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Altro che Ministro in comune, l’Europa faccia un Progetto in comune

Qualcosa si muove. Renzi mobilita le sinistre europee mettendo al centro la lotta all’austerità (speriamo non chieda maggiore flessibilità che è uguale solo a minore austerità, non a più espansione). Draghi nel suo discorso ha menzionato (mentre tutti si sono messi a fare l’analisi semantica, errata, di una presunta cospirazione a tenere bassa l’inflazione) come ci sia bisogno di “politiche strutturali efficaci … comprendendo in esse la fornitura di infrastrutture pubbliche adeguate“.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2016/html/sp160201_1.en.html

Per la prima volta Draghi parla di politiche fiscali espansive, e lo fa nell’unico modo che il difficile governo interno della BCE gli consenta: in punta di piedi. Ma l’analisi dei suoi discorsi pubblici mostra chiaramente come abbia modificato il suo pensiero nel tempo, lentamente prendendo atto che la domanda privata non riesce in questa crisi a sostenere l’economia malgrado l’aiuto della politica monetaria. Lo fa forse malvolentieri, dato il suo penchant per una costruzione liberista: ma i rischi politici di una fine dell’Europa lo costringono a prender atto che senza domanda pubblica non se ne esce. Peccato non avere forzato la mano prima, molto prima, ma forse non spettava nemmeno a lui farlo.

Scalfari oggi su Repubblica menziona come Draghi ritenga “indispensabile e quindi (voglia) la creazione d’un ministro del Tesoro non di tutta l’UE ma soltanto dell’eurozona“, e incoraggia Renzi a proseguire su questa strada, adulandolo con la prospettiva di divenire un brillante futuro di leader europeo se si decidesse a muoversi in questa direzione.

Per fortuna lo stesso Draghi nell’ultimo discorso al Parlamento europeo non ascolta Scalfari e non menziona mai (al contrario di altre occasioni) la centralizzazione della politica fiscale e il susseguente ulteriore abbandono di sovranità economica dei singoli Stati nelle mani di un Ministro unico.

Sarebbe un errore mortale farlo ed è essenziale che le sinistre europee lo ribadiscano forte e chiaro nei loro futuri incontri in comune. Meglio di Scalfari, molto meglio oggi, è un Giavazzi sul Corriere fortemente preoccupato del futuro europeo e che comprende come sia la mancanza di solidarietà che porterà alla fine del progetto europeo. Altro che Ministro comune, ci vuole un progetto comune. Giavazzi ricorda giustamente come gli Stati Uniti d’America per arrivare a una politica fiscale centralizzata ci hanno messo decenni.

http://www.corriere.it/cultura/16_febbraio_07/cose-che-bisogna-fare-salvare-l-europa-2e2e8f7c-cd0b-11e5-a5a3-6d487a548e4e.shtml

Erroneamente però, ripercorrendo la storia americana, sembra far coincidere l’avvio di tale politica federale comune, accentratata a Washington, con la guerra civile: “negli Usa fu la guerra civile combattuta fra il 1861 ed il 1865 a infrangere le resistenze al federalismo fiscale“. Non è così. Tutti i dati mostrano come per altri 70 anni il progetto fiscale americano in comune avrebbe dovuto attendere un’occasione più appropriata. La spesa, la tassazione, il debito di quegli ultimi anni del XIX secolo e del primo trentennio del Novecento furono tutti in mano ai singoli Stati americani, gelosi delle loro prerogative su quanto, come e quando spendere le risorse degli abitanti dello stato, fosse questo il razzista Tennessee o il progressista Massachusetts.

Cosa fece diventare gli Stati d’America veramente Uniti? I dati parlano chiaro: spesa, tasse e debito furono concentrati nelle mani di un solo politico, il Presidente degli Stati Uniti, nel 1935, quando Franklin Delano Roosevelt, ispirato non da una guerra ma da una crisi economica, si batté per allocare le risorse degli Stati più abbienti a quelli più in difficoltà. La solidarietà mostrata, in nome di un obiettivo comune, fece sì che tutti i cittadini del Paese compresero quanto ci fosse bisogno di uno schema nazionale di assicurazione verso i più bisognosi come collante sociale per andare avanti, per non implodere. Solidarietà prima, unione poi, caro Scalfari. Nessuno si fiderà mai di un Ministro eletto nei salotti europei, nessuno crederà mai che questo non farà che rappresentare gli interessi dominanti tedeschi, se prima non si è deciso di vivere nella solidarietà e nella comunione di intenti. Ci vuole una prova prima, una prova decisiva di solidarietà.

Giustamente Giavazzi, come Draghi, non menziona il Ministro in comune. Anzi, fa esplicito riferimento a un primo passo di solidarietà, quello rispetto alla spesa per rifugiati come prima occasione verso un bilancio in comune.

Concordo, finalmente, con lui (sorrido pensando che forse è la disperazione per le sue teorie fallimentari che lo ha portato a concordare con me dopo tanti anni – ma meglio non fidarsi ancora) . Conquistiamo prima passo dopo passo il senso del progetto comune. Il Ministro in comune, con buona pace del Dott. Scalfari, lo rinviamo a tra 20 anni, sperando ci sia ancora quell’Europa per cui si sono battute generazioni di donne e uomini, federalisti o meno, rinunciando a risolvere le loro diversità culturali con disumane guerre.

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Quando la democrazia è figlia e non madre delle riduzioni dei debiti (pubblici)

Ecco l’intervento (stralcio abbondante oggi sul Foglio) del mio intervento di ieri a Milano, in occasione della presentazione del libro dell’Ambasciatore Sergio Romano (con introduzione di Fabrizio Saccomanni) “Breve storia del debito da Bismarck a Merkel” edito da Vitale&Co a cui hanno partecipato anche, oltre a Sergio Romano e Fabrizio Saccomanni, Enrico Morando, Peter Bofinger e Giorgos Papakonstantinou.

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Sui banchi universitari abbiamo imparato che ci sono due ragioni ottimali per l’esistenza dei debiti pubblici, su cui sia i keynesiani che i classici concordano: shock esogeni dovuti a guerre e recessioni inattese.

Vi sono poi altre ragioni, endogene, all’esistenza dei debiti pubblici, ampiamente menzionate nel libro di Romano, di cui si può dibattere a lungo: in particolare fallimenti dello Stato, come corruzione o sprechi, o del settore privato, come i salvataggi bancari.

Soprattutto nel caso in cui i debiti pubblici emergano per ragioni “giustificabili”, si pone in momenti storici e politici di particolare gravità anche un’altra questione: quella dell’opportunità di un loro ripudio se il rispetto delle obbligazioni contrattuali in esso contenute violi un nostro senso istintivo di “ragionevolezza” o di “solidarietà”.

Dato che la richiesta a Romano di parlare della Germania debitrice di allora si lega ad una, importante, richiesta di comprendere la Germania creditrice di oggi, è facile far scivolare il paragone tra Germania di allora alla Grecia debitrice di oggi (o all’Italia). Permettetemi di farlo.

Lo chiedo, il permesso, perché Romano di fatto non me lo concede. Con grande chiarezza, e non a caso nelle ultime tre righe del suo stimolante saggio, nega la possibilità di un’analogia.

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Dalla fine della prima guerra mondiale, ci ricorda, al debitore tedesco fu in 4 occasioni (due prima e due dopo la seconda guerra mondiale) consentito di essere “insolvente”. Le cause di queste insolvenze “consentite” Romano le attribuisce, a mio avviso giustamente, al fatto che il debito in queste situazioni emerse a seguito di una “guerra perduta” combinata con “la miopia dei vincitori” (sulla guerra perduta: essa sì diede origine al debito, ma qui è essenziale rammentare come una guerra perduta di per sé non genera un debito dello sconfitto e che la sconfitta tedesca in questione non si accompagnò alla richiesta “di un mero indennizzo”, ricorda Romano, ma all’attribuzione di una “colpa da espiare”. Da qui la nascita di un debito a fronte della scarsità di risorse tedesche volte a soddisfare immediatamente quanto preteso).

Due fattori, quelli degli errori dei creditori, che “giustificano” un’insolvenza.

Mi siano consentite subito due parentesi. La prima sugli errori dei creditori.

Saccomanni, nella sua bella introduzione, cita Timothy Geithner che afferma come le crisi sono “dovute ad un misto di avidità, ignoranza e stupidità, caratteristiche eterne ed immutabili degli esseri umani, contro cui nulla possono le autorità monetarie e finanziarie, che hanno la possibilità di intervenire soltanto ex-post per limitare i danni causati dalle crisi” e prende a supporto giustamente Balzac per ribadire la fallibilità umana. Nessuno meglio di Balzac capirebbe la posizione del Dott. Saccomanni: “Un mari, comme un gouvernement, ne doit jamais avouer de faute”! Sta di fatto che il saggio di Romano ci ricorda, in questo seguendo Keynes più di Saccomanni, come tanti piccoli fuochi sono divenuti devastanti incendi per la benzina che l’avidità, l’ignoranza e la stupidità dei regolatori vi hanno gettato sopra.

Seconda parentesi. Sergio Romano non entra tanto nella questione quasi religiosa-psicanalitica della esistenza o meno della colpa (la prima toccata magistralmente da Saccomanni con i suoi riferimenti alle diverse traduzioni nel Vangelo, a seconda delle culture di riferimento, della frase “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, la seconda che si gioverebbe di una rilettura del caso dell’uomo dei ratti, paziente di Freud, alle prese con un debito da ripagare che non esiste)  quanto del suo anacronismo, in particolare al fatto che in Germania vi sia stato un “cambio di regime” tedesco, verso la democrazia, che ha consentito a questa di  dimostrare di “essere diversa da quella che aveva contratto il debito”.

Ma torniamo alla negazione di Romano di un confronto tra l’attualità europea e la storia tedesca. “Oggi le crisi del debito sono provocate da altre cause e non possono essere curate con le stesse terapie” (queste terapie essendo la non restituzione del debito o, più in generale, la solidarietà verso altri Stati debitori da parte dei creditori), chiude Romano, privandoci dell’acqua che il suo studio aveva messo nella borraccia di noi assetati contemporanei in cerca di una lezione dal passato.

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Ma, Romano mi lascia una possibilità di confrontarmi con lui. Se riuscissi in effetti ad argomentare come le cause del debito greco di oggi e quelle tedesche di allora siano le medesime, potrei dunque con successo richiedere che alla Grecia, o all’Italia, sia concessa analoga possibilità, di solidarietà (che non necessariamente deve prendere al forma di un default).

Per riuscirci dovrei mostrare come nell’attuale crisi economica europea, vi siano 1) vincitori e vinti, e mi pare che non sia troppo complesso, e 2) che i primi siano particolarmente miopi, questione più affascinante e su cui mi appresto a dire qualcosa. Devo forse poi dimostrare come vi sia stata una attribuzione di una colpa da espiare, nei confronti dei Paesi debitori, non necessariamente sbagliata ma anacronistica, perché paesi come la Grecia hanno (mi spetta forse dimostrarlo) ormai provato di essere usciti da una logica sbagliata, come la Germania dalla colpa a lei addebitata delle due guerre.

Certamente vi è una colpa, la intravedo, che ha portato alla pretesa attuale che i greci onorino il loro debito. Ed è dovuta alla loro percezione di “spendaccioni” non rigorosi, per la quale acconsentire ad un default comporterebbe un assenso a continuare in politiche di sprechi e corruttela. Io aggiungo, per onor di cronaca, per chi crede che la Grecia sia sempre stata una economia poco efficiente, una pecora nera nella famiglia onesta dei paesi europei, che questa è una visione piena di stereotipi e vuota di dati. McKinsey riferisce come tra il 1999 e il 2009 la crescita annua della produttività è stata: USA + 2%, + 1,1% nell’UE, Continentale UE + 1,6%, Europa del Sud + 0,7%, Nord UE + 1,6%, Grecia + 2,4%! Che le riforme siano state attuate lo dice un indicatore spesso citato per ricordare i fallimenti italiani, il Doing Business Report della Banca Mondiale in cui la Grecia è passata dal rango di 109 in tutto il mondo fino alla 61° posizione.  In soli cinque anni i tagli alle pensioni pari al 48%, i dipendenti pubblici sono diminuiti del 25% mentre il deficit si è ridotto dal 15,6% del PIL al 2,5%. E, aggiungo io, di conseguenza la disoccupazione è salito al 27% e il debito su PIL per 180%.

Ma la questione chiave, lo ripeto, rimane l’aver dimostrato di essere cambiati rispetto alla colpa originaria, che sia vera o presunta. Ovviamente Romano è ben conscio come vi sia stato un “cambiamento di regime” anche in Grecia, voluto tra l’altro – aggiungo io – dai cittadini greci, stufi dei trucchi contabili di governi precedenti corrotti (e le cui improprietà erano ben note spesso ai governi dei creditori ed alle banche che li finanziavano). Romano non lo ritiene sufficiente e questo gli basta per creare uno iato fra la Germania di allora a cui fu accordata (tardi ma comunque accordata) la solidarietà e la Grecia (l’Italia?) di oggi.

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Ma credo che non sia questo il problema vero e non mi metterò a discutere su questo piano con lui. Credo piuttosto che Romano non consideri come nel 1945, quando venne esteso alla Germania il Piano Marshall e anche nel 1953, quando nella conferenza di Londra si decise l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco, il “cambiamento di regime” tedesco fosse poco visibile alla maggior parte del popolo europeo quanto lo è oggi per lui quello greco. Credo invece, come lo stesso Romano ribadisce in un’altra parte del suo racconto, che gli Stati Uniti si mostrarono generosi non perché avessero la prova definitiva del cambiamento tedesco (poi certamente avvenuto) ma perché vi fossero quelle che lui chiama “motivazioni politiche”, in particolare quella di rispondere alle “tentazioni comuniste delle società occidentali” con una “combinazione di democrazia e capitalismo”. Democrazia figlia e non madre delle concessioni rispetto al debito, dunque: non tanto concessioni al debito nate perché vi fosse un regime “democratico”, quanto piuttosto concessioni al debito per permettere ad una democrazia (capitalistica) di fiorire impermeabile alla pressioni di oltre cortina di ferro.

Perché? Perché non vi era tempo. Bisognava agire subito per creare “equilibri” strategici funzionali ai desideri della leadership geopolitica occidentale di allora. Giustamente, il tempo conta eccome.

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Eccomi arrivato all’oggi. Oggi come ieri, non c’è tempo per chiedere alla Grecia, all’Italia, alla Spagna, al Portogallo virtù “riformiste” che si acquisiscono nel tempo. Adesso è tempo di solidarietà. E’ inutile che mi intrattenga sui rischi distruttivi dei crescenti populismi, revanscismi, xenofobie che politiche non solidali portano alla costruzione di un’Europa comune e del suo disegno liberale (e non liberista) basato sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. E’ inutile che ricordi come la nostra indifferenza verso i destini della Turchia solo 10 anni fa ha spinto quell’area così strategica nelle braccia di un fondamentalismo che gli era lontano.

C’è poi anche bisogno, è vero, di tanto tempo. E’ altrettanto inutile infatti che ricordi come gli Stati uniti d’America siano diventati Uniti con la U maiuscola nel 1933, quando nasce uno stato federale basato su trasferimenti permanenti dagli Stati più ricchi ai più poveri in risposta ad una crisi devastante, simile per molti versi alla nostra attuale, tuttavia dopo più di un secolo di lento avvicinamento culturale.

Trattasi dunque di non essere miopi e di esercitare leadership geopolitica. Trattasi dunque di trovare quegli strumenti immediati che mettano a tacere l’idea che questa costruzione europea non sia basata sulla solidarietà. Trattasi di guadagnare tempo, in attesa di un avvicinamento culturale che non può che essere lento.  Possiamo discutere di quale sia il metodo, purché sia chiaro (contrariamente a quanto credono Saccomanni e Romano) che una Europa “centralizzata” OGGI, con il budget nelle mani di Bruxelles-Berlino, non farebbe che rafforzare l’idea che siamo di fronte a un’Europa tedesca, una non soluzione, se non peggio. In attesa di una Germania europea, cerchiamo i simboli e le politiche tampone che diano un senso di progettualità comune. L’esercito comune può certamente essere uno di quei simboli, ma non è pensabile che basti senza la riforma, come chiede oggi Renzi, dell’idiotico Fiscal Compact e della sua ottusa austerità.

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Perché il debito pubblico italiano dopo la faccendaccia delle banche è meno e non piu’ sicuro.

Giavazzi sul Corriere della Sera: 

Ma c’è un punto più importante. Per anni si è osservato che ciò che conta è il nostro debito netto, non il debito pubblico lordo. Cioè, a fronte degli oltre due trilioni di euro di debito pubblico si dovrebbero contare i circa tre trilioni di ricchezza finanziaria delle famiglie. Il nostro debito pubblico, sostengono alcuni, non è poi tanto rischioso perché compensato da una quantità ancor maggiore di ricchezza privata. Bene: ciò che è accaduto il mese scorso è proprio questo. Alcuni cittadini hanno visto una parte della loro ricchezza impiegata per salvare quattro banche, in tal modo evitando che il salvataggio si tramutasse in maggiore debito pubblico. Se questo ci indigna, la si smetta di dire che la ricchezza delle famiglie è una garanzia per il debito pubblico.

http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_27/attaccare-ue-non-ci-conviene-14bfe714-ac65-11e5-9807-438c782270a2.shtml

Il mio amico L. dopo aver sentito le mie perplessità su tale affermazione di Giavazzi afferma a sua volta:

Se un paese ha un alto debito pubblico che deve essere ridotto dovrà o aumentare le tasse o ridurre le spese magari di alcuni servizi essenziali. Per un paese i cui cittadini detengono molti asset, politiche di questo tipo possono essere ‘facilmente’ implementabili. Diversamente, per paesi i cui cittadini sono poveri, politiche del genere possono essere impossibili e come spesso è accaduto nei paesi del Sud America l’unica alternativa è il default. Forse Giavazzi non vuol dire semplicemente questo quando dice che la ricchezza delle famiglie è una garanzia del debito pubblico?

Credo che L. abbia ragione (come spesso accade) ma che Giavazzi abbia torto (come spesso accade). Contraddizione?Vediamo di parlarne. Non è questione irrilevante per capire quanto dobbiamo preoccuparci di avere un debito pubblico su PIL così … alto.

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Quando possiamo dire che un debito pubblico è sicuro perché “garantito” da un’ampia ricchezza privata?

L’argomento non è di poco conto, visto che è addirittura spendibile ai tavoli europei come giustificazione per ottenere l’autorizzazione ad attuare politiche più flessibili e meno austere: se abbiamo tanto risparmio e ricchezza privati (il caso italiano), il nostro debito pubblico appare meno rischioso. Vero? Perché?

Ecco di seguito una spiegazione che mi pare giusta ed accettabile (e che si basa sulla non sempre verificata cosiddetta “equivalenza ricardiana” che prende il nome da colui che la descrisse con acume ma anche perplessità, l’economista classico David Ricardo).

Spiegazione 1.

Immaginiamo che la ricchezza privata di un Paese sia rimasta nel Paese. E, in particolare, che sia andata a finanziare le emissioni dei titoli di debito pubblico del Tesoro, come hanno fatto per lungo tempo le famiglie e le istituzioni bancarie italiane (ricordo solo per memoria che quando a un certo punto il debito pubblico italiano è cominciato a essere detenuto da operatori esteri si è cominciato a mormorare che esso non fosse più sicuro).

Perché ritenere dunque un tale debito italiano sicuro? Credo che abbia a che fare con la percezione che ci troviamo in presenza di famiglie “oculate”, che sanno bene che quando un governo spende a debito – non tassando i cittadini oggi – si riserva di tassare domani per trovare le risorse per restituire l’ammontare del debito maturato, comprensivo di interessi. Sapendo dunque che non sarà tassato di 100 oggi, ma di 100 (più gli interessi maturati) domani, il cittadino che evidentemente non si sente più ricco oggi per non essere stato tassato che fa? Usa quei 100 euro oggi che gli ha liberato lo Stato non tassandolo per comprarci proprio i titoli di Stato del Tesoro, risparmiando, così che quando scadranno avrà in tasca 100 più gli interessi che … proprio lo Stato gli verrà a chiedere per ripagare il proprio debito pubblico venuto a scadenza. Tassato oggi o tassato domani il cittadino sa che è più povero e agisce di conseguenza.

Un debito pubblico sicuro dunque, perché i cittadini hanno le risorse in tasca per permettere allo Stato di farvi fronte, risorse risparmiate a cui lo Stato attingerà per ripagare i suoi debiti. Rassicurante, no? Da notare inoltre che in questo schema i risparmiatori mettono da parte volontariamente soldi per pagare tasse in un Paese di cui rispettano il diritto delle istituzioni a tassare ed il proprio dovere a pagare le tasse che emergono da un processo di rappresentanza democratica. Questo anche rassicura molti sul fatto che il debito pubblico in quel Paese sia sicuro.

Ovviamente questo debito sarebbe percepito come meno sicuro in presenza di cittadini meno oculati che, non prevedendo che domani lo Stato indebitato busserà per tassare, oggi si sentono più ricchi e spendono. E forse domani si troveranno con meno risorse a disposizione per pagare, a sorpresa visto che sono stati imprevidenti, le tasse che servono allo Stato per il debito da rimborsare. A quel punto, tuttavia, con più probabilità potrebbero protestare, evadere, lasciare il Paese pur di non essere tassati e vedersi prelevare risorse che non programmavano di restituire: in questo caso lo stesso debito pubblico potrebbe dirsi meno sicuro proprio perché il Paese non ha risparmiato privatamente a sufficienza.

La mia impressione è sempre stata quella che in effetti gli italiani hanno spesso risparmiato molto (e con lungimiranza) per far trovare le loro future generazioni con sufficienti risorse per ripagare i debiti contratti nel passato: se così fosse, è cosa giusta tenere conto nell’Europa ottusa dell’austerità del debito al netto della ricchezza finanziaria privata e lasciar perdere quelle idiotiche manovre fiscali di rientro dal debito in un momento di così grande difficoltà per il Paese.  

Spiegazione 2. Quella di Giavazzi.

Tuttavia non credo proprio che un debito pubblico con tanti risparmi e ricchezze privati sia da considerarsi sicuro, contrariamente a quanto sembra pensare Giavazzi, solo perché uno Stato può attingere forzosamente (e non sulla base di uno schema volontario o politicamente accettato) agli (ampi) risparmi dei cittadini, evitando di spendere esso stesso (magari per salvare delle banche) e/o per tassare di meno. Per due ordini di motivi. Primo, perché in un Paese del genere nessuno vorrebbe investire nei suoi mercati finanziari (tantomeno in quelli dei titoli pubblici), tanta sarebbe la paura di perdite di ricchezza a causa della tassazione coatta di questa ad ogni occasione propizia. Secondo (e questo ha più a che vedere con il metodo con cui è stata gestita la crisi del salvataggio bancario in essere) va ricordato che se quel risparmio privato è stato accumulato in maniera non speculativa e il risparmiatore è stato piuttosto ingannato anche a causa della carenza di vigilanza e regolazione su mercati che dovrebbero vederle presenti, si potrebbero creare sacche “politiche” di sfiducia all’interno di quel Paese, che renderebbe più rischioso lo stesso debito pubblico. Infatti, cittadini sentitisi defraudati da privatizzazioni inique del rischio potrebbero, in un Paese del genere – un Paese cioè privato dalla presenza dello Stato come prestatore di ultima istanza verso chi ha sofferto una perdita ingiusta – opporsi a pagare le tasse oppure aderire a partiti populisti, fenomeni che renderebbero il nostro debito pubblico più insicuro.

Prendendo spunto dalla parole di Giavazzi, ma rovesciandole: se ci si indigna perché qualcuno pensa di usare il debito pubblico per salvare quattro banche, in tal modo evitando che vengano tassati cittadini ingannati da regolatori inefficienti, la si smetta di dire all’Europa che quello che conta è la ricchezza netta del Paese e che il nostro debito pubblico è sicuro. Che poi è quello a cui in fondo in fondo crede Giavazzi, nemico giurato (a torto come abbiamo visto sopra) di un ruolo utile e non rischioso per il debito pubblico italiano, specie durante i momenti di crisi.  

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Renzi e Europa: l’anno che verrà (speriamo diverso)

Le risposte al Foglio di oggi.

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“Attaccare” l’Unione europea ci conviene o no? Assumere un atteggiamento apertamente critico delle scelte di Berlino, come accaduto negli ultimi giorni ad opera del governo Renzi, è una strategia potenzialmente vincente? A che condizioni?

Intanto mettiamo agli atti il tempo perso da questo Governo in una strategia, quella di ingraziarsi Germania ed Europa, che non ha portato alcun vero beneficio. L’austerità cosiddetta flessibile sottoscritta ed esaltata da Renzi è stata e continua a essere un disastro, per un Paese che cresce metà della media dell’area euro e che deve la sua ripresina a fattori esterni come il cambio, i tassi d’interesse, il prezzo del petrolio. Durante la crisi greca il Governo italiano poteva essere l’ago della bilancia mostrandosi più solidale, il che avrebbe cambiato i connotati europei in meglio: altra occasione buttata al vento con un atteggiamento supino verso i tedeschi.

Se questo nuovo atteggiamento non è figlio di una maggiore visione strategica e comprensione degli errori di questa costruzione europea e dei ritardi cronici italiani, ma solo di un posizionamento tattico per limitare la crescita dei movimenti di opposizione, Renzi perderà due volte: sarà ancora meno credibile in Europa (“i soliti italiani”) e non guadagnerà consensi in Italia (“too little too late, Mr. Renzi”).

Unione bancaria, flessibilità fiscale, superamento del Fiscal compact, politica energetica, immigrazione o ancora dell’altro: può indicare una o due priorità che secondo lei il governo Renzi dovrebbe fare proprie in Europa nel 2016?

E’ evidente che il Fiscal Compact è il nemico esterno che Renzi deve finalmente combattere mostrando quel coraggio che finora non ha avuto. Per farlo deve avere alleati robusti. Gli suggerisco, vista l’ipocrisia francese nel prendere di petto i tedeschi, di farlo approfittando dell’occasione propizia del referendum britannico sull’uscita dall’Unione. I britannici (e Cameron che li rappresenta) sono sempre stati pragmatici e hanno una visione realistica di cosa vada fatto per far ripartire il motore economico europeo: l’Italia ci si allei immediatamente, sostenendone la proposta di riforma dell’Unione.

Ma è anche ovvio che Renzi debba mostrarsi più credibile, per evitare la spiacevole etichetta di “opportunista” che gli si sta cucendo addosso. E anche qui basterà imparare dai britannici quali siano le riforme che contano e farle proprie: la spending review è la più ovvia. Fino a quando – come ha fatto Renzi sinora – continueremo a sprecare risorse tagliando gli investimenti pubblici invece degli sprechi, saremo destinati a contare nulla sullo scacchiere europeo e globale, relegati alla serie B della geopolitica.

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Investimenti e Frugalità: il Paese al bivio tra sviluppo e declino

Dei dati Istat recentemente pubblicati due cose da ricordare: 1) la crisi nazionale crescente, dimostrata dal fatto che il PIL dell’area euro cresce del doppio del nostro, 1,6% contro lo 0,8%, e 2) la più forte delle determinanti di questo nostro ritardo: gli investimenti delle nostre imprese, cha calano ancora, dello 0,4%.

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Perché le nostre imprese non investono più, è evidente, è una combinazione perversa dei due mali che ci affliggono: il pessimismo endemico dovuto alla carenza di domanda interna nel Paese, causato dall’austerità europea imposta all’Italia, e la mancanza di riforme nella Pubblica Amministrazione. Il primo porta le imprese a non sostenere scommesse di investimento visto che sono costi certi da sostenere oggi a fronte di ricavi futuri altamente incerti per carenza di clienti potenziali; la seconda rende costosissimo operare in Italia e fa prediligere la stasi in attesa di tempi migliori o la delocalizzazione.

A questa carenza di investimenti privati ovviamente si aggiunge quella di investimenti pubblici. Anch’essa causata dall’austerità europea, ovviamente, con le sue restrizioni a perseverare nei tagli di spesa pubblica. Ma anche dalla carenza di riforme nella P.A., che porta l’Europa a non credere che eventuali investimenti pubblici in Italia genererebbero vera produzione, ma piuttosto fantomatiche cattedrali nel deserto.

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C’è chi dice che questa è l’unica differenza con l’età d’oro della ricostruzione post-bellica, caratterizzata da altissimi investimenti, privati e pubblici. Perché, ancora si dice, l’andamento dei risparmi allora ed oggi pare identico: alto negli anni 60, alto oggi con abbondante liquidità tesaurizzata.

Così non è. I risparmi di oggi si legano ad una motivazione chiarissima: la paura. Paura del domani, che ci affligge tutti, pervasi di pessimismo. E che porta, altra faccia della stessa medaglia, le imprese e le banche a non usare tale abbondante liquidità disponibile per investire, ognuna di queste due controparti timorosa del fallimento potenziale che ne deriverebbe in caso di evento negativo.

I risparmi di allora, invece, quelli della generazione dei miei nonni, si legavano a tutt’altra motivazione, con radici ben più forti: quelle della frugalità, virtù capace di generare frutti abbondanti. Frugalità che, nel clima pieno di ottimismo di allora, in un circolo virtuoso mai più ripetuto, andavano a sostenere il finanziamento, da parte delle banche, di progetti di imprese piene di speranze per un futuro non più reso plumbeo dal tuono della guerra.

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Se così è, se la nostra epoca differisce radicalmente (ed in peggio) da quella post-bellica per l’andamento degli investimenti e per la motivazione sottostante all’atto del risparmio, bisogna interrogarsi sulle cause prime di questa diversità, così da riavviare la speranza e la crescita con le politiche più giuste.

Qualcuno potrebbe sostenere che questa diversità si spiega con l’atteggiamento che le due diverse generazioni hanno mostrato verso l’importanza del futuro relativamente al presente. Una generazione, quella del dopoguerra, lungimirante, frugale e dinamica non solo perché ottimista ma anche perché desiderosa di lasciare un dono a chi sarebbe venuto dopo di essa. Un altruismo intergenerazionale sparito oggi, miopi come siamo, non solo perché pessimisti sul futuro ma perché occupati dal consumo superfluo volto a soddisfare bisogni immediati.

Se così fosse, se ci trovassimo davvero di fronte ad un mutamento “etico” della nostra società, ad un suo disinteresse per le generazioni future, a poco servirebbero politiche che cerchino di modificare questo stato di cose. Anche perché i nostri politici non sarebbero spinti a ciò da nessuna parte di una società addormentata ed egoista.

Ma forse non è così. Forse quello a cui assistiamo oggi nei mercati privati, l’assenza di investimenti da parte delle imprese e l’abbondante risparmio non frugale e intriso di paura da parte delle famiglie, non è che il frutto indotto da politiche pubbliche sbagliate che possono invece essere sovvertite, avviando il ciclo virtuoso della ricostruzione di cui sentiamo tanto la mancanza.

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Non c’è dubbio che la carenza di investimenti pubblici, richiesta dall’Europa e dalla sua austerità e accettata dai nostri Governi succedutisi in quest’ultimo lustro, abbiano avuto un impatto deprimente sulla volontà di investire delle nostre imprese.  Devo a Innocenzo Cipolletta la felice coniazione del termine “privatizzazione del rischio” come fenomeno strutturale di questi ultimi anni, capace di modificare le aspettative degli operatori, in peggio.

Ci sono molti modi di vedere questa privatizzazione del rischio avvenuta, ma per me l’esempio più rilevante rimane quello dell’austerità in recessione, voluto da questa ottusa Europa, che lancia un messaggio devastante là fuori agli operatori: quando le cose vanno male, per qualsiasi motivo, non contate più sulla “manona pubblica” che interviene per ridare fiducia, pompando domanda nel sistema economico e arrestando l’emorragia sui mercati del lavoro. Quanto fatto con ingenti investimenti pubblici da Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione, in effetti, non fece che ammontare ad un gigantesco programma di assicurazione pubblica di fronte a un grave shock negativo. E’ evidente l’impatto positivo che una tale azione può avere sul singolo individuo che, se lasciato da solo ad affrontare il mare di incertezza negativa circostante, si tira indietro e abbandona il campo da gioco.

Ma l’impatto degli investimenti pubblici non si limita solo alla virtuosa pubblicizzazione del rischio in casi di crisi. Molto ha a che vedere anche con il tipo di investimento che si effettua: perché non tutto è New Deal, gli investimenti pubblici che andavano bene per la crisi degli anni Trenta non sono gli stessi che servono alla nostra epoca, quasi un secolo dopo.

Devo a Mario Baldassarri la felice intuizione di aver notato come viviamo in una società che genera una mole mostruosa di informazione, ma non di conoscenza. In realtà la conoscenza maggiore c’è, eccome, ma viene elaborata per la gran parte dentro le mura, o meglio dentro gli elaboratori di multinazionali e distretti industriali dell’informatica.  E’ una conoscenza privata o meglio una privatizzazione della conoscenza, quella a cui assistiamo, spesso diretta a manipolare le preferenze dei consumatori per accelerare la massimizzazione del profitto (basta ascoltare la bella TED talk di Alessandro Acquisti, nostro valente economista in quel di Carnegie Mellon University per comprenderlo). https://www.ted.com/talks/alessandro_acquisti_why_privacy_matters?language=it

Non è conoscenza pubblica, come quella che creammo nel dopoguerra sui banchi delle nostre scuole, alfabetizzando con un massiccio investimento pubblico una e più intere generazioni, alfabetizzando e modernizzando un Paese in grave ritardo e così favorendo la massiccia crescita di investimenti privati da parte di imprese che potevano contare su una forza lavoro formata e abile al lavoro manuale ma anche intellettuale. Oggi, quel settore così critico per le future innovazioni, quello dei Big Data e dell’informatica, dovrebbe essere in parte “pubblicizzato”, fatto cioè divenire fattore di sviluppo della nostra Amministrazione pubblica con investimenti pubblici volti a formare innumerevoli competenze interne, acquisire capacità di elaborazione dei dati e di intervento sulla base di quanto questi dati rivelano sulla realtà circostante (fosse ciò su regolarità empiriche della criminalità mafiosa, dell’evasione fiscale o sui luoghi dove intervenire immediatamente in caso di disastro naturale). Una volta fatto ciò la qualità dell’azione pubblica risulterebbe talmente tanto elevata da stimolare una dose di massiccia di investimenti privati, la cui profittabilità sarebbe supportata dalla modernizzazione del capitale tecnologico a disposizione di tutto il Paese e non solo di una parte di esso. Ad oggi purtroppo risultano pervenuti solo, all’interno della Legge Stabilità 2015, i tagli straordinari ed a casaccio alla spesa per informatica che segnalavo nell’ultimo post.

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Ma la rivoluzione capace di restaurare ottimismo e investimenti deve puntare a una rivoluzione anche nell’altra componente mancante rispetto al paradigma di sviluppo del dopoguerra: la frugalità. Frugalità, lo abbiamo detto, non è sinonimo di risparmio. Devo al mio collega Umberto Morera questo felice suggerimento, che frugalità va intesa non come divieto di spesa quanto come monito a spendere bene, in maniera essenziale, senza sprechi. E che la nostra Pubblica Amministrazione abbia clamorosamente dimenticato nel tempo questa differenza così essenziale, concentrandosi su recessivi risparmi pubblici senza restaurare alcuna forma di frugalità pubblica, di buona spesa pubblica, è quanto di più drammatico si possa immaginare, per il settore privato stesso.

Primo perché senza frugalità pubblica, senza aver dimostrato di saper spendere bene, nessun investimento pubblico addizionale sarà concesso dalla severa Unione europea, e questo, come visto sopra, danneggia le imprese private e la loro voglia di investire. Secondo, perché uno Stato che spende male non sostiene in alcun modo la produttività del suo settore privato, scoraggiando nuovamente gli investimenti.

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Il fil rouge di questi post nel mio blog di questi anni si riassume così. Pretendere e battersi per una nuova frugalità pubblica che genera quei tagli di sprechi che a loro volta sostengono con risorse e fiducia nell’azione pubblica investimenti, pubblici e privati, ripresa e infine sviluppo.

Ma, a futura memoria di un Governo che questo non capisce, per divenire frugali, per spendere bene come lo fecero le passate generazioni, ci vogliono non solo valori ma anche competenze. E, se lo metta in testa questo Governo così comunicativo ma così privo di senso di una direzione, le competenze non si raccolgono come mele cadute da un albero, ma seminando e lavorando un terreno ostile ma potenzialmente fecondo, proteggendo la pianta quando è ancora giovane, recintando tutt’attorno, attendendo infine con pazienza che questa sia forte e fruttuosa. Ci vogliono dunque risorse, tante risorse, per far ripartire la macchina pubblica del XXI secolo in maniera frugale ed efficace. Quelle risorse che permettono di avere un giardiniere competente. Tanti investimenti pubblici per ottenere qualità della macchina pubblica, ecco cosa ci vuole, per ottenere investimenti pubblici di qualità che divengano, infine, investimenti privati e sviluppo pieno e sufficientemente uguale del nostro Paese.

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Il Gosplan del governo liberista ma non liberale sugli acquisti pubblici

uscito su lavoce.info

http://www.lavoce.info/archives/38184/costano-cari-gli-acquisti-centralizzati/#reply-title

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Con la nuova legge di stabilità si stabilisce un grado di centralizzazione degli appalti di beni e servizi presso la Consip (società di proprietà del Ministero dell’Economia) e le nuove centrali d’acquisto regionali finora sconosciuto.

In primis si abolisce la possibilità per le stazioni appaltanti – dal 2017 in poi e per specifiche merceologie di uso ricorrente (energia elettrica, gas, carburanti rete e carburanti extra-rete, combustibili per riscaldamento, telefonia fissa e telefonia mobile) – di poter procedere ad acquisti autonomi anche qualora vi fosse la possibilità di approvvigionarsi per conto proprio a prezzi inferiori. In secundis, gli obblighi d’acquisto centralizzato tramite le convenzioni Consip vengono estesi a tutti gli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale pubblici nonché alle agenzie fiscali. Terzo, gli enti locali avranno da ora in poi l’obbligo per specifici beni e servizi, oltre una certa soglia, di ricorrere a Consip o alle altre “Consip regionali”. Si introduce poi la definizione di “caratteristica essenziale” di un bene o servizio, con la quale si intende forzare un’amministrazione, anche in presenza di differenze delle altre caratteristiche, ad aderire alle convenzioni o di applicare, quale limite massimo per i propri acquisti autonomi, i prezzi di aggiudicazione delle stesse. Per ultimo, le amministrazioni pubbliche che si approvvigionano di beni e servizi informatici vi provvederanno da ora in poi esclusivamente tramite Consip o le “Consip regionali”.

Finalmente? Queste mosse genereranno i risparmi da tempo attesi? La spending review finalmente funzionerà così da rilanciare lo sviluppo del Paese? Ho dubbi rilevanti al riguardo.

Primo, perché la dimensione delle gare d’appalto a causa della centralizzazione aggiuntiva crescerà ulteriormente (basterà ricordare, come ha fatto Cantone, che la dimensione media dei lotti in Italia è cresciuta, dal 2011 al 2014, del 33%, da 600.000 a 800.000 euro), rendendo ancora più difficile la vita a micro, piccole e medie imprese che dalla domanda pubblica dovrebbero invece ottenere commesse che rappresentano ossigeno e occasione di crescita dimensionale. Cosa che avviene negli Usa, dove l’aggregazione è scoraggiata (per farlo bisogna dimostrare risparmi particolarmente consistenti da essa) e si riservano appalti alle piccole imprese. Come avviene in Corea del Sud, dove la centralizzazione non riguarda le gare ma l’informazione: le stazioni appaltanti rimangono infatti autonome, le piccole imprese hanno i loro appalti riservati ma il Primo Ministro ha la possibilità di controllare in tempo reale se vi sono sprechi, dato che tutte le gare si svolgono sulla stessa piattaforma on-line.

Secondo, perché la legge scoraggia le migliori stazioni appaltanti dal darsi da fare per spuntare buone condizioni di prezzo. Leggere per credere: quelle amministrazioni pubbliche locali più virtuose che riescono a fare meglio di Consip (magari perché più vicine alle imprese e quindi con minori costi di trasporto sa subire o magari perché più competenti della pur brava Consip su quella specifica merceologia) saranno obbligate a comprare ai prezzi Consip più alti. Il paradosso è ancora più clamoroso se si pensa che ci apprestiamo ad approvare una nuova Direttiva europea sugli appalti tutta basata sulla fiducia e la maggiore discrezionalità delle stazioni appaltanti. Il disegno di legge invece di assicurarsi che le peggiori imparino a comprare bene si preoccupa che le migliori non comprino a prezzi più bassi! Altro che fiducia e discrezionalità …

Terzo, tutte le proposte governative sono incentrate su tagli lineari a casaccio o a decisioni di spesa che non eliminano gli sprechi: la previsione dei tagli di spesa ai Ministeri, dove si penalizzano di più le amministrazioni che hanno fatto meno ricorso a Consip e non quelle che hanno sprecato di più; la mancanza nel 2016 di tagli alle Regioni, indipendentemente dal fatto che una regione abbia speso meglio o peggio di un’altra; il grave taglio del 50% della spesa annua complessiva di beni e servizi informatici.

Su quest’ultimo punto varrà la pena soffermarsi. Gli investimenti in informatica sono un punto fondamentale ed indispensabile per ottenere risultati rilevanti nella lotta all’evasione e alla criminalità, nella prevenzione sanitaria, nella gestione del rischio idrogeologico ed in generale in tutti gli elementi di gestione di una società moderna e complessa. La spesa informatica va certamente riqualificata, riducendo gli sprechi: ad esempio, il consolidamento dei centri di calcolo consentirebbe risparmi significativi in termini di investimenti, personale e costi di gestione. Ma si tratta di un progetto complesso che va gestito con professionalità e che esso stesso necessita di investimenti.

Questi due articoli della legge di stabilità, che non stanziano risorse per rafforzare le professionalità delle stazioni appaltanti – opera decisiva – ma che distruggono il tessuto delle piccole imprese e riducono la spesa senza tagliare gli sprechi è quanto di peggio si poteva immaginare per la ripresa e lo sviluppo del Paese.

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Tanto gentile e non austero pare

Oggi ho letto qualcosa che spiega bene perché l’austerità effettiva di Renzi viene scambiata per politica espansiva dai più.

E’ un comunicato della CRUI – la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – in cui si prende atto della positiva apertura del Governo grazie all’assunzione di 1.500 ricercatori, prevista nel disegno di Legge di stabilità.

Un ottimo esempio dell’(apparente) atteggiamento espansivo e pro-occupazione del Governo.

Ma poche righe dopo, il comunicato CRUI precisa: “il finanziamento complessivo è ancora molto al di sotto della soglia necessaria per ripristinare la competitività internazionale del sistema: si parla di 1.500 ingressi a fronte di 10.000 uscite negli ultimi 8 anni“.

Ecco quindi perché il Governo Renzi è austero ma non sembra: nella sua manovra non c’è scritto che conferma un taglio di 8.500 (10.000-1.500) posti in 8 anni ideato da altri Governi prima di lui. No, c’è scritto che diminuisce il calo dei ricercatori di 1.500 unità. Anzi, che espande di 1.500 le unità. Brillante, non trovate? 

E poco vale sottolineare l’ovvio e cioè che questo Governo avrebbe potuto decidere di non confermare, anzi di rovesciare quella decisione dei governi precedenti e assumere, magari, 20.000 ricercatori e non i soli 1.500. Nel qual caso sarebbe stato sicuramente espansivo.

Tutti concentrati sui 1.500 in più e non sugli 8.500 in meno. Entrambe scelte di un Governo che ha deciso solo di effettuare una minore austerità rispetto ai precedenti, e non certo alcun tipo di espansione. Mettiamocelo bene in testa.

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Non solo austerità: la confusione renziana che uccide la ripresa

I famosi moltiplicatori della spesa pubblica. Quelli che ci dicono di quanto aumenterà il PIL (e con esso l’occupazione) se aumentassimo la spesa pubblica produttiva e quanto diminuirà il PIL (e con esso l’occupazione) se la riducessimo. Quelli che le varie autorità dei paesi occidentali hanno ignorato durante la fase più acuta della crisi per odio ideologico di tutto ciò che è pubblico, commettendo errori mostruosi di valutazione dei danni dell’austerità. Danni che hanno generato disoccupazione e sofferenza, specialmente in quella parte di Europa che più aveva bisogno di ossigeno dalla politica economica. Danni con effetti duraturi che non permettono alle economie, ancora oggi, di riprendersi. Danni non ancora incorporati nella logica austera del Governo Renzi che continua a ridurre il deficit verso il pareggio, malgrado annunci l’opposto sbandierando il vessillo della “lotta all’austera Europa”.

E generando grande confusione nella testa degli operatori. Un amico e bravo giornalista della Stampa, Stefano Lepri, a un mio tweet che indicava come questo Governo rimanga austero perché riduce il deficit, ha replicato: “però penso abbia ragione Prometeia a sospettare che (il deficit) non scenderà, anzi potrebbe risalire”.

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Ora, si dà il caso che le scelte di politica fiscale, e soprattutto la modalità con cui vengono annunciate, giocano un ruolo decisivo nel ridare o meno fiducia a imprese e famiglie nelle loro decisioni di spesa, fossero esse di investimenti o di consumi.

Abbiamo già detto mille volte http://www.gustavopiga.it/2015/89-dellausterita-verra-prima-delle-elezioni/ su questo blog quanto poco facciano, per migliorare le aspettative e ridare ottimismo, annunci di “minore austerità oggi” che però promettono contemporaneamente, per gli anni a venire, manovre ancora più dure per raggiungere ne giro dei soliti 3 o 4 anni il solito equilibrio di bilancio. Di fatto la costruzione del Fiscal Compact, con i suoi piani pluriennali di rientro del deficit – a cui Renzi obbedisce senza se e senza ma, ottenendo briciole di sconti per l’oggi – rendono vani gli sforzi per ricreare un clima di fiducia, cosa a cui anela il nostro Premier.

D’altro canto la fiducia, al di là della questione di annunci incoerenti a livello pluriennale, non si restaura con i tagli di spesa e del deficit (secondo errore di Renzi), che hanno moltiplicatori negativi, ma con l’aumento degli investimenti pubblici, ossia della spesa produttiva.

Ormai gli studi su questo aspetto sono infiniti, con buona pace di Alesina e Giavazzi. L’ultimo in ordine di tempo che ho letto, quello di un bravo dottorando dell’Università di Padova, Juan Manuel Figueres, che immette un’altra bella dimensione nel dibattito sui moltiplicatori. Lavoro che potrebbe essere utile a Renzi, se solo smettesse di usare modelli macroeconomici sbagliati per guidare l’economia italiana. http://economia.unipd.it/sites/decon.unipd.it/files/20150202.pdf

Figueres nel suo lavoro conferma prima di tutto come la spesa pubblica ha moltiplicatori alti (e dunque serve) nelle recessioni ma non nei momenti in cui l’economia già va bene. E va beh, lo sapevamo già. Ma siccome siamo in un momento nero, il messaggio è chiaro ed è bene ribadirlo a chi è duro di comprendonio: fai più spesa produttiva e uscirai dalle secche della crisi. L’opposto di quanto fatto da Renzi, che né riduce gli sprechi né aumenta gli investimenti pubblici.

Ma tramite quale canale? Qui le cose grazie a Figueres si fanno interessanti. Egli mostra come tutto l’impatto positivo generato dalla maggiore spesa pubblica in recessione passa per un effetto “fiducia” su consumi e investimenti privati, che ripartono al mero “annuncio” di un futuro supporto all’economia tramite, appunto, investimenti pubblici. Aumenti a sorpresa della spesa, sostiene ancora il giovane economista, non influenzando le aspettative del settore privato, non hanno praticamente alcun impatto anche se avessero la stessa dimensione dei programmi chiaramente e credibilmente annunciati e ancora da attuare concretamente.

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Nella sostanza cosa dovrebbe capire Renzi da questo lavoro?

Due cose che non vanno fatte ed una che va messa al centro dell’azione di Governo.

Da non fare:

Renzi non dovrebbe andare in televisione e urbi et orbi annunciare che “se ci bocciate questa manovra (austera, anche se meno di prima) noi la ripresentiamo”, perché, siccome è austera, non ridà ottimismo.

Né deve fare quel che dice Prometeia, ripreso dal mio amico Lepri, che da un lato all’Europa dice che fa austerità (minori deficit) ma in realtà alla fine farà sì che il deficit sarà più alto, nascondendo la manina birichina. Perché questo non ha impatto alcuno su ottimismo e voglia di investire e consumare del settore privato, confuso da annunci incoerenti.

Da fare:

Il nostro Premier dovrebbe andare in televisione e dire: “noi per i prossimi cinque anni restiamo con un deficit pari al 3% del PIL, aumentandolo dal livello attuale e in più ridurremo gli inutili sprechi e con quelli ci finanzieremo ancora maggiori investimenti pubblici” e “se voi europei ci bocciate questa nostra moratoria sull’assurdo Fiscal Compact, noi la ripresentiamo”.

Ce la farà a non essere austero o birichino ma un vero leader pieno di fatti concreti e non di mera berlusconiana comunicazione? Bah. A me il tempo pare scaduto.

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Riduzione della spesa da parte di Renzi? Non credibile

Dal mio pezzo su Panorama oggi.

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Sono passati due anni “fiscali” da quando il Governo Renzi si è insediato: ha avuto modo di proporre due documenti di Economia e Finanza in ogni aprile, due note di aggiornamento degli stessi a settembre e ora si prepara a portare alle Camere la seconda legge di stabilità. Il segno concreto e tangibile dell’azione di politica economica non si misura sulle parole ma sugli atti concreti e sono questi documenti che, tra mille difetti, contengono la cifra renziana fino ad oggi.

In tal senso, è ovvio che l’occhio degli esperti corra immediatamente ad analizzare le decisioni di spesa pubblica avvenute finora. Tanto più che per misurare l’impatto effettivo degli annunci, ormai ripetuti quotidianamente, di tagli della tassazione, si deve giocoforza misurarne la loro credibilità. Annunci di tagli della tassazione non credibili, ritenuti da famiglie ed imprenditori irrealistici e/o non sostenibili, sono destinati a non mobilitare consumi e investimenti come sperato. E per essere credibili i tagli delle tasse devono garantire che non verranno abbandonati nel giro di pochi anni, a seguito di un peggioramento delle finanze pubbliche. Ma, a loro volta, per che le finanze pubbliche non s’incartino c’è bisogno che dall’altro lato del libro mastro dei conti pubblici, quello delle spese, vi sia il contributo essenziale del taglio degli sprechi (la spesa cattiva) e del rilancio degli investimenti pubblici (la spesa buona): senza di questi non vi sarà sviluppo a sostenere la domanda di beni e la stabilità dei conti pubblici e il progetto governativo finirà con le gambe all’aria.

Quando si presentò ad aprile del 2014, Renzi, per il triennio 2014-2016 prevedeva un totale della spea pubblica pari a circa 804, 818 e 832 miliardi di euro: in crescita, seppur moderata. Un anno e mezzo dopo, avendo avuto modo di esercitare le leve del comando, il Paese si ritrova con un livello si spesa per quei tre anni pari rispettivamente a 826, 831 e 840 miliardi. Maggiore? Eccome, tanto più se si considera che quando iniziò il Governo prevedeva una spesa per interessi di 82, 82 e 85 miliardi e quella realizzatasi grazie all’aiuto di Draghi è stata ben inferiore: di 75, 70 e 71 miliardi. Il resto della spesa, insomma ha sforato di circa 20 miliardi ogni anno rispetto agli annunci di inizio mandato. Non un bel modo di garantirsi una forte dose di credibilità come tagliatore di spesa: è probabile che gli operatori privati guardando a questa performance si chiedano quanto valga la pena scommettere su strategie di diminuzione della pressione fiscale che nel giro di poco tempo rischiano di essere smentite.

Ma non è solo questione di diminuire gli sprechi. C’è anche bisogno di fare più investimenti pubblici. E anche qui le cose mostrano come il Governo Renzi non abbia saputo prendere in mano le redini del Paese: per ammissione dello stessa relazione di aggiornamento al DEF appena uscito, “gli investimenti pubblici nel 2014 sono calati del 6,9%”, toccando un minimo storico clamoroso.

E’ possibile ridurre gli sprechi e spendere di più, mi direte? Certo che sì, sotto una specifica ed irrinunciabile condizione, utilizzata da tutto il mondo avanzato: la c.d. spending review. Che non è taglio della spesa a casaccio, come è stato interpretato malamente in questi anni in Italia, ma paziente e certosino lavoro volto da un lato, appunto, a diminuire la spesa cattiva (anche chiamati sprechi, che non generano produzione e valore ma solo un trasferimento dai malcapitati contribuenti a qualche imprenditore e burocrate che si arricchiscono impropriamente) e ad aumentare quella buona o quella ritenuta strategica: basti vedere l’esperienza britannica al riguardo che ha deciso di scommettere su istruzione e sanità. L’Italia si divide invece tra due partiti dell’ossimoro: quelli che credono che la “spesa buona” non esista, liberisti ad oltranza che chiedono che il settore privato faccia le cose che non sa evidentemente fare la Pubblica Amministrazione, e quelli che credono che sia la “spesa cattiva” a non esistere, collettivisti ad oltranza che accettano a malincuore (anche se non lo confesseranno mai) l’esistenza del settore privato. In realtà a studiare le realtà occidentali che funzionano, scopriremmo che 1) privato e pubblico vanno inevitabilmente a braccetto e 2) che anche realtà con livelli molto diversi di presenza del settore pubblico, come i paesi anglosassoni e i paesi scandinavi, sono accomunate da una caratteristica evidente: i loro settori pubblici sanno spendere decisamente bene i soldi dei contribuenti. Cosa che noi assolutamente non sappiamo fare, ultimo governo incluso. Come mai?

A studiare la fonte degli sprechi si finirebbe per scoprire che sono spesso più dovuti ad incompetenza che a corruzione, e che comunque le due cose vanno a braccetto: dove c’è incompetenza la corruzione vince facile, dove c’è corruzione non vi è interesse a diventare competenti. E quindi? Quindi bisogna spendere per risparmiare, questo sì un vero ossimoro, spendere per dotarsi di stazioni appaltanti competenti e professionalizzate (ma qual è quel bravo acquirente così masochista da lavorare per il pubblico quando il privato paga tre volte tanto?), spendere per pagare ricecatori universitari bravi così da generare conoscenza e sviluppo (ci siamo mai chiesti perché i nostri giovani più bravi vanno a lavorare nelle università d’oltre frontiera e non tornano, anche se lo desiderebbero ardentemente?). Una volta che si impara a spendere bene è facile, molto facile, tagliare la spesa cattiva.

Ma i numeri del Governo Renzi descritti sopra e la percezione che la spending review non sia una priorità di questo Governo lasciano intendere che il percorso scelto rimane quello di tagli a casaccio, spesso nocivi per il Paese, dettati dall’emergenza di soddisfare gli assolutamente ottusi rilievi europei, anch’essi indifferenti alla qualità della spesa e esclusivamente concentrati a raggiungere obiettivi di bilancio che, a causa della mancata crescita che queste regole generano, non vengono mai raggiunti.

Aspettiamo conun ansia un segno d’inversioen di tendenza: dalla vera spending review passa l’unica vera ripresa economica del Paese, non quella sospinta da Draghi e dal commercio mondiale che merito italiano certo non è.

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La trasparenza che fa male alle PMI

Ci sono un numero non piccolo di obiezioni da portare al disegno di legge delega sul recepimento della nuova Direttiva sugli appalti or ora approvato alla Camera, e magari ne parleremo in un altro post.

Ora è tempo di congratularsi col lavoro della Commissione, e dell’On. Raffaella Mariani in particolare, per avere mandato in soffitta l’anacronistica richiesta, proposta dal Senato, di “prevedere in ogni caso la pubblicazione degli … avvisi e bandi in non più di due quotidiani nazionali e in non più di due quotidiani locali, con spese a carico del vincitore della gara“.

In Portogallo ogni gara, in qualsiasi momento della sua fase, è gestita informaticamente, senza alcun passaggio cartaceo. Semplice anticipo temporale della Direttiva europea che ci chiede di adeguarci e essere come loro nel giro di pochi anni. E non sembra che vi sia meno trasparenza delle gare, anzi.

Ma in Italia non riusciamo nemmeno a far passare la fase più semplice, quella della pubblicazione del bando. Eh già, perché la decisione della Commissione alla Camera è stata così accolta dal Presidente della Commissione Ambiente Realacci: “presenterò un emendamento alla Camera già lunedì, perché credo che i bandi degli appalti debbano essere descritti e pubblicati sui giornali. È una bella misura di trasparenza che va reintrodotta (con) una norma che garantisca la piena legalità delle gare. Preciso che non costerà un solo euro alle tasche dei contribuenti perché le spese ricadranno, come già in passato, quando la cosa è stata applicata efficacemente, sulle società vincitrici dell’appalto“.

Ma va. Un costo che non passa sui contribuenti? E secondo Realacci cosa faranno le imprese tartassate una volta che verrà reintrodotto questo costo addizionale? Non lo scaricheranno per caso sul prezzo in gara d’appalto così che alla fine lo pagherà proprio il contribuente? E non ha pensato Realacci che la sua misura è l’ennesimo costo fisso che pesa più sulle piccole imprese che sulle grandi?

Non è solo questione di sussidiare coi soldi dei contribuenti l’industria dell’editoria, misura politica su cui il Parlamento può certo ragionare ma senza gettare nebbia sulle ragioni vere della proposta, è dunque anche questione di scoraggiare partecipazione e crescita delle imprese.

Personalmente spero che Realacci perda la sua battaglia e che cerchi, se lo ritiene utile, di aiutare l’editoria con misure meno distorsive.