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Combattere il declino come un alpino

Edmund Phelps, Premio Nobel per l’economia, statunitense, diceva qualche tempo fa che questa crisi, questa recessione, è una distrazione. Fumo negli occhi. Distrazione da fattori ben più preoccupanti. Lo preoccupava, e lo preoccupa tuttora, il declino dell’Occidente. Che ha cessato di essere da circa 30 anni la locomotiva del mondo, cedendo lo scettro ai paesi ex-emergenti (perché emersi sono).

In parte temo che abbia ragione, anche se questa recessione va combattuta con forza, specie in Europa, per i suoi drammatici risvolti politici e per il veleno che inietta nell’euro.

Cosa preoccupa ora gli americani come Phelps, al di là della crisi? E’ bene chiederselo, perché nel farlo si diviene preveggenti sul futuro dell’Europa che, a distanza di uno o due lustri, spesso si trova a fronteggiare fenomeni di lungo periodo simili a quelli dei cugini d’oltre Atlantico. La terziarizzazione, la finanziarizzazione e il contestuale calo dei risparmi, sono solo alcuni esempi di questi andamenti che l’America esporta inesorabilmente.

Ebbene l’America oggi – lo leggo troppo spesso per non notarlo – si interroga sul crescente divario tra individui con tanta istruzione ed individui che ne hanno meno. I dati forniti dall’ex consigliera di Clinton, Laura Tyson, mostrano come si sono evolute le remunerazioni orarie dei lavoratori Usa dal 1979 a seconda del loro titolo di studio. E non sono dati rassicuranti.

 

 

 

 

Dal basso verso l’alto: mancanza di diploma, diploma, un po’ di università, laurea, più della laurea.

Ma il dramma non è solo nelle remunerazioni. E’ anche nelle opportunità di lavoro.

Il dramma lo sintetizza, nel complesso, bene l’economista Rajan: “35% di coloro tra  i 25 ed i 54 anni senza diploma  non hanno un lavoro, e coloro che lasciano la scuola superiore hanno tre volte più probabilità di essere disoccupati degli studenti laureati … Più preoccupante, tuttavia, è il fatto che, negli ultimi anni, i figli di genitori abbienti abbiano avuto molte più possibilità di ottenere la laurea dei loro predecessori ricchi nel passato, mentre i tassi di completamento dell’università per i figli di famiglie povere sono rimasti, sempre, bassi. Il distacco tra redditi creatosi dal distacco tra livelli di istruzione tende a consolidarsi.”

Stiglitz nel dibattito con Monti ha ben spiegato lo spreco di risorse insito in questi numeri. Bassi salari sono segno di bassa produttività che dunque derivano da scarsi investimenti in competenze e conoscenze (spreco n. 1), ma bassi salari, accoppiati a scarsa mobilità, sono anche causa di scoraggiamento che spinge a non investire in competenze (spreco n. 2), rendendo gli individui più fragili e più pronti a scoraggiarsi definitivamente, uscendo dalla forza lavoro (spreco n. 3).

Gli americani stanno pensando ad una strategia complessiva che parta dalle scuole, si estenda alle università per completarsi in progetti di supporto ai giovani senza lavoro. Quando guardo ai numeri che li preoccupano qualcosa cattura il mio occhio. Guardatele nelle due figure sotto. Sono tratte dal rapporto McKinsey, in cui i consulenti si concentrano sulle debolezze Usa.

In questo grafico, i risultati nei test di matematica e di scienze degli studenti americani (in arancione).

Il secondo mostra i soldi spesi in istruzione per punti ottenuti nei test di cui sopra. Gli Stati Uniti spendono più di tutti per ottenere 1 punto in più, segno di mancanza di incisività nella formazione?

So che avete già notato tutto. Sì, l’Italia nel primo grafico è peggio degli Stati Uniti, e nel secondo è seconda solo agli Stati Uniti. Il loro dramma è il nostro dramma.

Badate bene, io che ho appena entusiasticamente firmato per un dipartimento con economisti, aziendalisti e filosofi, esperimento unico in Italia, non sono un fanatico della matematica nel dibattito che stupidamente la contrappone alle materie classiche. Credo tuttavia che probabilmente non faremmo terribilmente meglio nemmeno nelle materie umanistiche (un po’ meglio sì, d’accordo).

E che dunque quello che preoccupa l’America deve preoccupare noi, ultimi nelle classifiche europee nel tasso di laureati.

Dobbiamo mettere in moto la rivoluzione, ora, delle nostre scuole ed università. Ora. Perché possa incidere tra 20 anni. Sarà un processo lungo, armatevi di pazienza. Ma che va avviato, ora.

Ho appena letto un bel saggio di un professore emerito (oggi in pensione) di una università inglese, Alan Ponter, che all’epoca della rivoluzione Thatcher dei tagli all’università era Presidente dell’Associazione dei Professori Universitari (il sindacato dei professori) alla University of Leicester. Non pare essere stato né allora né oggi un fan di Margaret Thatcher. Eppure quello che scrive fa capire come da quell’iniziale uragano di riformismo è nato un fiore solido e duraturo che poco sembra avere a che fare con tagli alla spesa, quanto di riqualificazione delle spesa universitaria:

“Da 40 università che vi erano nel 1980 il loro numero è cresciuto a più di 100 oggi. Quando io andavo all’università solo il 5% della mia generazione riusciva ad andare all’università mentre ora siamo vicini al 40% ,un tasso che probabilmente non scenderà.”

Ecco quando andrò in pensione, se tutto va bene tra 20 anni, vorrei poter dire lo stesso del mio Paese. Assomiglierò, spero, a questo bellissimo alpino fotografato da Luca Giocondo all’Adunata nazionale a Torino nel 2011.

 

 

 

 

 

 

Ma soprattutto quello che conta è che avremo probabilmente vinto metà della battaglia contro il declino. Soprattutto avremo dato il sorriso a tanti nuovi alpini, come quello nella foto sotto, e allora e solo allora potremo veramente dire di avere meritato la nostra pensione.

Basterà avere combattuto con convinzione, sulle montagne esposte al vento ed alla neve, la nostra battaglia per dargli, a quei giovani, quella libertà che viene solo dall’avere ampliato le loro opportunità.

 

 

 

 

 

 

 

9 comments

  1. gabriele ferrero

    07/05/2012 @ 20:55

    Prosegua il suo cammino…poche persone come lei in Italia…e ne abbiamo un disperato bisogno!

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  2. georges dalle

    08/05/2012 @ 07:45

    Io abitando, purtroppo in Italia, ritengo che questa preoccupazione di Phelps, non sia valida. Nel nostro paese le persone più qualificate, con idee innovative e che percepiscono la realtà da un punto di vista diverso da tutti gli altri (gli innovatori) sono quelli maggiormente penalizzati. In Italia, come l’insegna la diffussa corruzione anche dalla burocrazia; ha sempre ragione chi segue le indicazioni dei partiti e non propone niente di nuovo. In sintesi più sei intelligente e prepato in Italia peggio sarai trattato.

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  3. mauro gosmin

    08/05/2012 @ 09:48

    Mi associo ai complimenti. La seguo in silenzio e cerco di apprendere come uno studente, nonostante la mia età. Prosegua con il suo lavoro Professore, l’Italia per bene ne ha un gran bisogno

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  4. Caro prof.,
    in fondo si poteva cominciare dal cercare l’accordo coi “padroni” tedeschi (almeno così sono sembrati alla luce dell’atteggiamento tenuto da Moavero e Monti) sulla eccettuazione dal deficit non solo delle spese per investimenti infrastrutturali e pagamenti “arretrati” alle imprese, ma anche degli investimenti nell’istruzione superiore (magari mirati in base alla pianificazione del fabbisogno per obiettivi di incremento della domanda stabile di alte professionalità e brevetti).

    E poi le “eccezioni” valgono solo fino a tutto il 2013, spostando nel tempo il problema di tagli aggiuntivi recessivi (lo stock da deficit “giustificato2 aumenterebbe comunque e con esso l’ammontare della correzione sul debito da fiscal compact) e lasciando peraltro invariato il volume attualmente già previsto (insufficiente) di tali investimenti. Mentre, specie per l’istruzione, il buon senso vorrebbe che l’eccezione fosse “a regime”.

    In fondo esistono i commi 3 e 4 dell’art.34 Cost. (praticamente dimenticati): “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
    La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.
    Poche previsioni costituzionali sono così accurate nel disciplinare la “effettività” del diritto enunciato: e poche sono così chiare e forti da aver buon diritto di sfuggire alla compressione dei vincoli imposti dall’UE (che operano sempre nei limiti dell’art. 11, seconda parte, Cost., che dovrebbero valere solo a condizione di reciprocità e di funzionalità al raggiungimento della pace della giustizia tra le nazioni…).
    IN pratica la legislazione più recente in tema di istruzione e ricerca pare contraria a Costituzione per iomessa attuazione dell’effettività obbligatoria per il legislatore…

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  5. Roberto Boschi

    08/05/2012 @ 13:37

    Complimenti per il bellissimo post!
    Certo, se neppure un Governo composto da alcuni fra i più qualificati professori e professionisti Italiani non ritiene prioritario avviare una riflessione seria, che preluda a riforme incisive e organiche su un aspetto così cruciale per i nostri futuri aplini (fra cui mia figlia), c’è poco da essere allegri!

    Caro Professore, grazie mille e continui ad illuminarci con le sue pillole di realtà quotidiana, ma sempre ficcante e incisiva.

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  6. Nicola Ferraro

    09/05/2012 @ 21:37

    Professore,

    grazie mille a Lei, per il suo lavoro ed il suo pensiero: un faro. Se lo lasci dire, da un giovane ingegnere che cerca di pensare, oltre che di accostare numeri e pratiche.

    Condivido pienamente questo suo articolo. Dalla mia “rossa” (ormai sbiadita) Empoli, mi permetto di sostituire, nel mio immaginario, il suo “alpino” con un “partigiano”.

    Alla stessa maniera non posso che accostare, di conseguenza, quanto ha scritto alla lungimiranza del pensiero di Gramsci (dell’ “io odio gli indifferenti”) e di Berlinguer (“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.”).

    Un caro saluto

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