Post Format

Cenerentola Keynes contro Alesina Giavazzi

Gli articoli di Alberto (Alesina) e Francesco (Giavazzi) sul Corriere della Sera sono sempre un meraviglioso spunto per dibattere la politica economica attuale. Lo sono perché si sforzano di far rientrare dentro un abito di concretezza modelli teorici che non rappresentano la realtà, troppo grassi o troppo magri da poter essere indossati. Come la scarpetta di Cerentola, questa  realtà si attaglia a modelli relegati in cantina, a spalare carbone, esclusi dalla festa di palazzo; ma le sorellastre, pur le uniche a discettare davanti al principe-verità, non riescono a calzare l’oggetto, risultando sgraziate e, comunque, rappresentando il modello sbagliato.

Keynes come Cenerentola? Certamente la vita non è fatta solo di momenti straordinari e per fortuna non abbiamo bisogno sempre di Keynes. Ora, oggi, sì. Tutto sta a portare Cenerentola al ballo, via dal suo esilio-prigione, e farla entrare nel castello magico della politica economica, dove l’attende il principe buono che vuole solo il bene dei suoi sudditi e desidera fare la cosa giusta.

Ma voglio tornare su Alesina-Giavazzi  (A&G, che sono ben più intelligenti delle brutte sorellastre, quindi il mio paragone fa un po’ acqua). Rileggeteli:

“La correzione dei conti pubblici è costruita prendendo come punto di partenza le previsioni della Commissione. Per l’Italia questa indicano una caduta del reddito di mezzo punto percentuale, cioè un inizio di  recessione. E’ proprio questo il motivo per cui il decreto di domenica scorsa si è reso necessario: se le ipotesi fossero rimaste quelle di alcuni mesi fa, prima delle manovre estive del governo di Berlusconi, quando ancora si prevedeva una crescita modesta, ma positiva, questo decreto non sarebbe stato necessario. Alla luce delle nuove previsioni, la Commissione ha calcolato l’entità della manovra per non mancare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. L’errore è proprio qui, nel ritenere che la crescita dell’economia sia indipendente dalle manovre sui conti pubblici e soprattutto sulla loro composizione (aumenti di tasse o tagli alle spese)”. Se prima di domenica la crescita per il 2012 era prevista a -0,5 per cento, ora sarà necessariamente diversa: … temiamo la caduta del reddito sarà più accentuata … Se ciò si verificasse saremmo da capo: si renderebbe necessaria una nuova manovra. Gli effetti recessivi della manovra potrebbero essere …”.

E dunque: la manovra ha effetti recessivi. Siamo d’accordo. La domanda sorge spontanea. Perché la facciamo? Mica abbiamo eletto politici per fare manovre recessive. Risposta possibile: per fare il bilancio di pareggio nel 2013. Contro risposta: no! Gli stessi  A&G ammettono che sin dal Governo Berlusconi questa logica ci allontana sempre più dal raggiungimento non solo dell’obiettivo primario, la crescita, ma anche da quello secondario, il pareggio di bilancio. Un effetto però lo hanno, mano a mano che commettiamo questi errori: diventiamo sempre più poveri! Notate l’errore grave (ingenuo?) del titolo del Corriere: “se la recessione vanifica la manovra” quando è la manovra a vanificare tutto.

E dunque? Lasciamo parlare di nuovo A&G. “Su una cosa concordano tutti gli studi: misure costruite prevalentemente aumentando le tasse sono molto più recessive di quelle costruite riducendo le spese”. Siamo d’accordo. La domanda sorge spontanea. Perché dovremmo aumentare le tasse? E perché dovremmo diminuire la spesa visto che anche questa azione è (meno ma sempre) recessiva? Risposta possibile: per fare il bilancio di pareggio nel 2013? Oh no, già detto, vedi sopra. E allora cosa consigliano A&G? Di non aumentare le tasse e di non ridurre la spesa? No. Di ridurre la spesa e fare le riforme. E perché mai? Perché non fare le riforme, direte voi, e aumentare la spesa (per cose che servono, non per truffe, quella non è spesa, non è domanda pubblica, sono meri trasferimenti dai contribuenti ai corruttori e una riforma intelligente bloccherebbe anche quelli, liberando ulteriori risorse per spendere), visto che le riforme ci mettono anni ad avere effetti (non credo che nemmeno A&G seriamente credano che la riforma delle professioni porti a far crescere il PIL nei prossimi 5 anni) mentre la domanda pubblica tampona nel frattempo la crisi e la disoccupazione che si potrebbero generare? Non è dato sapere.

Come non è dato sapere a che riforme pensano A&G: ma quando parlano di “riforme di cui si parla da anni”, vorrei ricordargli che in quegli anni non vivevamo momenti di così grande disagio e paura. E che alcune riforme, come quelle del mercato del lavoro, durante le recessioni come diceva il Premio Nobel Solow è meglio pensarle bene (“Any gain in labour-market flexibility or in product-market deregulation will be both more effective and more easily accepted if it occurs at a time when aggregate demand is strong and market prospects are favourable”), perché altrimenti rischiano di peggiorare le aspettative, altro che migliorarle.

Quindi bene farà Monti a non ascoltare A&G quando gli dicono che “non c’è tempo per concertare questi provvedimenti con le parti sociali”. Quando non si ascolta e si fanno scelte affrettate, non si aspetta Cenerentola che arrivi al palazzo, si sposa la sorellastra sbagliata e vivremo infelici e scontenti per il resto della nostra vita. E di quella dei nostri figli.

11 comments

  1. Pingback: Quando si dice la chiarezza. | John Maynard

  2. Sergio Polini

    12/12/2011 @ 12:58

    Giungo qui su segnalazione del prof. Alberto Bagnai e del suo blog (http://goofynomics.blogspot.com/).
    Dopo aver letto le sue (di Bagnai) considerazioni, ho provato a cercare in documenti più “neutrali” e ho trovato sostanzialmente discorsi molto simili, che mi fanno temere la manovra di Monti anche più recessiva di quello che può apparire badando agli effetti sulla domanda interna. Infatti:

    1) Il rapporto della Commissione Europea sui primi 10 anni dell’euro rilevava la preoccupante persistenza di differenze tra i tassi di inflazione e nei saldi dei conti correnti delle bilance dei pagamenti [1].

    2) Un working paper del FMI sottolineava che, dopo l’introduzione dell’euro, gli squilibri commerciali negli scambi bilaterali tra i paesi aderenti erano nettamente aumentati; faceva proprio l’esempio dell’Italia, il cui disavanzo commerciale nei confronti della Germania è aumetanto di 5 volte dopo l’euro; rilevava anche che appariva particolarmente significativo l’effetto dei diversi tassi di inflazione [2].

    3) Un numero speciale del “Quarterly report on the euro area” estendeva l’esame ai saldi dei conti correnti delle bilance dei pagamenti, rilevando squilibri che si erano verificati prevalentemente proprio dopo l’adesione all’euro dei paesi interessati e che potevano comunque essere ricondotti agli squilibri commerciali (in quanto la componente più importante) dovuti a tassi di cambio reali divergenti a causa dei diversi tassi di inflazione [3]. In parole povere, se l’Italia ha un tasso di infazione in sé basso, ma superiore a quello della Germania, i beni italiani costano sempre più di quelli tedeschi e quindi l’Italia importa dalla Germania sempre più di quanto esporta (basta guardare la decrescente quota di mercato della FIAT…).

    4) Coerentemente, diversi documenti della Commissione Europea dicono da anni che sottoporre a sorveglianza comunitaria solo i conti pubblici non è sufficiente e che è necessario estenderla anche ai conti con l’estero e alla loro causa, i differenziali di inflazione (v. ad es., il rapporto [1] alle pagg. 256-263).

    Come spiega il “Quarterly report” [3], in un’area che condivide una stessa valuta si stabilisce una competizione di prezzo: il paese i cui prezzi salgono meno è più competitivo di un altro in cui i prezzi crescano di più (anche se comunque “poco”). Il report ne conclude che, per recuperare competitività, si deve intervenire sul mercato del lavoro. Come ha scritto Da Rold sul Sole 24 Ore, «Non ci sono alternative: o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario» [4].
    Può non piacere (non mi piace), ma il succo comunque è: visto che siamo in una competizione di prezzo, l’unico modo di recuperare competitività è ridurre i prezzi.
    E che fa Monti? Aumenta l’IVA, fa aumentare il prezzo della benzina. Cioè fa salire i prezzi.

    Non è questo un vero e proprio attentato alla competitività dell’Italia? Non è “ancora più recessivo” perché riduce anche la domanda estera?

    Grazie.

    ——————————–
    [1] European Commission, «EMU@10: successes and challenges after ten years of Economic and Monetary Union», European Economy 2, 2008, http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication12682_en.pdf
    [2] Helge Berger e Volker Nitsch, «The Euro’s Effect on Trade Imbalances, International Monetary Fund», Working Paper WP/10/226, http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2010/wp10226.pdf
    [3] European Commission, «The impact of the global crisis on competitiveness and current account divergences in the euro area», Quarterly report on the euro area, 2010, vol. 9, n. 1, http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/qr_euro_area/2010/pdf/qrea201001en.pdf
    [4] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-30/suggerimenti-italia-apprendere-crisi-160336.shtml?uuid=AaNdOt8D (segnalato dal prof. Bagnai nel suo blog).

    Reply
    • Sì certo. Ne avevamo parlato citando il bell’articolo di Gavin Davies sul FT. http://blogs.ft.com/gavyndavies/2011/11/06/the-eurozone-decouples-from-the-world/#axzz1d0Hun5RB .
      Non fa una grinza. Quello che conta più di tutti è il CLUP, dato dal rapporto tra salari e produttività del lavoro e da anni perdiamo proprio via esso competitività. Ci sono responsabilità sindacali e politiche (la Germania avviò molto tempo fa questa lotta per la competitività con un cancelliere socialdemocratico, Schroeder, che si imbarcò in lunghi negoziati fruttuosi con i sindacati per vincere la sfida con la Cina senza perdere lavoro).
      O accettiamo deflazione salariale o la competitività nel breve non potrà essere recuperata (maggiore produttività? forse). Ecco perché gli spread rimangono alti: prezzano la rottura dell’euro che è funzione di questi squilibri. L’alternativa è che i tedeschi ci salvino come fecero con la Germania dell’est, con una enorme espansione fiscale che permetta il consumo dei loro risparmi accumulati sinora ed una inflazione interna che permetta il riequilibrio di salari e costi rispetto all’area mediterranea.
      Noi in cambio dobbiamo legarci non al pareggio di blancio ma a delle riforme non liberiste ma liberali (ovverosia che tutelino le fasce deboli mentre aprono mercati).
      Altro che fiscal compact, qui c’è bisogno di un growth compact.
      Grazie dell’ottimo commento.

      Reply
    • Sì certo. Ne avevamo parlato citando il bell’articolo di Gavin Davies sul FT. http://blogs.ft.com/gavyndavies/2011/11/06/the-eurozone-decouples-from-the-world/#axzz1d0Hun5RB .
      Non fa una grinza. Quello che conta più di tutti è il CLUP, dato dal rapporto tra salari e produttività del lavoro e da anni perdiamo proprio via esso competitività. Ci sono responsabilità sindacali e politiche (la Germania avviò molto tempo fa questa lotta per la competitività con un cancelliere socialdemocratico, Schroeder, che si imbarcò in lunghi negoziati fruttuosi con i sindacati per vincere la sfida con la Cina senza perdere lavoro).
      O accettiamo deflazione salariale o la competitività nel breve non potrà essere recuperata (maggiore produttività? forse). Ecco perché gli spread rimangono alti: prezzano la rottura dell’euro che è funzione di questi squilibri. L’alternativa è che i tedeschi ci salvino come fecero con la Germania dell’est, con una enorme espansione fiscale che permetta il consumo dei loro risparmi accumulati sinora ed una inflazione interna che permetta il riequilibrio di salari e costi rispetto all’area mediterranea.
      Noi in cambio dobbiamo legarci non al pareggio di blancio ma a delle riforme non liberiste ma liberali (ovverosia che tutelino le fasce deboli mentre aprono mercati).
      Altro che fiscal compact, qui c’è bisogno di un growth compact.
      Grazie dell’ottimo commento.

      Reply
  3. Sergio Polini

    13/12/2011 @ 12:29

    Grazie! Sento parlare così poco di quest’aspetto in Italia (unica eccezione, finora, il blog del prof. Alberto Bagnai) che temevo di ragionare male.
    Vorrei proporle un altro ragionamento, su cui i miei dubbi sono ancora più forti.
    Ci sono gli “ottimisti” come Alesina & C., ma i “pessimisti” sembrano in numero nettamente maggiore, tanto che l’elenco sarebbe troppo lungo. Ne scelgo due:
    a) secondo Nouriel Roubini l’Italia dovrebbe ristrutturare il suo debito, tagliandolo del 25%, e poi dovrebbe uscire dall’euro per recuperare competitività [1];
    b) secondo Joseph Stiglitz (che non è certo uno qualunque), è la Germania che dovrebbe uscire dall’euro [2].
    Due esiti che, mi pare, avrebbero effetti ben diversi.
    Mi limito “per semplicità” (cioè per incompentenza…) a Italia e Germania.

    Tutti dicono che un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbe una catastrofe, ma, che io sappia, nessuno ha ancora provato davvero a ragionare in termini concreti, cioè a quantificare la “catastrofe” (spero ovviamente di essere smentito).
    Mi riesce più facile trovare conti per la Germania [3]. Secondo Dirk Meyer, economista dell’Università Helmut Schmidt di Amburgo, l’uscita dall’euro costerebbe alla Germania dal 10% al 14% del PIL; secondo Stephane Deo, economista di UBS, il costo sarebbe maggiore: dal 20% al 25% del PIL. Deo calcola anche un costo pro capite per i tedeschi tra 6000 e 8000 euro per il primo anno, tra 3500 e 4500 per gli anni successivi, mentre invece una ristrutturazione al 50% dei debiti di Grecia Portogallo e Irlanda costerebbe solo 1000 euro pro capite, e una tantum.
    Le stime di Deo mi sembrano esagerate, perché basate su un’ipotesi di rivalutazione del marco del 40%, che è ben oltre la misura della divergenza tra i tassi di cambio reali indotta dai differenziali di inflazione [4]. E’ comunque interessante che calcoli anche il minor costo di ristrutturazioni altrui.
    Provo a tradurre: chi compie la prima mossa paga il prezzo più alto.

    Dico questo anche perché Dirk Meyer prevede una rivalutazione del 25% per il “nuovo marco” [5], che mi pare più credibile. Se intendo bene, in caso di uscita della Germania dall’euro il nuovo marco si rivaluterebbe rispetto al sud-euro e anche rispetto ad altre valute, mentre il sud-euro non subirebbe forti scossoni, in quanto l’Italia ha un tasso d’inflazione paragonabile a quello della Cina, inferiore a quello di Russia e Brasile, di poco superiore a quello USA. L’Italia vedrebbe quindi migliorare i saldi commerciali negli scambi con la Germania e rimarrebbe più o meno come è ora rispetto al resto del mondo (import di gas e petrolio compresi).
    Se invece fosse l’Italia a uscire dall’euro, la “nuova lira” si svaluterebbe del 20-25% rispetto all’euro e, con ciò, rispetto ad altre valute; una sorta di 1992 bis.
    Anche da questo punto di vista chi compie la prima mossa paga il prezzo più alto.

    E giungo così (sperando di non averne sparate troppo grosse) alla domanda cruciale.
    Sono tante, e così autorevoli, le voci secondo cui le manovre greche e italiane e una più rigorosa disciplina fiscale comune non servono assolutamente a nulla, e anzi non possono che indurre ulteriori deterioramenti, che verrebbe da credere alla «congiura degli imbecilli» di cui parlava Jean-Paul Fitoussi un anno fa [6]. Anche Helmut Schmidt non è stato molto tenero con la Merkel [7].
    E se invece ci fosse maggiore lucidità nell’operato della Germania? Se si fossero ormai convinti che aveva ragione Dominick Salvatore quando diceva che l’euro sarebbe crollato al primo shock importante [8]? Se stessero semplicemente aspettando la fine dell’euro, ma la preferissero nella forma “escono gli altri”?
    In questo caso, infatti, i costi sarebbero minori dal punto di vista economico e, dal punto di vista politico, potrebbero essere presentati agli elettori come colpa degli “altri”.

    Va da sé che, se fosse così, preoccuperebbe alquanto la mancata concreta elaborazione, in Italia, di scenari alternativi a “decreti salva-Italia” che, in realtà, inducono recessione deprimendo sia la domanda interna che quella estera.

    Quanto l’ho sparata grossa?
    Grazie.

    ———————–
    [1] Nouriel Roubini, Italy’s debt must be restructured, Financial Times, 29/11/2011, http://blogs.ft.com/the-a-list/2011/11/29/italys-debt-must-be-restructured/#axzz1f6nNZAkD
    [2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/04/stiglitz-germania-fuori-dalleuro-o-il-continente-sprofonda/67733/
    [3] http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,800700-3,00.html
    [4] http://goofynomics.blogspot.com/2011/11/i-compiti-casa-della-famiglia-nucleare.html
    [5] http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,800285-3,00.html
    [6] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/05/03/contro-chi-giocano-mercati.html
    [7] http://www.selpress.com/confapi/immagini/091210A/2010120929640.pdf
    [8] Cfr. http://goofynomics.blogspot.com/2011/12/euro-una-catastrofe-annunciata.html

    Reply
  4. Mi fa un po’ sorridere Polini che cerca considerazioni “più neutrali” delle mie. Io mi limito a plottare qualche dato OCSE (sai bene che non so fare molto di più). Come stiamo messi male, se perfino le statistiche OCSE appaiono eversive…

    Reply
    • Sergio Polini

      14/12/2011 @ 12:06

      Lei è un prof, io sono uno studente, Uno studente forse un po’ scomodo, perché non mi accontento di credere passivamente a quello che mi dice un prof, anche se mi sembra “a naso” molto convincente. Soprattutto dopo che mi hanno insegnato quanto sia facile trarre conclusioni errate anche dai dati OCSE, in generale da qualsiasi serie storica.
      E poi… non sono forse prof anche Alesina e Giavazzi? ;-)

      Reply
      • Amico mio: sei uno studente soprattutto perché sei ottimista! Nel mio pessimismo, penso che se fossimo veramente scomodi… non saremmo più qui. Comunque: meglio esserci! Buono studio e buon lavoro a tutti.

        Reply

Lascia un Commento

Required fields are marked *.

*