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Il problema italiano? Né la BCE né le riforme

Lo spread Btp/Bund a 10 anni non si muove dopo la lettera d’intenti del Governo e rimane ai suoi massimi. Segnale che la lettera d’intenti non basta? Che il mercato ora attende i fatti e non più le parole? Può darsi. Ma intanto sale ai suoi massimi anche lo spread sui titoli a 2 anni. Anzi, mai così forte è stata la differenza a favore dei 2 anni dello spread con la Germania rispetto allo spread a 10 anni. Tradotto in parole povere: il mercato subdora un crescente problema italiano nel medio termine, ancora di più che nel lungo termine.

E’ vero infatti che l’Italia fronteggia tre problemi. Uno di breve termine che è stato temporaneamente messo a tacere con il supporto della Banca Centrale Europea. Uno a lungo termine che va affrontato con riforme strutturali che miglioreranno la solvibilità del debitore italiano su di un orizzonte temporale che non può essere minore di 10-20 anni. Alcune di queste sono ben sottolineate dalla lettera d’intenti: capitale umano, mercato del lavoro, concorrenza, innovazione, semplificazione, modernizzazione della pubblica amministrazione, snellimento della giustizia. Ma basta una rapida lettura per capire che, anche se fossero veramente attuate, il loro impatto sulla crescita economica del Paese e dunque sulla solvibilità della Repubblica italiana, non avverrebbero in un batter d’occhio, anzi. Per cambiare prassi, abitudini, comportamenti, dovremmo aspettare a lungo. Fiduciosi, ma a lungo.

Che fare nel frattempo? Come risolvere quel problema di solvibilità che i mercati sembrano oramai mostrare esistere anche a 2-3 anni, ossia nel medio termine? Come stimolare la crescita a breve così da ingenerare l’avvio di un circolo virtuoso che sostenga anche i piani di breve e lungo termine? In realtà la lettera d’intenti qualcosa sul medio periodo lo dice, quando parla di “accelerazione della realizzazione delle infrastrutture ed edilizia”. La dimensione di questa espansione della domanda di capitale fisico non è comprensibile dalla lettera d’intenti, ma parrebbe più rivolgersi ad alcune facilitazioni (fiscali e regolatorie) ad investimenti già approvati che non ad un “New Deal” di stampo rooseveltiano. Tutto qui.

Non c’è dunque da stupirsi se lo scenario che dipingono i mercati per l’Italia si fa di ora in ora più cupo. La ricetta suggerita ed approvata con il colpevole assenso di Bruxelles è un cocktail micidiale a danno di quella crescita di cui abbiamo bisogna ora e maledettamente subito. “Nel 2014 avremo un avanzo di bilancio (corretto per il ciclo) pari allo 0,5% del PIL, un avanzo primario pari al 5,7% del PIL e un debito pubblico al 112,6% del PIL”, recita la lettera. E’ lecito domandare: con quale PIL otteniamo questi dati? Certo non con quelli che derivano dal sicuro e masochistico calo di prodotto susseguente alle manovre di finanza pubblica “approvate durante l’estate in tempi record … che comporteranno una correzione del deficit tendenziale nel quadriennio 2011-2014 pari rispettivamente a 0,2%, 1,7%, 3,3% e 3,5% del PIL” a cui i mercati non credono, proprio per il loro impatto disastroso sulla crescita.

L’Italia ha bisogno di una crescita immediata della domanda e, in un momento in cui i privati temono a domandare e risparmiano, l’unico che può farlo è il settore pubblico. Non tanto con diminuzioni delle imposte (che sarebbero tesoreggiate e non spese da famiglie, banche ed imprese) ma con aumenti di spesa pubblica. Sarebbe semplice finanziare questa maggiore spesa intelligente tagliando quella parte di spesa pubblica per acquisti che spesa non è, ma mero trasferimento dai contribuenti alle imprese, sotto forma di collusione, corruzione o mera incompetenza nel disegnare le nostre gare d’appalto. Una stima conservativa fatta da studi rigorosi indica un 2% di PIL di sprechi, ovvero un 2% di PIL di fondi per spesa pubblica per la crescita: per la ricostruzione delle nostre scuole, delle nostre università, dei nostri ospedali, del nostro patrimonio culturale, del nostro patrimonio informatico, della nostra logistica dei trasporti. Insomma della nostra competitività e del nostro benessere. Stiamone certi, fatto questo, e solo questo, i nostri spread a 3 mesi, 2 anni e 10 anni, crolleranno immediatamente.

(da Il Foglio, 2 novembre 2011)

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