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Anatomia di una soluzione alla crisi – Parte 3: che fare con la spesa pubblica?

Quindi Draghi non ci può salvare. Come abbiamo argomentato, non basta o addirittura non serve a nulla nelle attuali condizioni. Cosa ci salverà dunque? Andiamo a vedere se vi sono proposte alternative. Il partito degli “orfani di Draghi” è più ristretto e dunque si fa più in fretta ad esaminare le proposte sul tavolo.

Proposta 1. Guido Rossi: “la soluzione della crisi del capitalismo dipende in gran parte dalla tenuta dell’euro e perciò da una maggiore integrazione europea”. Doppio non sequitur. La crisi del capitalismo non dipende per nulla dall’euro ma da una crisi di imprenditorialità e voglia di competere dell’Occidente. Secondo non sequitur, più ragionevole commetterlo: facciamo l’unione fiscale. Non va. Primo perché ci si mette troppo tempo, secondo perché se si fa l’unione fiscale si centralizza una politica restrittiva tedesca per tutti che distrugge la crescita dei paesi in difficoltà (ma questo ce lo stanno imponendo già, mi direte. E allora? dico io) secondo perché non risolve gli squilibri tra paesi (esterni e pubblici) che richiedono politiche diverse tra Germania e Italia (di questo ne parliamo domani).  Avete mai provato a dare del cianuro ad un uomo sul baratro di un cornicione? Aumentate le scelte nel menu della morte, non lo salvate mica.

Proposta 2. Il mio amico e collega Roberto Tamborini ha un pezzo sul sito di Roubini. Dove, al contrario degli altri analisti finora esaminati, tiene conto della realtà e cerca una soluzione pratica e basata su buoni precetti economici alla questione drammatica dell’euro. Ecco la sua proposta (mia traduzione):  “Monti … faccia immediatamente la correzione fiscale (con le riforme, NdR). … questa scelta poco gradevole è necessaria, ma dovrebbe essere mirata non ad azzerare il deficit ma ad ottenere un taglio immediato nello stock di debito pubblico, cosa di cui abbiamo bisogno per rendere in futuro più sostenibile il futuro sentiero di avanzi primari”. A questo aggiunge soluzioni collettive come l’Eurobond (che abbiamo già avuto modo di dire risulta ancora più irrilevante di un intervento della BCE) e non meglio specificate azioni macroeconomiche coordinate. Insomma, ottima analisi, ma soluzioni poco ambiziose per un evento (la fine dell’euro) che merita una soluzione ben più dirompente ed ambiziosa. Pensiamo veramente che con una patrimoniale che potrà abbassare (al massimo?) di 4, 5 punti percentuali il rapporto debito PIL i mercati ritengano che l’Europa e l’Italia siano fuori da una crisi di questa profondità? Sono contento che Roberto cerchi di muoversi in una direzione di ridurre l’impatto di politiche fiscali restrittive, ma allora porti fino in fondo il suo ragionamento. Ci dice: “se l’Italia attua una restrizione fiscale pari all’1% del PIL, perde un punto di PIL, ma se tutti i paesi insieme attuano la stessa restrizione, l’Italia perderà 2 punti di PIL e così gli altri paesi”. Provate a rigirare questa frase chiave: “se l’Italia attua una espansione fiscale pari all’1% del PIL, guadagna 1 punto di PIL,  e se tutti i paesi attuano la stessa espansione, l’Italia guadagnerà 2 punti di Pil e così gli altri paesi”! (sappiamo che non è esattamente così, ci sono non linearità, ma all’incirca). La verità è nota e i dati di Roberto lo confermano:  solo un’espansione della domanda aggregata può salvarci dalle secche della crisi. Ma allora perché non dirlo? Roberto mi vuoi spiegare cosa ci impedisce di “ragionare” in questo modo? La paura di cosa dirà la Germania di fronte a questa proposta? E che ci importa: noi prima di tutto siamo economisti e possiamo dire quello che ci pare se lo riteniamo giusto e poi la Germania comunque anche alla tua proposta guarda malissimo! Tu mi dirai, ma no, non è questo il problema, è che l’Italia non si può permettere di fare politiche in deficit. E chi ha detto che sarebbero politiche in deficit? Finanziamole con una bella patrimoniale come quella che piace te, questa manovra, ma non per abbassare il debito, che fa solo male alla crescita, ma per stimolare l’economia. Sappiamo bene che una maggiore spesa pubblica finanziata con tasse è meno espansiva di una finanziata in deficit, ma è comunque espansiva (si chiama “moltiplicatore del bilancio in pareggio”, io e te lo insegniamo al primo anno universitario) e poi quello che conta veramente come dici tu è che gli altri paesi, specie la Germania, si diano da fare, perché è da una politica espansiva concertata che possiamo farcela. Questo dobbiamo dire, a voce alta.

Proposta 3. Ho letto un bell’articolo di Galimberti sul Sole, dove l’analisi di partenza è buona ma alla fine si finisce per non trarre le conclusioni ovvie del proprio ragionamento. Anzi in questo caso le si buttano dalla finestra con un semplicismo strabiliante. Egli scrive: “L’Italia non cresce. E’ una vera malattia, perché un paese ha bisogno di crescere, di dare posti di lavoro alle nuove generazioni, di costruire ponti e strade e ospedali, di arginare i fiumi, di investire per rendere le città più vivibili”. Già qui un po’ mi risento. E’ molto bello questo passaggio, ma notate la prima stranezza: è la crescita a generare i ponti e non i ponti la crescita. E’ vero che maggiore ricchezza aumenta le risorse a disposizione per finanziare i ponti, ma scordarsi che la crescita sale con più ponti, città più vivibili, ospedali più funzionali, vuol dire far finta di scordarsi che abbiamo uno strumento potentissimo in mano da utilizzare: la spesa pubblica! Ma andiamo avanti. Galimberti ha una sua opinione del perché non cresciamo (che ovviamente data la premessa non può essere che non facciamo ponti…). Cita il debito (senza ricordare che questo debito ce l’abbiamo da decenni ma la crisi è ora e che il Giappone ha debiti ben più alti dei nostri), ma per fortuna poi si concentra su di una cattiva Pubblica Amministrazione che tartassa il cittadino e non fornisce servizi adeguati. Bene, io sono d’accordo, ci vuole una P.A. che spenda meglio. E allora qual è la soluzione proposta da Galimberti? Sorpresa…. Non una migliore spesa pubblica ma “… la prima cosa da fare … è il bilancio in pareggio, … o più tasse o meno spese”.

Ennesimo non sequitur che ci condannerà, per non avere letto i testi base di economia, all’uscita dall’euro. Di cui torneremo ad occuparci domani.

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