvo da un paio di professori normalmente esigenti). Con un minimo di studio e prestazioni decisamente poco brillanti si poteva ottenere un 25 o 27 (che equivale a 9!!) a seconda della magnanimità del docente.
    Solo per arrivare a voti superiori al 27 era necessario impegnarsi.
    L’unica difficoltà consisteva nell’elevato numero di esami da sostenere (37+inglese+tirocinio+tesi).
    I registri (presenza del 75% obbligatoria) venivano spesso firmati da compagni compiacenti.
    In aula, quelli in prima e seconda fila stavano abbastanza attenti, ma solo pochissimi di loro partecipavano attivamente alle lezioni.
    Dietro chiacchieravano, preparavano lavori per altri esami con il computer, inviavano sms… i docenti dovevano richiamarli come fanno le maestre alle elementari (in alcune occasioni al limite dell’isteria e della crisi di pianto) per riportare il volume del casino al di sotto di quello della loro voce (erano microfonati).
    Un 10% se ne stava al bar o in cortile a fumare (li lasciavano volentieri perché almeno non disturbavano).

    Questo non esclude che a un certo numero di ragazzi volonterosi sia impossibile accedere all’università per motivi economici. Ma là dentro il 90% degli iscritti non aveva alcuna voglia di studiare; alcuni erano lì per far contenti i genitori, altri perché non sapevano cos’altro fare, altri per prolungare il tempo di felice spensieratezza e divertimento il più a lungo possibile.

    Tengo a precisare che il mio non è un giudizio morale, ma la descrizione di una situazione reale che ho osservato con i miei occhi in un preciso contesto.
    Leggo sempre il suo blog (più che altro mi sforzo di capire e di imparare) e non avendo alcuna preparazione in economia mi astengo dal commentare, ma questa volta, per esperienza diretta, mi sento di scrivere che forse il problema è che la maggioranza dei ragazzi non ha voglia di studiare.
    Questo in parte potrebbe anche essere dovuto a programmi poco interessanti, a metodi superati o a docenti poco preparati o con scarsa attitudine all’insegnamento, quindi in questo senso il governo e in particolare il ministero potrebbero essere in qualche misura responsabili.

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