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The European Index of Fiscal Folly

To be effective in containing budgetary imbalances, fiscal rules need to be equipped with appropriate characteristics within the institutional framework of budgetary policy: whether a fiscal rule will be respected or not depends to a large extent on its institutional features. To capture the influence of these features, DG ECFIN has constructed an index of strength of fiscal rules, using information on (i) the statutory base of the rule, (ii) room for setting or revising its objectives, (iii) the body in charge of monitoring respect and enforcement of the rule, (iv) the enforcement mechanisms relating to the rule, and (v) the media visibility of the rule.

http://ec.europa.eu/economy_finance/db_indicators/fiscal_governance/fiscal_rules/index_en.htm

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At a moment when Europe is putting finally its head out of the sand and the private sector is pondering whether to re-enter the economy, at a moment in which euro devaluation, oil prices and interest rates decline are making the investment risk of some firms more palatable, it is quintessential that economic policy does not spoil this timid and very shy European recovery.

It has happened before. In 2010, as you can see from the graph, both the US and Europe – also thanks to a mild and not restrictive fiscal policy stance – were showing the same signs of pick-up. What happened after that in 2011 is a history we all know but that it is worth re-playing for the sake of the reader: the US blossomed, the euro are exploded in a second devastating recession, where firms backtracked and gave up on investing, scared away. By what? A crazy constitutional invention, the Fiscal Compact, which affected deeply continental expectations, for the worse. By asking all European governments to implement fiscal restrictions (higher taxes, lower spending no matter what the content of the spending) for several years ahead, consumers and firms understood that the signal governments were sending was one and one alone: “you are on your own, good luck, son!”. The graph clearly shows how a crisis US-driven starting in 2011 soon became a solid exclusive European madness.

Today we cannot afford to do the mistake twice. Europe cannot ask its member States to engage in additional fiscal restrictions at this critical juncture: it would imply a second and perhaps final collapse of the euro project, with social unrest driving the dominant political will in some key countries toward abandonment of the joint project for lack of hope.

The index of fiscal strength elaborated by the European Commission shows clearly what we have experienced in the past few years, the worse years of a self-made recession: the absurd increase of all indicators of fiscal retrenchment. They should have remained stable or declined, to help economies survive with some oxygen from the public sector but as you can see institutional restrictions madly accelerated, preventing internal demand in each country to support oneself and other member states  recovery.April is the time when each government of the European Union presents its plans for the four years to come in terms of fiscal policy. It is quintessential that the fiscal stance becomes at least neutral, preventing further deficit reductions everywhere. It is quintessential that Greece is allowed to see its plans for social spending for the poorest implemented fully.

If our small leaders do not show the courage that Greek leaders have had in representing their electorate ‘s suffering, no QE and no reform will save our European construction from its final geopolitical demise.

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Benvenuti all’Isola delle Sirene (Famose)

Gli economisti, o alcuni di loro, non imparano mai dal passato. Le economie, loro invece, le ripetizioni del passato le rivivono spesso in maniera identica, riaprendo cicatrici profonde che finiscono per non rimarginarsi mai. Impareremo mai dal passato per evitare il ripetersi di errori marchiani e dall’impatto devastante?

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Ricorderete tutti la storia di questo lustro appena trascorso. Mentre gli Stati Uniti, che la crisi finanziaria avevano avviato trasmettendola a tutto il mondo come un virus, nel 2011 avviavano la loro ripresa grazie ad un mix (non sempre sapiente) di politiche monetarie e fiscali espansive, noi europei affondavamo, proprio in quell’anno, dando vita ad una seconda recessione che ha distrutto posti di lavoro, aumentato le ineguaglianze, messo a rischio la costruzione europea.

La ragione la conoscete: proprio quando gli imprenditori del Vecchio Continente cominciavano a rialzare il capo timidamente immaginando di riprendere gli investimenti i leader politici dell’euro decidevano di inventarsi la macchina infernale del pilota automatico chiamato Fiscal Compact, che richiedeva aumenti di tasse e riduzioni a casaccio di spese per cercare (inutilmente, ovviamente) di ridurre il debito pubblico sul PIL. Senza paracadute, senza la sicurezza che la ripresa sarebbe stata sostenuta dalla presenza della manona pubblica, come invece è percolato nelle aspettative statunitensi, decisero di ritirarsi come un gregge, smettendo di investire  e generando appunto la seconda recessione consecutiva del decennio. Vedere i dati per credere.

Oggi ci troviamo in una situazione identica, o quasi, a quella di allora. Grazie ad una politica monetaria finalmente più sapiente siamo forse riusciti ad evitare la quarta recessione consecutiva (notate che l’Italia crescerà nel 2015 dello 0,6%, quanto Padoan prevedeva a novembre nella legge di stabilità prima del QE di Draghi: senza quest’ultimo saremmo dunque stati in realtà a parlare oggi di valori nuovamente negativi della crescita). Ma l’economia è fragilissima e gli imprenditori sono ancora scossi dal trauma di due stop consecutivi: non dobbiamo ripetere l’errore del passato. Dobbiamo fermare la macchina dell’austerità ora, esattamente con la stessa determinazione con cui si muove la Grecia, con la stessa semi-grandeur francese, con la stessa furbizia spagnola.

Padoan è in questi momenti alle prese con il vero ed unico documento rilevante ai fini della politica economica (non è certo la Legge di Stabilità, che arriva quando i giochi sono fatti): il Documento di Economia e Finanza, da presentare ad aprile. E parrebbe dai giornali che stia già pensando a dove trovare le risorse per far quadrare gli inquadrabili conti italo-europei, le astruse ed ottuse richieste dell’Europa masochista e sadica che stanno mettendo in ginocchio un intero progetto di sviluppo in comune.

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Lo intuiscono i nostri amici Alesina e Giavazzi che si lanciano immediatamente ad avvertire Renzi (su cui pare abbiano un qualche ascendente) dalle pagine del Corriere della Sera su cosa scrivere all’interno del DEF.

http://www.corriere.it/cultura/15_marzo_22/fate-prima-legge-stabilita-96379086-d064-11e4-a378-5a688298cb88.shtml

Se Renzi dovesse cedere ai canti di queste due sirene il naviglio Italia si sfrangerà drammaticamente sugli scogli, interrompendo definitivamente il viaggio ambizioso verso l’ignoto dell’Europa dell’euro.

Le 2 sirene partono dall’evidenza che la spesa pubblica è pressoché stabile nel suo complesso per dichiarare il fallimento della stagione dei tagli mai partiti e rilanciare, chiedendo finalmente che questi avvengano.

Follia. Le 2 sirene sanno bene che se il totale della spesa è rimasto pressoché costante è perché, a fronte di un continuo ed inesorabile aumento dei trasferimenti dovuti alle pensioni (valore che non incide contabilmente sul PIL, è solo redistribuzione tra cittadini), la costanza della spesa totale si è avuta con un calo drastico (nominale ed ancora più drammatico reale) di tutta la spesa corrente e capitale del Paese. Dal 2012 al 2015, recita la Nota di Aggiornamento del DEF, la spesa totale per stipendi, consumi intermedi e spese in conto capitale scende (in valore monetario!) di 4 miliardi (in un periodo di inflazione!) mentre sale di 20 miliardi quella per pensioni.

Bene direte voi? Assolutamente no. Essendo tali tagli di spesa avvenuti a casaccio, linearmente, senza trovare quella parte di loro che veri sprechi erano (dovuti a corruzione, collusione o incompetenza), il PIL e l’occupazione sono crollati: in ogni documento della BCE e della Banca d’Italia (non proprio dei templari dell’anti austerità) si legge che la domanda interna è rimasta debole a causa della riduzione della domanda pubblica (che è, ripetiamolo, la spesa non per pensioni: stipendi, acquisti di beni e servizi e lavori pubblici, che soli rappresentano domanda vera per le imprese, oltre all’export al di fuori dell’area euro grazie alla svalutazione).

Le nostre sirene continuano ad affermare che bisogna ridurre “subito” la spesa per evitare l’aumento della tassazione, tramite l’Iva. Nel dire questo non mettono in dubbio la bontà di tale schema proveniente dall’ottusa Europa. Invece di dire “no all’aumento delle tasse, no al taglio a casaccio della spesa” cantano al prode timoniere le virtù di meno tasse e tagli a casaccio (“subito”) pur di soddisfare le richieste del Fiscal Compact. Solo pochi mesi fa si erano temporaneamente alleati al coro del “fermiamo la riduzione del deficit”, ma ora probabilmente pensano – erroneamente – che basterà Draghi a togliere le castagne dal fuoco.

E perseverano.

La ricetta è chiara: tagliare le spese, innanzitutto per evitare un aumento dell’Iva e poi per poter ridurre stabilmente le aliquote fiscali. Ma i tempi sono cruciali. È in atto una timida ripresa dell’attività economica, per ora sostenuta soprattutto dalla domanda di esportazioni grazie alla svalutazione dell’euro. Il momento per agire è oggi….  E il solo modo per farlo credibilmente è tagliando la spesa.”

Peccato che la ricetta ha fallito ovunque ed è la causa dei nostri mali: il taglio a casaccio della spesa è quello che mostra i moltiplicatori recessivi più ampi per l’economia italiana, e le nostre 2 sirene lo sanno bene.

Lo sanno tanto bene che poi accennano a quale sia la vera soluzione: “ridurre gli sprechi ed evitare la corruzione negli appalti pubblici è importante ma non basta se l’obiettivo è una riduzione della pressione fiscale di cui famiglie e imprese si accorgano”. Già, ridurre gli sprechi (cosa che richiede tempo e professionalità e che il Governo Renzi continua a rinviare) non basta e non si può fare perché ci si mette troppo tempo, bisogna fare tagli a casaccio.

E così abbiamo finalmente teorizzato il nuovo modello A&G. Benvenuti all’isola delle sirene: non bastava quella dei famosi.

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Mind the E: Renzi cambi bene il MinistEro

L’occasione fornita dalle dimissioni del Ministro Lupi è ghiotta come non mai. Nei prossimi giorni Renzi avrà infatti il modo di effettuare una mossa decisiva per il futuro benessere del Paese. No, non avete capito, non è quella di cambiare il Ministro delle Infrastrutture. E’ cambiare, radicalmente, il MinistEro.

E farne, cambiandone nome e connotati, finalmente, quello che tutto il mondo è impegnato a fare per rilanciare la competitività del proprio sistema Paese: un vero, solido, significativo Ministero della Qualità della Spesa. Lasciando il controllo della Quantità della spesa (e vincolando i due Ministeri ad attuare un attento coordinamento tra di loro) al Ministero dell’Economia e Finanze di Via XX Settembre.

Al Ministero della Qualità della Spesa spetterà l’arduo compito di … ?

Beh è semplice: di gestire tutto quello che riguarda quella incredibilmente importante galassia, finora ignorata, degli appalti di beni, servizi e lavori che occupa addirittura il 16% del valore aggiunto che viene creato ogni anno in Italia, fattore di spreco o rilancio a seconda di come viene gestito. Sconvolgente che un Paese come il nostro non abbia mai pensato a gestirlo, vero?

I suoi compiti? Sfidanti ma essenziali.

Primo, urgentissimo. Far recepire immediatamente la nuova Direttiva europea sugli appalti come ha già fatto da qualche settimana fa il Regno Unito, senza alcun fronzolo ulteriore, frutto di sudditanza e dibattiti infiniti con le varie lobby: fare un rapido copia ed incolla del testo europeo, evitando di metterci tre anni e passa come nel caso del recepimento della precedente direttiva. Una scelta di questo tipo avrebbe non solo il pregio della trasparenza ma anche della susseguente stabilità del quadro normativo, essenziale per gli operatori: sarebbe infatti impossibile a quel punto apportare nei prossimi anni modifiche (finora infinite se guardiamo ai precedenti testi legislativi) vista l’autorità della fonte normativa, quella europea.

Secondo, accelerare, ultimare ed avviare il tavolo degli aggregatori delle commesse di beni e servizi, coordinandone le riunioni e fissando le direttive per l’approccio che queste (Consip, le Consip regionali e metropolitane) dovranno seguire quando appaltano. Cosa comprare (quanto “verde”  e quanta “innovazione” immettere negli acquisti pubblici non può certamente essere demandato alle Consip, mere stazioni appaltanti), da chi comprare (imprese con disoccupati? Imprese con portatori di handicap?) per dar seguito alle raccomandazioni europee, dove investire i risparmi derivanti dalla spending review (quali infrastrutture, quali manutenzioni, quali acquisti strategici).

Terzo, avviare immediatamente e gestire un database di tutti i contratti pubblici, centralizzando su una sola piattaforma (non le gare, cosa che ucciderebbe le piccole imprese) la fornitura obbligatoria da parte delle stazioni appaltanti di ogni dato rilevante per stabilire la tipologia di gara, permettendone il confronto con gare analoghe, ed il suo esito finale. A valle di ciò coordinarsi con Autorità Anticorruzione, Direzione Antimafia e Autorità Antitrust per i controlli a campione sulla base dei dati ricevuti ,facendo uso della Guardia di Finanza e di altre unità specializzate delle Forze Armate.

Quarto, monitorare come fa negli Stati Uniti d’America la Small Business Administration, la stesura dei capitolati delle più importanti stazioni appaltanti per verificare che tali gare non siano discriminatorie rispetto alle capacità delle piccole imprese. In ognuna di queste stazioni appaltanti (compresa ovviamente Consip) verranno “stazionati” rappresentanti esperti delle Confederazioni delle PMI che riportano direttamente al nuovo Ministero le proprie considerazioni in caso di mancato accordo sulle modifiche richieste.

Quinto, la creazione di un Fondo speciale del 10% dei risparmi generati dalla spending review, 2 miliardi l’anno circa, dedicati all’assunzione di 20.000 funzionari di carriera esperti di appalti, certificati, ammessi con concorso pubblico basato sulle loro competenze nel campo degli acquisti pubblici. A tali professionisti selezionati, dipendenti del nuovo Ministero, verrà permesso di svolgere una carriera professionalizzante come quella dei diplomatici e dei magistrati in cui la progressione di carriera sarà determinata dal raggiungimento di competenze e risultati all’interno delle stazioni appaltanti locali dove saranno destinati.

Se Renzi riuscirà ad annunciare questa rivoluzione organizzativa avrà la nostra completa ammirazione perché sarà riuscito finalmente a centrare la madre di tutte le riforme, ridando qualità alla nostra spesa pubblica e dunque competitività al nostro sistema economico, oltre che fiducia nella macchina amministrativa.

Tutto il resto è vecchia politica da rottamare.

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Bravi noi italiani se il Paese puzza di meno

Caro Gustavo,

ci sentiamo veramente poco. Ho sentito la notizia di Incalza, che sarebbe stato il grande manovratore alle spalle di ben 7 ministri. Lo sapevamo tutti. Leggi un librettino “Ecomafia” di Antonio Cianciullo (è del 1995, ma nella parte finale parla anche di Incalza). Se la caverà con un niente di fatto. Come tutti gli altri. Ho scoperto per caso che i contractors scelgono/nominano le direzioni lavori. Qui siamo a livello di corruzione brutale e banale che incrementa i costi del millanta per cento!! Chi sono i  geni del male che hanno costruito tante architetture mirabili dove davvero la corruzione è incentivata al massimo? Direi che converrebbe chiudere subito tutti i cantieri, finché non si riesce (se è ancora possibile) a regolamentare/limitare tante oscenità. Ma non ho più voglia. Altro che whistleblowers!! In Italia ormai si tratterebbe di parlare a un mondo di sordi!! Che schifoooooooooo

Tuo, G.

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Capisco il mio amico G. Eppure gli ho risposto che in questa ennesima vicenda degli appalti pubblici (che questo autore di blog ritiene essere cruciale per la rinascita del Paese, e non solo quando esplodono gli scandali) c’è un elemento di forte ottimismo che deve far ben sperare per il futuro del Paese.

Ricordo ancora quando pochi anni fa si paragonavano gli esempi “virtuosi” di altri Paesi europei – dove chi errava, tra coloro con responsabilità politica, si dimetteva immediatamente - con quelli italici di resistenza ad assumersi le proprie, appunto, responsabilità.

Oggi, quasi nessuno lo nota, l’Italia è tra quei Paesi europei virtuosi dove comportamenti non corretti (non necessariamente contro la legge) non sono automaticamente digeriti e dimenticati. Anzi, è un Paese dove un Ministro sente l’urgenza, ancor prima del dovere, di dimettersi.

Il Paese – e chi lo governa certamente ha fiutato bene i suoi umori – non tollera più certi comportamenti, fino a pochi anni fa tollerati.

Che sia chiaro: non sto parlando dell’eventuale opportunismo politico e del “due pesi e due misure” di Renzi, questione irrilevante nell’ambito del mio ragionamento. Sto parlando di cosa il Paese ha chiesto ed ottenuto da Renzi, sto parlando di cosa il Paese ha chiesto ed ottenuto da Lupi.

Un Paese che cresce, pian piano, ma cresce. Avanti così.

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Gli eroi della lotta contro la corruzione, in memoria di Giorgio Ambrosoli

Ieri eravamo a Pistoia, con i Viaggiatori in Movimento, dove abbiamo assistito alla proiezione del film di Michele Placido  “Un eroe borghese”, tratto dal libro di Corrado Stajano. Dopo di essa è arrivata la signora Annalori, moglie dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso nel  1979  di fronte alla sua abitazione a colpi di pistola di un sicario ingaggiato dal banchiere Michele Sindona, le cui banche erano state poste in liquidazione dal Commissario nominato dalla Banca d’Italia, Giorgio Ambrosoli appunto.  Dopo il suo discorso e di fronte a lei abbiamo avuto la possibilità di confrontarci sul tema dell’economia criminale e della corruzione. Riporto qui sotto quanto da me espresso in questa occasione.

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Quando ho saputo che avrei rivisto questo film, mi è tornato in mente in quale cinema e con chi lo avevo visto la prima volta. Questo solo per dire quanto la storia di Giorgio Ambrosoli sia viva dentro di me e credo dentro molti della mia generazione, in cui ha lasciato un segno nascosto e permanente.

Credo che dal film appaia con nitidezza come l’economia criminale si nutra di corruzione, il suo ossigeno principale, e come la lotta alla corruzione sia quindi  fondamentale per prevenirne la crescita. Avrete notato come il film giochi su questa apparente contraddizione: gran parte delle scene dove compare il personaggio di Sindona si svolgono all’aria aperta, mentre Bentivoglio e Placido (che interpretano Ambrosoli ed il Maresciallo Novembre  della Guardia di Finanza) sono quasi sempre ripresi nel chiuso di piccole stanze dove scartabellano centinaia di documenti contabili. Eppure, sono le scene con Sindona quelle piene di claustrofobia, sempre più circondato dal suo misero destino di sconfitto mentre dall’altra parte l’energia positiva, l’aria pulita sprigionate dal coraggio e dallo spirito civile animano nelle indagini i due servitori dello Stato.

Voglio parlarvi, prendendo spunto dal film, della lotta contro la corruzione e delle sfide che ancora oggi essa pone al nostro Paese. Cominciando, vi parrà strano, dalla frase di Stendhal che l’attrice Laura Betti pronuncia nel film (difendendo l’operato di Sindona): “l’onestà è la virtù della gente da poco”. Ho sempre amato il grande scrittore francese e non potevo credere  che questa affermazione fosse veramente sua, quindi ieri sera l’ho ricercata su Internet, trovandone conferma. Non solo, ne ho trovata un’altra, altrettanto sprezzante: «La passion dominante du sherif est de gagner de l’argent par des moyens honnêtes» (la passione principale dello sceriffo è quella di guadagnare denaro con metodi onesti).

Ho ritrovato in un testo di Giulia Oskian sulla rete una buona spiegazione dell’atteggiamento del romanziere: “Stendhal accoglie con diffidenza e disprezzo il diffondersi di questa morale che gli pare corrotta nella misura in cui pretende di rendere dei valori strumentali / valori prìncipi e perché sostituisce al nobile ideale della grandezza un ideale ridimensionato: la probità fine a se stessa.”

http://www.academia.edu/9118206/Lo_spirito_democratico_in_Tocqueville_e_Stendhal

Non la probità di Ambrosoli, ancorata alla grandezza di una coscienza civica, una piena coscienza, lui dice nei diari lasciati alla famiglia, di avere “operato solo nell’interesse del Paese”. Ma l’avvertimento così ben sintetizzato segna a mio avviso un monito potente al nostro modo presente di intendere la lotta alla corruzione: il rischio che corriamo in questo mondo pervaso di burocratici e pervasivi Piani Anti Corruzione, di adempimenti formali, è di quello creare quella che Leonardo Sciascia chiamava una “nuova classe”: quella dei professionisti dell’anti corruzione.

Lo comprende bene anche l’Ambrosoli interpretato da Bentivoglio, quando sottolinea che tutto è negli uomini e nei loro valori e non tanto o non solo nelle regole o le istituzioni: “la Banca d’Italia è fatta dagli uomini non dai muri!” esclama nel film richiedendo sostegno nel momento di difficoltà; ed al finanziere, in un momento di una forte vicinanza, riconosce come “non contano le divise, contano gli uomini che ci stanno dentro”.

Credo sia dunque utile partire da qui, dal porsi la domanda fondamentale: come sono questi uomini?  Per inquadrare al meglio la questione mi faccio aiutare dal Mito di Gige, citato nella Repubblica di Platone, dove si chiede di rispondere a questa domanda: “chi può evitare di fare del male ad altrui per il suo tornaconto se non/mal sorvegliato?”. Socrate risponde: “tutti, perché l’uomo sceglie sempre di fare il bene e se fa il male è solo per via di un errore “intellettuale“. La giustizia infatti dà un senso di felicità e di benessere a chi la compie”. Glaucone, recita convintamente l’opposto: “nessuno, perché l’ingiustizia da più soddisfazione che non la giustizia”.

Sorge spontaneo a questo punto chiedersi quanti sono gli uomini come li pensa Socrate: tanti? Pochi? Io credo che siano tanti. “La Mafia uccide solo d’estate” il film recentemente uscito con Pif racconta in maniera convincente la storia di un esercito di uomini che finalmente emerge nelle piazze della Sicilia per avviare una primavera di rinnovamento sociale nel nome del “mai più tolleranza per la Mafia”.

Certo, resta la questione di sorvegliare i malintenzionati, che esistono, fossero anche una minoranza come io credo. Perché la corruzione, come dice la parola, rompe in mille pezzi. Non volevo fare qui un discorso tanto da economista, ma ora mi si lasci dire che  - è vero – ci sono i numeri sulla corruzione (un po’ casuali a dir la verità, anche perché i dati veri sui reati di corruzione ancora non li abbiamo a disposizione, tema su cui potremmo aprire un ulteriore rilevante dibattito ) come i 60 miliardi di euro di tangenti Ma mi rendo conto: non scaldano molto il cuore. Colpiscono  - invece –  altri dati che ne misurano l’impatto, contandone i danni. Come quelli di due ricercatori brasiliani che hanno mostrato, dopo uno scandalo nelle scuole dei singoli stati brasiliani che ha colpito solo alcune amministrazioni, come i voti a scuola di portoghese e matematica in quegli stati non colpiti dalla corruzione fossero – a parità di tutti gli altri fattori – ben più alti che in quegli  Stati dove i fondi erano stati utilizzati per distrarli a favore “della moglie del sindaco” o dei suoi amici. Ecco, questo è un modo di misurare la corruzione che fa vibrare la nostra indignazione e ci mobilita . 

 

Come sorvegliarla? Concordo con Roberto Bartoli e le sue parole di pochi minuti fa: non con le pene, che arrivano dopo, troppo tardi ed il cui impatto è lieve per i potenti. Sì, con la confisca. Ma mi si lasci anche citare, per meglio inquadrare il mio scettiscismo al riguardo di considerare gli strumenti legislativi come “la soluzione”, seppure essi siano a volte funzionanti in altri Paesi, l’esempio significativo della legislazione sul testimone di corruzione, ancora ai nastri di partenza in Italia. Non parte per un motivo semplice: perché molti li chiamano ancora “delatori” e non “eroi” (parola consona al dibattito odierno su un eroe borghese), perché i giornali  cuciono loro addosso,  l’infelice appellativo di “corvi”. Perché non abbiamo avuto il coraggio di proteggerli con una legislazione apposita, blindandone la sicurezza futura, premiandoli con cifre di denaro atte a compensarli degli enormi stress e pressioni che riceverebbero nel caso di collaborazione con le autorità. Probabilmente la nostra cultura è ancora giovane per strumenti di questo tipo, probabilmente altri passi devono avvenire affinché il nostro legislatore abbia il coraggio di accettare, come non ha fatto  due anni fa quando ha rifiutato la proposta del Comitato di esperti nominato appositamente (di cui faceva a parte il mio collega giurista Bernardo Mattarella) di riservare il 20% della mazzetta scoperta al testimone di corruzione.

Ma per sorvegliare non vi è strumento più efficace che fare emergere l’esercito di buoni, un controllo sociale dall’impatto potente.  Come?

Vi è nella semantica della parola “sorvegliare” un altro afflato, più amorevole, quello che caratterizza il ruolo del maestro con l’allievo, del padre con il figlio, e che attiene al ruolo morale dell’esempio, così ben sintetizzato dalla risposta di Bentivoglio a Betti: “il vero Paese è quello che costruiamo con il nostro lavoro”. Ecco, ora vi assicuro che non ci siamo messi d’accordo, ma quando Roberto Bartoli intervenuto pochi minuti fa ha chiesto che Pistoia venga intitolato un Parco a Giorgio Ambrosoli, ho provato una grande gioia, perché sui miei appunti avevo segnato che la parola “costruire” mi portava ad utilizzare per quanto segue la metafora più appropriata che è quella del “giardiniere” e dell’albero che vogliamo far crescere con amorevole cura. Che richiede una triplice sfida.

La prima: quella delle radici. Un albero per essere forte ha bisogno di radici solide,. Le radici sono tanto più robuste quanto più sono  state curate. Il personaggio di Pif porta in braccio suo figlio appena nato, nei luoghi dove Palermo commemora la scomparsa degli eroi della lotta durissima degli anni ottanta e novanta contro la Mafia. Eroi come Ambrosoli. Che danno coraggio e certezza ad ognuno di noi. Di cosa significhi camminare nel giusto, di sapere che si può camminare nel giusto.

Ma non bastano radici forti, abbiamo bisogno di un giardiniere attento, coraggioso, competente perché quei frutti possano maturare e poi dar vita ad una foresta. E chi è il giardiniere? Ambrosoli lo aveva chiaro in mente. Siamo noi. Quando afferma nei suoi diari, spiegando perché aveva accettato l’incarico di Banca d’Italia, “è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese”, sminuisce forse un poco la sua vita, permeata di passione ed impegno civile. Perché in realtà i giardinieri sono impegnati ogni giorno nel loro lavoro di curatela del bello. Un lavoro durissimo, come ricorda Italo Calvino al termine delle sue Città Invisibili”:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti (ma così tanti non sono, vi ripeto, ma capisco l’artificio retorico di Calvino, NdR): accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Farlo durare, dargli spazio: il lavoro del giardiniere che spetta ad ognuno di noi per far crescere l’esercito che alla fine sconfiggerà la corruzione e darà slancio all’albero del nostro Paese.

Ma ci ingaggiamo in questa attività così minuziosa e amorevole non solo per sconfiggere, ma per vedere crescere il bello, lo sa bene il giardiniere. Se un albero ha radici forti è probabile che avrà germogli e frutti buoni. E qui è inevitabile per me ringraziare la Signora Ambrosoli per avere concluso il suo discorso menzionando i giovani, oggi presenti in tanti qui nella sala di Pistoia, come la leva vera per cambiare il Paese, i nostri germogli.

Il tema dei giovani era caro a Ambrosoli, nella sua accezione più diretta, quando ricordava, di nuovo nei diari, i suoi figli alla moglie: “abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa”.

C’è sempre un po’ di scetticismo, di mancanza di fiducia, nei nostri giovani. Ricordo un episodio menzionato nel mio blog, di qualche anno fa. Quando Mario Calabresi scrisse sulla Stampa: “ogni volta che incontro un gruppo di ragazzi di una scuola o universitari che si affacciano al mondo del lavoro faccio sempre la stessa domanda: «Se vi dico la parola futuro cosa pensate?». Non ce n’è uno che mi dia una risposta positiva, incoraggiante o colorata. Le parole che sento ripetere sono: «Paura, incertezza, precarietà». I più intraprendenti mi dicono che se ne vogliono andare all’estero, che fuggiranno appena sarà possibile.”

Interrogai i miei studenti in aula, non convinto da questa visione pessimistica del bravo direttore del giornale torinese. In aula per la prova intermedia a sorpresa, li ho sorpresi chiedendogli di scrivere accanto a nome, cognome e numero di matricola, una parola. Dissi loro: “scrivete cosa vi viene in mente alla parola FUTURO”. Ricevetti quasi trecento risposte. La maggioranza di queste positive. Ne cito alcune: universo , salvezza, infinito, ponte, cielo, astronave, lungo periodo, razzo spaziale, ciliegia, tempo, responsabilità, aspettative,  impegno, spazio interstellare, nuvola. E poi l’ultima, forse la più significativa. “paura ma forza “. Chiudevo scrivendo: “altro che fannulloni, altro che pessimisti. Teniamoceli stretti, questi giovani. Sarà una grande covata questa, specie se vorremo essere con loro, a ampliare le loro opportunità, ad assecondare le loro speranze, a tranquillizzare i loro giusti timori ed il loro concreto scettiscismo.”

http://www.gustavopiga.it/2012/car-calabresi-i-giovani-sono-bellissimi/

Saranno i germogli dei nostri alberi, saranno belli, cresceranno come frutti e i loro semi faranno crescere la foresta dei nostri alberi nel Parco Ambrosoli di Pistoia, Italia. Saranno l’esercito dei buoni del nostro Paese.

Grazie a Giorgio Federighi, per la sua preziosa amicizia.

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Grazie Grecia, grazie, non mollare.

Si fa fatica a vedere cosa è cambiato in Grecia ed in Europa dopo la trattativa serrata sul futuro della politica economica ellenica. O meglio, si fa fatica a trovare un accordo su chi ha vinto e chi ha perso.

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Per un motivo molto semplice: molto è stato rinviato, di qualche mese, a seguito dell’approvazione (compresa quella del Parlamento tedesco) di estendere i prestiti alla Grecia per ancora quattro mesi, a fronte di una sostanziale ambiguità sugli impegni presi dal nuovo governo greco quanto a riforme, austerità e debito.

Si fa fatica anche a capire in base a cosa dovremmo giudicare il successo o meno di Tsipras. Se in base al programma economico pre-elettorale di Salonicco ed alle promesse ivi contenute (nel qual caso il giudizio sarebbe evidentemente negativo) o a quanto ottenuto rispetto a quello che avrebbe portato a casa il precedente governo.

Io propendo per il secondo metro di giudizio semplicemente perché da sempre Tsipras e Varoufakis avevano indicato (con grande pragmatismo) come non si aspettavano certo di vedere tutto quanto da loro promesso riconosciuto al tavolo delle negoziazioni europee.

Ma anche se fosse così, cosa sappiamo? Poco.

Sull’austerità, che ha un vantaggio in termini informativi, ovvero che è misurabile oggettivamente, potremo dire qualcosa in più tra qualche mese sulla base del cambiamento delle stime, ad esempio quelle della Commissione europea,  sul deficit complessivo e sull’avanzo primario stimato per il 2015 (e, in minore misura, per il 2016). L’impressione di molti è che non tutto l’avanzo primario che avremmo avuto con la precedente amministrazione greca si materializzerà. Un piccolo sollievo che alleggerirà l’economia greca dalle grinfie della recessione assieme all’occupazione e con forse qualche riduzione della povertà, specie se le risorse addizionali che si libereranno saranno mirate specificatamente ai più bisognosi. E’ anche vero che in termini di spesa pubblica la promessa (contenuta nella lettera di Varoufakis all’euro gruppo) di spendere per stipendi pubblici complessivamente lo stesso ammontare dell’anno scorso ma aumentando gli stipendi ad alcuni (i più meritevoli ed i più bisognosi) togliendo ad altri (là dove si spreca) sembra non contenere nulla di nuovo rispetto al programma della Troika (dove dopo tagli drastici fino al 2013 questa spesa si fermava nel suo declino), ben lontano da quanto affermato in campagna elettorale e quanto fosse lecito aspettarsi. Ma anche qui, il dato tra qualche mese dirà più e meglio.

Sul debito, e la sua eventuale rinegoziazione in termini di tassi legati all’andamento dell’economia come proposto intelligentemente da Varoufakis, dobbiamo aspettare la fine dei quattro mesi. Tutto è ancora aperto. Varoufakis ha definito l’accordo con l’Europa “una foglia di fico” per portare alla sua conclusione l’euro gruppo senza la riduzione del debito, un accordo dal frasario “deliberatamente” vago così da ottenere l’approvazione dei vari parlamenti europei: una vaghezza, ha detto, di cui siamo “orgogliosi” e addirittura “suggerita dai creditori UE” (i governi dei Paesi membri) altrimenti non ci sarebbe stata l’approvazione .

http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_1_27/02/2015_547715

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E’ sulle riforme che possiamo rimarcare il maggiore passo avanti. Di duplice natura. Innanzitutto formale: il documento è stato scritto dalla Grecia e non più dalla Troika, un risultato importantissimo anche simbolicamente. Una restaurazione (minimale o meno potremo discutere per ore) di democrazia che ad alcuni sembra normale e dovuta, e forse hanno ragione, ma che sancisce la fine dell’anomalia europea della dittatura della Troika. I simboli sono importanti e la vittoria della Grecia su questo non può essere liquidata come “fuffa”: era una precondizione per la salvezza dell’Europa dell’euro, non sufficiente ma necessaria, affinché si possa un giorno – se altri passi seguiranno – convintamente argomentare che il progetto europeo è un progetto democratico.

Ma i cambiamenti ci sono anche nella sostanza: effettivamente il tono e gli impegni sottoscritti da Varoufakis sono più leggeri e vaghi (tanto da avere ricevuto le critiche del FMI, della BCE, dei tedeschi) e con un’enfasi maggiore verso la solidarietà verso i più deboli di quelli contenuti nei vari documenti della Troika.

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Resta una certezza: lo spread è sceso. C’è chi dirà che è sceso perché la Grecia è capitolata, dimostrando che l’euro non è un accordo di cambio ma una vera moneta unica, e chi dirà che è sceso perché la Grecia ha cambiato l’Europa cominciando a farle abbozzare quel disegno più solidale che in questo blog abbiamo sempre argomentato essere l’unica soluzione capace di tenere unito il Continente in un progetto di crescita, opportunità e pace in un mondo globalizzato, simbolicamente uniti dalla stessa valuta.

Sbaglierebbero entrambi. C’è chi si trastulla da giorni su giornali e social media col gioco di chi ha vinto e chi ha perso. Ma la logica della sfida europea si può comprendere solo se la smettiamo di parlare di vincitori e vinti, e cominciamo ad adottare quella logica che appare, vincente, nell’ultima scena del famoso film War games.

Se c’è un modo per far giocare l’Europa contro se stessa è questa crisi greca. Tutto sta nella velocità dell’Europa di apprendere quanto masochista sia questo gioco europeo e quanto la sola soluzione sia uscirne insieme. Il mio ottimismo cresce, e forse per questo lo spread scende. Grazie Grecia, grazie. Non mollare.

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Breve storia di una moneta unica, ieri complicata oggi complessa

Montare un mobile di IKEA è un problema complicato, ma non complesso: un set di istruzioni complicate aiuta a risolverlo. Risolvere invece un problema complesso come coordinare un’orchestra richiede abilità complesse, non chiaramente elencabili su un foglio di carta: falliremmo miseramente nel dare nascita a un concerto di qualità.

Quando l’altro giorno alla mia visita a Pozzuoli presso l’Accademia Aeronautica ho visto questa matrice l’ho guardata con interesse.Il relatore del seminario mostrava come ad ogni tipo di problema corrisponde una dimensione e qualità di risposta logica ideale. Provare a montare un mobile di IKEA con strategie complesse, argomentava, porta inevitabilmente ad un “overkill”, al fallimento: per esempio l’utilizzo di una gru.

E io pensavo all’invilupparsi della crisi dell’Europa dell’euro. Nata come una sfida complicata a fine secolo, le cucirono addosso regole complicate, quelle di Maastricht. Ma l’ambiente era positivo, l’economia ancora tirava e quelle regole non furono troppo d’intralcio, quasi “appropriate”.

Arrivò la crisi e, mistero dei misteri, con essa un aggravamento delle regole che ingessavano la capacità della politica economica di venire in soccorso: siamo al 2010, è l’epoca del Fiscal Compact, il killer dell’economia.

E siamo all’oggi: la situazione da complicata è divenuta complessa, ingestibile, piena di disagio sociale in alcuni Paesi, scetticismo in altri, sfilacciamento della fiducia reciproca. Il fallimento è vicino e non basta nemmeno più eliminare il Fiscal Compact e tornare alle più semplici politiche degli albori del nuovo secolo: c’è bisogno di una soluzione “complessa” dove all’allentamento dell’austerità si combini una sottile opera “sociologica” ed “antropologica” di solidarietà piena e convinta per restaurare la fiducia reciproca infranta.

Altrimenti, il fallimento è alle porte.

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Aprite la cantina del Tesoro italiano

Non è da criticare troppo la relazione del Direttore del Debito Pubblico del Tesoro italiano, Maria Cannata, di fronte alla Commissione Finanze presieduta dall’On. Capezzone, sui derivati fatti da Stato ed enti locali. Anzi.

Ma procediamo con ordine.

Perché l’audizione di un dirigente dell’amministrazione riveste così tanta importanza? Prima forse andrà chiarito come Maria Cannata è da anni al posto di comando per la gestione del debito pubblico, un lavoro delicatissimo. Il che non la esime ovviamente di circoscrivere il suo ruolo e le sue responsabilità: “nel 2002, in applicazione dei principi previsti … in merito alla separazione dell’attività di gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa, di competenza dei dirigenti, da quella di indirizzo politico, l’attività in derivati venne delegata dal Ministro dell’Economia e delle Finanze al Dipartimento del Tesoro; il Direttore … (del Debito) procedeva alla stipula degli accordi stessi ed il Direttore Generale del Tesoro alla loro approvazione… Di tali operazioni era data comunicazione al Gabinetto del Ministro.” Ma la sua relazione sullo stato dei derivati italiani era attesissima dato fino ad oggi il quasi totale silenzio del Tesoro al riguardo (epocale è rimasta la relazione in merito del sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria alle Camere, persona assolutamente tanto meritevole quanto ignaro del tema) e la possibilità che gli ammontari in gioco fossero rilevanti per cittadini e investitori. La relazione, disponibile sul sito del Tesoro, non ha deluso le aspettative, http://bit.ly/1zgVT1A :  senza dubbio il documento più trasparente e ricco di informazioni che il Tesoro italiano abbia mai pubblicato.

Merito dunque al Tesoro ma anche all’On. Capezzone (e alla frenetica opposizione del Movimento 5 Stelle), perché è probabile che senza questa audizione non si sarebbe mai arrivati a questo punto di non ritorno. Già, perché da qui non si torna più indietro: le informazioni rivelate dalla Cannata in maniera esplicita (alcune erano rintracciabili già oggi presso Banca d’Italia, Istat e Corte dei Conti) faranno parte da ora in poi di un aggiornamento periodico del Tesoro atteso da tempo, ne siamo certi.

La domanda chiave è cosa deve venire in più (perché certamente non basta quanto detto dal Direttore del Debito per dare a contribuenti e mercati quella fiducia nell’emittente sovrano fondamentale per ridurre il costo del debito della Repubblica), che cosa manca ancora. L’On. Capezzone, dopo avere interrotto per mancanza di tempo la relazione di Maria Cannata proprio sul più bello (in particolare alla pagina 23, quella con abbondanza di dati), ha invitato il Direttore per una seconda audizione, alla quale gli ha chiesto di presentarsi con 4 informazioni: il valore totale dei derivati italiani (ma la Cannata mi pare lo dia, 159,6 miliardi di euro per lo Stato e circa 25 miliardi – censiti, ma chissà che non ce ne siano altri – per gli enti locali; il ché conferma che l’enfasi negli anni dei responsabili del debito sui soli enti locali era decisamente sproporzionata rispetto all’effettivo peso dei derivati del Tesoro), la cifra del valore di mercato per ogni contratto (oggi fissata, ci ha aggiornato Maria Cannata, a 36,87 miliardi totali in rosso, con un peggioramento ulteriore rispetto ai dati pubblicati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio per il 2013, di 29 miliardi, e massimo storico), il valore di mercato dei contratti degli enti locali (che Maria Cannata ha subito detto di non possedere, con comprensibile disappunto dell’On. Capezzone) e infine la divisione territoriale dei derivati degli enti locali (vedi il tutto negli ultimi 10 minuti sul video dell’audizione http://webtv.camera.it/evento/7495).

Valori di mercato negativi non necessariamente sono un ragione per gridare allo scandalo: Maria Cannata ha spiegato come il Tesoro aveva qualche anno fa il (giusto) obiettivo di allungare la vita media del debito per ridurre il rischio debito e il rischio tasso, con un’assicurazione chiamata appunto derivato, emettendo a lunga ed entrando in swap che trasformassero i titoli a breve in titoli a lunga (pagando dunque, nei derivati, un tasso fisso e ricevendo un variabile). Il drammatico e inatteso crollo dei tassi a breve del dopo crisi ha reso negativi i valori di mercato dei derivati (Cannata ha ben spiegato che spesso nella vita come cittadini paghiamo l’assicurazione senza ricevere soldi perché l’evento contro cui ci siamo assicurati non avviene, ma non per questo dobbiamo rimpiangere di esserci assicurati), perdite che comunque non si realizzeranno a meno che il Tesoro non sia obbligato dalle controparti private ai sensi del contratto a interrompere lo scambio di flussi e a rimborsare la parte creditrice prima della scadenza.

E qui nasce appunto il problema dei problemi. Non abbiamo la dimensione di questo rischio. Un esempio su tutti. Maria Cannata fornisce dati nuovi sulla famosa transazione Morgan Stanley e spiega come la clausola di rescissione unilaterale inserita a favore della banca d’affari ha generato significativi costi per il contribuente. Rimane da capire quali fossero le caratteristiche di questo contratto e perché fu sottoscritto, in primis, e con una clausola di questo tipo in secundis.

Il Direttore del debito spiega poi che clausole di rescissione bilaterali si svilupparono nei primi anni per tutelarsi dal rischio delle banche, percepite allora più rischiose della Repubblica italiana: ma ciò non vale per la transazione con Morgan Stanley, dove l’unica a proteggersi con la clausola di rescissione fu la banca stessa.

Altre informazioni mancanti riguardano operazioni più recenti, benché si debba riconoscere la maggiore trasparenza ottenuta grazie alla relazione di Maria Cannata, che comunica come esistano a tutt’oggi “13 contratti  (dove) sono presenti clausole di risoluzione anticipata (bilaterale) al valore di mercato.” Si è arrivati a 22 cancellazioni, da ben 35 nel 2011, “nella maggior parte dei casi contestuale alla novazione soggettiva, ristrutturazione o rinegoziazione delle posizioni che le includevano; solo in due casi è avvenuto l’esercizio da parte dalla controparte (giugno e dicembre 2014”. Ma quanto sono costate queste cancellazioni, soprattutto queste ultime due? Non è dato sapere perché non conosciamo i contratti sottoscritti.

E, già che ci siamo, ricordiamo che Maria Cannata fornisce la lista delle controparti, 19, in appendice della sua relazione. Informazione rilevante, ma che non ci rivela quale sia l’esposizione rispetto alle singole banche o, perlomeno, tra diversi livelli di rating. Andrebbe fatto, in nome della trasparenza e della rassicurazione di contribuenti e investitori, anche perché non si vedono i rischi connessi alla pubblicazione di tale informazione, tenuto anche conto che la stessa Direttrice ha spiegato quanto dal 2011 sia divenuto rilevante il rischio di controparte.

Certo è vero che Maria Cannata ha anche rassicurato tutti su quelle transazioni peculiari in derivati che lei stessa definisce come “sottoscritti (dai Governi) deliberatamente in maniera sbilanciata”, utilizzati molto probabilmente dalla Grecia – e causa dell’avvio della crisi ellenica –  nascondendo un prestito delle banche con un’entrata fiscale pur di mostrare un deficit migliore invece che un maggiore debito come dovrebbe essere, ingannando contribuenti e investitori sulla salute dei conti pubblici greci. Esclude, Maria Cannata, che tali contabilizzazioni “anomale” siano mai avvenute in Italia, visto che lei stessa le descrive come rappresentanti “inequivocabilmente un prestito” e quindi non lasciando dubbi su come il Tesoro abbia contabilizzato correttamente queste operazioni peculiari.

Rimane un’ultima richiesta che andrà prima o poi esaudita, meglio prima che poi. E che ci fa sollevare automaticamente una domanda condita di perplessità: ma perché il Tesoro rimane “avaro” di informazioni sui singoli contratti, tra l’altro richieste dall’opposizione grillina a gran voce (vedi video ultimi 10 minuti)?

Certo, non è detto che la trasparenza sia sempre ideale: in alcune occasioni è bene che un Governo mantenga riservati i suoi comportamenti. In questo caso non è così ed è ampiamente tempo che possa essere per sempre eliminato quel dubbio, che attanaglia i mercati da tempo, che chissà quale mistero circondi transazioni che, invece, il Tesoro ha avuto modo di argomentare in maniera convincente – nell’audizione e in passato – sono state perfettamente in sintonia con una gestione del rischio di un buon padre di famiglia.

Detto questo, sono due gli ordini di spiegazioni che dà il Direttore per l’assenza di pubblicità sui singoli dati.

Il primo, nel dibattito finale, è questo: “la richiesta dei singoli contratti è un po’ particolare perché ci sono delle sensibilità: un grado così granulare di disclosure (informazione, NdR) non lo dà nessuno perché potrebbe avere dei riflessi di farci perdere in termini competitivi rispetto al resto del mercato”.

Non è una motivazione molto chiara (che riflessi? che competitività?) ma soprattutto ci spiace smentire il Direttore del Debito sul fatto che nessun Paese fornisca tale informazione. Basterebbe andare sul sito della Banca centrale danese, che gestisce il debito della Danimarca, per vedere come da sempre questa non solo pubblica – nella sua Relazione Annuale – un capitolo interamente dedicato alla politica dei derivati ma anche fornisce, in apposite tabelle, le singole operazioni (di apertura e chiusura!) su ogni derivato avvenute in quell’anno (vedi tabella sotto), anche se mancano alcuni dettagli delle singole operazioni (nome controparte, tasso dell’operazione, ecc.).

http://www.nationalbanken.dk/en/publications/Documents/2014/02/DN_SLOG2013_uk.pdf

Certo non siamo a conoscenza di un Paese dell’area euro che sia trasparente come Danimarca (ed anche la Svezia) e ci aspetteremmo che BCE, Commissione europea ed Eurostat forzassero la mano a tutti i governi dell’euro per dare più sicurezza agli investitori nell’area della moneta comune. Ma, cominciando dall’Italia, l’esempio danese mostra come non vi sia motivo perché il Tesoro italiano non faccia altrettanto e perché i vertici del Ministero, che Maria Cannata ricorda “stanno valutando la richiesta… e (comunque) non vogliono nascondere nulla”, non siano completamente aperti e trasparenti al riguardo, come i danesi che hanno la trasparenza nel sangue e non percepiscono alcun costo da tale pubblicazione.

Certo, alla fine il Direttore del Debito aggiungerà, come motivo per non dare tali dati, questo: “se ci chiedete tutti i contratti dal ’90 ad oggi noi ci paralizziamo perché dobbiamo andare scavare nelle cantine a ripescare chissà che cosa”.

Ma, se mi permette il Direttore, ritengo proprio che la cantina vada aperta a tutti.

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Qualcuno chiede trasparenza sui derivati. Chapeau. Ora ascoltiamolo.

L’Ufficio Parlamentare del Bilancio, si legge sul suo stesso sito, “è un organismo indipendente che ha il compito di svolgere analisi e verifiche sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del governo e di valutare il rispetto delle regole di bilancio nazionali ed europee. L’organismo è stato costituito nell’aprile 2014 secondo quanto previsto dalla legge rinforzata sul principio del pareggio di bilancio in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. L’UPB contribuisce ad assicurare la trasparenza dei conti pubblici a servizio del Parlamento e de i cittadini.”

Lo aspettavamo, l’Ufficio, alla prova dei derivati del Tesoro, di cui questo blog si è occupato spesso, manifestando svariate volte l’esigenza di dare una svolta (un taglio è meglio dire) a pratiche sui derivati poco trasparenti che danneggiano il credito della Repubblica, destabilizzano il sistema Paese, rendono fragile la credibilità delle nostre istituzioni. Quanto leggete sotto è estratto dal documento uscito oggi sul sito dell’Ufficio e rende giustizia a questa nostra battaglia – quasi solitaria – in questi ultimi dieci anni, visto che chiede quelle riforme sui derivati del Tesoro che ogni Ministro succedutosi a Via XX Settembre, anno dopo anno, governo dopo governo (Renzi compreso), ha pensato bene di evitare. Chapeau dunque all’Ufficio ed al suo coraggio istituzionale.

http://www.parlamento.it/1152

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L’ampio utilizzo di strumenti finanziari derivati da parte delle Amministrazioni pubbliche, soprattutto nella seconda metà degli anni ’90 e nella prima parte dello scorso decennio, ha creato nel tempo incertezza in numerosi osservatori, scaturita essenzialmente dalle scarse informazioni e dall’insufficiente trasparenza delle operazioni stipulate, dai riflessi negativi che si sarebbero potuti (e si potrebbero) avere sui conti pubblici (soprattutto a causa della rischiosità dei contratti), dalla preoccupazione che tali operazioni fossero realizzate principalmente per migliorare temporaneamente i conti pubblici.

… Negli anni sono stati fatti passi avanti, ma non sono sufficienti. In particolare: per le operazioni in derivati stipulate in passato e ancora in essere le informazioni sono ancora incomplete, frammentarie o, per alcuni aspetti, inesistenti.

…Per i contratti stipulati ex-novo sarebbe opportuno fornire lo stesso set di informazioni. Sebbene l’attuale operatività in strumenti derivati sia divenuta limitata … il Dipartimento del Tesoro dovrebbe impegnarsi a rendere pubbliche con regolarità (ad esempio annuale) le informazioni…

… Allo stesso modo, sarebbe utile sapere se chi si occupa di gestire il debito pubblico, nelle scelte delle operazioni da fare, opera sulla base di una specifica strategia dettata dal vertice ed, ex-post, viene controllato l’effettivo perseguimento del risultato; oppure se agisce autonomamente e solo successivamente dà conto del proprio operato al Ministro. Sembrerebbe, dai siti web degli altri paesi europei, che molti di questi pubblicano la strategia da perseguire.

…Sarebbe interessante che il Dipartimento del Tesoro fornisse una ricostruzione storica degli obiettivi perseguiti con il ricorso agli strumenti derivati.

… La complessità di questi strumenti e la velocità con cui nuovi prodotti finanziari invadono i mercati, potrebbero inoltre essere giuste motivazioni per considerare un rafforzamento della Direzione del Ministero dell’Economia e delle finanze che opera in questo campo, prefigurando la possibilità di aumentare il personale specializzato in risk management che affianca coloro che effettivamente si occupano dell’esecuzione dell’operazione finanziaria e della gestione del debito pubblico, con il compito esclusivo di valutare e monitorare l’insieme dei rischi.”

Avremmo poco da aggiungere, e sperare solo che il Ministro Padoan si adegui e si impegni a realizzare tutte le richieste fatte dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio nel giro di qualche giorno.

Ma.

Ma resta una ultima curiosità, che deriva da alcuni dati che non avevo mai letto, pubblicati nella relazione dall’Ufficio in 2 tabelle. Dati Eurostat, quindi disponibili e non segreti.

La prima tabella (numerata come Tabella 3) mostra come l’Italia sia in assoluto il Paese che in euro ha l’esposizione di mercato negativa più alta dell’Unione europea, stabilizzatasi attorno a trenta miliardi di euro (sì avete capito bene, trenta miliardi, ma basta leggere la tabella) negli ultimi anni. Se l’Italia fosse obbligata dalle controparti bancarie a vendere tutte queste posizioni, il contribuente italiano dovrebbe pagare trenta miliardi di tasse o subire tagli ai servizi sociali di un analogo ammontare. E’ possibile e forse probabile che il Tesoro non sia obbligato a venderle, ma siccome è già avvenuto almeno una volta, NON sappiamo la vera entità dell’esposizione veramente a rischio, detto che comunque il numero fa impressione.

In percentuale di PIL, così da correggere per la dimensione dell’economia, solo la Grecia, sì la scandalosa Grecia che anche questo Governo pare non voler difendere “perché noi siamo diversi (…)”, ha una esposizione di una simile dimensione alla nostra (Tabella 4), attorno al 2% di PIL. La Svezia, che usa tantissimo i derivati con grande professionalità e trasparenza, è il Paese che ha il valore positivo più alto.Trenta miliardi sono un rischio tale da giustificare una riforma radicale come quella chiesta dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, non credete? E’ tempo di dare al Paese quello che si merita: la semplice, trasparente, verità.

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Dove sta il leader della spending review? Ad Anzola dell’Emilia. Il resto? Non pervenuto.

In parte tratto dal mio articolo sul Panorama di questa settimana.

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L’ha detto anche Obama, l’Europa ha bisogno di crescita ora, non dopo le riforme. L’Italia non fa eccezione. Se lasciare andare l’austerità sin da subito è quello che ci chiedono i nostri pragmatici amici d’oltre Atlantico, e visto che loro ci sono riusciti e che proprio grazie a ciò ne sono usciti (dalla crisi), dovremmo ascoltarli.

Rimangono le remore perché in Italia non possiamo, così dice il mantra, “fare più spesa pubblica”. E chi dice di farne di più? Chiunque mastichi non dico di economia ma di bilancio familiare sa che c’è una bella differenza tra lo spendere bene e lo spendere male. E dunque se solamente riuscissimo a sostituire spesa cattiva, identificandola prima e disincentivandola poi, con spesa buona, il Paese sarebbe a cavallo. E magicamente quando si sarà dimostrato che si sa fermare lo spreco non si potrà più dire che non si può spendere perché “non si sa spendere”.

Precondizione per tutto ciò, appunto, conoscere e gestire. Ma, nel nostro Paese, ancor prima: legiferare. E così, invece di concentrarsi sulla obbligatorietà del ricevere il dato in tempo reale sugli appalti o sulla spinta alla professionalizzazione delle stazioni appaltanti (tutte cose che si fanno senza bisogno del Parlamento) siamo qui in dolce attesa da mesi che si materializzino i famosi decreti che spingano il tavolo dei c.d. “aggregatori” (le grandi stazioni appaltanti) a riunirsi e coordinarsi.

Qualcosa in realtà si muove: dopo mesi di silenzio il 20 gennaio scorso sono usciti in Gazzetta Ufficiale i primi decreti necessari affinché si determini chi siederà al tavolo. Adesso dovranno passare i soliti tempi di legge per chi vuole partecipare per fare domanda: oltre alle regioni infatti dovranno entrare altri grandi aggregatori, come città metropolitane ecc. e più sei grande più chance avrai di esserci.

Altrove, qualcosa si muove di più e meglio: ed è presso il comune di Anzola dell’Emilia, i cui acquisti sono visibili on line e scaricabili in formato tale che i ricercatori li possano utilizzare senza costi ulteriori. Mi dice il mio amico Lucio Picci che ne mastica di queste cose:

nel suo piccolo è tra i migliori Comuni in Italia per pubblicazione di dati aperti (grazie in parte a una solerte funzionaria che ci crede). Basta che guardi una riga a caso.

“Come vedi, c’è praticamente tutto: impresa, funzionario responsabile, ecc. Potrebbe poi esserci altro, in primis, maggiori informazioni su quel che è stato acquistato. Manca una descrizione del prodotto/servizio, secondo un’”ontologia” che si dovrebbe realizzare. Manca inoltre un’eventuale georeferenziazione. A quel punto, inter alia, si potrebbero applicare i metodi (alquanto imperfetti) per scoprire comportamenti collusivi da parte delle imprese. Ovviamente, conoscendo l’insieme dei contratti di ciascuna impresa, e non solo quelli di Anzola.”

Ovviamente. Ma questo Governo, esattamente come i precedenti, è per caso interessato, oltre a fare i tavoli degli aggregatori che metteranno in grande difficoltà le piccole imprese, a scoprire i cartelli e gli sprechi che spesso favoriscono le grandi imprese, tramite l’investimento massiccio nella raccolta, gestione e disponibilità dei dati? E’ disposto il nostro Governo a fare quanto fa il comune di Anzola? O il suo immobilismo totale in materia è da legare ad un totale disinteresse alla spending vera, decisiva per far ripartire il Paese?

Diteglielo voi ad Obama. Intanto le crisi rimane.