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Fate la cosa giusta

C’è chi studia se è meglio morire con la ghigliottina o con la forca per attenuare il dolore del criminale condannato a morte. E c’è chi invece studia il miglior modo di prevenire il crimine così da evitare condanne e morte.

Sono ambedue tipi di ricercatori utili, che ci tengono a ridurre la sofferenza nel mondo, ma a me francamente interessano più i secondi, forse per il fatto che i benefici di una loro corretta analisi sono molto maggiori dei benefici delle analisi dei primi.

E’ quello che mi viene in mente leggendo e confrontando, grazie alla ottima intuizione di un bravo economista italiano, Giulio Zanella, due lavori scientifici di qualità, sull’impatto delle politiche fiscali sul PIL (e dunque anche sull’occupazione).

Un lavoro, di Alesina, Favero e Giavazzi, studia l’impatto di manovre restrittive da parte di Governi che con tale azione non desiderano tuttavia reagire a variazioni del ciclo economico ma alla volontà (politica) di ridurre il deficit pubblico. E mostra che per questi Governi la riduzione delle spese è meno recessiva che l’aumento delle tasse. Insomma, se volete morire, fatelo riducendo la spesa, sarà meno doloroso.

Perché dico questo? Zanella spiega che la loro analisi è importante perché: È di ovvio interesse capire cosa sia meno dannoso per l’economia, nel senso di meno recessivo: se il consolidamento fiscale è necessario per evitare il collasso delle finanze pubbliche (e se a causa di miopia politica siamo costretti a farlo nel mezzo di una recessione anziché, come sarebbe saggio, durante un boom) dobbiamo scegliere un modo di realizzarlo che non aggravi ulteriormente la crisi produttiva e occupazionale in atto. A molti piace chiedersi se è quindi meglio tagliare la spesa o aumentare le tasse.

E se potessimo fare meglio? E se potessimo invece non fare cose “meno dannose”, ma “cose utili e giuste”? E se il consolidamento fiscale non fosse necessario per evitare il collasso delle finanze pubbliche? E se potessimo prevenire il crimine piuttosto che uccidere gentilmente (killing softly) il criminale?

Ma come, direte voi. Zanella afferma, sulla base dei risultati di Alesina, Favero e  Giavazzi (AFG) che “L’Italia si trova in una fase recessiva ed è costretta a un importante aggiustamento fiscale. Secondo AFG questo dovrebbe consistere prevalentemente di tagli alla spesa pubblica”. Ecco, questo non è vero, non lo dicono.

Non lo dicono perché 1) AFG non considerano se una economia è in recessione o meno ma se la manovra di finanza pubblica causa più o meno recessione e 2) AFG non considerano governi “costretti a un importante aggiustamento fiscale”, ma governi che scelgono di fare “importanti aggiustamenti fiscali”.

Mi si lasci far apprezzare la seconda sottile distinzione. Sono cioè paesi che hanno un governo che, no, non reagisce a condizioni del ciclo economico, ma che ha un suo desiderio di stabilizzazione fiscale, probabilmente per motivi ideologici. Probabilmente è stato eletto sulla base di queste sue convinzioni ed ha dalla sua parte una buona parte dell’elettorato, che ha dunque grazie a questo Governo aspettative positive sul futuro ed è disposto ad accettare con ottimismo e senza stormir di fronde le decisioni governative.

Nulla a che vedere con la situazione italiana, dunque, dove 1) ci troviamo già nel mezzo di una recessione, e dove 2) l’aggiustamento fiscale ci verrebbe imposto dall’Europa contro il volere della maggior parte della popolazione, sfiancata e pessimista e pronta a protestare contro le misure governative. Quindi, a causa delle sue stesse assunzioni, c’è poco di questo studio da utilizzare per applicarlo al caso italiano: cosa che AFG tra l’altro evitano accuratamente di fare.

Zanella acutamente nota come lo studio di AFG ha un’altra “peculiarità”, che rende (non secondo Zanella ma certamente secondo me) i risultati poco rilevanti nell’attuale dibattito italiano: include nella minore spesa pubblica i minori trasferimenti che, come è noto, spesa (domanda) non sono ma mera redistribuzione da alcuni cittadini ad altri e che non generano minore o maggiore domanda alle imprese – se non per effetti minuscoli dovuti alla propensione diversa a consumare di chi riceve i soldi trasferiti rispetto a chi li versa. E gran parte di questi Governi considerati nel lavoro di AFG, nota Zanella, fanno, per ridurre il deficit, tagli dei trasferimenti. Con il che abbiamo un motivo in più per non calare questo interessante lavoro sull’Italia, perché Monti si sta concentrando, assieme a Bondi, sul tagliare la spesa vera, quella che genera domanda di beni, quella per beni e servizi. Ed è dunque di questa che vogliamo conoscere l’impatto sul PIL, che comunque è ben più ampio di quello dei trasferimenti!

Insomma, Piga, ma cosa vuoi?

Oh semplice.

Vorrei uno studio che mi facesse vedere, in quei periodi così drammatici chiamati recessioni, cosa succede al PIL ed all’occupazione, ma anche al rapporto debito-PIL, se:

a)    Aumento le tasse o

b)    Diminuisco le spese pubbliche o

c)     Aumento le spese pubbliche o

d)    Diminuisco le tasse.

Dove con spesa pubblica intendo ovviamente quella che genera domanda al sistema economico, acquisti di beni e servizi o investimenti pubblici, non i trasferimenti. Quella che sto raccomandando di aumentare, solo durante questo ciclo economico brutale, per salvare l’Europa (e lo faccio da quando è nato questo blog!).

Senza ovviamente nessuna distinzione tra politiche dovute ad una reazione al ciclo economico o a volontà politica di ridurre o aumentare il deficit: le voglio tutte, senza distinzione, per capire come prevenire il crimine e non uccidere nessuno, e cioè portare a casa crescita economica e stabilità di finanze pubbliche.

Beh si dà il caso, appunto, che grazie all’intuito da esploratore di Zanella e di Tonia Mastrobuoni giornalista della Stampa, questo studio esiste e non è niente male, una leccornia direi. Non solo perché è scritto da tre italiani (qui non c’è differenza con AFG) ma specie perché è appena uscito stampato dal Fondo Monetario Internazionale nella sua prestigiosa collana di Working Papers. Già, quello stesso Fondo Monetario Internazionale che deve ora consigliare Draghi e Monti su come si fanno le condizionalità di politica economica a fronte di tetti anti-spread della BCE.

Ebbene, siete pronti a sentire come si fanno?

Analizziamo bene i risultati di questo signor lavoro empirico di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, freschi di stampa, luglio 2012:

a)    Indipendentemente dalle condizioni del ciclo economico, le manovre fiscali restrittive via minore spesa pubblica riducono nel breve periodo il PIL. Se sono iniziate in una recessione lo riducono su tutto l’orizzonte temporale della simulazione.

b)    Attuare politiche di consolidamento fiscale in periodi di crescita economica negativa è decisamente peggiore che in periodi di crescita economica positiva (anche in questi casi la politica fiscale di più tasse o meno spesa fa comunque scendere il PIL, ma meno);

c)     Nelle recessioni, i tagli di spesa fanno più male (al PIL) che gli aumenti delle tasse. Gli aumenti di spesa fanno invece “più bene” che le diminuzioni delle tasse.

d)    Se nelle recessioni si taglia la spesa (e il PIL comunque cala, come detto sopra) è meglio farlo gradualmente che non bruscamente. Ovvero, se nelle recessioni si aumenta la spesa pubblica (ed il PIL comunque aumenta) è meglio farlo bruscamente che non gradualmente.

e)    Addirittura leggiamo che “”nel contesto europeo, un credibile impegno per una attuazione responsabile del Fiscal Compact potrebbe essere necessaria.” Dove per “responsabile” si intende manovre restrittive più graduali.

f)      Le riduzioni di spesa pubblica durante le recessioni tendono nell’area euro a far aumentare i tassi d’interesse reali via deflazione non compensata da politiche monetarie sufficientemente espansive.

g)    Le riduzioni della spesa pubblica, specie se ampie, in media, ritardano la transizione verso la ripresa economica, perché rendono la recessione nel periodo successivo più probabile. Nel primo trimestre dopo la riduzione di spesa pubblica la probabilità di entrare in un regime recessivo aumenta di 15 punti percentuali, nell’area euro.

h)    In Italia, con una diminuzione brusca della spesa pubblica il livello del debito pubblico sul PIL comincerebbe a scendere solo dopo 14 trimestri contro i 12 di un approccio più graduale alla riduzione della spesa (purtroppo non mostrano cosa succederebbe al debito sul PIL in caso di aumento di spesa pubblica finanziato da aumento di tasse oppure con un aumento di spesa in recessione seguito da taglio di spesa in espansione).

Particolarmente importante per me e per quel che sostiene il blog da tempo è il punto c): gli effetti della spesa pubblica essendo più potenti delle tasse, la mia proposta (p.s.: di Stiglitz, l’ho solo rubata) in recessione di aumentare la spesa pubblica con pari aumento delle tasse (senza deficit) è decisamente espansiva. Peccato che gli autori non ne esaminino l’impatto sul rapporto debito-PIL: che sarebbe ovviamente quello di farlo calare, con PIL che cresce. Spesa pubblica espansiva oggi, senza deficit, maggiore PIL, minore debito-PIL, minori tassi d’interesse e parte il circolo virtuoso che permette a quel punto di rafforzare l’Europa come Unione da applaudire ed amare perché genera crescita e non sofferenza, finendo poi, nella ripresa, per riabbassare i livelli di spesa pubblica, l’unica cosa che i governi europei non hanno mai sorvegliato e preteso, e Dio sa se dovevano farlo allora, altro che austerità oggi.

Ora, dato a Cesare quel che è di Cesare, non resta che aspettare. Aspettare che il Fondo Monetario Internazionale non consigli a Draghi e Monti ed a tutti i Fondi Europei che ci siamo inventati in questi mesi di fare quello che Spike Lee ha sempre sostenuto: the Right Thing. Prima, ovviamente, che la faccia qualcun altro.

Grazie a Carlo Clericetti.

14 comments

  1. Buondì professore.
    Questo me lo stampo!
    Anche se non sono convinto che – stante l’attuale livello – l’aumento delle tasse per finanziare la maggior spesa pubblica sia praticabile e auspicabile. A meno che tale aumento non vada a incidere in maniera coraggiosa e unicamente sulle fasce più alte del reddito, ciò che con Monti non mi pare ipotesi realistica.
    Leggerò con attenzione il WP della Batini e soci, ma osservo che non è la prima volta che l’FMI pubblica lavori fortemente critici nei confronti delle strategie di austerità sin qui praticate. Ciò non impedisce al terzo membro della troika di appoggiarle e pretenderle ogni volta, insieme agli altri due compari BCE e Consiglio Europeo… Dal che deduco che a questi WP manca l’avvertenza: “il contenuto del presente lavoro non riflette necessariamente l’opinione del FMI”. :(
    PS: devo proprio leggere NfA? Su di me ha un effetto piuttosto irritante… :)

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  2. buonasera professore,

    avrei una domanda da farle, poco fa ho letto sul web (un commento al sondaggio fatto da Repubblica su Monti e l’euro) questa frase: “se l’italia nn fosse entrata nell’euro l’euro nn sarebbe proprio esistito! col cavolo che la germania e la francia ci stavano!! l’italia seconda nazione manifatturiera con la lira avrebbe massacrato tutti… avremmo avuti milioni di vacanzieri, avremmo esportato miliardi di merci in tutto il mondo avremmo affossato le economie rivali.”

    so che non c’entra nulla con il discorso, ma lei cosa ne pensa? Avremmo beneficiato della lira?

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    • Che il tasso di cambio e le sue svalutazioni sono fenomeni temporanei, l’euro fenomeno strutturale (si spera) e quindi a fronte di un vantaggio temporaneo avremmo avuto, NOI, uno svantaggio permanente. No, credo che i leader tedeschi ben gestirono all’epoca una opposizione interna della popolazione nell’interesse politico (e non economico) della Germania, e cioè presentarsi all’interno di un’area politica comune con tutte i pezzi da 90, e cioè con l’Italia.

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      • Interesse politico e non economico?!? Non scherziamo:

        “L’euro è necessario, garantisce il primato dell’economia tedesca… Non dimentichiamoci che la Germania è un paese uscito vincente dalla creazione dell’euro…”

        Così Schaeuble, l’arcigno ministro delle finanze tedesco, su Bild am Sonntag e Repubblica il 9 settembre 2012

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        • Creco che un’Italia fuori dall’euro avrebbe fatto economicamente bene alla Germania dopo un primo periodo di nostra crescita drogata. Ci avrebbero … massacrati. Ebbero visione politica a non cedere a questa tentazione.

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          • Professore, mi scusi, ma come fa ad essere sicuro che fuori dall’Euro l’Italia le avrebbe prese dalla Germania? A me pare il contrario…e cioè che all’interno dell’UEM sia la Germania a surclassare l’Italia…E’ un dato di fatto che l’adozione dell’euro ha influenzato la competitività di circa il 46% delle nostre esportazioni totali, ed i tassi di cambio reali verso DE (apprezzamento 7%, quota export UEM Italia 13%), FRA (app. 5%, q.e.UEM 12%), NDL (appr. 1%, q.e. UEM 2%), AUT (appr. 5%, q.e. UEM 3%) e BEL (appr. 1%, q.e. UEM 2%), hanno toccato ben il 70% del nostro export UEM. Se circa metà delle nostre esportazioni vengono compromesse, come si fa a “crescere” ed a continuare ad essere “produttivi”? L’export è uno dei cardini per lo sviluppo economico di un paese. La storia ce lo conferma. Concordo con molti punti che Lei sempre ha l’accortezza di esporre qui sul suo blog, ma in questo caso non mi trova affatto d’accordo. La politica beggar thy neighbour messa in pratica dalla Germania ha sostanzialmente potuto operare solo in ambito UEM. Lo stesso Hans Peter Keitel, presidente Confindustria tedesca, ha ammesso che solo in presenza della moneta unica, quindi di tasso di cambio nominale bloccato, la Germania ha potuto esportare massicciamente e trarre tutti i benefici che l’export, come Lei di certo ben sa, dà alla produttività ed all’economia stessa. Quando sento Monti fare affermazioni di questo genere o articoli simili trasalisco. Questo sarebbe avere visione politica? Fare i dettami di chi ha interesse nel distruggere il tessuto produttivo italiano? Perchè se da un lato strozziamo l’export italiano e dall’altro tassiamo e andiamo ridurre redditi/risparmi dei lavoratori (perchè “essere più produttivi” è una locuzione che in realtà diventa “meno salari”) contraendo ulteriormente la domanda interna non esiste fine ultimo che il collasso dell’intero sistema produttivo. Aggiungiamoci pure il fatto che con i ridicoli parametri fiscali dettati dall’UE (pareggio di bilancio ecc.) lo Stato non può riattivare la spesa e quindi dare una mano alla domanda, e la frittata è fatta. Allora la Germania aveva ed ha interesse a manterene quanto più a lungo possibile l’Italia nell’UEM. Senza di essa, la Germania non avrebbe mai e poi mai aderito all’Eurozona, poichè avrebbe minacciato seriamente la sua politica di prezzo. Calo salari reali ed investimenti sono qui a dircelo. La Germania è competitiva “sul prezzo” perchè riesce a mantenere, via deflazione salariale, l’inflazione media al di sotto di tutti partner UEM. Con DMark e Lira sarebbe stato diverso. In primis a causa della rivalutazione nominale del tasso di cambio, che di fatto avrebbe reso meno conveniente gli acquisti verso Germania e più conveniente la vendita verso quella fetta di mercato. Idem una eventuale creazione di un’Eurozona senza Italia: con Euro di fatto moneta forte rispetto alla Lira, il nostro export sarebbe a mio avviso rimasto stabile o cresciuto. Aderendo all’UEM l’Italia ha dato il via libera all’accettazione di fatto della “svalutazione competitiva”: non più quella della moneta sia chiaro, cattiva pratica onanistica, ma quella, come ben insegna la Germania, del salario, che tanto piace ai tecnocrati UEM. Ed i risultati,a ben vedere, sono sotto gli occhi di tutti. Cordialmente.

          • Ah guardi io non sicuro di nulla. Le butto lì un argomento in cui credo molto: se costruisce l’euro lei deve pensare a 100 anni non a 10. Tra 100 anni l’Italia da sola al tavolo geopolitico sarebbe come una formica. L’Europa, la costruiamo per questo. Poi certo, ci sono problemi contingenti, da superare. ma a mio avviso minuscoli rispetto alla portata (ideale) del progetto.

          • Giacomo Gabbuti

            11/09/2012 @ 12:55

            Però prof non ho capito – a parte i fattori politici – quale sia l’effetto strutturale positivo dell’euro. Cioè io dal De Grauwe e l’esame di Economia Europea della triennale ricordo tutta una serie di vantaggi più o meno relativi (non dover più “sprecare” per cambiare le valute, meno fluttuazioni etc.), vantaggi soprattutto dal punto di vista finanziario, e una serie di grossi squilibri da evitare con politiche fiscali comuni o che una mobilità dei fattori avrebbe naturalmente risolto (mobilità che peraltro è impossibile nel breve, né forse auspicabile nel lungo, per gran parte dei lavoratori).
            Che lei sia ottimista sulla possibilità di fare le politiche fiscali comuni l’ho capito: non ho capito come si applica questo discorso a ieri, ai 20 anni di euro che abbiamo vissuto. Cioè non capisco perché l’obiezione (meno intransigente di quella riportata sopra) “avremmo dovuto aspettare garanzie più forti sull’europa politica senza cedere l’arma della svalutazione” andrebbe rifiutata come mi sembra lei faccia (parlo di obiezioni economiche, non politiche: se lei mi dice, “O si faceva l’Euro lì o non si faceva mai più”, oltre che non falsificabile, io non c’ero e non so che dirle).
            Nel suo discorso sull’Euro mi sembra che si mischino vantaggi attesi futuri con un giudizio sul passato che, a mio modesto modo di vedere, non può essere lusinghiero, almeno dal ristretto punto di vista nazionale.

          • Si vive una volta solo Giacomo, a volte i momenti vanno afferrati perché poi domani chissà, con tutti i costi/rischi che comportano. E’ come dire “ma … è troppo presto per sposarsi”: lo può dire sempre. E poi il treno passa e lo rimpiange ancora di +. Ormai ci siamo, balliamo, ma balliamo bene.

  3. Professore, ma Lei sa molto meglio di me che Keynes affermava: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Lungi da me il voler dire con questo che le nostre prospettive economiche debbano essere ristrette al solo “domani” (in senso di voler “vivere alla giornata”). Non vedo però come io possa, vivendo una sola volta e dovendo prendere come dice Lei i “momenti”, debba pensare ad un orizzonte così ampio, per un benessere che “forse domani ci sarà” quando il mio presente si presenta a tinte così fosche. Il progetto Euro doveva portare al benessere generale della popolazione europea. Ora questo non avviene. La disoccupazione dilaga in tutta l’Europa meridionale ed il tessuto produttivo si sta sfaldando. Chi paga questo scotto sono per lo più i “salariati”, ed i giovani. Stiamo perdendo intere generazioni perchè in questi anni nulla è stato fatto per agevolare gli scambi di un fattore produttivo fondamentale: i lavoratori. Si sono liberalizzati i movimenti di capitali, mentre i mercati del lavoro ed i sistemi previdenziali sono rimasti frammentati. Come si può pretendere che, vista l’impossibilità nel creare un sistema generale e condiviso di traferimenti fiscali (con il rischio però, come dice Krugman, di andare incontro ad una “mezzogiornificazione” di intere aree d’Europa), i lavoratori possano in qualche modo trasferirsi dalle zone in crisi verso quelle in espansione, se a monte esiste addirittura un ostacolo forse ancor più arduo da sormontare: la lingua? Perchè niente è stato fatto in questo senso? Perchè si continua a non fare nulla di ciò? Disinnescare l’ostacolo lingua grazie ad un mercato unico del lavoro e della previdenza: questa era il vero sogno europeo a mio avviso. Non è stato perseguito perchè il “particulare” ha esacerbato “conflitti” già in atto fra i vari paesi UEM. E’ dal 1979, come afferma il prof. Francesco Carlucci, che l’Italia grazie all’adesione alla zona del “marco allargato” sta aspettando l’impulso per migliorare i propri “difetti” economico-monetari. Sono cioè 33 anni che attendiamo il beneficio dell’Europa sul nostro sistema economico-produttivo via “aggancio” alle economie del centro-nord europa. Quali sono i risultati? Il premio della rendita sul lavoro, della finanza sulla produzione. Il problema è proprio questo: guardando il passato ed il presente, ho davvero paura che il futuro li ricalchi fedelmente. Un saluto cordiale.

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    • L’argomento della strategia sui 100 anni è utopistico (se ancorato alla premessa che questo euro sia da salvare ad ogni costo: ogni costruzione politica ha un limite di costo ed è dato dalla distruzione sociale delle comunità che dano il senso antropologico e di civiltà alla politica stessa).
      Nessun trattato tra paesi sovrani che impinga sulla sovranità essenziale (monetaria e fiscale) può ragionevolmente ambire a tale durata operativa: Bretton Woods, che era molto più sostenibile e appropriato agli equilibri socio-economici dello sviluppo mondiale, fondandosi su un dichiarato obiettivo di “piena occupazione”; sul punto si veda il lavoro di Meade già qui linkato, non è arrivato a un terzo di tale durata.

      D’altra parte, questo trattato UEM è nato sbagliato e continua ad essere gestito in modo ancor più sbagliato.
      E non lo dico io, lo dice De Grauwe (che forse non sarà l’ultimo arrivato e tiene conto di fattori macroeconomici che in questo blog non ho mai visto considerati se non con richiami “emotivi”).
      http://www.ceps.eu/book/search-symmetry-eurozone…c’è poi da scaricare il pdf, ma la lettura è veramente interessante.
      Tra l’altro mostra come neppure è sufficiente la istituzione di un “lender of last resort” se la commissione UE si fa portatrice di aggiustamenti nel solo interesse dei paesi creditori: il che ridimensiona, nella giusta comprensione della cause della crisi, sia la “Mossa di Draghi” sia l’idea (intrinsecamente asimmetrica) che il controllo della commissione sulle leggi finanziarie -in sola funzione deflattiva “a qualunque costo”, come piace a monti- possa portare alla risoluzione degli squilibri, che, anzi, nell’attuale indirizzo pervicacemente perseguito, senza alcuna esitazione o dubbio, finirebbero per aggravarsi e in termini di disoccupazione e caduta della domanda dei paesi “debitori”.

      Se poi vogliamo proseguire a far finta di niente su situazioni come questa, segnalate non certo solo da De Grauwe, accomodiamoci e assistiamo impotenti a questo scempio per…una ventina d’anni (almeno).

      L’euro andrebbe “sospeso” (come già lo SME “credibile” post 1992), ripristinata una fase di cambi flessibili per consentire le correzioni valutarie e monetarie in base alla legge della domanda e dell’offerta, e semmai rispristinato quando si saranno seriamente verificate le condizioni di convergenza “presupposte” all’unione monetaria, previa fase di rimodulazione di tutti i trattati (senza ricatti di aggiustamenti dei tassi di cambio reale in situazione di recessione in corso).

      La verità è che, proprio ragionando su un secolo di sviluppi, nessuna persona ragionevole può pensare che possa perdurare questa impostazione di “policy” dell’eurozona. E non aggiungo altro.

      E’ praticamente sicuro che o si arriverà alla colonizzazione dei paesi debitori (perchè di questo si tratta) ovvero, si escogiteranno nuovi sistemi di integrazione senza arrivare alla inefficienza complessiva (caduta della domanda “consolidata” protraentesi nel tempo con riflessi su tutta l’economia mondiale) dell’area europea in favore del vantaggio dei paesi core.

      La germania, al di là dell’enfasi retorica e economicamente infondata con cui si continua a ritenerla estranea alla causazione degli squilibri, ha dimostrato di non saper cooperare (vista la palese violazione di norme come gli artt. 34 e 107 del trattato sul funzionamento dell’unione).
      DOVE STA SCRITTO CHE UNA MONETA COMUNE LA SI DEBBA FARE CON LA GERMANIA CHE UN GIORNO Sì E L’ALTRO PURE PRETENDE (NEL SENSO INGLESE) DI ESSERE DANNEGGIATA DALL’UEM?
      Si può credere nell’europa, certo, e le condizioni sono quelle più volte illustrate (convergenza\integrazione tributaria- incluse le aliquote-, previdenziale, di tutela del lavoro, di sistemi di formazione e istruzione, linguistica).
      Ma una volta che si aprisse a questa “vera” serie di precondizioni la Germania semplicemente non ci starebbe.
      Salvo mutare un’impostazione mercantilistica che risale alla sua stessa originaria unificazione (che la vedeva in ritardo nei processi di colonizzazione e di asservimento di aree extraeuropee, e quindi rivolta direttamente a imporsi sugli altri paesi europei “no matter what”…e qui la storia ci dovrebbe rammentare la via industriale scelta da Bismarck che passava per l’integrazione funzionale acciaio- carbone-cannoni, le armi del tempo).
      Tra 100 anni, non sarei così sicuro che ci sarà una moneta unica come quella di oggi e che la germania sarà in quella “workable”, che la civiltà autenticamente cooperativa tra paesi europei (non dominati dal Washington consensus in salsa bundesbank) potrebbe creare…
      Basti vedere la questione del CLUP dei vari paesi dell’eurozona (come riportata da De Grauwe e come ignorata dalle plateali dichiarazioni di monti in questi giorni) e la dipendenza di ciò da un sistema che ciecamente prosegue ad aggravare una crisi di “bilancia dei pagamenti”.
      Quindi: sì all’europa se si tratta di accordi dei popoli per benefici evidenti e trasparentemente enunciati, no all’euro se strumento di dominio esplicito di alcuni popoli sulla maggioranza degli altri…

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