Permalink

Dipendenti pubblici? Pochissimi e vecchissimi.

Ringrazio Maria Luisa Bianco e Guido Ortona dell’Università del Piemonte Orientale nonché Daniele Ciravegna, Bruno Contini, Nicola Negri, Francesco Scacciati, Pietro Terna e Dario Togati dell’Università di Torino per aver acconsentito alla pubblicazione di questo estratto del loro documento “Appello per un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione”, particolarmente significativo e vicino alla visione di questo blog sulla questione della Pubblica Amministrazione in Italia. 

*

In Italia vi sono 3.055.000 dipendenti pubblici, contro i 5.530.000 della Francia e i 5.076.000 del Regno Unito, paesi paragonabili per numero di abitanti (dati OECD relativi al 2015). Questo corrisponde a 48,9 pubblici dipendenti per 1000 abitanti in Italia, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito; e contro anche i 60,5 della Spagna e i 70,9 degli USA. La Germania è apparentemente simile all’Italia (52.5 addetti per 1000 abitanti), ma questo dato è falsato dal fatto che in Germania il personale sanitario ha un contratto di tipo privatistico. Si potrebbe pensare che la differenza sia compensata da un maggiore ricorso a questo tipo di contratto anche per l’Italia (o a maggiori esternalizzazioni in generale), ma non è così: se consideriamo il totale degli addetti, pubblici e privati, nei settori che forniscono servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, fognature, pubblica amministrazione, educazione, sanità e assistenza) abbiamo 81 addetti per 1000 abitanti in Italia, contro i 133,3 della Francia, i 151,5 del Regno Unito, gli 88,4 della Spagna, i 134,1 della Germania e i 180 degli USA (dati ILO relativi al 2015).

Il sottodimensionamento della pubblica amministrazione italiana è un dato strutturale; il blocco del turnover degli ultimi anni ha pesantemente aggravato due ulteriori caratteristiche negative, e pericolose. La prima di queste è la bassa scolarità dei pubblici dipendenti. Poco più del 34% è in possesso di laurea, mentre nel Regno Unito sono il 59% e in Francia il 68% (dati Forum PA, 2012). Nello stesso anno, in Italia il 49% degli impiegati amministrativi e tecnici addetti a mansioni per le quali è richiesta la laurea se assunti dall’esterno non erano laureati (dati ARAN relativi al 2012). La seconda è la distribuzione per età dei pubblici dipendenti. Nel 2015 la quota di addetti alla pubblica amministrazione con meno di 35 anni era il 2%, la più bassa fra tutti i paesi OECD (dove la media era del 18%), e quella di addetti con più di 54 anni era il 45%, la più alta (la media era il 24%).

All’anomalia di questi dati generali rispetto ai paesi europei più sviluppati corrispondono ovviamente carenze specifiche molto preoccupanti. Facciamo degli esempi. In Italia ci sono 5,4 infermieri per 1000 abitanti, contro i 9,9 della Francia, i 7,9 del Regno Unito, i 13,3 della Germania e gli 11,3 degli USA (dati OECD riferiti al 2015). Gli addetti ai servizi per l’impiego sono 9000, contro gli 11.000 della Spagna, i 49.000 della

Francia e i 115.000 della Germania (dati ISFOL, 2014, ripresi dall’OECD1). In Italia (dati OECD riferiti al 2015) la percentuale di studenti seguiti dall’istituzione scolastica al di fuori dell’orario curricolare è la più bassa dell’intera OECD (28,04%), preceduta dal Messico, 33,96. La percentuale di ricercatori sul totale degli addetti è la quartultima dell’OECD (0,49%, precedendo Turchia, Cile e Messico; in Germania è 0,82, in Francia 0,99 e in Spagna 0,68. Dati OECD riferiti al 2014). Che nel nostro paese la gestione del fisco non sia adeguata è cosa nota; è lecito pensare che ciò dipenda anche dal fatto che nel 2015 c’erano 1485 cittadini per ogni addetto al settore, contro i 1146 del Regno Unito, i 994 della Francia, i 732 della Germania (dati OECD). Senza citare altre cifre, la carenza di personale, e gli inconvenienti che ne derivano, sono evidenti in vari settori: basti pensare all’amministrazione della giustizia civile o alla tutela dell’ambiente.

In un paese sviluppato lo Stato, cui fanno capo l’istruzione, la sanità, la giustizia e la pubblica amministrazione è fra i principali datori di lavoro per i laureati; è quindi molto probabile che il sottodimensionamento del settore pubblico sia la causa principale, e forse unica, dell’apparente paradosso per cui l’Italia pur avendo pochissimi laureati rispetto alla popolazione ha un tasso di disoccupazione dei laureati elevatissimo. La quota di laureati sulla popolazione in età 25-34 è del 26%, la penultima fra i paesi OECD (davanti al solo Messico), ma il tasso di occupazione dei laureati nella stessa fascia di età (66%) è addirittura l’ultima in assoluto fra quei paesi (dati OECD relativi al 2016). Forse il dato più indicativo riguarda la Pubblica Amministrazione strictu sensu: in Italia c’erano nel 2016 47,3 abitanti per ogni impiegato in quel settore, contro i 26,7 della Francia, i 29,9 della Germania, i 35,6 della Spagna e i 34,6 del Regno Unito. Per avere lo stesso rapporto della Germania bisognerebbe assumere 821.000 nuovi addetti, circa due terzi della dotazione attuale; e per avere lo stesso rapporto degli USA bisognerebbe assumerne 1.309.000, un po’ più dello stock attuale. Nella classifica dell’International civil service effectiveness index del 2017, elaborato dall’Università di Oxford, l’Italia è al quintultimo posto fra i 31 paesi considerati, seguita solo da Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria e Slovacchia, e preceduta da Portogallo e Turchia. Altri fattori contribuiscono presumibilmente a questo risultato, ma è degno di nota che l’Italia abbia dei valori particolarmente bassi soprattutto per quanto riguarda la capacità (capability) e la gestione fiscale e finanziaria, due dimensioni in cui è sensato pensare che le carenze qualitative e quantitative di personale abbiano effetti particolarmente sensibili. E’ ragionevole ritenere che la carenza di personale influisca non poco sulla inefficienza relativa della pubblica amministrazione rispetto ai paesi con cui è sensato confrontarsi, e che sia difficile raggiungere il loro livello con un numero di addetti così diverso.

Permalink

Il tramonto dell’austerità

Il titolo non è mio, è del Sole 24 Ore. Ma sì, dopo tanti tramonti invisibili, come quello sull’euro, ci sta bene. Oggi sul quotidiano finanziario.

*

Eppur si muove. Sarà la coincidenza con l’appuntamento elettorale, sarà la presa d’atto di un fallimento evidente nella struttura della politica fiscale europea, sta di fatto che la quasi totalità delle forze parlamentari ha espresso, lo scorso 7 febbraio a Commissioni della Camera dei Deputati riunite (Bilancio e politiche dell’UE), un forte e quasi unanime parere contrario al documento della Commissione europea volto a inserire, a cinque anni dalla sua nascita, l’accordo intergovernativo europeo del c.d. Fiscal Compact tra le Direttive europee. La proposta non è dunque passata ed è stata ribaltata la decisione di sole poche settimane orsono della Commissione Bilancio del Senato, che aveva invece deliberato favorevolmente, con l’appoggio del Governo medesimo.

L’assenso del PD ha permesso invece l’approvazione di 4 ulteriori decisioni relative ad altre proposte di riforma della governance dell’Unione, provenienti dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo, ponendo tuttavia una serie di condizioni che appaiono fortemente vincolanti per il loro effettivo dispiegamento. In particolare, la tabella di marcia accelerata verso un approfondimento dell’Unione proposta dalla Commissione viene condizionata ad uno scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit del 3%; mentre l’istituzione della figura del Ministro europeo dell’Economia e delle Finanze verrà accettata dall’Italia solo quando avverrà l’attribuzione al medesimo Ministro di un bilancio dell’area euro, evitando così che tale figura si limiti ad essere uno “strumento di mero rafforzamento dei controlli e delle regole senza … una logica di sviluppo e di crescita”. Infine, piena approvazione invece (con il voto contrario dei restanti partiti all’opposizione) per il Fondo Monetario europeo che dovrebbe svolgere funzioni di rilievo a sostegno della stabilità finanziaria del sistema comune, specie in caso di crisi bancarie.

La decisione della Camera, che impegna l’Italia (ed il suo futuro governo) nei prossimi negoziati europei, rappresenta un passo fondamentale, seppur non sufficiente, nel determinare la nostra strategia a quel tavolo. Particolarmente silenzioso in tutti questi ultimi 5 anni, malgrado il Fiscal Compact ci avesse danneggiato forse più di qualsiasi altro Paese dell’Unione ad eccezione della Grecia, l’establishment politico italiano ha finalmente battuto un pugno sul tavolo che non passerà inosservato nelle stanze ovattate di Bruxelles, tanto più che esso ha la forza del peso della pressoché totale unanimità delle forze politiche nazionali e che l’Italia ha, in tale circostanza, potere di veto.

Val la pena chiedersi tuttavia: chi dovrà rappresentare, a quel tavolo, il prossimo Governo italiano? Solo i propri elettori? No, dovrà con lungimiranza allargare la platea. Certamente ai tanti colpiti dalla crisi, specie ai micro e piccoli imprenditori ed ai giovani anche se alcuni di questi oggi non ci sono più nell’agorà della democrazia italiana: sono quelli fuggiti all’estero e che forse non torneranno a votare il 4 marzo, mentre altri hanno rinunciato a intraprendere e/o lavorare e forse si asterranno dal voto, delusi e scoraggiati. Altri invece, con la piccola ripresa trainata dall’andamento mondiale, hanno ritrovato un lavoro, una speranza: eppure anche loro sentono che questa battaglia sul futuro della politica fiscale europea li riguarda ancora, come riguarda quelle future generazioni che non votano ancora o quelle che devono ancora nascere.

Si sente spesso dire che la ripres(in)a in corso ha reso irrilevante il dibattito sulla nostra costituzione fiscale europea e che è inutile continuare a parlare di combattere l’austerità in questi periodi di vacche grasse (sic). Non è così. La battaglia contro il Fiscal Compact deve continuare perché, lezione drammaticamente evidente che ci ha lasciato il passato decennio, esso non è stato costruito per fronteggiare le crisi. Anzi, le peggiora, mettendo a rischio non solo la costruzione europea ma la vita e la felicità di tantissimi individui, specie i più fragili ed indifesi, aggravando le ineguaglianze e sfibrando il tessuto sociale di un Paese. Non è dunque una battaglia per migliorare il presente, ma per costruire il futuro.

La politica italiana, con ritardo, ha fatto il suo primo passo per rientrare al centro della costruzione di un’Europa dell’euro più giusta e dunque più duratura. Al prossimo Governo la responsabilità di contribuire a portarla a termine con coraggio e determinazione.

Permalink

Il Paese? Si salva con un dato in piu’

Ieri ho avuto il piacere di commentare nel corso di una serata al circolo Canova il libro di Caringella e Cantone (presidente dell’Autorità Anti Corruzione) “La Corruzione spuzza” vincitore del premio come miglior libro economico finanziario del 2017. Ecco il testo del mio intervento.

*

Più di 5 anni sono passati dal 6/11/2012, quando fu approvata la legge 190 anti-corruzione. Se l’Europa dopo 5 anni del noto Fiscal Compact chiede che se ne faccia un bilancio per decidere se e come migliorarlo, ritengo non debba suscitare perplessità auspicare che in Italia si apra un dibattito di analoga portata per la nostra notissima legge anticorruzione. Questo libro di Raffaele Cantone e Francesco Caringella rappresenta a mio avviso la migliore piattaforma possibile per avviarlo.

Di spunti per fare un primo bilancio ve ne sono a decine in questo libro e veramente ci vorrebbero ore per discuterli tutti. Mi concentro allora su quello che ritengo essere un paradosso della situazione italiana, e che come tutti i paradossi ha un alto potenziale di stimolare dibattito e sollevare punti interrogativi e, sperabilmente, nel tempo, risposte adeguate.

Questo paradosso parte dai sondaggi sulla corruzione, citati nel libro. 2017, Demos: “i cittadini dicono che la corruzione politica sia aumentata da Tangentopoli”.

Io, e gli autori, non siamo d’accordo. Ma non un po’, tanto non siamo d’accordo. E’ semplice spiegare il perché. Un Paese che porta il suo Parlamento a passare una legge anticorruzione di questo tipo, che vi aggiunge un’altra legge fondamentale sui whistleblowers, i testimoni di corruzione, che crea e dà poteri operativi ampi ad una nuova Autorità Anti Corruzione, non è un paese nemmeno lontanamente paragonabile a quello di 25 anni fa.

Eppure qualcosa non torna. Come è possibile che circolino esiti nei sondaggi di questo tipo?

La questione non è di poco conto, investe le credibilità della lotta delle nostre istituzioni, rischia di indebolirla se non l’affrontiamo. Una risposta va cercata.

Un primo tentativo potrebbe essere quello di derubricare i sondaggi a inutili esercizi, e ad affidarci al parere di opinion-makers di un qualche rilievo. Ma anche qui il paradosso permane, anzi si allarga, come è ben documentato dagli autori. Faccio solo qualche citazione, tratta dal libro.

Curzio Maltese per esempio afferma “ai tempi di tangentopoli si rubava sulla realizzazione di opere pubbliche necessarie, oggi s’inventano e si progettano opere pubbliche non necessarie per rubare”. Confermando l’apparente peggioramento.

Affermazione temeraria. Quali prove possiede Maltese per confermare questa sua apodittica affermazione? Nessuna. Ma forse non è colpa di Maltese.

Continuo. Entrando nello specifico di un settore della società italiana considerata in un capitolo del libro degli autori, l’università.

Salvatore Settis: “la pratica del barone che vuol portare in cattedra il candidato del posto non conosce quasi eccezione. Non si va lontano dal vero se si suppone che queste facili vittorie (dei candidati locali) vanno oltre il 90%. Situazione senza paralleli nei Paesi con cui l’Italia dovrebbe compararsi.” Mie le sottolineature.

Emiliano Fittipaldi: “al netto delle eccellenze e dei tanti onesti, è sempre più diffuso (nell’università) il morbo del familismo, della raccomandazione e del corporativismo”.

Sapete cosa provo nel leggere queste affermazioni? Da un lato sgomento, per la povertà dell’analisi, dall’altro indignazione per il tentativo maldestro di fare di tutta l’erba un fascio. Nel mio Dipartimento di Economia e Finanza, premiato dal MIUR poche settimane fa come Dipartimento eccellente, abbiamo fatto chiamate di giovani eccezionali, strapieni di pubblicazioni di qualità. E i nostri laureati trovano lavoro rapidamente, quelli che decidono di fare ricerca entrano nei migliori programmi di dottorato al mondo, quando decidono di non entrare nei tantissimi programmi di dottorato italiano di altissimo livello. Così per il nostro Dipartimento di Matematica, primo in Italia, tra i primi in Europa.

Mi direte qual è il problema, perché mi scaldo tanto. Il problema c’è eccome. Io persone che fanno queste affermazioni vorrei tanto ricordargli il danno che mi procurano.  Perché se io sono impegnato in una campagna per attrarre i migliori studenti nelle lauree triennali che abbiamo nel mio ateneo, frasi di questo tipo rendono il mio lavoro molto più duro, ve lo assicuro.

E’ quello a cui accennano gli autori quando giustamente ricordano come “Anche pochi episodi corruttivi possono produrre un danno d’immagine e rischiano di incrinare l’alleanza virtuosa tra i cittadini tenuti al rispetto della legge e degli uomini che di questa legge sono i tutori istituzionali”.

E’ verissimo. Ma cosa dire allora di una narrativa apodittica che danneggia in maniera sproporzionata rispetto al fenomeno reale? Beh qualcosa su come funziona e cosa la nutre, questa narrativa, lo sappiamo, dai sociologi. Che parlano del negativity bias, per il quale è più facile ricordare le cose brutte che quelle belle (trip advisor docet), e del confirmation bias (cerco solo quello che voglio trovare) e del effetto bandwagon che allinea un crescente numero di persone a diffonderla, generando mancanza di fiducia e fuga.

E quindi la domanda diventa: come possiamo arginarla, questa narrativa? Una domanda essenziale per capire come aiutare tanti altri a restare, a non mollare e a contribuire a rafforzare il nostro Paese nel nome di una fiducia reciproca tra i tantissimi cittadini onesti e le tantissime istituzioni che lavorano senza mai essere attratte dalla corruzione.

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura.” Arte della guerra, Sun Tzu.

Per conoscere il nemico bisogna capire: di cosa si nutre questa narrativa? Per me è chiaro. Ed è chiarissimo agli autori, che citano la questione meritoriamente sin da subito nel loro libro. Non abbiamo dati.

“I dati della corruzione sono a oggi indeterminabili e in attesa dell’individuazione di indicatori più precisi non si può e non si deve orientare solo su di essi un’attività di contenimento”.

Eppure è questa mancanza di dati che permette al partito degli apodittici di prosperare e danneggiare il Paese.  Ed è la mancanza di dati che rende più difficile per l’Autorità ed altri attori istituzionali preposti individuare dove sono le aree di rischio con precisione e concentrare i controlli e, a valle, comminare eventuali sanzioni.

Eppure la questione a volte si fa ancora più complessa. Non sempre questi dati non esistono. Ci sono, ma non vengono dati alla comunità scientifica. Il caso più eclatante riguarda il lavoro di tre economisti, Bandiera, Prat, Valletti, (affiliazioni) che hanno pubblicato quello che ad oggi rimane ed è da tutti considerato il lavoro empirico più importante al mondo sugli appalti pubblici, sull’American Economic Review, nel 2009. Lavoro che utilizzava una banca dati unica al mondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui prezzi tutti gli appalti di beni e servizi e mostrava come gli sprechi in tale settore così strategico ammontassero a 30 miliardi, 2% di PIL (stima minima, aggiungeteci lavori pubblici e sprechi di quantità e arriverete al 3%)! Altro che il miliardo che cerca disperatamente Padoan ad ogni finanziaria… E come hanno ottenuto questa banca dati su cui hanno lavorato per circa 3 anni? Per sbaglio. Il dirigente di allora del MEF inviò il mega file excel preziosissimo via mail, mai pensando che avrebbe fatto questa gloriosa fine.

La cosa che mi lascia però costantemente perplesso, una volta usciti i dati fuori, è perché questi 3 ricercatori non vengano assunti in pianta stabile dal MEF, strapagati, per aggiornare costantemente la loro metodologia e fornire preziosissimi suggerimenti al MEF stesso, alla Consip ed al team della spending review per identificare e sanzionare gli spreconi.

Spreconi che, ed ecco la ragione per cui lo studio è diventato così famoso, sprecano l’83% delle volte per … incompetenza ed il 17% per corruzione.

Questo della fonte degli sprechi è un tema caro anche agli autori del libro, che ad esempio sottolineano per il caso British Gas: “non ci sono fatti di corruzione ma l’inefficienza di una burocrazia che spesso a causa di regole contraddittorie e incomprensibili, appare incapace di dare risposte chiare e in tempi certi.” E ancora: “Il problema della sanità non è quindi un problema di autisti ma di macchina. Una macchina che spende male e produce poco”.

E’ importante che si investano risorse in dati per evidenziare quanta corruzione effettivamente vi sia e quanta incompetenza e dove ognuna di loro si annida. Perché, primo, sono due problemi certamente diversi che si combattono in modo diverso. Secondo, perché, come dicono gli autori, combattere l’incompetenza aiuta a combattere la corruzione: “L’incompetenza non è solo un problema tecnico, ma pone una questione etica di portata colossale: il sapere è una ricchezza, uno scudo contro la tentazione dell’immoralità e le sirene dell’ambizione”.

Rimangono valide sempre le parole di Cicerone nel processo a Verre, corrotto Governatore della Sicilia:

«In questi abusi sfrenati di uomini scellerati, nella lamentela quotidiana del popolo romano, nell’ignominia del sistema giudiziario, nel discredito dell’intera classe senatoria, ritengo che questo sia l’unico rimedio a così tanti mali: uomini capaci e onesti abbraccino la causa dello stato e delle leggi».

E’ dunque fondamentale la conoscenza sugli sprechi e della loro composizione, perché permetterà di far fiorire una narrativa diversa, più precisa, più costruttiva di quella che permea erroneamente la realtà odierna, arrestando l’emorragia di fiducia che questa genera.

Sono appena rientrato da Bruxelles ieri dove al Parlamento europeo è stata ribadita, in una giornata solo a questa dedicata, l’importanza assoluta di investire nei dati per combattere gli sprechi pubblici, ovunque, non solo in Italia.

L’Italia ce la può fare, come chiudono gli autori, ce la sta facendo e l’Anac non merita solo un po’ più di benevolenza, come chiedono gli autori, ma più dati, che dimostrino a tutti quanto essa sta crescendo assieme al nostro Paese, contribuendo a un domani migliore per le attuali e future generazioni.

Ma per avere questi dati bisogna investirci sopra, con uomini e donne capaci ed onesti, e ne abbiamo tantissimi. Ma per favore, assumiamoli e strapaghiamoli, perché per 1 euro che gli diamo, ce ne restituiscono 100, assieme a tanta tanta fiducia.

Permalink

La fake ruse di Alesina e Giavazzi e la tragedia del Fiscal Compact

Da Alesina e Giavazzi, Corriere della sera

“Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore.

Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita.

Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte.

Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.

La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto”.

*

Ruse: a deceptive maneuver (def.)

Ruse: astuzia, inganno (trad.)

*

La tragedia del Fiscal Compact

Il Coro:

Non si può lasciar cadere una simile inganno ideologico, in tempo di elezioni. Che inganno, e che paura che hanno che si scopra la loro ideologia, che altro non è che protezione di interessi consolidati, dei pochi e non dei tanti, ammantandola di teorie economiche che teorie non sono.

*

Atto I: Nel 2012 era impossibile rispettarlo … nel 2008 non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi.

Falso. Anche nel 2012 non fu possibile, nel bel mezzo della seconda crisi consecutiva nel giro di 4 anni, reagire con interventi fiscali espansivi: il Fiscal fu rispettato eccome (altro che impossibile!), come lo rispettammo nel 2008, l’antenato del Fiscal, il patto di Stabilità. In ambedue i 2 casi l’Italia non riuscì a uscire dalle secche delle crisi economica come avremmo potuto ed il debito pubblico sul PIL crebbe a causa dell’austerità. Con una differenza, che quest’ultima fu rafforzata dal Fiscal rispetto al Patto ed ebbe effetti ancor più devastanti e di lungo periodo.

Atto II: Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo…

Ahh, certo e se io avessi le ali al posto delle braccia avrei potuto volare: ma nella convinzione di averle, quella mattina, buttandomi dal sesto piano, mi sono fatto male.

Il Fiscal Compact è per questo motivo assurdo a tragico: perché per avere successo deve applicarsi a situazioni che non sono reali e nel cercare di avere successo cerca di piegare la realtà, con il risultato di peggiorarla.

Atto III: La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultimacon un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi … Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse…

Esatto. Non sarà l’ultima. E siccome quando arriverà non saremo al 60%, che faremo? E siccome quando arriverà l’economia non sarà “ripartita” ma “ribloccata” che faremo? Applicheremo di nuovo il Fiscal Compact? Ma che razza di logica perversa è mai questa?

Il vero problema, che i nostri amici A&G evidenziano ma nascondono ingannevolmente, è che il Fiscal Compact non può essere lo strumento per affrontare vere crisi (perché non le contempla) che, sì, potrebbero tornare e che ha dimostrato non solo di non saper risolvere ma anzi di drammaticamente aggravare.

E dunque? Nessuna via d’uscita? Certo che sì.

Deus ex Machina: l’Europa si ritrova unita attorno alla solidarietà, miglior collante per la sua stabilità e ripresa. Il Fiscal Compact viene dismesso. All’Italia è consentito di rimanere al 3% fino a quando il suo debito su PIL non è sceso al 100% grazie alla crescita generata da potenti investimenti pubblici che l’Italia porterà a pieno potenziale grazie ed in cambio di una spending review che si sarà sviluppata attorno ad ampi investimenti nello sviluppo delle competenze della Pubblica Amministrazione ed in una rivoluzione organizzativa che abbia messo al centro della propria azione, negli appalti come negli stipendi pubblici, la qualità dell’azione pubblica e la remunerazione ampia e competitiva di chi abbia reso possibile il raggiungimento di un simile risultato e la cancellazione degli sprechi.

Permalink

Fiscal Compact: cambiare (ancora) si può, e si deve

Oggi su Affari e Finanza inserto di Repubblica l’articolo di Paolo De Ioanna e del sottoscritto.

*

A valle del pacchetto di proposte della Commissione europea sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria (tra cui il recepimento del Fiscal compact nell’ordinamento comunitario con una Direttiva) la domanda giusta è forse questa: esiste oggi un vero spazio negoziale? Uno spazio per una autentica discussione sugli effetti prodotti dal quadro fiscale in vigore negli ultimi anni e per una sua revisione?

Il Fiscal Compact, l’accordo internazionale che negli ultimi 5 anni (integrandosi con i regolamenti in vigore) ha reso impossibile per gli stati membri dell’Unione più in difficoltà economica di far fronte alla crisi con il sostegno tradizionale della domanda pubblica, non entrerà nel sistema dei Trattati europei, come pure era auspicato dalla parte più austera dell’Europa. Soprattutto l’Italia ma anche la Francia ed il Portogallo, avevano chiarito senza equivoci che non erano disposti a questa operazione che peraltro richiede l’unanimità: dunque metodo, fonti e contenuto andavano riesaminati, come previsto dall’art. 16 del Fiscal.

Il clima in Europa è cambiato. Nel 2012 l’inserimento del criterio dell’equilibrio strutturale nella Costituzione italiana è stato da chi scrive valutato come un grave “eccesso di zelo” non dovuto e molto discutibile, in termini sia giuridici che economici. La formula “della Direttiva” potrebbe invece forse favorire una reale discussione politica. Nel Consiglio europeo il Governo italiano si è presentato con un documento di sistema che agisce per linee interne anche sulle regole di bilancio in vigore: più flessibilità e previsione di fondi di bilancio pluriennali per investimenti aggiuntivi, netta contrarietà alla possibilità di deferire ad un organismo tecnico, anche nazionale, la valutazione del rispetto delle regole quantitative e la decisione su tempi e modi delle misure di rientro. Continua quindi la strategia italiana di discussione critica della concreta applicazione delle regole fiscali austere senza tuttavia affrontare direttamente il tema di una loro revisione mentre la proposta della Commissione sembra invece assorbire i vincoli del Fiscal, pur delegandoli ai singoli Stati membri e collocandoli in un quadro pluriennale, recependo in più l’idea tedesca di attribuire agli Uffici di bilancio nazionali il controllo del rispetto delle regole.

Ogni decisione è stata rinviata agli Eurosummit di marzo e giugno 2018. La partita è ora posta su un piano tutto politico dove il punto di equilibrio oggi dovrebbe venire da una intesa franco-tedesca dopo la formazione di un governo in Germania. Lo strumento della Direttiva, che prevede l’intervento del Parlamento europeo, apre forse qualche spazio aggiuntivo di mediazione anche se appare molto difficile, nell’attuale equilibrio delle forze politiche europee, un cambio sostanziale della rotta austera verso lo sviluppo e gli investimenti, con una reale potenzialità di sollievo anticiclico dell’economia.

La natura apparentemente istituzionale della crisi europea spinge a ricercare soluzioni sul terreno della ingegneria ordinamentale: cooperazioni rafforzate tra stati e maggior potere agli organi che esprimono una sintesi comunitaria e non intergovernativa. E tuttavia se si mettono a fuoco i temi più significativi intorno a cui si è aperto il confronto, in vista di una ripresa del negoziato sull’integrazione, ci sembra chiaro che la natura economica e strutturale delle questioni emerga in tutta la sua pervasività. Ci sembra che nessun congegno istituzionale esprima in sé una reale capacità di sciogliere i nodi del presente, in particolare quello dell’assenza di un meccanismo che garantisca che le crisi economiche, come quelle che ci hanno appena attraversato in maniera devastante, possano essere gestite in modo soddisfacente, offrendo tempestive soluzioni al disagio dei giovani e dei più deboli. Chi scrive è convinto che mai come in questo momento l’interesse italiano, anche e soprattutto sul piano economico, coincida con una prospettiva di graduale ma chiara revisione del contesto regolativo, a partire dal Fiscal compact, revisione che va affrontata insieme all’ESM.

Questa potrebbe essere una concreta e realistica base di lavoro intorno a cui raccogliere quelle forze che ritengono la legittimazione democratica e una certa condivisioni dei rischi nella solidarietà l’unica strada per dare respiro in questa fase storica al processo di integrazione europea. L’Italia ha l’opportunità, con una posizione trasparente di principio ma al contempo nettamente europeista, di rendere il progetto continentale più sostenibile: una responsabilità che andrebbe premiata alle prossime elezioni per chiunque la sosterrà chiaramente ma che dovrebbe essere subito assunta dal governo in carica indicando nettamente la necessità di rivedere le regole attuali e le linee rosse che non si possono superare. La palla è tornata alla politica e la partita va giocata con realismo ma senza subalternità.

Permalink

La storia? Si ripete

Quesito.

Chi ha scritto:

“Ma, più propriamente, una simile linea di condotta era dettata da motivi burocratici. Il Fiscal Compact, infatti, era uno strumento ormai perfetto. C’erano voluti quattro anni e tutta la sottigliezza dei tedeschi, per metterlo a punto: era il risultato più brillante di Bruxelles, e i suoi artefici avevano incominciato ad amarlo in sé e per sé. Era assai complesso, e le migliorie più recenti sarebbero andate perdute se fosse stato revocato: c’erano troppi interessi in ballo per poterlo mettere in discussione. Secondo gli esperti, era la sola arma per imporre le condizioni di rientro ai Paesi ad alto debito e, una volta sospeso, difficilmente avrebbe potuto essere reintrodotto.”

?

Nessuno, anche se non fa una grinza.

Fu piuttosto John Maynard Keynes, attorno al 1938, a leggere ad un gruppo di amici e colleghi gli appunti che trovate qui sotto, tratti dalla sua esperienza come membro della delegazione britannica alla conferenza di pace di Parigi del 1919, dove era in discussione la proposta (avversata da Keynes) di mantenere quell’embargo verso i prostrati tedeschi che impedì loro di usare le risorse finanziarie a disposizione per acquistare il cibo tanto necessario.

“Ma, più propriamente, una simile linea di condotta era dettata da motivi burocratici. L’embargo, infatti, era uno strumento ormai perfetto. C’erano voluti quattro anni e tutta la sottigliezza degli inglesi, per metterlo a punto: era il risultato più brillante di Whiteall, e i suoi artefici avevano incominciato ad amarlo in sé e per sé. Era assai complesso, e le migliorie più recenti sarebbero andate perdute se fosse stato revocato: c’erano troppi interessi in ballo per poterlo mettere in discussione. Secondo gli esperti, era la sola arma per imporre le nostre condizioni di pace alla Germania e, una volta sospeso, difficilmente avrebbe potuto essere reintrodotto.

Da “Melchior: un nemico sconfitto” in Le mie prime convinzioni di John Maynard Keynes (19851), per i tipi di Adelphi, 2012, in italiano.

Permalink

The Italian Lesson to the World

Interviewed by the BBC on the radio, I was asked immediately how I felt about the rising presence of the extreme right in Italy, as in Austria. It took me at least three seconds to reply, not having the faintest idea of what they were talking about.

So I was inspired to write to my non Italian followers and clarify with a few remarks what is Italy and, in particular, what we are truly dealing with in the next upcoming elections.

*

If there is something extraordinary about this political Italian situation, headed toward its March elections, it is the fact that for the first time we will have 3 major parties/coalitions truly competing one against the other: a moderate right, a moderate left and the “for some out there scary” 5-Stars Movement created by Mr. Grillo. In the 2013 previous elections the majoritarian method of converting votes into seats did not allow the latter party to stand a chance for government, even though it obtained a quarter of the national vote. Today, to the contrary, since the voting system is likely to be proportional (major landslides of one party aside), we have more uncertainty on the winner than last time, each one of the three having a chance of grabbing a hold on executive power.

Not much else is new, not even the fact that a coalition will very likely need to be formed at the end of this election, just like it did last time when the center-left had to find an alliance with the center-right to rule. More importantly, there is nothing new about the presence in the ballot of a strong so-called “scary” new player, that worries the establishment and the markets for its chances of winning: we have been there before.

Indeed, if you look back at the history of Italy after WWII, the fact that one new party (and for some people a highly “dangerous and unreliable” one, like in this recent case the 5-Stars movement) is on the verge of success is not that extraordinary. Indeed, Italy has always been able to generate what in the mind of many were “dangerous and unreliable” strong parties: first, it was the Communist party, then Silvio Berlusconi’s (allied with the then xenophobic and secessionist Northern League and the post-fascist National Alliance) party and now the 5-Stars movement. And?

And nothing. Nothing because, on a purely fact-based evidence, the big threatening new party has always found worthy (moderate) opponents that have frequently ended up defeating them. First, through the then existing Democratic Christian party that until the late 80s stopped the rise of the Communist party, then through a more moderate party, successor of the Communist party itself, whose leading figure was the one of Prof. Prodi, also a President of the EU Commission, who twice stopped Mr Berlusconi.

So now the question in the mind of many is: will the moderate forces manage also this time to stop the threat of a scary challenger, which today has the face of Mr. Grillo? A purely numerical answer would lead us to say yes, thanks to the new electoral method. Technically speaking, since to win the majority of seats the 5-Stars would need 40% of the vote (for the proportional seats) plus a 60% success (in the first past the post seats), it seems basically impossible that the 5-Stars movement will be able to rule on its own, even though it is the leading party today in the polls with an almost 30% consensus and might well end up being it in the ballot. Since nobody wants to ally with the 5-Stars party (nor do they seem keen in allying with anybody else) we are likely to observe a coalition government between the moderate left of Mr. Renzi and the Berlusconi plus (former Northern) League conservative alliance.

Fine. But all what above is, I am sure, capable of making every curious observer scratch his/her head over two evident paradoxes regarding Italian politics.

*

Please note this first paradox of Italy: constantly, those parties which were initially considered scary or dangerous have become over time those capable of rescuing the country from the new so called threatening parties. The once feared Communist party became the moderate leftist party capable of fighting Mr. Berlusconi and its “little presentable” allies. And today we have Mr. Berlusconi himself who is headed to “save us” from the “danger” of the 5-Stars movement.

The lesson is stark even though surprising: democracy in Italy, after WWII, worked so well in normalizing “extreme parties” that I suggest one should worry more about systems that appear stable but have not been able to cope well with sudden polarisation (see UK with Brexit, Germany with the AfD and Spain with Catalunya).

This paradox of Italy, as all paradoxes, leads to a wrong conclusion that perhaps needs a re-formulation. Maybe, after all, we should not worry that much about the 5-Stars movement. If they were to win (an unlikely event, as said above) let them rule, like they are already doing with mixed results in some main Italian cities like Rome and Turin, and relax: see to it that in at most a decade they will turn out to be under most dimensions a more effective, more competent and definitely less scary (to those who feared it) party they might appear today (with some reason).

But there is also also a second Italian paradox that is worth mentioning from which we have to learn. We do make an historical mistake when we call the Communist Party, Mr. Berlusconi’s and the Northern League and the 5-Stars Movement, as threats – past or present – to the so-called “system”. To the contrary, they have often saved it from its mistakes. Indeed, it is fair to say that these “scary” parties have always played a key positive role in Italian society, able as they were to represent those who suffered and who were left hanging out in the cold by the then dominant parties: whether it was the working class, the heavily taxed small Northern entrepreneurs, or the ones hit by the unmanaged effects of the last financial crisis. Without these parties, without their effective even though often vociferous representation, we would have certainly seen Italy devoured by chaos and revolt, disrupting tremendously those very same interests represented by the dominant parties and the dominant classes.

This, again, shows how much Italy seems to have a democracy that is more reliable than many others among the ones of the Western world. Our Constitution, 70 years old, has worked fine: but simply do not praise the norm and its articles, but rather those who have respected it with pragmatism, realism and passion for the past decades, i.e. the Italians.

The conclusion is once again the same: do not blame the 5-Stars movement, praise it if you can, for what it has done in representing – so much imperfectly – those more in pain during the last decade. And if you are a true moderate, and you want to blame someone for this sad state of affairs of political uncertainty, blame the only ones that have made Mr. Grillo and his movement so popular: the abysmal policies followed by some abysmal Italian “leaders”, advised and ordered around by an abysmal and myopic European set of “leaders”.

Permalink

La fine dell’inizio o l’inizio della fine? Brexit e la sconfitta UE

E così con Brexit un divorzio in piena regola ha avuto inizio: si è deciso sui soldi (i finanziamenti del Regno Unito (RU) alla UE), sulle proprietà (i confini), sui figli (i diritti dei cittadini UE e RU residenti in RU ed UE rispettivamente).

La stampa italiana (e immagino dell’Europa continentale) sarcasticamente sottolinea la sconfitta negoziale britannica, non rendendosi conto della gravità di questo suo (ennesimo) errore di valutazione.

*

Ci sono due modi di analizzare quanto avvenuto ieri.

Il primo, utilizzando l’efficace espressione del Primo Ministro irlandese – “è la fine dell’inizio” –  che si concentra sull’(importante) dato di fatto che il processo di divorzio è avviato e si è evitato di arenarlo. Un’ottica di breve periodo con cui guardare alla Brexit, ma certamente legittima, dalla quale effettivamente l’UE sembra uscire abbondantemente vincente rispetto al RU.

In realtà non è proprio così. Per il Regno Unito le 15 pagine sottoscritte dalla Premier May un (solo) vantaggio evidente, ma essenziale, di breve periodo lo hanno: quello di dare certezze al mondo imprenditoriale britannico, permettendo dunque una ripresa o il mantenimento degli investimenti previsti. Generare garanzie sull’apertura delle frontiere irlandesi e, soprattutto, nei confronti dei dipendenti UE residenti nel RU si dimostrerà efficace economicamente e politicamente. Cittadini UE che potranno rimanere ed addirittura spostarsi al di fuori del RU per 5 anni e non perdere il loro status di residenti nel RU, aspetto questo essenziale all’interno di aziende globali, in cui la forza lavoro è costantemente in movimento, per non smettere di attrarre capitale umano di qualità.

Ma rimane il fatto che sia l’Unione europea ad aver stravinto la causa di separazione: portando a casa tutta una seria di successi per i prossimi 5-8 anni, in particolare sia sul finanziamento britannico del budget UE fino al 2021 sia sulla protezione dei diritti dei residenti UE nel Regno Unito. E politici europei e giornalisti a deridere i britannici con cori di “avete visto?” oppure di “vi sta bene!”, nel tentativo di mettere paura a altri Stati membri che dovessero pensare di fare quanto ha osato fare il RU. Ma hanno ragione?

*

No. Perché rimane infatti sempre l’altro modo di vedere Brexit: quello dell’“inizio della fine”, ormai confermata. Rimane cioè agli atti una vittoria notevole per tutti coloro che volevano la Brexit, e una sconfitta amara per tutti coloro che ad essa si opponevano.

Fanno male gli analisti continentali a non dare conto di come, certo non nel breve periodo, ma nel medio sì, i Brexiters portano a casa quanto voluto (o buona parte di ciò che era stato richiesto). In fondo il Regno Unito si riappropria dei propri tribunali (allontanando lo spettro della burocrazia UE), delle proprie politiche di immigrazione e si sgancia definitivamente da una costruzione pericolosa in termini di politiche fiscali come quella del Fiscal Compact, mai desiderato per il suo rigido approccio alle politiche di sostegno all’economia.

E’ così lineare e chiaro: il disagio profondo che era sorto nel RU in alcuni strati della popolazione, mai pienamente ascoltato a Bruxelles, ha portato a perdere un attore dell’Unione europea.

E che attore. Il Regno Unito non è un Lussemburgo qualsiasi, la sua visione pragmatica, se vogliamo a volte commerciale ed anti-burocratica, era un potente integratore di energie per un Continente troppo spesso preda di mancanza di dinamismo. E se chi oggi si dice veramente europeo deve solo ammettere che ieri si è firmato l’inizio della fine e la sconfitta di quell’Europa che abbiamo sognato, deve anche riconoscere che le nostre future generazioni saranno orfane di quell’Europa, che guarderanno al RU come noi oggi guardiamo agli USA, un alleato ma non un pezzo di noi. Siamo più deboli: è l’Europa delle diversità che da ieri è stata certificata come sconfitta.

E non interrogarsi sulle ragioni di questa sconfitta è preludio di altre, ecco il nuovo pericolo. Abbiamo altri confini tremolanti, come ad esempio la Polonia: vogliamo perdere anche lei, per mancanza di attenzione e di ascolto, come è successo di fronte al disagio britannico? Quanto ancora prima che tutto si dipani e misteriosamente finisca senza nemmeno avere avuto il tempo di chiedersi “perché”?

Permalink

Quella piccola Italia che non fa crescere le piccole imprese

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 Ore.

*

Dal 22 al 24 novembre scorso si è svolta, quest’anno a Tallin, la consueta settimana della piccola impresa. In tale occasione la Commissione europea presenta l’importante rapporto (anche questo annuale) sulle PMI europee, che contiene gli allegati con l’approfondimento sulla valutazione per ogni Stato membro delle politiche adottate al riguardo delle proprie piccole e medie imprese e del loro stato di salute. La lettura dell’analisi del Fact Sheet sull’Italia non può che destare grave preoccupazione e i dati in esso contenuti dovrebbero suscitare un dibattito nazionale ben più ampio di quello che (non) leggiamo sui giornali.

La contraddizione fondamentale dalla quale il nostro Paese sembra incapace di estricarsi è nota: come può un Paese tanto dominato dalle piccole imprese non aiutarle a crescere? Come può non adoperarsi per rimuovere le barriere che le ostacolano? Rispondere a queste domande equivale ad andare alla radice dei mali della mancanza di competitività del nostro Paese rispetto a quella di altre nazioni con le quali ci paragoniamo frequentemente e con crescente dose di frustrazione.

Alcuni dati mettono in luce il nostro “tesoro” e quanto sia abbandonato. La percentuale di valore aggiunto proveniente dalle PMI è di due terzi, che va paragonata al 56.8 % medio della UE, con un 78.6 % dell’occupazione che proviene da queste, contro i due terzi UE. Tuttavia, tra il 2012 ed il 2016 le PMI italiane hanno visto contrarsi del 4.3% l’occupazione (26,1% nel solo settore delle costruzioni), contro la crescita del 3.7% delle grandi imprese. Malgrado la ripresina del 2016, l’occupazione nelle PMI è ancora del 12.9% inferiore al livello del 2008.

Vero è che viene riconosciuto ai vari Governi italiani di essersi impegnati, dal 2012, in una strategia di sviluppo mirata a incrementare il numero di imprese innovative, le c.d. start-up: a metà luglio del 2017 queste risultavano essere 7.480. Ancora poche rispetto agli standard europei, ma soprattutto un numero infinitesimale rispetto al numero complessivo di PMI presenti in Italia, pari a più di 3,7 milioni. Evidentemente non possiamo accontentarci di una politica delle PMI per lo 0,2% di esse e la domanda che sorge spontanea è: cosa è stato fatto sinora per il rimanente 99,8%?

La risposta che la Commissione europea consegna agli atti è chiarissima: poco, visto che sono solo 6 gli stati membri dove le PMI non hanno ancora ritrovato la performance pre-crisi su tre indicatori chiave come numero d’imprese, occupazione e valore aggiunto: Croazia, Cipro, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Non è vero che “niente” è stato fatto: sul tema dell’imprenditorialità, ad esempio, si riconosce che all’interno delle scuole, ai livelli di istruzione secondaria, grazie alla riforma scolastica, e con lo strumento oggetto di recenti polemiche della scuola-lavoro, ci si è migliorati, avvicinandosi agli standard medi europei.

Mentre le buone notizie si distillano col contagocce, la penna rossa per l’Italia è usata pressoché su qualsiasi tematica si voglia valutare lo sforzo prodotto per aiutare il sistema nazionale delle PMI. Si spazia dal settore creditizio, in cui la relazione tra il costo per piccoli e grandi prestiti si è continuamente allargata dal 2008 a svantaggio delle piccole imprese, alle politiche ambientali dove l’Italia è tra i tre peggiori stati membri quanto a supporto pubblico alle PMI per misure di efficientamento o per la produzione di prodotti “verdi” con un calo di tutti gli indicatori dal 2013 al 2015, alla crescente mancanza di una “seconda possibilità” per piccoli imprenditori onesti che hanno conosciuto in precedenza il fallimento. Nessun miglioramento poi dal Codice degli appalti dove, tra ritardati pagamenti e scarsa percentuale di appalti affidati alle piccole (20% in Italia, 29% altrove nell’UE), si potrebbe invece annidare una fonte essenziale di ossigeno per la ripresa di moltissime PMI italiane.

La ragione di tutto ciò? E’ facile rintracciare questa mancanza di successi nell’assenza di un disegno organico a supporto della PMI, tanto più stridente quando si considera la loro rilevanza all’interno della nostra economia. E’ la stessa Commissione a ricordare come l’obbligatoria legge annuale per le PMI, prevista dallo Statuto delle Imprese del 2011, sia ancora – scandalosamente – da attuarsi per la prima volta. E’ prevista, annuncia la Commissione, la relazione del Garante delle PMI per il 2018. Sul sito del Ministero dello Sviluppo italiano è rintracciabile solo quella del 2014, segno inequivocabile del perché il rapporto europeo 2017 condanna senza troppi giri di parole un’Italia che non protegge né valorizza il suo tesoro.

Permalink

The Square: l’Europa a due velocità

Uscito da qualche ora dalla proiezione del film svedese The Square, confessione cinematografica del senso di colpa scandinavo per avere messo fuori dal “quadrato degli uguali” i nuovi migranti (e i vecchi emarginati).

*

*

The Square. Io che di svedese ho poco, mi interrogo su quale sia lo Square europeo. Ma certo! Dedicato a tutti quelli che, come Macron, “l’Europa a due velocità”… Pfui, che pena.

Perché l’Europa a due velocità altro non è che la non-Europa, ovvero il contrario, l’esatto contrario di quello che l’Europa si prefiggeva di essere. Con quelli più bravi e che possono di qua, dentro il quadrato, tutti belli uguali, e quelli brutti e che non ce la fanno, fuori dal quadrato.

L’Europa a due velocità della non solidarietà, della non diversità, dei “noi” e dei “voi”, la lasciamo a loro.