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Scommettiamo? Ecco il DEF di Renzi in anteprima

Scommettiamo che?

Tra pochissimi giorni il governo Renzi produrrà la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza di aprile. Tutti attendono con ansia di conoscere i suoi piani sul deficit pubblico rispetto al PIL dei prossimi 4 anni: la Merkel, Hollande, Juncker, ma soprattutto i cittadini italiani e specialmente gli imprenditori italiani che, sulla base di quanto scriverà il Premier, decideranno quanto investire dei loro denari in Italia generando sviluppo ed occupazione.

Fino ad oggi, leggendo i DEF che si sono succeduti, hanno deciso di non investire: le promesse manovre da 35 miliardi di euro in pochi anni (anche se non mantenute che conta? gli imprenditori vogliono certezze, non dubbi, prima di investire) avrebbero scoraggiato anche il più ottimista tra di loro. Massici aumenti di tasse e tagli di domanda pubblica, quanto basta per chiudere i battenti dell’azienda per andare all’estero o per rinunciare comunque a espandersi. Da qui la stasi del PIL e la crescita del rapporto debito-PIL che affliggono il Paese.

La tabella più sotto ben sintetizza le fallimentari politiche annunciate da Renzi in questi ultimi 2 anni, sempre caratterizzate da due aspetti: il costante rinvio del raggiungimento di quanto promesso all’Europa in termini di bilancio in pareggio a medio termine ed il costante rilanciare con nuovi programmi di austerità a 4 anni per rassicurare l’Europa.

Per esempio ad aprile dello scorso anno promise il bilancio in pareggio nel 2018. Un anno dopo lo rinvia al 2019. Lo rinvia, certo, ma al contempo lo conferma come obiettivo.

Scommettiamo che? Scommettiamo che il nostro Governo la settimana prossima proporrà qualcosa di molto simile a quanto previsto nella tabella sotto (la riga “prevedibile”) ovvero una conferma dell’ottusa austerità a 4 anni obbedendo all’idiotico Fiscal Compact? Non che lo speri, ma ormai questo Governo è riuscito nel convincere tutti che è quello che farà e non ripongo grandi speranze in alcuna novità. Sarà interessante vedere di quanto sbaglierò (non ho parlato con nessuno al Tesoro, giuro).

C’è un’alternativa? Certo che c’è, è quella che indico sotto, che ci fa risparmiare 35 miliardi di manovra austera, genera PIL e dunque spazio per ulteriori investimenti pubblici e prevede una sottostante spending review (con tutto il tempo necessario) che libera ulteriori risorse da spendere in investimenti pubblici: quella di lasciare il deficit al 3% di PIL per tutti gli anni a venire. Così facendo crolla il debito su PIL (che sale con l’austerità e scende dunque con il suo contrario).

La prego Presidente, ci stupisca con il suo coraggio, rispetti i Trattati europei (il Fiscal Compact non lo è) lasciando il deficit al 3% di PIL ma mandi a quel Paese Junker, Merkel ed il pavido francese. Scommettiamo che li lascerà talmente basiti che non avranno il coraggio di reagire ed, anzi, la imiteranno?

Scommettiamo?

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Ecco dimostrata l’idiozia degli inventori del Fiscal Compact

Ora lo dice anche nella sua collana di lavori, la Banca Centrale Europea.

http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecbwp1964.en.pdf?460911353d5004828df6a821de823788

“Una comunicazione chiara a riguardo della politica fiscale fa convergere le aspettative riducendo il disaccordo tra operatori privati.” E tramite il canale degli investimenti privati questa maggiore certezza impatta sul moltiplicatore della politica fiscale.

Moltiplicatore quasi nullo (0,5) in caso di mancanza di chiarezza sulla politica fiscale, pari addirittura a 2,7, potentissimo sull’economia, nel caso opposto di chiarezza.

Quindi se, mettiamo caso, una politica fiscale austera è comunicata con molta chiarezza, il suo impatto negativo sull’economia è molto maggiore che in assenza di chiarezza.

Ci siete vero? No?

Ma come, non ricordate? Il Fiscal Compact, che cosa fa? Fa “chiarezza”! Dice chiaramente a tutti gli imprenditori, senza se e senza ma, che la politica sarà austera per un lungo periodo (proiezioni a 4 anni) e di quanto.

E l’imprenditore che deve decidere se investire che fa? Rinuncia.

E’ tutto così semplice, ma fa piacere che complesse verifiche empiriche e modelli teorici confermino la nostra intuizione. Ma il piacere si arresta dopo due secondi, perché la disperazione ci prende e ci chiediamo come è possibile che l’idiozia abbia raggiunto questi picchi.

Perché anche se, come effettivamente è, il Fiscal Compact è un disegno conservatore liberista premeditato, esso è comunque destinato ad uccidere i suoi inventori, che sono dunque una banda di idioti patentati.

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Renzi perderà le elezioni se non bloccherà il Fiscal Compact

Vediamo di provare a riassumere l’evoluzione a partire dall’attuale stallo europeo con qualche ipotesi di dilemma strategico tra Germania ed Italia.

Tante le assunzioni che farò, cambiatele a piacimento per trovare il vostro esito più probabile.

Nel mio scenario, l’Italia può scegliere se uscire dall’euro e dal Fiscal Compact oppure se rimanere nell’euro ma tirarsi fuori unilateralmente dal Fiscal Compact. Sempre nel mio scenario, la Germania può scegliere se mantenere vivo il Fiscal Compact o permetterne la dissoluzione per tutti i Paesi dell’area euro, oltre che per l’Italia.

Le mie ipotesi: la Germania ha sempre le stesse preferenze, l’Italia le varia a seconda del suo Governo politico. Se in Italia prevalgono i moderati, l’uscita dall’euro è considerata un esito peggiore dell’uscita dal Fiscal Compact (ma ambedue migliori dello status quo attuale, come pare di capire dalle dichiarazioni di Renzi): i vantaggi politici di rimanere nell’euro, di lungo periodo, sono più internalizzati da questa forza politica, che chiameremo “più paziente”. Se prevalgono i populisti, l’uscita dall’euro è considerata un esito migliore dell’uscita dal Fiscal Compact (ma ambedue migliori dello status quo attuale, come pare di capire dalle dichiarazioni del Movimento 5 stelle e della Lega): i vantaggi politici di rimanere nell’euro, di lungo periodo, sono meno internalizzati da questa forza politica, che chiameremo “più impaziente”.

Ancora ipotesi sulla Germania: qualsiasi cosa faccia l’Italia, i tedeschi preferiscono che il Fiscal Compact sia mantenuto, con o senza italiani. Rispetto allo status quo attuale la Germania perde sempre dalle mosse di cui sopra dell’Italia (segno sempre “meno”), ma perde di più se l’Italia oltre ad abbandonare il Fiscal Compact esce dall’euro (per una ovvia perdita di quote di mercati esteri). L’esito ideale per i tedeschi è rimanere nel Fiscal Compact senza Italia dentro ma con quest’ultima ancora parte della moneta unica. Potremmo immaginare questo caso come una concessione all’Italia di una lunga moratoria sul Fiscal Compact fino a quando non sia riuscita a recuperare PIL ed occupazione stabilmente.

Ancora ipotesi sull’Italia: qualsiasi sia il partito al potere, si sta sempre meglio fuori dall’attuale status quo (segno sempre “positivo”). L’Italia preferisce sempre che il Fiscal Compact sia abolito del tutto in tutta Europa, perché questo garantisce maggiore domanda ovunque, con impatto positivo sul proprio export. L’esito migliore per populisti e moderati prevede sempre la cancellazione del Fiscal Compact per tutti i paesi euro, ma per i primi assieme all’uscita dell’Italia dall’euro, per i secondi senza uscita dell’euro.

La tabella sottostante riassume quanto descritto sopra (in verde governo populista, in blu, governo moderato; in ogni cella la perdita tedesca è prima del punto e virgola, il guadagno dell’Italia dopo).

In rosso vedete l’esito di questa struttura di interazione strategica a seconda dei Governi al potere in Italia (verde: 5 stelle, blu: Renzi). Qualsiasi Governo prevalga in Italia, la Germania finirà per mantenersi non solo nell’euro ma all’interno dell’austero Fiscal Compact mentre l’Italia uscirà dal Fiscal Compact. La sola differenza finale è l’uscita dall’euro dell’Italia in caso di vittoria dei populisti, e la permanenza nell’euro in caso di vittoria dei moderati.

Esiti diversi potranno ottenersi solo con ipotesi diverse dalle mie. Possibilissimo che abbia visto storto su alcune situazioni.

Se fossi Renzi, tuttavia, mi darei da fare per ribadire sin da ora che il Governo italiano non appoggerà, alla fine del 2017, nessuna proposta volta a inserire il Fiscal Compact definitivamente all’interno dei Trattati europei. Ha il potere di veto, lo eserciti. Anzi, gli converrebbe da subito applicare, senza chiedere alcun permesso, la moratoria del Fiscal Compact. E’ evidente che nel mio scenario una qualsiasi percezione da parte dell’elettorato che non agirà in tal senso porterà alla vittoria degli anti-euro ed all’uscita dall’euro.

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Con una grande responsabilità un grande potere per l’Università del domani

Il mio intervento al Forum of University Managers in occasione del Giubileo.

L’università, in Italia e quasi ovunque nel mondo, si sta aprendo alla multiculturalità. E’ un fenomeno ovviamente spinto da “fattori della domanda”: la globalizzazione, con l’abbattimento dei costi della distanza, da un lato, e la concorrenza degli altri atenei, dall’altro, ci spingono a rendere le nostre università più aperte.

Ma, più rilevante, ci sono “fattori dell’offerta”: in particolare, la voglia dei nostri Atenei di completarsi, perfezionarsi, migliorarsi proprio tramite una maggiore internazionalizzazione. Quest’ultima, tuttavia ci permette di fare di più: ci spalanca la porta verso il conseguimento di nuovi obiettivi, prima non alla nostra portata.

Il che significa che quando discutiamo di come internazionalizzarci non è soltanto una questione di efficienza e di chiederci “come” farlo, ma anche di efficacia, ovvero di “perché” farlo, di cosa cercare di conseguire con essa.

Rispondere al perché aiuta anche a capire meglio il come.

Nel mio Ateneo la risposta che ci diamo è semplice. Lo facciamo per avere più diversità nelle nostre aule. Più diversità di passaporti. Ovviamente poi ci chiedono “e perché mai? Perché non andare a cercare più italiani, che forse sono più bravi di quegli stranieri che corteggiate?”.

Per due ordini di motivi. Primo perché puntiamo a perfezionare le capacità di apprendimento individuale di ogni giovane. “Diversity makes you brighter” – la diversità ti rende più intelligente. Vari esperimenti puntano a confermare la validità di questa intuizione: quando si espongono gruppi culturalmente omogenei e gruppi culturalmente eterogenei a una serie di quesiti, i secondi risultano rispondere in maniera più accurata. Interagendo nella diversità evitano di copiarsi andando nella stessa direzione, spesso sbagliata. “La diversità genera frizione cognitiva che migliora il processo decisionale” affermano i sociologi Sheen S. Levine e David Stark che così concludono: “la diversità razziale ed etnica contano per l’apprendimento, un obiettivo chiave di una università. Aumentare la diversità … promuove un pensiero critico maggiore in tutti”.

http://www.nytimes.com/2015/12/09/opinion/diversity-makes-you-brighter.html?smid=tw-share&_r=0

Ma non è solo questione di perfezionare l’apprendimento individuale. L’esposizione alla diversità affina le capacità relazionali dei nostri giovani. E qui bisogna essere precisi su quello a cui miriamo. Non tanto a “tollerare maggiormente” l’altro, di essere capaci di far sedere accanto, al banco, il nero ed il bianco. Quante volte abbiamo visto classi piene di diversità diventare arcipelaghi di isole di culture omogenee: gli italiani assieme agli italiani, poco più in là i cinesi con i cinesi e dall’altra parte gli arabi con gli arabi…

No, la sfida è ben più significativa, tanto quanto gli eventuali risultati nel caso di successo. E’ questione di generare su quei banchi una “fratellanza tra diversi” che trasforma cacofonia e rumore in un’orchestra armonica. Un apprendimento non da poco per il contributo alla società globalizzata che questi ragazzi sapranno dare quando entreranno nel mondo del lavoro. Altro che convivere, un “vivere con” che farà cambiare in meglio il mondo.

L’università è il luogo ideale dove sviluppare questa convivenza, che così tanti conflitti risparmierà al mondo e così tanta bellezza e creatività potrà generare. Per farlo tuttavia c’è bisogno che le università siano attrezzate per queste nuove sfide che possono guidare e perfezionare. C’è bisogno di nuove competenze, di nuove disponibilità, di maggiori risorse, sia a livello di corpo docente che amministrativo. Oltre che di una nuova leadership organizzativa che sappia rispondere al “come organizzarci”, per l’internazionalizzazione avremo bisogno di una nuova umanità organizzativa che sappia cogliere appieno i contenuti culturali immensi di questa sfida.

E’ mia impressione che l’università sia più pronta, più predisposta, più preparata per insegnare come governare la globalizzazione e le sue sfide. E’ l’avamposto del cambiamento e dunque merita di potersi assumere pienamente questa enorme responsabilità. Nessun Governo può esimersi dal sostenere, finanziariamente e culturalmente, questo avamposto.

Rovesciando il paradigma dell’Uomo Ragno, che sosteneva come “con un grande potere, una grande responsabilità”, mi sento di dire che con una grande responsabilità, che l’Università ha acquisito nel mondo globalizzato, deve venire un grande potere, che oggi all’Università viene miopicamente negato.

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La spesa pubblica che salvò la Germania

Nel 1946, il reddito pro-capite tedesco era pari al 36% di quello britannico e al 60% di quello francese. Nel 1959, la Germania acciuffa la Francia e nel 1970 gli inglesi. Questo miracolo renano si ottenne con una crescita media del 7,5% negli anni 50.

In un interessante lavoro storico-empirico, Gregori Galofré-Vilà, Martin McKee, Christopher M. Meissner e David Stuckler, economisti presso la Oxford University, la University of California Davis e la London School of Hygiene & Tropical Medicine sostengono che questa performance sia anche dovuta alla generosissima riduzione del debito estero tedesco accordato dagli alleati vincitori della seconda guerra mondiale, sancito nel 1953 dalla firma del London Debt Agreement. Una riduzione enorme del debito, del 22% del PIL tedesco, con in più un tetto al pagamento degli interessi sul rimanente debito legato alla performance dell’economia tedesca, non potendo superare questo il 3% delle esportazioni della Germania. http://www.nber.org/papers/w22557

In particolare gli autori attribuiscono un ruolo fondamentale alla disponibilità, proveniente dalla cancellazione del debito, di maggiori risorse pubbliche da utilizzare per sostenere la ripresa dell’economia.

La loro analisi empirica mostra come il “dividendo del debito” venne utilizzato per accelerare – a partire dal 1953 – l’aumento di tutte le categorie di spesa sociale: l’aumento più significativo avvenne nella spesa sanitaria, seguito da istruzione e da sviluppo economico (le infrastrutture e le costruzioni avevano già beneficiato dei fondi precedenti del piano Marshall).

Il grafico è chiarissimo al riguardo.

I 4 economisti si lanciano poi in un (non troppo ardito) paragone con la realtà odierna rispetto alle politiche del debito di alcuni paesi dell’Unione europea più colpiti dalla recente crisi. Ecco tradotte le loro perplesse ma decise conclusioni: “è chiaro che (negli anni 50) questa riduzione del debito fu enfaticamente disegnata per aiutare la Germania a crescere, sempre dando priorità alla salute dell’economia tedesca rispetto al rimborso del debito. Ciò comportò sacrifici significativi dei creditori … ma anche l’attuazione di meccanismi per evitare la stagnazione della Germania a causa del rimborso del debito. In tal senso colpisce il contrasto con le recenti e attuali politiche rispetto ai paesi del Sud dell’eurozona. Possiamo accettare l’idea che le motivazioni di politica estera della Germania e di altri paesi europei oggi sono molto diverse da quelle statunitensi con gli alleati negli anni 50, ma rimane il fatto che il programma disegnato per assestare le finanze dei paesi dell’eurozona altamente indebitati hanno avuto un obiettivo decisamente diverso, uno che ha dato priorità al rimborso del debito e alle riforme economiche (tramite misure di austerità) rispetto alla ripresa delle economie colpite dalla crisi. Rivisitando l’accordo di Londra del 1953 ed i suoi effetti possiamo avere un’immagine molto più chiara delle politiche (compresi obiettivi e motivazioni) che sono state sviluppate per prevenire la crisi finanziaria dell’eurozona”.

E’ vero. Il paragone con allora rende più chiara la dimensione del nostro baratro morale. Nell’accordo di Londra si legge che la sua filosofia fu quella di “contribuire allo sviluppo di una prospera comunità di nazioni”, tramite (mostrano i risultati) la possibilità di sfruttare il sacrificio dei creditori per la ripresa del benessere dei debitori, grazie all’aumento di spesa sociale (e infrastrutturale).

L’Europa di oggi ha negato in tutti modi un ruolo alla spesa pubblica perché ha rifiutato di voler diventare una prospera Comunità (con la C maiuscola) di nazioni. Ecco l’unico punto in comune con l’esito degli accordi di Londra: anche oggi abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Peccato siano stati perversi e non solidali.

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In quale giardino cadrà la Mela irlandese?

Affascinante questa storia di Apple.

Ricapitoliamo: la Commissione non se la prende con Apple, ma con l’Irlanda. Non perché tassa poco le imprese sul suo territorio, l’Irlanda può fare quel che le pare al riguardo, ma perché è più gentile con un’azienda (la Mela, appunto) che con le altre, riducendole ulteriormente l’aliquota fiscale applicata (si chiamano “aiuti di stato”).

Quindi la Commissione intima all’Irlanda di riappropriarsi di 13 miliardi di tasse. E che fa l’Irlanda esausta di austerità di fronte a questa fantastica opportunità (13 miliardi irlandesi sono quasi il 6% del PIL, immaginate cosa farebbe Renzi con 100 miliardi!)? Dice: no grazie! Preferiamo tenerci Apple ed i suoi 6000 dipendenti sul territorio nazionale e perdere i 13 miliardi. Fatevi un po’ i conti: pur di tenersi un impiegato Apple l’Irlanda è disposta a pagare almeno 2 milioni di euro. Una bella sommetta, che ben sintetizza un Governo che ha a cuore l’occupazione.

Domanda: ma questi soldi che l’Irlanda non vuole e che la Commissione pretende siano ridati indietro agli irlandesi, chi li deve pagare? Apple? Bah, non esattamente, piuttosto i cittadini americani.

Eh già, perché, come cinicamente ricorda l’Amministratore Delegato di Apple, Jim Cook, “Alla radice, il caso della Commissione non è quanto Apple pagherà in tasse, ma quale Governo le incasserà”.

Perché Apple deve pagare non il 12,5% irlandese, ma il 35% americano. Lasciate perdere che finora non l’abbia pagato. Secondo la stessa legge americana non lo deve pagare fino a quando i profitti fatti all’estero (non tassati) non saranno rimpatriati. Ed ecco che da lungo tempo il Congresso Usa è alla ricerca di una modifica legislativa per spingere Apple – che giudica troppo esosa la tassazione a stelle e strisce – a rimpatriare i profitti, garantendo un notevole incasso al Tesoro Usa, che fa sempre comodo in tempi di scarsità di entrate.

L’attesa deve essere stata troppo lunga, perché alla fine la Commissione Europea, stanca di aspettare ha detto “no, quei soldi ce li prendiamo noi europei (irlandesi)”, scippandoli a dei furiosi americani. Infatti qualcuno ha così brillantemente riassunto questa situazione paradossale: “La Commissione sfida gli Stati Uniti perché non obbliga Apple a pagare più tasse”.

http://www.wsj.com/articles/eu-apple-tax-ruling-stirs-fears-of-revenue-loss-in-u-s-1472576439

In che senso? Che la legge prevede che quanto Apple paga al fisco irlandese viene detratto da quanto Apple deve al fisco Usa. Così se prima Apple pagava solo il 2% in Irlanda, avrebbe dovuto pagare il rimanente 33% negli Usa. Se adesso Apple fosse obbligata a pagare il 12,5% in Irlanda, il Tesoro Usa avrebbe diritto a pretendere solo il 22,5%. Capito perché sono furibondi gli americani?

Insomma sono soldi che non perde Apple (anche se in realtà Apple stava meglio prima della sentenza della Commissione) ma il “generoso” contribuente a stelle e strisce, che li trasferisce a quello irlandese.

Questo per il presente, ma per il futuro? Cambierà qualcosa nel mondo delle multinazionali, sempre alla ricerca di un luogo dove stabilizzarsi per pagare poche tasse? Scapperanno dall’Irlanda, come temono i suoi governanti che così tanto tengono all’occupazione Apple? E’ possibile che qualcosa cambi e che l’Irlanda nuovamente debba ringraziare gli Usa. Se infatti finalmente gli americani (per evitare di farsi scippare ulteriori entrate dagli europei) si decidessero a modificare la normativa così da obbligare Apple a pagare negli Stati Uniti le tasse sui suoi profitti all’estero, sempre al 30% o al 35% dovunque questa si stabilizzasse, allora gli irlandesi non dovrebbero temere che Apple si sposti verso qualche sperduta isola vicino all’Europa.

Comunque vada questa strana faccenda, gli irlandesi la loro solidarietà se la trovano – seppure involontariamente – sempre dagli Stati Uniti, non dall’Europa. Incorreggibili europei.

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I due loquaci Frankestein Junior della crescita

E’ bello vedere che l’intramontabile duo A&G oggi sul Corriere decide di invertire la semantica “dell’altissimo rapporto debito-PIL”, trasformandola in quella del “bassissimo rapporto PIL-debito” che caratterizza il nostro Paese.

http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_29/crescita-non-si-fa-parole-a597607a-6d51-11e6-baa8-f780dada92e5.shtml

Circa tre anni fa, quando A&G si dilettavano col proporre manovre di austerità che hanno distrutto PIL per vanamente tentare di  ridurre il debito pubblico, proponemmo di modificare il Fiscal Compact in un Growth Compact che obbligasse gli stati membri dell’UE a raggiungere nel tempo rapporti PIL-debito via via più alti tramite politiche esclusivamente dedicate alla crescita.

http://www.gustavopiga.it/2013/rispettiamo-il-trattato-europeo-innalziamo-il-rapporto-pil-su-debito/

Che A&G ora chiedano meno parole e più crescita dopo aver chiesto meno debito pubblico per anni, dovrebbe comunque rallegrarci. O no? Beh dipende. Non avendo mostrato in passato grande competenza sul tema, il rischio è che qualcuno li ascolti anche stavolta, facendoci perdere altri 3 o 4 anni di opportunità.  E’ già accaduto, perché non dovrebbe ripetersi?

Anche perché i due loquaci A&G a parole vanno forte. Ma a buone idee, meno, molto meno.

*

Ad ascoltarli bene, A&G sembrano preoccuparsi della scarsità d’investimenti privati in Italia dal 2008 al 2014. Giusta (seppur tardiva) preoccupazione. E’ noto tuttavia a qualsiasi economista che i maggiori problemi dell’Italia di quegli anni specifici (includendo anche gli ultimi due, il 2015-16) sono problemi ciclici e non strutturali, dovuti a carenza di domanda e non di offerta. Ti aspetteresti che A&G raccomandino dunque una gigantesca ripartenza degli investimenti pubblici, magari prendendo spunto dal terribile terremoto (lo dice pure un architetto come Renzo Piano che possiamo farci beffe del Fiscal Compact in un tal caso) e magari nel campo della protezione della nostra infrastruttura critica (compresa quella legata a arte, cultura, territorio).

Macché. Il problema ciclico degli investimenti privati lo risolviamo secondo loro  con … “imprese nuove e imprese relativamente grandi”. Come no. Perché gli investimenti privati in Italia dal 2008 al 2014 sono crollati perché… c’erano troppe poche imprese grandi. E lo risolviamo rapidamente, perché … è facile mettere su imprese “relativamente (?)” grandi.

Ma per favore. Pur di non dire facciamo più investimenti pubblici A&G sono disposti a mettersi alla berlina, incredibile.

*

Detto questo, A&G avrebbero potuto fare qualcosa di più corretto (e quindi più credibile) metodologicamente. Far notare cioè che il “problema” italiano di PIL non nasce solo nel 2008 ma che vi è una parte della performance economica italiana che poco ha a che fare con la crisi da domanda e che vien più da lontano. Che ci rende i malati d’Europa ben prima della crisi del 2008. E qui argomentare che il problema italiano è quello della dimensione media dell’impresa italiana.

Supponiamo dunque che avessero così, più correttamente, argomentato. Li avremmo per questo dovuti ascoltare? Rilassatevi, la risposta è sempre la stessa: NO. Perché per curarci dal “problema” dimensionale le loro ricette sono, come al solito, disastrose e qualsiasi Ministro dello Sviluppo che le volesse seguire verrebbe ricordato come i suoi predecessori: un utile servo della grande impresa italiana, inutile per il Paese e  per le sue chance di ripresa strutturale.

*

Partiamo dalla semantica. Citando impropriamente Guido Carli che da buon pediatra dell’economia italiana ricordava come il problema italiano fosse uno di generare “le condizioni favorevoli per la nascita di nuove imprese e per la loro successiva crescita”, A&G ricordano piuttosto ricordano il Dott. Von Frankestein Junior immersi come sono l’esigenza di “contrastare il nanismo della nostra struttura produttiva”. Per A&G le due cose sono equivalenti, per noi diametralmente opposte. 

Eh già, perché avrete capito che mentre Carli si concentrava a richiamare l’esigenza di mettere al mondo e permettere lo sviluppo armonico di bellissime creature (imprese) che un giorno così potranno diventare grandi e forti, A&G hanno in mente un piano eugenetico, quello di operare su di un (abominevole? non lo dicono ma lo pensano) nano e farlo diventare in quattro e quattr’occhi un gigante di grandi dimensioni. Von Frankestein, Junior, appunto.

Le nostre medie e grandi vanno bene, sostengono A&G, sono le piccole che non vanno quanto a produttività.

E allora che facciamo? Tutta una serie di cose non mirate alle piccole: minore tassazione per tutte le imprese (ma non andavano bene quanto a produttività le nostre medie e grandi?), riforme della vigilanza bancaria (siamo sicuri sia questo il problema per le piccole imprese italiane che le rende poco produttive?), una maggiore enfasi sulla concorrenza (che spesso aiuta le imprese più efficienti, non quelle meno efficienti perché più piccole). E non a caso ricordano al Ministro Calenda di accelerare sulla legge sulla concorrenza piuttosto che su quella, mancante all’appello da 4 anni, esclusivamente dedicata per la piccola impresa: che strano eh?

Le parole contano anche se A&G dicono che non bastano. Certo, perché quando si vuole “contrastare” la piccola c’è poco da fare, la soluzione è una sola: bisogna aiutare la grande. Se mai si volessero veramente “creare le condizioni” per la piccola, si dovrebbero fare interventi ben diversi, esclusivamente mirati ad essa, come negli Stati Uniti: regolazione asimmetrica imposta alla grande ma non alla piccola, appalti pubblici riservati alle piccole imprese, assistenza dedicata nei tribunali per i piccoli imprenditori a spese della Pubblica Amministrazione, formazione manageriale specifica, assistenza specifica all’internazionalizzazione. Con fior fiore di quattrini messi da parte per tali operazioni, piuttosto che per ridurre la tassazione per tutti quando quei tutti si affermano da soli nel mercato mondiale.

Le parole contano, un buon pediatra lo sa. Chi parte da “piccolo è brutto” genera mostri. Chi parte da “crescere è bello” genera bellezza. Chiedetelo ad una madre, come si fa crescere un bambino: con protezione ed attenzione, specie nei primi anni di vita. Questo è un Paese dove è difficilissimo nascere e crescere per gli immensi costi di fare impresa che imponiamo alle piccole italiane rispetto a quelle francesi, tedesche o americane: cominciamo da qui con una vera politica per la Piccola per ridare crescita di lungo periodo al nostro Paese. Ministro, se ci sente, batta un colpo e lasci perdere i Dott. Von Frankestein.

PS: Questo post è stato pubblicato alle ore 17, poche ore prima della scomparsa del grande attore Gene Wilder, protagonista di Frankestein Junior (vedi foto), uno dei miei film preferiti.

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Dopo la ricostruzione, avviamo la Costruzione

Ieri abbiamo scritto, prima della tragedia del terremoto, della necessità di rimettere mano agli appalti nelle costruzioni per ridare un senso di speranza a questo Paese e garantire occupazione a chi è meno tutelato, i lavoratori meno istruiti.

Dopo che questo Governo avrà, grazie anche allo straordinario lavoro delle nostre forze dell’ordine, dell’esercito, dei vigili del fuoco e della protezione civile e di tutti i volontari, ben coordinato – come siamo sicuri che farà - gli aiuti alle popolazioni colpite e avviato la macchina della ricostruzione, verrà il tempo di avviare un dibattito operativo sulla monumentale domanda che questo Paese ha, per la sua conformazione geologica e per il suo essere il museo all’aperto del mondo, di prevenzione anti-sismica. E di come soddisfarla.

Decine di miliardi potrebbero essere ogni anno stanziate per mettere in sicurezza nelle zone a rischio 1 e 2, alcuni tra i nostri capolavori più fragili, alcune strutture più strategiche, come ospedali e scuole, e poi alcuni dei tantissimi edifici belli o funzionali di quei paesi e paesini che sono case, case di persone che devono vivere in ambienti sostenibili, anche rispetto al terremoto. Con un ordine di priorità e con un esplicita dispensa europea.

1% di PIL l’anno, 16 miliardi, per 10 anni.

Sono convinto che Renzi sia all’altezza di questa missione. Di costruire, oltre che ricostruire, un nuovo futuro per questo Paese.

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La gara della vita per il Paese

Qualcuno si è accorto che se gli appalti diminuiscono il PIL crolla. E’ Lorenzo Codogno che correttamente afferma su Repubblica:

L’effetto positivo delle costruzioni, private e pubbliche, è amplificato da un elevato moltiplicatore, insomma sono uno stimolo formidabile per l’economia nel suo complesso“.

http://bit.ly/2btn2g8

Non è solo il moltiplicatore a valle, ma anche a monte, in fase di approvvigionamento. Il Presidente ANCE nella sua relazione conferma i due effetti positivi per il Paese: “In Italia, il settore effettua acquisti di beni e servizi dall’88% dei settori economici – 31 settori su 36 sono fornitori delle costruzioni – rivolgendosi quasi esclusivamente alla produzione interna. Rilevanti anche gli effetti moltiplicativi innescati dalle costruzioni: una domanda aggiuntiva di un miliardo di euro nel settore genera una ricaduta complessiva nell’intero sistema economico di oltre 3 miliardi e mezzo di euro e quasi sedicimila nuovi posti di lavoro.

E’ tuttavia singolare che la preoccupazione di Lorenzo Codogno nasca solo ora che il Codice degli Appalti ritarda l’attuazione delle gare, senza che menzioni che da anni queste gare sono andate declinando – anche con un Codice che “funzionava” – per colpa dell’austerità. Basta guardare il grafico ANCE e il trend che esso disegna, proprio negli anni della crisi, quando più sarebbero servite le gare pubbliche per non infognarci in questa crisi:

La questione dunque non è solo di “bandire le gare già pronte basate sulla vecchia disciplina“  ma di far ripartire, col vecchio o nuovo Codice, la macchina degli investimenti pubblici, con risorse che possono, nel lungo periodo, provenire da una vera spending review che questo Governo non avvia ma che, nel breve periodo, non possono che essere recuperate tramite una moratoria sul Fiscal Compact ed una esenzione degli investimenti pubblici dalla regola del deficit al 3% del PIL.

E poi si investe, si investe, si investe. Quanto? Dove? Lo faccio dire al Presidente ANCE, che avrà i suoi giusti conflitti d’interesse, che in questo caso non sono in conflitto con gli interessi del Paese e dell’occupazione di tanti lavoratori con basso grado di istruzione.

Quanto? “Secondo le nostre valutazioni sarebbe possibile mettere in campo 30 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, attraverso l’utilizzo delle risorse esistenti e una rinnovata flessibilità per gli investimenti a livello europeo.”

Dove? “Il programma si dovrebbe basare su 5 priorità. La manutenzione ed il miglioramento delle infrastrutture esistenti per garantire il mantenimento di adeguati livelli di servizio e di sicurezza. L’accelerazione e l’ampliamento del piano di riqualificazione degli edifici scolastici. L’assegnazione delle risorse necessarie alla realizzazione del piano pluriennale di riduzione del rischio idrogeologico annunciato a novembre 2014. L’investimento sui beni culturali e sul turismo, come risorse da utilizzare al meglio per avviare, soprattutto nel Mezzogiorno, nuovi progetti di crescita economica. Ma è il quinto capitolo di questo piano quello che oggi assume una valenza fondamentale: il recupero e il risanamento infrastrutturale e sociale delle periferie delle nostre città. Siamo infatti ormai tutti consapevoli che è nelle periferie che oggi rischia di perdere la sua partita non solo l’Europa ma anche, forse, la stessa speranza che il modello di società occidentale, così come oggi lo conosciamo, vinca la sua guerra contro le forze uguali e opposte della xenofobia, dei nazionalismi e del fanatismo religioso. Se restano i luoghi dell’esclusione, del degrado e della povertà, le nostre periferie diventeranno la miccia da cui partirà la spallata finale al nostro modello di vita. Restituire dignità alle periferie deve diventare la vera emergenza del nostro come degli altri Paesi europei. Deve diventare, per usare le parole di Roberto Saviano “affare di Stato, centralità ossessiva della pratica della politica”. Un pensiero che condividiamo e che a nostro parere si deve tradurre in un grande Piano nazionale per le periferie da almeno 5 miliardi di euro gestito da una cabina di regia governativa che, insieme ai Comuni, individui non solo le aree a maggior rischio, ma anche le modalità di intervento da mettere in atto. È evidente che, in questa prospettiva, il settore delle costruzioni è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale.

Ma se il Governo non si muove, nessuna gara partirà e il paese perderà il suo futuro.

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5 ovvietà per far ripartire il Paese

Questo Governo appare in stato confusionale. Preda dei venti del PIL e delle regole di bilancio europee, che non riesce a contrastare, veleggia a casaccio con una serie di proposte che denotano contemporaneamente sbigottimento di fronte all’ostinazione dell’economia a non obbedire in alcun modo agli stimoli ideati sinora e la mancanza di un corretto modello di comprensione dell’economia italiana nel contesto europeo.  

Abbiamo bisogno di rigenerarci. Come? Partendo da 5 ovvietà.

Ovvietà numero 1: se hai bisogno di cambiare l’Europa, non sprecare tempo a farlo nel modo sbagliato. Non serve a nulla, al contrario di quanto raccomanda oggi Scalfari su Repubblica, il Ministro dell’Economia europeo se prima non abbiamo capito cosa questo Ministro debba fare, quali sono i valori che deve rappresentare. Altrimenti Palazzo Chigi si troverà a chiedere non più a Padoan ma a un austero Ministro finlandese scelto dai tedeschi più flessibilità che certamente otterrà con ancor meno probabilità.

Ovvietà numero 2: se hai bisogno di risorse, non sprecare tempo a chiederle all’Europa nel modo sbagliato. A poco serve all’economia italiana ottenere con grandi sforzi diplomatici un deficit pubblico per il 2017 che rimanga stabile al 2,4% del PIL (nessuna aggiunta di austerità ma nemmeno nessuno stimolo all’economia) se poi si conferma la promessa austera, richiesta dal Fiscal Compact, di abbattere il deficit di più di 30 miliardi nei prossimi 4 anni: è come dare una carezza da davanti e una martellata da dietro alle aspettative (pessimiste) di imprese e consumatori. Chiedi piuttosto, magari sulla nave di Ventotene, una moratoria del Fiscal Compact fino a quando l’Europa non si sarà ripresa.

Ovvietà numero 3: se hai poche risorse, non sprecarle. Inutile in una crisi come questa stimolare l’offerta e/o la domanda privata. Lascia perdere superammortamenti per chi investe, detassazione dei premi di produttività, vantaggi per le partite IVA: sono strumenti che funzionano quando c’è voglia di investire ed ottimismo, quando prevale il pessimismo sono un buco nell’acqua.  E altrettanto deve dirsi di quelle scelte che mirano a sostenere la domanda dei consumatori, come per le pensioni minime: non si traducono in maggiori consumi, ma maggiori risparmi, inutili in questa fase a sostenere l’economia. E’ evidente che l’unica cosa che va fatta è spendere quei soldi che oggi i cittadini non vogliono spendere, con investimenti pubblici a go go. La ricetta, ben nota ai più, è l’unica mai provata sinora in questi 7 anni di crisi: è tempo di farlo.

Ovvietà numero 4: se vuoi trovarti più risorse da solo, bravo ma non aumentare le tasse su questo o quello e non tagliare spesa pubblica a casaccio. Mettiti in testa che la spending review è una cosa seria che richiede sforzo costante, provvedimenti precisi e specifici, investimenti (e dunque risorse) per professionalizzare stazioni appaltanti e aumentare gli ispettori, e soprattutto una presa di posizione del Primo Ministro quasi quotidiana, come quella adottata per Costituzione e bonus da 80 euro, perché il pesce puzza o profuma dalla testa e la Pubblica Amministrazione si adegua o adagia a seconda di cosa dice il Capo. E poi ci pensi a quanto ti aiuterà una spending fatta bene per ottenere la moratoria del Fiscal Compact di cui sopra in Europa?

Ovvietà numero 5: se hai voglia di generare risorse e non hai soldi, fai la riforma più giusta non quelle inutili. Nelle sue più recenti dichiarazioni il nuovo Ministro dello Sviluppo Economico ha lanciato un ennesimo Piano industriale, ambiziosamente denominato “Industria 4.0”. Nel descriverlo, il nostro Ministro, mostrando la stessa mancanza di sensibilità dei suoi predecessori, non menziona mai, dico mai, la risorsa industriale principale per il Paese, la piccola impresa. Piccola impresa che questa crisi sta uccidendo e che ben più della grande impresa, che se la può sbrigare da sola, ha bisogno di aiuto e protezione. Da 5 anni il Ministro incaricato di turno si dimentica di presentare al Parlamento entro il 30 giugno il disegno di legge per la Piccola Impresa. E’ un dovere di legge, certo, ma è soprattutto un modo di rigenerare un Paese che fa delle piccole imprese la sua risorsa numero 1: pensare in piccolo per ripartire alla grande!

5 ovvietà, nulla di più. Caro Presidente, pensa di farcela?