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Più deficit, nell’euro, ma speso bene

Il mio articolo oggi sul Sole 24 ore.

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Il Presidente Jimmy Carter, premio Nobel per la Pace per il suo sforzo nei negoziati di pace internazionale, ebbe modo di rimarcare come “a meno che ambedue le parti non vincano, nessun accordo potrà essere permanente.” Non dovrebbe dunque sorprendere che Movimento 5 Stelle e Lega si siano uniti in un contratto che contiene ambedue le proposte che più caratterizzano le richieste del proprio elettorato, rispettivamente reddito di cittadinanza e flat tax: qualsiasi altro accordo contenente solo una o nessuna delle due avrebbe avuto vita breve.

E’ pur vero, tuttavia, che anche gli accordi monitorati dall’ex Presidente Usa non avrebbero avuto lunga vita in assenza di un beneplacito assenso della comunità mondiale che ne osservava da vicino, per suoi interessi geopolitici o per qualsiasi altra ragione, i contenuti.  Analogamente è difficile pensare che la nuova coalizione che si appresta a governare il Paese possa procedere senza tener conto del contesto internazionale, e più specificatamente europeo, in cui si trova a operare. Non a caso, già lo stesso “programma di coalizione” contiene una prima importantissima concessione a tali aspettative esterne quando non menziona in alcun rigo delle sue fitte 58 pagine la possibilità di un’uscita dalla moneta unica, dall’eurozona. Tale assenza marca un’evoluzione ragguardevole dei programmi delle due forze politiche rispetto alle loro posizioni passate al riguardo, e andrebbe ribadita con forza da tutte le forze parlamentari italiane, sia quelle del (prossimo) Governo che quelle di opposizione, quando coinvolte in qualsiasi sede di confronto internazionale con istituzioni di altri paesi dell’Unione europea e non, affinché le esigenze di stabilità del Sistema Paese non vengano ad essere messe in dubbio da strumentali posizioni di alcuni per mero opportunismo politico interno.

Una tale rinuncia ovviamente apre tuttavia nuovi sfide per la coalizione in pectore. Questa è stata infatti eletta per supplire ai fallimenti di un certo tipo di politica economica tutta basata su annunci di convergenza pluriennale “senza se e senza ma” verso il bilancio in pareggio, che crescita non solo non hanno saputo generare ma, anzi, solo decurtare e tarpare: ad oggi l’Italia è, sola in Europa, inviluppata in una crisi più lunga e più profonda di quella della Grande Depressione degli anni Trenta. Rinunciando alla dubbiosa espansione via uscita dall’euro, non resta dunque che la leva dell’espansione fiscale per venire incontro alle promesse elettorali. La dimensione di questa leva apparentemente poggia su tre assi: quanto ridurre la pressione fiscale, quanto aumentare la spesa pubblica e come finanziare, in (extra) deficit, con tagli di sprechi e/o riduzioni di detrazioni fiscali tali due componenti. Quest’ultima dimensione, quella del finanziamento di minori tasse e maggiori spese, è quella su cui l’Europa sta concentrando la sua attenzione, ed è difficile che il nuovo Governo potrà spuntare uno spazio di deficit maggiore del 3% del PIL. Tenuto conto della resistenza politica che genererebbero i tagli delle detrazioni e la lentezza con cui si potrebbero ottenere i fondamentali tagli degli sprechi (che richiedono una riforma strutturale della qualità delle stazioni appaltanti di cui la coalizione non pare conscia), tutto ciò porterà ad avere a disposizione risorse che permetteranno di ottenere al massimo, oltre ai 17 miliardi del reddito di cittadinanza, una flat tax ben meno aggressiva di quanto non promesso sino ad oggi. La famosa crescita, con cui la Lega e i 5 Stelle contano di consolidarsi, anche riducendo il rapporto debito-PIL, stenterà dunque a crearsi, affidandosi solo ai consumi dei meno abbienti.

Ben più potente sarebbe affidarsi all’unico meccanismo di utilizzo di risorse che garantisce al contempo un incremento certo della domanda alle imprese e loro maggiore competitività: un deciso aumento degli investimenti pubblici, mai menzionato chiaramente nel programma di 58 pagine. Bloccare il deficit al 3% del PIL e riavviare, specie al Meridione ma non solo, gli investimenti in costruzioni, scolastiche, carcerarie, antisismiche e nelle infrastrutture critiche avrebbe permesso al Paese di lanciare veramente all’Europa un segnale di stabilità ed al contempo di garantire la crescita dell’occupazione, specie presso le fasce più deboli della popolazione, richiesta dall’elettorato.

Non resta che attendere il primo passo del Governo, il DEF programmatico, prima di abbandonare ogni speranza.

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L’autorevolezza della democrazia

«La risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia». Macron.

“Autore”, etimologia: che accresce, che fa prosperare.

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Sarebbe meglio parlare piuttosto di autorevolezza della nostra democrazia.

Ecco cosa ha reso in Italia poco autorevole la nostra democrazia: la mancanza di crescita (grafici dal discorso del Governatore Visco per il trentennale della Facoltà di Economia all’Università di Roma Tor Vergata) .

Impressionante come l’Italia abbia smesso dal 2008 di crescere e prosperare in un’Europa che sempre ha assistito indifferente, festosa della propria ripresa e pervicace nel raccomandarle le politiche sbagliate.

Impressionante. La causa? Un periodo di politiche sbagliate come mai prima.

Sì, avete letto bene, peggio della Grande Depressione del 1929, che durò meno, come mostra questo ultimo grafico.

Dopo 9 anni di crisi l’Italia del 1929 era tornata a produrre i livelli ricchezza precedenti alla stessa. Oggi all’11mo anno siamo ancora lontanissimi da rispristinare i livelli di benessere anti-crisi.

Si preoccupi il Presidente Macron e si preoccupino i prossimo governanti italici di far accrescere e prosperare quello che è uno dei Paesi più importanti al mondo. Fino ad allora questa democrazia non sarà autorevole: semplicemente non sarà. Come farlo, è noto: si rimetta in moto il volano degli investimenti pubblici di qualità, piantandola di riempirsi la bocca delle inutili e vacue parole come “riforme”, “flat tax”, “4.0″.

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Salvare l’Europa dalla sua fine

Da “I demoni” di Dostoevskij, una traccia per capire il bivio dell’Europa di oggi?

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Sciatov: “Nessun popolo s’è ancora mai ordinato secondo i principi della scienza e della ragione; non c’è mai stato un simile esempio, se non per qualche momento, per stoltezza… La ragione e la scienza hanno sempre avuto nella vita dei popoli, ora e dal principio dei secoli, un solo compito secondario e servile; e così sarà sino alla fine dei secoli. I popoli si compongono e si muovono con un’altra forza che comanda e domina, ma l’origine della quale è sconosciuta ed inspiegabile. Questa forza è la forza dell’insaziabile desiderio d’arrivare alla fine mentre allo stesso tempo si nega la fine. E’ la forza della continua ed incessante affermazione della propria esistenza e della negazione della morte. (…)
Lo scopo di ogni movimento popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del proprio Dio, di un Dio, assolutamente proprio e la fede in lui come nel solo vero. Dio è la personalità sintetica di tutto il popolo, preso dalle sue origine sino alla fine. Non è ancora mai successo che tutti o molti popoli avessero un Dio comune, ma sempre ciascuno ha avuto un Dio particolare. E’ indizio della decadenza delle nazionalità, quando gli dèi cominciano a diventar comuni. Quando gli dèi diventano comuni, muoiono gli dèi e la fede in essi e muoiono insieme gli stessi popoli. Quanto più forte è un popolo, tanto più particolare è il suo Dio. Non c’è ancora mai stato un popolo senza religione, cioè senza una nozione del bene e del male. Ogni popolo ha la propria nozione del bene e del male e un proprio bene e male. Quando presso molti popoli cominciano a farsi comuni le nozioni del bene e del male, allora i popoli si estinguono, e allora la stessa distinzione tra il bene e il male comincia a scomparire. Mai la ragione è stata in grado di definire il bene e il male, od anche di separare il male dal bene, sia pure approssimativamente; al contrario, li ha sempre confusi in modo vergognoso e meschino; mentre la scienza ha dato soluzioni brutali (…)”

Stavroghin: “Ne dubito (…) voi riducete Dio a un semplice attributo della nazionalità… (…)”

Sciatov: “Riduco Dio a un attributo della nazionalità? … Al contrario, innalzo il popolo a Dio. Ed è forse mai stato altrimenti? Il popolo è il corpo di Dio. Ed ogni popolo è popolo solo finché possiede il suo dio particolare; finché esclude tutti gli altri dèi del mondo senza nessuna conciliazione finché crede che col proprio dio vincerà e scaccerà dal mondo tutti gli altri dèi. Così hanno creduto tutti i popoli dal principio dei secoli, tutti i grandi popoli, almeno, tutti quelli che si sono in qualche modo segnalati, tutti quelli che sono stati alla testa dell’umanità. Non si possono negare i fatti. Gli ebrei non vivevano che per aspettare il vero Dio, ed hanno lasciato al mondo il vero Dio. I greci divinizzavano la natura ed hanno legato al mondo la loro religione, cioè la filosofia e l’arte. Roma ha divinizzato il popolo nello Stato ed ha lasciato ai popoli lo Stato. La Francia durante tutta la sua lunga storia non è stata che l’incarnazione e lo sviluppo dell’idea del dio romano, e se ha precipitato, infine, nell’abisso il suo dio romano e si è data all’ateismo, che si chiama per ora da loro socialismo, l’ha fatto unicamente perché l’ateismo è più sano del cattolicesimo romano. Se un grande popolo non crede che la verità sia in lui solo (proprio in lui solo ed esclusivamente in lui), se non crede di esser lui solo capace di risuscitare e salvar tutti con la sua verità, e di esser chiamato a farlo, esso si converte subito in materiale etnografico, e non è più un grande popolo. Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a una parte secondaria nell’umanità e nemmeno a una parte principale, ma vuole assolutamente ed esclusivamente la prima. Se perde queste fede non è più un popolo(…)
Voi siete ateo, perché siete un signorotto, l’ultimo signorotto. Voi avete perduto la distinzione del bene e del male, perché avete cessato di conoscere il vostro popolo. Una nuova generazione va sorgendo, direttamente dal cuore del popolo, e non la conoscete affatto, né voi… né io (…) Sentite procuratevi Dio col lavoro; tutto l’essenziale sta qui, altrimenti voi scomparirete, come una vile muffa; procuratevelo col lavoro.”

Stavroghin: “Dio col lavoro? Con quale lavoro?”

Sciatov: “Con quello del contadino. Andate, abbandonate le vostre ricchezze…Ah voi ridete, temete che sia tutto un gioco di bussolotti?”

Ma Stavroghin non rideva.

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Il coyote di Bruxelles, la vacca a 5 stelle e l’uccellino europeo

Eccoci qui a parlare di Documento di Economia e Finanza (DEF), il piano quadriennale che ogni aprile il nuovo Governo dovrà presentare alle Camere, decidendo come e quanto tassare e spendere, se finanziarsi via deficit per spendere di più o piuttosto non farlo e decidere invece di provare a ridurre il debito. Che noia direte. Ma no, altro che noia!

Tutto è DEF. Sono i DEF che decidono le elezioni e chi le vince.

Perché pensate che il PD sia crollato? Perché ha totalmente sbagliato i suoi ultimi 5 anni di DEF: eliminando investimenti pubblici essenziali per il Meridione, e rinunciando a fare spending review essenziali per identificare sprechi odiati al Nord e trovare risorse per ulteriormente finanziare investimenti. Ha fatto austerità, suicidandosi, ma soprattutto mettendo in ginocchio il Paese.

E questi errori hanno modificato gli equilibri politici portando l’Italia ad una maggioranza diversa, che ora l’Europa sente come una potenziale minaccia. Ma l’Europa deve solo biasimare se stessa per avere imposto all’Italia ed a un PD timoroso ed incompetente le sue ricette. E deve fare attenzione, quest’Europa. Perché così come il PD è sparito, rischia di sparire pure l’Europa, ma non solo quella masochista e sadica di questi ultimi anni, ma assieme ad essa anche quella che tanti di noi sognano da anni, un’Europa di pace, fratellanza, sviluppo.

Come evitare che sparisca? Semplice. Bisogna capire finalmente per bene qual è il nemico dell’”Europa che vogliamo” e qual è il suo alleato ed amico.

Non sempre facile: basterà guardare questo video tratto dal meraviglioso “Il mio nome è nessuno” dove Terence Hill ricorda ad un perplesso e magnifico Henry Fonda la storiella dell’uccellino e della sua morale, dove “non sempre chi ti mette nei guai vuole il tuo male, e non sempre chi te ne tira fuori vuole il tuo bene”. Ottima sintesi per capire la sfida del DEF.

Si potrà infatti di nuovo dare retta a questa Europa falsamente benevolente, che ci ha per anni propinato ricette di finta crescita da raggiungere tramite austerità e riforme, ambedue disattente alla sofferenza delle persone, che ci ha giurato di toglierci dai guai, come il coyote della favola di Terence Hill.
Oppure?
Oppure si potrà dare fiducia al DEF dei 5stelle, terrorizzante per quest’Europa, così deciso a non obbedire al Fiscal Compact e a non ridurre il deficit a zero con manovre suicide di 30 miliardi in due anni di aumenti di imposte e riduzione a casaccio di spese. Un DEF convinto che dobbiamo riprendere lo stimolo della domanda per il tramite di investimenti pubblici, un DEF che solo se si ascolta la narrativa dell’idiotica Europa si può giudicare capace di metterci nei guai.

Ben venga il DEF che terrorizza l’Europa della vacca della favola del signor Nessuno: forse saprà finalmente salvarla e salvarci.

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Dateci un Governo operativo 1.0

Sbaglia due volte Juncker a dire che il Governo italiano rischia di non essere operativo. Uno perché i governi non operativi funzionano alla grande: Germania, Spagna e Belgio lo dimostrano.

Due perché i Governi di questi 5 ultimi anni sono stati largamente non operativi. Non basta dire 4.0 perché il Paese si riprenda. Anzi, abbiamo bisogno di cose basilari, altro che 4.0, abbiamo bisogno di un Governo 1.0 che faccia tutte quelle cose veramente essenziali che servono al Paese.

Un esempio per tutti è emerso durante la discussione due giorni fa del rapporto dell’Osservatorio sulle costruzioni dell’ANCE, sulla famigerata e drammatica questione dei ritardati pagamenti delle pubbliche amministrazioni che tagliano le gambe ai fornitori della P.A., specie ai più piccoli che si finanziano (quando ci riescono) a costi ben peggiori delle grandi, e con esse ai fornitori dei fornitori ecc. ecc.

Ovviamente luccicano gli occhi quando vediamo i grafici che ci propinano da anni al Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui i tempi di pagamento sono in picchiata, con un ritardo medio di 84 giorni (sempre superiore a quanto reso obbligatorio dall’Europa).

Ma tutti sappiamo qual è il trucchetto per abbassarli, in presenza di fattura elettronica: basta chiedere (e il potere di ricatto delle P.A. sui fornitori è in questo senso ovviamente enorme) di posticipare l’emissione della fattura. Basterà citare quanto contenuto nel sondaggio alle imprese Ance per capire la dimensione dell’inganno.

Il 92% delle imprese segnala di avere subito almeno una prassi gravemente iniqua da parte della P.A. (richiesta di ritardare l’emissione dei SAL o l’invio delle fatture: richiesta di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; richiesta di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo) nel corso del secondo semestre 2017. In particolare, più dei due terzi delle imprese (il 69%, la percentuale più elevata dall’entrata in vigore della direttiva; una percentuale in costante crescita nelle ultime rilevazioni) segnalano che le Amministrazioni chiedono di ritardare l’emissione degli Stati di Avanzamento Lavori (S.A.L.) o dell’invio delle fatture; il 60% delle imprese segnala che le Pubbliche Amministrazioni chiedono di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; al 37% delle imprese viene chiesto di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo”.

Ma che razza di Governi possono essere così incompetenti e indifferenti dal consentire ciò? Governi che pensano 4.0 e non 1.0.

Governi che non hanno la capacità di portare a 0, come in Corea, o a 7, come in India, i giorni effettivi per il pagamento delle fatture dei propri fornitori. Governi che hanno il coraggio di dire: da domani tu sarai pagato in 1 ora da una banca, ed il debito con la banca lo assumiamo noi, Pubblica Amministrazione. Paura che cresca il debito pubblico perché da debiti commerciali invisibili diverrebbero debiti conteggiabili ai sensi del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact? Appunto. Una serie di governi paurosi che non hanno avuto il coraggio di dire all’Europa, “io pago, perché la mia priorità è la crescita, non le finzioni contabili”, logica che, ne son certo, avrebbe convinto pure i tanti europei stanchi dei trucchetti italiani dei Governi 4.0. Compreso Juncker.

Dateci un Governo 1.0, addetto alle cose basilari che servono al Paese. Grazie.

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Dipendenti pubblici? Pochissimi e vecchissimi.

Ringrazio Maria Luisa Bianco e Guido Ortona dell’Università del Piemonte Orientale nonché Daniele Ciravegna, Bruno Contini, Nicola Negri, Francesco Scacciati, Pietro Terna e Dario Togati dell’Università di Torino per aver acconsentito alla pubblicazione di questo estratto del loro documento “Appello per un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione”, particolarmente significativo e vicino alla visione di questo blog sulla questione della Pubblica Amministrazione in Italia. 

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In Italia vi sono 3.055.000 dipendenti pubblici, contro i 5.530.000 della Francia e i 5.076.000 del Regno Unito, paesi paragonabili per numero di abitanti (dati OECD relativi al 2015). Questo corrisponde a 48,9 pubblici dipendenti per 1000 abitanti in Italia, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito; e contro anche i 60,5 della Spagna e i 70,9 degli USA. La Germania è apparentemente simile all’Italia (52.5 addetti per 1000 abitanti), ma questo dato è falsato dal fatto che in Germania il personale sanitario ha un contratto di tipo privatistico. Si potrebbe pensare che la differenza sia compensata da un maggiore ricorso a questo tipo di contratto anche per l’Italia (o a maggiori esternalizzazioni in generale), ma non è così: se consideriamo il totale degli addetti, pubblici e privati, nei settori che forniscono servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, fognature, pubblica amministrazione, educazione, sanità e assistenza) abbiamo 81 addetti per 1000 abitanti in Italia, contro i 133,3 della Francia, i 151,5 del Regno Unito, gli 88,4 della Spagna, i 134,1 della Germania e i 180 degli USA (dati ILO relativi al 2015).

Il sottodimensionamento della pubblica amministrazione italiana è un dato strutturale; il blocco del turnover degli ultimi anni ha pesantemente aggravato due ulteriori caratteristiche negative, e pericolose. La prima di queste è la bassa scolarità dei pubblici dipendenti. Poco più del 34% è in possesso di laurea, mentre nel Regno Unito sono il 59% e in Francia il 68% (dati Forum PA, 2012). Nello stesso anno, in Italia il 49% degli impiegati amministrativi e tecnici addetti a mansioni per le quali è richiesta la laurea se assunti dall’esterno non erano laureati (dati ARAN relativi al 2012). La seconda è la distribuzione per età dei pubblici dipendenti. Nel 2015 la quota di addetti alla pubblica amministrazione con meno di 35 anni era il 2%, la più bassa fra tutti i paesi OECD (dove la media era del 18%), e quella di addetti con più di 54 anni era il 45%, la più alta (la media era il 24%).

All’anomalia di questi dati generali rispetto ai paesi europei più sviluppati corrispondono ovviamente carenze specifiche molto preoccupanti. Facciamo degli esempi. In Italia ci sono 5,4 infermieri per 1000 abitanti, contro i 9,9 della Francia, i 7,9 del Regno Unito, i 13,3 della Germania e gli 11,3 degli USA (dati OECD riferiti al 2015). Gli addetti ai servizi per l’impiego sono 9000, contro gli 11.000 della Spagna, i 49.000 della

Francia e i 115.000 della Germania (dati ISFOL, 2014, ripresi dall’OECD1). In Italia (dati OECD riferiti al 2015) la percentuale di studenti seguiti dall’istituzione scolastica al di fuori dell’orario curricolare è la più bassa dell’intera OECD (28,04%), preceduta dal Messico, 33,96. La percentuale di ricercatori sul totale degli addetti è la quartultima dell’OECD (0,49%, precedendo Turchia, Cile e Messico; in Germania è 0,82, in Francia 0,99 e in Spagna 0,68. Dati OECD riferiti al 2014). Che nel nostro paese la gestione del fisco non sia adeguata è cosa nota; è lecito pensare che ciò dipenda anche dal fatto che nel 2015 c’erano 1485 cittadini per ogni addetto al settore, contro i 1146 del Regno Unito, i 994 della Francia, i 732 della Germania (dati OECD). Senza citare altre cifre, la carenza di personale, e gli inconvenienti che ne derivano, sono evidenti in vari settori: basti pensare all’amministrazione della giustizia civile o alla tutela dell’ambiente.

In un paese sviluppato lo Stato, cui fanno capo l’istruzione, la sanità, la giustizia e la pubblica amministrazione è fra i principali datori di lavoro per i laureati; è quindi molto probabile che il sottodimensionamento del settore pubblico sia la causa principale, e forse unica, dell’apparente paradosso per cui l’Italia pur avendo pochissimi laureati rispetto alla popolazione ha un tasso di disoccupazione dei laureati elevatissimo. La quota di laureati sulla popolazione in età 25-34 è del 26%, la penultima fra i paesi OECD (davanti al solo Messico), ma il tasso di occupazione dei laureati nella stessa fascia di età (66%) è addirittura l’ultima in assoluto fra quei paesi (dati OECD relativi al 2016). Forse il dato più indicativo riguarda la Pubblica Amministrazione strictu sensu: in Italia c’erano nel 2016 47,3 abitanti per ogni impiegato in quel settore, contro i 26,7 della Francia, i 29,9 della Germania, i 35,6 della Spagna e i 34,6 del Regno Unito. Per avere lo stesso rapporto della Germania bisognerebbe assumere 821.000 nuovi addetti, circa due terzi della dotazione attuale; e per avere lo stesso rapporto degli USA bisognerebbe assumerne 1.309.000, un po’ più dello stock attuale. Nella classifica dell’International civil service effectiveness index del 2017, elaborato dall’Università di Oxford, l’Italia è al quintultimo posto fra i 31 paesi considerati, seguita solo da Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria e Slovacchia, e preceduta da Portogallo e Turchia. Altri fattori contribuiscono presumibilmente a questo risultato, ma è degno di nota che l’Italia abbia dei valori particolarmente bassi soprattutto per quanto riguarda la capacità (capability) e la gestione fiscale e finanziaria, due dimensioni in cui è sensato pensare che le carenze qualitative e quantitative di personale abbiano effetti particolarmente sensibili. E’ ragionevole ritenere che la carenza di personale influisca non poco sulla inefficienza relativa della pubblica amministrazione rispetto ai paesi con cui è sensato confrontarsi, e che sia difficile raggiungere il loro livello con un numero di addetti così diverso.

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Il tramonto dell’austerità

Il titolo non è mio, è del Sole 24 Ore. Ma sì, dopo tanti tramonti invisibili, come quello sull’euro, ci sta bene. Oggi sul quotidiano finanziario.

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Eppur si muove. Sarà la coincidenza con l’appuntamento elettorale, sarà la presa d’atto di un fallimento evidente nella struttura della politica fiscale europea, sta di fatto che la quasi totalità delle forze parlamentari ha espresso, lo scorso 7 febbraio a Commissioni della Camera dei Deputati riunite (Bilancio e politiche dell’UE), un forte e quasi unanime parere contrario al documento della Commissione europea volto a inserire, a cinque anni dalla sua nascita, l’accordo intergovernativo europeo del c.d. Fiscal Compact tra le Direttive europee. La proposta non è dunque passata ed è stata ribaltata la decisione di sole poche settimane orsono della Commissione Bilancio del Senato, che aveva invece deliberato favorevolmente, con l’appoggio del Governo medesimo.

L’assenso del PD ha permesso invece l’approvazione di 4 ulteriori decisioni relative ad altre proposte di riforma della governance dell’Unione, provenienti dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo, ponendo tuttavia una serie di condizioni che appaiono fortemente vincolanti per il loro effettivo dispiegamento. In particolare, la tabella di marcia accelerata verso un approfondimento dell’Unione proposta dalla Commissione viene condizionata ad uno scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit del 3%; mentre l’istituzione della figura del Ministro europeo dell’Economia e delle Finanze verrà accettata dall’Italia solo quando avverrà l’attribuzione al medesimo Ministro di un bilancio dell’area euro, evitando così che tale figura si limiti ad essere uno “strumento di mero rafforzamento dei controlli e delle regole senza … una logica di sviluppo e di crescita”. Infine, piena approvazione invece (con il voto contrario dei restanti partiti all’opposizione) per il Fondo Monetario europeo che dovrebbe svolgere funzioni di rilievo a sostegno della stabilità finanziaria del sistema comune, specie in caso di crisi bancarie.

La decisione della Camera, che impegna l’Italia (ed il suo futuro governo) nei prossimi negoziati europei, rappresenta un passo fondamentale, seppur non sufficiente, nel determinare la nostra strategia a quel tavolo. Particolarmente silenzioso in tutti questi ultimi 5 anni, malgrado il Fiscal Compact ci avesse danneggiato forse più di qualsiasi altro Paese dell’Unione ad eccezione della Grecia, l’establishment politico italiano ha finalmente battuto un pugno sul tavolo che non passerà inosservato nelle stanze ovattate di Bruxelles, tanto più che esso ha la forza del peso della pressoché totale unanimità delle forze politiche nazionali e che l’Italia ha, in tale circostanza, potere di veto.

Val la pena chiedersi tuttavia: chi dovrà rappresentare, a quel tavolo, il prossimo Governo italiano? Solo i propri elettori? No, dovrà con lungimiranza allargare la platea. Certamente ai tanti colpiti dalla crisi, specie ai micro e piccoli imprenditori ed ai giovani anche se alcuni di questi oggi non ci sono più nell’agorà della democrazia italiana: sono quelli fuggiti all’estero e che forse non torneranno a votare il 4 marzo, mentre altri hanno rinunciato a intraprendere e/o lavorare e forse si asterranno dal voto, delusi e scoraggiati. Altri invece, con la piccola ripresa trainata dall’andamento mondiale, hanno ritrovato un lavoro, una speranza: eppure anche loro sentono che questa battaglia sul futuro della politica fiscale europea li riguarda ancora, come riguarda quelle future generazioni che non votano ancora o quelle che devono ancora nascere.

Si sente spesso dire che la ripres(in)a in corso ha reso irrilevante il dibattito sulla nostra costituzione fiscale europea e che è inutile continuare a parlare di combattere l’austerità in questi periodi di vacche grasse (sic). Non è così. La battaglia contro il Fiscal Compact deve continuare perché, lezione drammaticamente evidente che ci ha lasciato il passato decennio, esso non è stato costruito per fronteggiare le crisi. Anzi, le peggiora, mettendo a rischio non solo la costruzione europea ma la vita e la felicità di tantissimi individui, specie i più fragili ed indifesi, aggravando le ineguaglianze e sfibrando il tessuto sociale di un Paese. Non è dunque una battaglia per migliorare il presente, ma per costruire il futuro.

La politica italiana, con ritardo, ha fatto il suo primo passo per rientrare al centro della costruzione di un’Europa dell’euro più giusta e dunque più duratura. Al prossimo Governo la responsabilità di contribuire a portarla a termine con coraggio e determinazione.

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Il Paese? Si salva con un dato in piu’

Ieri ho avuto il piacere di commentare nel corso di una serata al circolo Canova il libro di Caringella e Cantone (presidente dell’Autorità Anti Corruzione) “La Corruzione spuzza” vincitore del premio come miglior libro economico finanziario del 2017. Ecco il testo del mio intervento.

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Più di 5 anni sono passati dal 6/11/2012, quando fu approvata la legge 190 anti-corruzione. Se l’Europa dopo 5 anni del noto Fiscal Compact chiede che se ne faccia un bilancio per decidere se e come migliorarlo, ritengo non debba suscitare perplessità auspicare che in Italia si apra un dibattito di analoga portata per la nostra notissima legge anticorruzione. Questo libro di Raffaele Cantone e Francesco Caringella rappresenta a mio avviso la migliore piattaforma possibile per avviarlo.

Di spunti per fare un primo bilancio ve ne sono a decine in questo libro e veramente ci vorrebbero ore per discuterli tutti. Mi concentro allora su quello che ritengo essere un paradosso della situazione italiana, e che come tutti i paradossi ha un alto potenziale di stimolare dibattito e sollevare punti interrogativi e, sperabilmente, nel tempo, risposte adeguate.

Questo paradosso parte dai sondaggi sulla corruzione, citati nel libro. 2017, Demos: “i cittadini dicono che la corruzione politica sia aumentata da Tangentopoli”.

Io, e gli autori, non siamo d’accordo. Ma non un po’, tanto non siamo d’accordo. E’ semplice spiegare il perché. Un Paese che porta il suo Parlamento a passare una legge anticorruzione di questo tipo, che vi aggiunge un’altra legge fondamentale sui whistleblowers, i testimoni di corruzione, che crea e dà poteri operativi ampi ad una nuova Autorità Anti Corruzione, non è un paese nemmeno lontanamente paragonabile a quello di 25 anni fa.

Eppure qualcosa non torna. Come è possibile che circolino esiti nei sondaggi di questo tipo?

La questione non è di poco conto, investe le credibilità della lotta delle nostre istituzioni, rischia di indebolirla se non l’affrontiamo. Una risposta va cercata.

Un primo tentativo potrebbe essere quello di derubricare i sondaggi a inutili esercizi, e ad affidarci al parere di opinion-makers di un qualche rilievo. Ma anche qui il paradosso permane, anzi si allarga, come è ben documentato dagli autori. Faccio solo qualche citazione, tratta dal libro.

Curzio Maltese per esempio afferma “ai tempi di tangentopoli si rubava sulla realizzazione di opere pubbliche necessarie, oggi s’inventano e si progettano opere pubbliche non necessarie per rubare”. Confermando l’apparente peggioramento.

Affermazione temeraria. Quali prove possiede Maltese per confermare questa sua apodittica affermazione? Nessuna. Ma forse non è colpa di Maltese.

Continuo. Entrando nello specifico di un settore della società italiana considerata in un capitolo del libro degli autori, l’università.

Salvatore Settis: “la pratica del barone che vuol portare in cattedra il candidato del posto non conosce quasi eccezione. Non si va lontano dal vero se si suppone che queste facili vittorie (dei candidati locali) vanno oltre il 90%. Situazione senza paralleli nei Paesi con cui l’Italia dovrebbe compararsi.” Mie le sottolineature.

Emiliano Fittipaldi: “al netto delle eccellenze e dei tanti onesti, è sempre più diffuso (nell’università) il morbo del familismo, della raccomandazione e del corporativismo”.

Sapete cosa provo nel leggere queste affermazioni? Da un lato sgomento, per la povertà dell’analisi, dall’altro indignazione per il tentativo maldestro di fare di tutta l’erba un fascio. Nel mio Dipartimento di Economia e Finanza, premiato dal MIUR poche settimane fa come Dipartimento eccellente, abbiamo fatto chiamate di giovani eccezionali, strapieni di pubblicazioni di qualità. E i nostri laureati trovano lavoro rapidamente, quelli che decidono di fare ricerca entrano nei migliori programmi di dottorato al mondo, quando decidono di non entrare nei tantissimi programmi di dottorato italiano di altissimo livello. Così per il nostro Dipartimento di Matematica, primo in Italia, tra i primi in Europa.

Mi direte qual è il problema, perché mi scaldo tanto. Il problema c’è eccome. Io persone che fanno queste affermazioni vorrei tanto ricordargli il danno che mi procurano.  Perché se io sono impegnato in una campagna per attrarre i migliori studenti nelle lauree triennali che abbiamo nel mio ateneo, frasi di questo tipo rendono il mio lavoro molto più duro, ve lo assicuro.

E’ quello a cui accennano gli autori quando giustamente ricordano come “Anche pochi episodi corruttivi possono produrre un danno d’immagine e rischiano di incrinare l’alleanza virtuosa tra i cittadini tenuti al rispetto della legge e degli uomini che di questa legge sono i tutori istituzionali”.

E’ verissimo. Ma cosa dire allora di una narrativa apodittica che danneggia in maniera sproporzionata rispetto al fenomeno reale? Beh qualcosa su come funziona e cosa la nutre, questa narrativa, lo sappiamo, dai sociologi. Che parlano del negativity bias, per il quale è più facile ricordare le cose brutte che quelle belle (trip advisor docet), e del confirmation bias (cerco solo quello che voglio trovare) e del effetto bandwagon che allinea un crescente numero di persone a diffonderla, generando mancanza di fiducia e fuga.

E quindi la domanda diventa: come possiamo arginarla, questa narrativa? Una domanda essenziale per capire come aiutare tanti altri a restare, a non mollare e a contribuire a rafforzare il nostro Paese nel nome di una fiducia reciproca tra i tantissimi cittadini onesti e le tantissime istituzioni che lavorano senza mai essere attratte dalla corruzione.

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura.” Arte della guerra, Sun Tzu.

Per conoscere il nemico bisogna capire: di cosa si nutre questa narrativa? Per me è chiaro. Ed è chiarissimo agli autori, che citano la questione meritoriamente sin da subito nel loro libro. Non abbiamo dati.

“I dati della corruzione sono a oggi indeterminabili e in attesa dell’individuazione di indicatori più precisi non si può e non si deve orientare solo su di essi un’attività di contenimento”.

Eppure è questa mancanza di dati che permette al partito degli apodittici di prosperare e danneggiare il Paese.  Ed è la mancanza di dati che rende più difficile per l’Autorità ed altri attori istituzionali preposti individuare dove sono le aree di rischio con precisione e concentrare i controlli e, a valle, comminare eventuali sanzioni.

Eppure la questione a volte si fa ancora più complessa. Non sempre questi dati non esistono. Ci sono, ma non vengono dati alla comunità scientifica. Il caso più eclatante riguarda il lavoro di tre economisti, Bandiera, Prat, Valletti, (affiliazioni) che hanno pubblicato quello che ad oggi rimane ed è da tutti considerato il lavoro empirico più importante al mondo sugli appalti pubblici, sull’American Economic Review, nel 2009. Lavoro che utilizzava una banca dati unica al mondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui prezzi tutti gli appalti di beni e servizi e mostrava come gli sprechi in tale settore così strategico ammontassero a 30 miliardi, 2% di PIL (stima minima, aggiungeteci lavori pubblici e sprechi di quantità e arriverete al 3%)! Altro che il miliardo che cerca disperatamente Padoan ad ogni finanziaria… E come hanno ottenuto questa banca dati su cui hanno lavorato per circa 3 anni? Per sbaglio. Il dirigente di allora del MEF inviò il mega file excel preziosissimo via mail, mai pensando che avrebbe fatto questa gloriosa fine.

La cosa che mi lascia però costantemente perplesso, una volta usciti i dati fuori, è perché questi 3 ricercatori non vengano assunti in pianta stabile dal MEF, strapagati, per aggiornare costantemente la loro metodologia e fornire preziosissimi suggerimenti al MEF stesso, alla Consip ed al team della spending review per identificare e sanzionare gli spreconi.

Spreconi che, ed ecco la ragione per cui lo studio è diventato così famoso, sprecano l’83% delle volte per … incompetenza ed il 17% per corruzione.

Questo della fonte degli sprechi è un tema caro anche agli autori del libro, che ad esempio sottolineano per il caso British Gas: “non ci sono fatti di corruzione ma l’inefficienza di una burocrazia che spesso a causa di regole contraddittorie e incomprensibili, appare incapace di dare risposte chiare e in tempi certi.” E ancora: “Il problema della sanità non è quindi un problema di autisti ma di macchina. Una macchina che spende male e produce poco”.

E’ importante che si investano risorse in dati per evidenziare quanta corruzione effettivamente vi sia e quanta incompetenza e dove ognuna di loro si annida. Perché, primo, sono due problemi certamente diversi che si combattono in modo diverso. Secondo, perché, come dicono gli autori, combattere l’incompetenza aiuta a combattere la corruzione: “L’incompetenza non è solo un problema tecnico, ma pone una questione etica di portata colossale: il sapere è una ricchezza, uno scudo contro la tentazione dell’immoralità e le sirene dell’ambizione”.

Rimangono valide sempre le parole di Cicerone nel processo a Verre, corrotto Governatore della Sicilia:

«In questi abusi sfrenati di uomini scellerati, nella lamentela quotidiana del popolo romano, nell’ignominia del sistema giudiziario, nel discredito dell’intera classe senatoria, ritengo che questo sia l’unico rimedio a così tanti mali: uomini capaci e onesti abbraccino la causa dello stato e delle leggi».

E’ dunque fondamentale la conoscenza sugli sprechi e della loro composizione, perché permetterà di far fiorire una narrativa diversa, più precisa, più costruttiva di quella che permea erroneamente la realtà odierna, arrestando l’emorragia di fiducia che questa genera.

Sono appena rientrato da Bruxelles ieri dove al Parlamento europeo è stata ribadita, in una giornata solo a questa dedicata, l’importanza assoluta di investire nei dati per combattere gli sprechi pubblici, ovunque, non solo in Italia.

L’Italia ce la può fare, come chiudono gli autori, ce la sta facendo e l’Anac non merita solo un po’ più di benevolenza, come chiedono gli autori, ma più dati, che dimostrino a tutti quanto essa sta crescendo assieme al nostro Paese, contribuendo a un domani migliore per le attuali e future generazioni.

Ma per avere questi dati bisogna investirci sopra, con uomini e donne capaci ed onesti, e ne abbiamo tantissimi. Ma per favore, assumiamoli e strapaghiamoli, perché per 1 euro che gli diamo, ce ne restituiscono 100, assieme a tanta tanta fiducia.

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La fake ruse di Alesina e Giavazzi e la tragedia del Fiscal Compact

Da Alesina e Giavazzi, Corriere della sera

“Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore.

Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita.

Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte.

Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.

La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto”.

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Ruse: a deceptive maneuver (def.)

Ruse: astuzia, inganno (trad.)

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La tragedia del Fiscal Compact

Il Coro:

Non si può lasciar cadere una simile inganno ideologico, in tempo di elezioni. Che inganno, e che paura che hanno che si scopra la loro ideologia, che altro non è che protezione di interessi consolidati, dei pochi e non dei tanti, ammantandola di teorie economiche che teorie non sono.

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Atto I: Nel 2012 era impossibile rispettarlo … nel 2008 non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi.

Falso. Anche nel 2012 non fu possibile, nel bel mezzo della seconda crisi consecutiva nel giro di 4 anni, reagire con interventi fiscali espansivi: il Fiscal fu rispettato eccome (altro che impossibile!), come lo rispettammo nel 2008, l’antenato del Fiscal, il patto di Stabilità. In ambedue i 2 casi l’Italia non riuscì a uscire dalle secche delle crisi economica come avremmo potuto ed il debito pubblico sul PIL crebbe a causa dell’austerità. Con una differenza, che quest’ultima fu rafforzata dal Fiscal rispetto al Patto ed ebbe effetti ancor più devastanti e di lungo periodo.

Atto II: Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo…

Ahh, certo e se io avessi le ali al posto delle braccia avrei potuto volare: ma nella convinzione di averle, quella mattina, buttandomi dal sesto piano, mi sono fatto male.

Il Fiscal Compact è per questo motivo assurdo a tragico: perché per avere successo deve applicarsi a situazioni che non sono reali e nel cercare di avere successo cerca di piegare la realtà, con il risultato di peggiorarla.

Atto III: La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultimacon un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi … Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse…

Esatto. Non sarà l’ultima. E siccome quando arriverà non saremo al 60%, che faremo? E siccome quando arriverà l’economia non sarà “ripartita” ma “ribloccata” che faremo? Applicheremo di nuovo il Fiscal Compact? Ma che razza di logica perversa è mai questa?

Il vero problema, che i nostri amici A&G evidenziano ma nascondono ingannevolmente, è che il Fiscal Compact non può essere lo strumento per affrontare vere crisi (perché non le contempla) che, sì, potrebbero tornare e che ha dimostrato non solo di non saper risolvere ma anzi di drammaticamente aggravare.

E dunque? Nessuna via d’uscita? Certo che sì.

Deus ex Machina: l’Europa si ritrova unita attorno alla solidarietà, miglior collante per la sua stabilità e ripresa. Il Fiscal Compact viene dismesso. All’Italia è consentito di rimanere al 3% fino a quando il suo debito su PIL non è sceso al 100% grazie alla crescita generata da potenti investimenti pubblici che l’Italia porterà a pieno potenziale grazie ed in cambio di una spending review che si sarà sviluppata attorno ad ampi investimenti nello sviluppo delle competenze della Pubblica Amministrazione ed in una rivoluzione organizzativa che abbia messo al centro della propria azione, negli appalti come negli stipendi pubblici, la qualità dell’azione pubblica e la remunerazione ampia e competitiva di chi abbia reso possibile il raggiungimento di un simile risultato e la cancellazione degli sprechi.

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Fiscal Compact: cambiare (ancora) si può, e si deve

Oggi su Affari e Finanza inserto di Repubblica l’articolo di Paolo De Ioanna e del sottoscritto.

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A valle del pacchetto di proposte della Commissione europea sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria (tra cui il recepimento del Fiscal compact nell’ordinamento comunitario con una Direttiva) la domanda giusta è forse questa: esiste oggi un vero spazio negoziale? Uno spazio per una autentica discussione sugli effetti prodotti dal quadro fiscale in vigore negli ultimi anni e per una sua revisione?

Il Fiscal Compact, l’accordo internazionale che negli ultimi 5 anni (integrandosi con i regolamenti in vigore) ha reso impossibile per gli stati membri dell’Unione più in difficoltà economica di far fronte alla crisi con il sostegno tradizionale della domanda pubblica, non entrerà nel sistema dei Trattati europei, come pure era auspicato dalla parte più austera dell’Europa. Soprattutto l’Italia ma anche la Francia ed il Portogallo, avevano chiarito senza equivoci che non erano disposti a questa operazione che peraltro richiede l’unanimità: dunque metodo, fonti e contenuto andavano riesaminati, come previsto dall’art. 16 del Fiscal.

Il clima in Europa è cambiato. Nel 2012 l’inserimento del criterio dell’equilibrio strutturale nella Costituzione italiana è stato da chi scrive valutato come un grave “eccesso di zelo” non dovuto e molto discutibile, in termini sia giuridici che economici. La formula “della Direttiva” potrebbe invece forse favorire una reale discussione politica. Nel Consiglio europeo il Governo italiano si è presentato con un documento di sistema che agisce per linee interne anche sulle regole di bilancio in vigore: più flessibilità e previsione di fondi di bilancio pluriennali per investimenti aggiuntivi, netta contrarietà alla possibilità di deferire ad un organismo tecnico, anche nazionale, la valutazione del rispetto delle regole quantitative e la decisione su tempi e modi delle misure di rientro. Continua quindi la strategia italiana di discussione critica della concreta applicazione delle regole fiscali austere senza tuttavia affrontare direttamente il tema di una loro revisione mentre la proposta della Commissione sembra invece assorbire i vincoli del Fiscal, pur delegandoli ai singoli Stati membri e collocandoli in un quadro pluriennale, recependo in più l’idea tedesca di attribuire agli Uffici di bilancio nazionali il controllo del rispetto delle regole.

Ogni decisione è stata rinviata agli Eurosummit di marzo e giugno 2018. La partita è ora posta su un piano tutto politico dove il punto di equilibrio oggi dovrebbe venire da una intesa franco-tedesca dopo la formazione di un governo in Germania. Lo strumento della Direttiva, che prevede l’intervento del Parlamento europeo, apre forse qualche spazio aggiuntivo di mediazione anche se appare molto difficile, nell’attuale equilibrio delle forze politiche europee, un cambio sostanziale della rotta austera verso lo sviluppo e gli investimenti, con una reale potenzialità di sollievo anticiclico dell’economia.

La natura apparentemente istituzionale della crisi europea spinge a ricercare soluzioni sul terreno della ingegneria ordinamentale: cooperazioni rafforzate tra stati e maggior potere agli organi che esprimono una sintesi comunitaria e non intergovernativa. E tuttavia se si mettono a fuoco i temi più significativi intorno a cui si è aperto il confronto, in vista di una ripresa del negoziato sull’integrazione, ci sembra chiaro che la natura economica e strutturale delle questioni emerga in tutta la sua pervasività. Ci sembra che nessun congegno istituzionale esprima in sé una reale capacità di sciogliere i nodi del presente, in particolare quello dell’assenza di un meccanismo che garantisca che le crisi economiche, come quelle che ci hanno appena attraversato in maniera devastante, possano essere gestite in modo soddisfacente, offrendo tempestive soluzioni al disagio dei giovani e dei più deboli. Chi scrive è convinto che mai come in questo momento l’interesse italiano, anche e soprattutto sul piano economico, coincida con una prospettiva di graduale ma chiara revisione del contesto regolativo, a partire dal Fiscal compact, revisione che va affrontata insieme all’ESM.

Questa potrebbe essere una concreta e realistica base di lavoro intorno a cui raccogliere quelle forze che ritengono la legittimazione democratica e una certa condivisioni dei rischi nella solidarietà l’unica strada per dare respiro in questa fase storica al processo di integrazione europea. L’Italia ha l’opportunità, con una posizione trasparente di principio ma al contempo nettamente europeista, di rendere il progetto continentale più sostenibile: una responsabilità che andrebbe premiata alle prossime elezioni per chiunque la sosterrà chiaramente ma che dovrebbe essere subito assunta dal governo in carica indicando nettamente la necessità di rivedere le regole attuali e le linee rosse che non si possono superare. La palla è tornata alla politica e la partita va giocata con realismo ma senza subalternità.