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Il Fiscal Compact? E’ già con noi e già uccide l’economia

Conosco Lorenzo Bini Smaghi da anni e apprezzo il suo europeismo. La sua difesa del Fiscal Compact pubblicata da Formiche (testo in corsivo qui sotto) è utile per chiarire le diverse posizioni. La mia convinzione è radicalmente diversa dalla sua: l’Europa si salverà se saprà fare una serie di passi non più rinviabili; tra questi (non vi è l’uscita dall’euro) la morte dello scellerato Fiscal Compact è uno dei più essenziali.

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La fallacia dello sforzo che va a sparire

1.Il Fiscal Compact stabilisce che ogni anno il debito deve essere ridotto di 1/20 della distanza tra il livello del debito e il 60%. Quando il debito è al 130%, il ritmo di riduzione del rapporto debito/Pil è di 3,5 punti, ossia (130-70)/20, ma quando il debito scende al 110% del Prodotto la riduzione annua richiesta cala al 2,5%, ossia (110-60)/20. Nel caso di una crescita del Pil nominale del 2,8%, come sopra, non c’è più bisogno di un saldo di bilancio in pareggio per raggiungere l’obiettivo ma basta anche un disavanzo dello 0,5%. In sintesi, l’aggiustamento richiesto per soddisfare il Fiscal Compact, in termini di saldo di bilancio, avviene soprattutto all’inizio del processo. Una volta raggiunto il saldo primario necessario, basta mantenerlo immutato per continuare a soddisfare il requisito della riduzione del debito. Dopo qualche anno è addirittura possibile allentare lo sforzo.

Argomento interessante quanto errato. Senza entrare per ora nel merito se lo sforzo richiesto dal Fiscal Compact sia utile o meno al Paese, quello che va puntualizzato è che il Fiscal Compact richiede uno sforzo e soprattutto che questo sforzo non “sparisce” dopo il primo anno in cui si fa quanto richiesto. Se al primo anno esso richiede di alzare le tasse e  diminuire le spese di “X”, non è che al secondo anno il mantenere le tasse al nuovo, più alto, livello, o le spese al nuovo, più basso, livello, non implica un eguale sacrificio. “Basta mantenerlo immutato” non è per niente facile.

La fallacia della crescita (e dell’inflazione) che non c’è

2. Una obiezione che viene spesso avanzata è che non è facile ridurre il rapporto debito/Pil del 3,5% all’anno, soprattutto quando la crescita è bassa. Ma se la crescita dell’economia reale è più elevata di 1 punto (1,8% reale e 2% d’inflazione), il surplus primario necessario per raggiungere l’obiettivo è solo del 4,7%. In altre parole, più alta è la crescita, minore è lo sforzo necessario per raggiungere l’obiettivo del Fiscal Compact.

1.8 di crescita reale? Oggi siamo  allo 0,6%. 2% d’inflazione? Oggi siamo allo 0,5%. Ben lontani da quelle soglie indicate d Bini Smaghi (e da Visco), ragione per cui il Fiscal Compact ci deve terrorizzare per lo sforzo che richiede (e ragion per cui, come vedremo sotto, Renzi e Padoan chiedono avanzi primari del … 6% del PIL). C’è di più tuttavia: “più alta è la crescita minore lo sforzo”, fa sembrare che la crescita caschi dal cielo e non dipenda anche dall’impatto che le attuali restrizioni di bilancio richieste dal Fiscal Compact generano sulla crescita futura. Ma la disoccupazione giovanile che si trasforma in scoraggiamento, la crescente evasione verso il settore in nero e la criminalità organizzata di persone ed imprese, la fuga dei cervelli all’estero perché non c’è lavoro, la chiusura di tante piccole imprese che non torneranno più sono tutti effetti di lungo periodo del Fiscal Compact e di questa austerità, che fanno sì che più cerchiamo di raggiungere l’obiettivo del Fiscal Compact più aumenta lo sforzo necessario per raggiungerlo perché la nostra economia cresce di meno nel lungo periodo, inviluppandoci in un mostruoso circolo vizioso.

La fallacia dello sconto dovuto al ciclo economico

3. Il Fiscal Compact tiene comunque conto del fatto che quando il ciclo economico è negativo diventa controproducente cercare a tutti i costi di ridurre il debito a un ritmo di 1/20 del divario rispetto al 60%. È prevista pertanto una procedura per esaminare i motivi per cui un paese non riesce a ridurre il debito come previsto, che prende in considerazione l’impatto di effetti specifici, come i contributi al Fondo salva Stati e il ciclo economico negativo. Se il paese è in recessione o il suo livello di reddito è inferiore al potenziale, il vincolo non riguarda più il ritmo di riduzione del debito ma il raggiungimento di un saldo di bilancio corretto per gli effetti del ciclo economico inferiore allo 0,5% del Pil. Se tale saldo viene mantenuto immutato quando l’economia riprende a crescere, il bilancio nominale migliora e il debito si riduce in linea con i requisiti del Fiscal Compact.

In realtà è vero che se l’economia va male “si deve fare di meno” quanto a sforzo, che ci fanno “uno sconto” di austerità. Il che non ci libera dalla follia del Compact che appena le cose migliorano un po’ bisogna tornare a farci del male, ripiombando nell’oscurità degli sconti. E’ un po’ come dire che ci si tiene in vita comatosi ed al primo segno di guarigione ci si rimanda immediatamente in coma.

Ma anche qui il tema è un altro. Qual è il livello di avanzo primario che ci si chiede “quando il ciclo va male” come oggi? I dati del DEF sono chiari al riguardo: un avanzo primario del 6%, esattamente quello che mettono nei numeri di finanza pubblica Renzi e Padoan. Numeri che, per essere raggiunti, richiedono feroci manovre austere in un momento così debole della nostra economia: l’avanzo primario deve passare dal 2,4% di PIL del 2013 al 5,7% del 2017. 3,3% di PIL in 4 anni, sono manovre da 13 miliardi ogni anno, sufficienti per stendere un leone negli anni più critici per la sopravvivenza dell’area dell’euro a causa della sua scarsa appetibilità presso le gente, che ne vede, effettivamente, solo i sacrifici e non la direzione.

“Se il paese è in recessione o il suo livello di reddito è inferiore al potenziale” è una condizione che non rileva. Dalla recessione ne siamo usciti da poco, ed è difficile che vi torneremo, il pericolo è navigare attorno allo stato di coma clinico dello 0% di crescita. Ma anche in questo caso la Commissione europea ha trovato la soluzione per non farci sconti: come abbiamo visto, ha adattato anno dopo anno la nostra crescita potenziale sempre più al ribasso (o la nostra disoccupazione strutturale sempre più al rialzo), così che il nostro reddito non sarà … mai sotto al suo livello potenziale. E’ come se diceste ogni anno al malato che non è grave dopo avergli diagnosticato una malattia peggiore della precedente,  trovando il malato in salute rispetto a quanto male potrebbe stare. Il malato sta oggettivamente peggio di ieri, ma in fondo oggi potrebbe essergli andata peggio, sorrida, va tutto bene, non dobbiamo fare nulla.

La fallacia di quanto costa all’Italia abbattere il debito  

4. Prendendo il caso concreto dell’Italia, che nel 2013 ha registrato un saldo di bilancio corretto per il ciclo pari allo 0,6% del Pil, secondo le stime della Commissione europea, lo scarto rispetto al requisito del Fiscal Compact è di soli 0,1-0,2 punti percentuali. In altre parole, per essere in linea con il Fiscal Compact all’Italia mancano circa 3 miliardi di euro, non 50 come viene erroneamente sostenuto.

Magari fosse così. Al di là del fatto che il Tesoro per sua stessa ammissione per il 2015 deve raggiungere lo 0% dallo 0,6% per non violare la regola del debito, Bini Smaghi non si rende conto che raggiungere quello 0,6% ha richiesto sacrifici che senza lo stupido Fiscal Compact non avremmo dovuto fare, uccidendo l’economia e tra l’altro facendo aumentare il rapporto debito-PIL che vorremmo abbattere, per colpa della mancata crescita che il Patto genera.

Per esempio, senza il Fiscal Compact che oggi ci chiede di essere allo 0,6% e domani allo 0%, avremmo potuto combattere per avere un deficit su PIL 2015 (non corretto per il ciclo) non pari al -1,8% ma al 3%. 1,2% in più per minori tasse ma soprattutto maggiori investimenti pubblici a sostegno della ripresa, soprattutto con un Governo come quello Renzi che sostiene di saper “spendere bene” visto che sostiene di saper “individuare gli sprechi”, due facce della stessa medaglia di un Governo che funziona. E invece siamo qui a prendere atto della riduzione programmata degli investimenti pubblici al loro livello storicamente più basso di sempre, 1,4% di PIL.

Per essere in linea con il Fiscal Compact i conti sui suoi costi si fanno rispetto ad un mondo senza Fiscal Compact.

La fallacia consolatoria

5. Questo risultato si basa sull’ipotesi che il rallentamento economico registrato in Italia negli ultimi due anni sia di natura temporanea, e non strutturale. Se invece la crescita tendenziale dell’Italia è strutturalmente scesa a zero, diventa necessario un attivo di bilancio per far calare il debito. In questa ipotesi, è l’intera sostenibilità del debito pubblico del paese che diventa a rischio, e non può più essere curata con misure fiscali ma con interventi finanziari straordinari.

Anche qui, l’ipotesi di Lorenzo Bini Smaghi è che la crescita tendenziale italiana sia indipendente dalle manovre austere che si sono succedute in questi anni. Non devo citare Stiglitz, né tanti economisti che hanno ben spiegato il concetto di “isteresi” ovvero che shock di breve periodo possono avere impatti permanenti, di lungo periodo. Basti immaginare, lo ripeto, quanti piccoli imprenditori e giovani non torneranno più a contribuire alla crescita potenziale italiana a causa della stupida austerità: gli scoraggiati, gli emigrati all’estero, le aziende chiuse, la aziende delocalizzate. A queste aggiungo tutte quelle persone ed imprese ora operanti oggi e per sempre nell’economia in nero e nell’economia criminale, che tale scelta non avrebbero fatto senza questa stupidissima, evitabile, austerità che come solo risultato conseguito sui conti pubblici ha avuto l’aumento del rapporto debito–PIL.

La fallacia del guardare a casa nostra

6. In sintesi, il Fiscal Compact non è uno strumento rigido che imbriglia le politiche economiche dei paesi europei, ma contiene clausole di salvaguardia per tener conto della situazione congiunturale. D’altra parte, l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che i paesi fortemente indebitati che non riescono a ridurre in modo continuativo il peso del loro debito pubblico possono trovarsi in una situazione molto vulnerabile per affrontare crisi scoppiate anche al di fuori dei loro confini, e contagiare il resto del sistema. Il Fiscal Compact è inoltre propedeutico a qualsiasi progresso si possa fare nell’ambito di una maggiore mutualizzazione delle finanze pubbliche dei paesi europei.

Non mi pare che si sia riusciti, grazie al Fiscal Compact, a ridurre in modo continuativo il peso del debito pubblico, anzi. Prendo atto tuttavia che solo in Europa siamo riusciti a costruire un meccanismo così arzigogolato da risultare incomprensibile ai più. Stati Uniti e Giappone, due paesi importanti nel consesso mondiale, non si sono mai sognati di ideare un tale meccanismo ieri, né mai lo faranno. Ma per un motivo molto semplice: Stati Uniti e Giappone hanno capito la vera lezione di questa crisi, ovvero che si esce da emergenze finanziarie e dalla carenza di domanda di questa portata con politiche economiche fortemente anticicliche, influenzando le aspettative degli operatori e non lasciandoli in balia di meccanismi contabili di ghiaccio che invece che riscaldare i cuori e le speranze congelano per sempre le economie in una trappola di pessimismo e disillusione, finendo per uccidere anche i sogni di una Europa al centro del mondo.

Detto questo, credo che il tempo delle discussioni sia finito e sia necessario impegnare politicamente le proprie forze e schierarsi in un campo o in un altro. I Viaggiatori in Movimento a cui appartengo lo faranno, chiedendo non solo una moratoria sul Fiscal Compact ma impegnandosi al più presto nella raccolta delle firme necessarie per un referendum abrogativo sulla stupida austerità così come importata nelle nostre leggi nazionali. Speriamo con ciò di svegliare chi crede nell’Europa dell’euro prima che sia troppo tardi.

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Renzi e Padoan vs. Letta e Saccomanni: vince la Commissione europea

Sto girando attorno ai numeri del DEF, sperando di scorgere dettagli che mi rassicurino, che mi portino a dire che il Governo Renzi segna una discontinuità col passato, con la stupidissima austerità che uccide l’Europa che amo, con il supino inchinarsi all’europa che odio.

Ecco perché faccio fatica (al di là di quanto scritto ieri).

1. In Europa Padoan e Renzi hanno ottenuto briciole. Per il 2014, l’obiettivo di deficit strutturale Saccomanni-Letta (corretto per il ciclo) da raggiungere era dello 0,6% di PIL: rimane tale, senza dimenticare che la Commissione europea lo ha stimato a 0,9%, lasciando aperta la porta per una prossima richiesta di manovra aggiuntiva. Per il 2015, l’anno chiave, Saccomani e Letta promettevano l’equilibrio di bilancio strutturale, Padoan e Renzi scrivono … lo 0,1% di deficit. 0,1! Briciole. Senza nemmeno ricordare che il deficit strutturale italiano, noi che abbiamo un debito su PIL superiore al 60%, il demenziale Fiscal Compact stesso lo fissa allo 0,5% di PIL. Ma il Governo Renzi, come Monti e Letta prima di lui, appare più realista del re, più austero di quanto necessario: e dunque invece di dire “mi fermo allo 0,5% di PIL di deficit strutturale” persegue masochisticamente lo 0% tramite la stupida austerità.

2. Ricordatevi che nel DEF non contano nulla le centinaia di pagine di inchiostro sulle future riforme; che tra l’altro si possono fare anche senza metterle nel DEF. E’ un po’ di aria fritta, come è sempre stato, con la differenza che stavolta a queste riforme si attribuisce il magico potere di creare una “crescita in più” straordinariamente alta nel futuro lontano, addirittura 1,6% di crescita in più di PIL nel 2018. No, il DEF vale per l’oggi e basta, nel senso che l’unica cosa che di esso conta è che fissa “nella pietra” i paletti macro della finanziaria d’autunno, dai quali quest’ultima non potrà più discostarsi. E il dato è chiaro: il deficit pubblico su PIL 2015 dovrà essere ridotto dal 2,6% all’1,8%, e solo 0,1% di questa riduzione proverrà dalla spesa per interessi; 0,7% di essa proverrà invece da un aumento dell’avanzo primario, la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi, che dovrà salire dal 2,6% al 3,3% del PIL. In questo periodo così gramo di domanda interna, il Governo ne sottrae dunque alle imprese una ulteriore parte, aumentando le tasse e diminuendo le spese (senza certezza di tagli agli sprechi, come ho detto ieri). Aumentando le tasse? Sì, aumentando le tasse da 745 miliardi di euro nel 2014 a 841 nel 2017. E lasciandole nel 2017, rispetto al Governo Letta-Saccomanni, che così austero mi era parso (ed era stato) al 47,2% di PIL, rispetto al 47% di questi ultimi. Perché se è vero che va attribuita al Governo Renzi la scelta di ridurre il carico fiscale sotto i 25.000 euro, va attribuita allo stesso la scelta di non modificare le decisioni austere prese dal Governo Letta e Saccomanni (aggiungeteci che Renzi e Padoan stimano un PIL 2017 più basso ed il gioco è fatto). Il colpevole? Come avrò modo di dirvi domani, il Fiscal Compact che – al contrario di quanto sentite questi giorni (“no il FC è buono, non fa male!”) – ci uccide eccome. Ma la colpa non è mai di un Fiscal Compact. La colpa è di chi lo accetta supinamente.

3. E la spesa direte voi? Renzi-Padoan la fanno calare dal 50,6% di PIL del 2014 al 48,1% del 2017 (0,5% di PIL di interessi in meno, 0,9% di stipendi in meno, 0,6% di pensioni in meno, 0,6% di acquisti di beni e servizi in meno e poi …) mentre Letta e Saccomanni la facevano calare nello stesso periodo da 50.7% di PIL al 48%. Tutto cambia per che nulla cambi, dunque? In realtà qualcosa peggiora pure. C’è infatti un’ultima parte che mi sconvolge forse più di tutte le altre: “le pizze sì, i ponti no”. Come ha ben sottolineato ieri il Sole 24 Ore ieri, il Governo Renzi, che tanto aveva fatto sperare con il suo intendimento di rimettere in sesto il futuro del Paese con la ristrutturazione delle scuole, ha ridotto se possibile ulteriormente rispetto a Letta e Saccomani la quota di investimenti pubblici, il futuro del Paese appunto. Dal 3% di PIL degli anni 90, crollati all’1,7% dei governi Monti e Letta, Padoan e Renzi dichiarano a tutti che la loro intenzioni è di ridurli ulteriormente, all’1,4% di PIL del 2017. Letta e Saccomanni avevano previsto l’1,6% di PIL nel 2017. Sì, la colpa è sempre il Fiscal Compact, e dunque degli uomini e donne che ne hanno il potere ma non osano dire Basta a questa stupidità. E che sono disposti a far sparire i ponti del futuro, della speranza, della crescita solidale che ci dovrebbero riunirci ai concittadini europei ed alle future generazioni, a cui non possiamo certo lasciare soltanto le pur utili pizze.

Un Governo Renzi Padoan dunque tanto austero e supino ai diktat della Commissione Europea quanto quello di Letta Saccomanni? Così parrebbe.

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Lo spreco del DEF?

Il DEF, che impatto avrà sulla crescita italiana? Secondo il Ministero dell’Economia, positivo. Con effetti sul PIL che crescono nel tempo. Piccoli (ma non troppo) nel 2014 (+0,3%), e poi mano mano a crescere: +0,8% nel 2015, +1,3%, +1,7% ed addirittura +2,2% in più nel 2018.

Da dove provengono questi effetti espansivi del DEF?

Eccoli riassunti:

Lasciate perdere per un attimo il 2014, troppo poco e troppo vicino per essere realmente messo in discussione. E lasciamo perdere le solite ipotesi “fantascientifiche” sulle riforme (Job Act, liberalizzazioni) che salvano l’Italia … tra 4 anni. Nel medio periodo siamo tutti morti.  Come Europa in primis.

Concentriamoci sul 2015, l’anno su cui incide il DEF realmente. Cosa notate?

Una cosa semplice semplice. Che Padoan segue Alesina e Giavazzi. Nello scommettere che le minori tasse siano più espansive (+0,4%) di quanto non sia recessiva la spending review (-0,2%).

Contabilmente non accadrà mai: lo sa bene Padoan che di moltiplicatori se ne intende. In realtà, se il taglio della spesa equivalesse a taglio degli sprechi, anche se contabilmente il PIL potrebbe ancora andare giù (eh già, il PIL – indicatore altamente imperfetto del valore della produzione – sale se salgono gli sprechi pubblici, e scende se questi scendono, mentre in realtà la produzione e/o il benessere non cambiano), non dovremmo preoccuparci perché nella sostanza non si produce di meno valore aggiunto. E allora, in questo caso, le minori tasse effettivamente trascinerebbero al rialzo l’economia.

Ma se i tagli fossero a casaccio, lineari, l’economia andrebbe peggio, e non meglio. Perché ridurre la domanda diretta di appalti alle imprese fa male al PIL, mentre diminuendo le tasse potremmo assistere solo ad un maggiore risparmio delle famiglie, specie se queste rimangono pessimiste sul futuro.

E dunque, come saranno i tagli? A casaccio o mirati agli sprechi? Basta capirsi su cosa siano per davvero gli sprechi.

Eccovi un esempio di sprechi: sono dovuti a corruzione negli appalti presso l’Enac. Fatevi una cultura: altro che auto blu su e-bay! Altro che le briciole del taglio delle Province: è negli appalti pubblici, dove la politica non vuole intervenire, che si annidano gli unici sprechi quantitativamente significativi.

E a questo punto la domanda è: sapranno Padoan e Cottarelli e Renzi arrestare questo tipo di sprechi? E se sì, come? Non è dato sapere.

Se non ci si spiccia a rafforzare l’Autorità Anti Corruzione per controllare gli appalti, l’Autorità Antitrust per sorvegliare i cartelli negli appalti, la DIA per combattere la mafia negli appalti, l’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici che dorme,  la protezione inesistente dei programmi per testimoni di corruzione, la competenza e la remunerazione dei responsabili delle stazioni appaltanti … sprechiamo solo tempo ed allora sarà meglio chiamare questi numeri di futura crescita per quello che si saranno rivelati essere: fuffa.

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DEF: una cosa è certa.

Ho trovato sul web per ora solo il volume III del nuovo Documento di Economia e Finanza, quello sulle riforme. Attendo con ansia quello sulla manovra quadriennale, l’unico che mi interessa perché vincola l’azione del governo: le tante parole sulle riforme, no.

Sono passati solo 6 mesi dalla Nota di Aggiornamento al DEF di Letta e Saccomanni. Eppure è già tempo di chiedersi come mai le cose col Governo Renzi ed il Ministro Padoan sono così diverse a distanza di così pochi mesi.

Semplice, mi direte. Renzi e Padoan hanno fatto politiche espansive, meno tasse, e quindi le cose vanno meglio.

Ahem.

Non pare proprio, a giudicare dal raffronto delle previsioni 2015 e 2016 fatte dai due governi, che vi ripropongo qui sotto.

 

E meno male che il nuovo governo portava una ventata di ottimismo! Va tutto peggio, sembrerebbe. Alla faccia delle ipotesi di maggiore crescita che provengono da tutta l’Europa.

Certo, potremmo dire che il nuovo duo ha fatto, con la sua manovra quadriennale di cui ancora conosciamo poco, più crescita rispetto al tendenziale dell’economia, e che è stato piuttosto il Governo Letta a sovrastimare la crescita e a peccare di ottimismo quando fece le sue previsioni nell’autunno del 2013. Potrebbero dire che loro sono stati più seri e realistici, oltre che ambiziosi.

Letta e Saccomanni potrebbero replicare che questo governo non sa generare crescita.

Una cosa è certa: consegniamo al Paese stime di sviluppo sempre più deprimenti, abbattendo l’ottimismo degli operatori e la loro voglia di investire.

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La scelta

Ieri sera a Tor Vergata a discutere di Europa con il mio amico e collega Giovanni Salmeri , legato a lui da una crescente identità di vedute ed esperienze (tutti a parole a parlare del come la filosofia non vada esclusa dai percorsi formativi, e con molti miei colleghi in pratica sconvolti dall’idea che economisti, aziendalisti e filosofi si possano mettere insieme in un progetto culturale comune, come è il nostro Dipartimento di Studi di Impresa Governo Filosofia). C’era Claudio Borghi ormai schierato con la Lega e contro l’euro, sempre piacevole da ascoltare e poi c’era Diego Fusaro, filosofo che non conoscevo che pensa che l’Europa sia un lager e paragona al nazismo l’attuale vertice capitalistico-istituzionale continentale. Ho sempre pensato che chi ama ascoltare le proprie parole vibrare nell’aria finisce per distruggere il loro significato, e ne ho avuto una drammatica conferma quando ho sentito questi paragoni così superficiali. Peraltro tutti e quatto credo abbiamo passato una serata interessante perché gli stimoli sono venuti da tutti e abbiamo mostrato che Tor Vergata è luogo di apertura culturale profonda come pochi altri Atenei. Bravo Lorenzo Echeoni che ha organizzato con 2duerighe.com il tutto.

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Pochi giorni fa, a proposito di Europa, ho letto quest’articolo dell’imprenditore Bulgari, sul futuro dell’euro e dell’Europa. Egli parte da un dato di fatto inequivocabile: il rigurgito di nazionalismo è ovunque, anche  nel Regno Unito, alle prese con il dilemma scozzese, e pare virale, rischiando di mettere in difficoltà altri Paesi come Spagna e la stessa Italia, alle prese ora con una ripresa delle tensioni separatiste regionali.

Ed ha ragione da vendere quando si lamenta dell’inadeguatezza della risposta che diamo ai problemi europei attuali, quando rilanciamo con una unione politica che sia lui che io riteniamo assolutamente “non a portata di mano”. Una illusione capace di ritardare la ricerca di una soluzione concreta ai problemi che affollano il Vecchio Continente. Gli Stati Uniti, di fatto, hanno impiegato ben 150 anni a raggiungere una struttura centralizzata a Washington, lentamente facendo i conti con le sane ed inevitabili enormi differenziazioni culturali ed economiche (ed anche antropologiche) di partenza tra Stati.

L’Europa di oggi non è tanto diversa dagli Stati Uniti di allora. Decisero una moneta unica ben prima di essere uniti politicamente, ben prima di essere “mobili” culturalmente e geograficamente, perché il simbolo della sovranità doveva – malgrado le evidenti rigidità che avrebbe comportato – forzare il dialogo tra diversi. Ovviamente non fu un processo semplice. Anzi, spesso ebbe risvolti drammatici. Come ricorda lo stesso Bulgari richiese, oltre all’invenzione del treno, una anzi due guerre: quella civile, di cui parla Bulgari, ma anche la prima guerra mondiale che fece prendere coscienza del ruolo geopolitico che gli Stati Uniti erano per la prima vota chiamati a svolgere a fronte del declino britannico.

Ci volle anche un grande leader, Franklin Delano Roosevelt, che proprio in una crisi economica drammatica ottenne, con la solidarietà dal centro che mostrò nel suo primo mandato, la delega a decidere per tutti gli Stati nel secondo mandato, con opere pubbliche rivolte innanzitutto a chi soffriva maggiormente nella Depressione. Da quella solidarietà nacque un progetto geopolitico nazionalistico che oggi anche Bulgari prende come un dato di fatto. Avessero, gli Stati degli Stati Uniti, abbandonato il progetto in corsa per le mille difficoltà, ognuno adottando una sua moneta, saremmo qui a chiederci sui libri di storia perché quel progetto di Unione è fallito.

Non possiamo salvare l’euro e l’Europa allo stesso tempo, dice Bulgari, che paragona il nostro dilemma a quello della scelta di Sophie che deve abbandonare un figlio o perderli tutti e due. Sophie emigrò in America, scappando da un’Europa devastata dall’Olocausto che gli aveva strappato un figlio. E’ quell’Europa che abbiamo cercato di superare: essa nacque dai nazionalismi che si abbeveravano alla fontana dell’incapacità di saper gestire la Grande Crisi tramite la solidarietà tra Stati, come invece fece Roosevelt al suo interno. Possiamo salvare i due figli, e risparmiarci l’isolamento a cui ci destinerebbe  la rottura dell’euro, con l’unica arma a disposizione: non l’unione politica, ma la fine dell’austerità che condanna i più deboli e meno protetti al dolore ed alla sofferenza.

Ma non è solo questione di isolamento. La scelta di Claudio Borghi di schierarsi con la Lega è sintomatica di un’evidenza che finalmente, col passare dei giorni e dei mesi, diventa più nitida a tutti riguardo a quale sia la vera scelta da fare.

Altro che euro, “tramonto dell’euro” à la Bagnai o “euro o morte” à la Piga: la questione vera, politica, essenziale, è quella dei “confini territoriali” che vogliamo dare alla nostra vita futura. Se vogliamo l’Italia o l’Europa, essere cittadini della prima o della seconda.

Io la mia scelta l’ho fatta. Mi sento cittadino di questa Europa, le cui scelte non condivido assolutamente. Ma di chi sono le scelte europee? Sono le mie e le tue, che ti piaccia o no. E dunque, come dice Giovanni Salmeri, so che spetta a me ed a te cercare di cambiarla, per quanto è nelle mie e tue possibilità: “l’Europa ci chiede che”, di nuovo da Giovanni, è un’idiozia equivalente, in una coppia in difficoltà, a dire “la nostra coppia ha deciso che tu vai al supermercato”.

Chi paragona l’Europa ad un Lager dimentica tante cose. La meno evidente? Che i Lager li abbiamo in Italia, regione d’Europa, si chiamano carceri, dove tantissime persone piene di dignità sono trattate quotidianamente, spesso, come animali da macello, intasati in 2 metri quadrati a testa. E che è proprio l’Europa a condannarci quotidianamente per queste violazione basilari dei diritti umani. L’Europa è casa mia anche per questo.

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L’Italia dei giovani che, prima di correre, si deve rialzare

I numeri sono assordanti.

In Italia abbiamo 22 milioni di occupati. Circa 1/20 di questi sono giovani tra i 15 ed i 24 anni, 923.000 per la precisione.

Non mi dite che non l’avevamo detto che le recessioni uccidono i germogli più fragili e con più potenziale di una società: dei 365.000 occupati in meno in un anno di governo Letta, un terzo quasi di questi, 107.000 sono giovani. Non un ventesimo, un terzo.

Ma c’è di più. Un’altra cosa abbiamo sempre detto su questo blog: che la perdita di lavoro dei giovani non produce disoccupazione ma, principalmente, scoraggiamento, avvilimento, abbandono. E questo è spesso per sempre. Eccoli i numeri. Dei 107.000 in meno senza lavoro, solo 27.000 hanno arricchito l’esercito dei disoccupati, almeno loro mostrando una qualche caparbietà a non mollare. 46.000, quasi il doppio, hanno invece arricchito la massa enorme dei nostri inattivi, alcuni per andare a studiare, molti di più hanno mollato. Molti per sempre.

Brava Europa, bravo Monti, bravo Letta. Che con le loro stupide austerità hanno ghiacciato il cuore del continente e della nostra penisola. E che hanno rifiutato di ascoltare il nostro appello per un servizio civile nella Pubblica Amministrazione, 1000 euro al mese per 2 anni, non rinnovabile, per lavorare nelle Pompei d’Italia, dovunque ci sia bisogno della presenza dello Stato, dovunque uno Stato vecchio dal mancato turnover come quello italiano crolla a pezzi invece di sostenere con forza e attenzione il settore privato ed arricchirlo di attenzione alla bellezza, alla solidarietà, alla giustizia sociale.

Se Renzi pensa di cavarsela rendendo più flessibile il lavoro correndo inciamperà. Ha bisogno di fermare l’emorragia subito, poi il paziente, curato, potrà ascoltare di riforme e riprendere la corsa.

Se Renzi vuole essere diverso, stanzi almeno per 100.000 giovani disoccupati e scoraggiati, 1,2 miliardi di euro l’anno per due anni nel DEF che si appresta a presentare. Coraggio, Italia che non puoi ancora correre, rialzati in piedi.

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La truffa di Bruxelles: Renzi citi Bernanke, ignori la multa, salvi l’Italia e l’Europa

Alcuni hanno giudicato la mancanza di miglioramenti come prova che la crisi finanziaria ha causato danni strutturali all’economia, rendendo gli attuali livelli di disoccupazione insensibili ad addizionali stimoli monetari… Tuttavia, se osservo qualsiasi precedente recessione avvenuta negli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi, il tasso di disoccupazione è sempre rientrato al suo livello pre-recessione, e, malgrado la recente recessione sia stata inusualmente profonda, vedo poca evidenza in questi ultimi anni di cambiamenti strutturali.

Ben Bernanke, ex presidente della banca centrale Usa, 2012.

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Quando la disoccupazione effettiva nell’economia cambia ciò può derivare da effetti ciclici di breve periodo che non lasciano tracce nel lungo periodo o da fattori strutturali che tendono a permanere.

Distinguiamo come economisti quindi tra disoccupazione ciclica e disoccupazione strutturale, quest’ultima essendo quella a cui tende naturalmente l’economia, a causa dei suoi pregi e difetti appunto, strutturali. Il legame tra queste due forme di disoccupazione? Quando l’economia genera una disoccupazione ciclica, se questa è superiore (inferiore) a quella strutturale salari e prezzi cominciano a calare (salire).

A che serve questa distinzione? E’ fondamentale per capire se la politica economica deve o non deve intervenire.

Per esempio, dovunque si tema la ripresa dell’inflazione, ci si sforza con grande attenzione affinché il tasso di disoccupazione effettivo non tenda ad essere inferiore a quello strutturale, perché tipicamente ciò porterebbe i prezzi a salire e l’inflazione a sfuggire di mano, facendo ben presto svanire la maggiore occupazione (tramite aumenti delle rivendicazioni salariali) e lasciandoci in un ambiente instabile come negli anni 70.

Ma cosa succede se la disoccupazione effettiva invece sale al di sopra di quella strutturale? Che si possono fare politiche economiche espansive (monetarie e fiscali) senza temere che queste generino inflazione e con la certezza, anzi, che aiutino a riportare il livello di disoccupazione al suo livello naturale.

Tutto ciò presume che si possa misurare la disoccupazione strutturale. Ma, problemino non da poco, i mezzi a disposizione di noi economisti per farlo sono limitati e si possono fare errori. Per esempio si può confondere un aumento di disoccupazione dovuta meramente al ciclo con un cambiamento strutturale.

Ecco spiegata la frase sopra di Bernanke, che si difendeva da chi lo attaccava perché continuava a pompare moneta nell’economia. “Smettila di farlo” – così i suoi critici – “la disoccupazione Usa è alta perché è alta quella strutturale, e tu, così continuando a comportarti, farai schizzare verso le stelle l’inflazione”.

Aveva ragione Bernanke, che non credeva a questo ragionamento, attribuendo invece l’alta disoccupazione Usa solo a fenomeni ciclici. Continuò a fare politiche in aiuto dell’economia, l’inflazione non mutò, e la disoccupazione che era dunque ciclica tornò al suo livello strutturale che non era cambiato a causa della grande crisi finanziaria del 2007. Salvando il paese da una stupida sofferenza prolungata ed unendo il Paese attorno alla sua bandiera di solidarietà.

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Eccoci in Europa. Dove, come negli Usa, ci si preoccupa di calcolare – a livello di Commissione europea – la disoccupazione strutturale perché si vuole evitare che le politiche economiche generino inflazione, mettendo in difficoltà la BCE. Siccome la politica monetaria è in mano alla BCE, mi direte, qual è il problema?

Che domande, ovviamente la politica fiscale, in mano a quei cattivoni dei governi nazionali. Che potrebbero, vedendo crescere la disoccupazione, argomentare che quest’aumento è dovuto a fattori ciclici e che quindi bisogna fare più deficit per aiutare l’economia (senza minacce per l’inflazione). “Ma se l’aumento della disoccupazione fosse dovuto invece a fattori strutturali i governi farebbero più spese e meno tasse solo per illudere gli elettori, mettendo a rischio la stabilità europea!” già mi vedo il burocrate europeo stile Ollie Rehn con il ditino alzato.

“Se un governo ha risorse a disposizione, continua il burocrate, le usi solo se l’economia ne ha bisogno perché vi è disoccupazione ciclica”. Se l’economia va male per motivi strutturali è inutile fare più deficit. Quindi, termina il burocrate, vi vengo in aiuto: mi invento un indicatore, il deficit pubblico strutturale, che non varia quando cambia il ciclo, e vi indico di questo il livello che voi governi dovete raggiungere. Così che se le cose ciclicamente vanno male nell’economia e voi volete aiutarla avendone le risorse, nessuno vi dirà nulla.

“Ma, e qui il ditino vola molto alto, non cercate di fregarmi: se la disoccupazione non è ciclica ma strutturale, e dunque qualsiasi aiutino di politica economica è inutile ed anzi dannoso (riparte l’inflazione e peggiorano i conti), il mio indicatore di deficit strutturale peggiora appena ci provate ed io vi blocco.”

Complicato? Beh forse. Ma sappiate che è questo che abbiamo messo in Costituzione nell’art. 81 a seguito anche del Fiscal Compact: dobbiamo raggiungere un deficit strutturale di 0,5% di PIL, noi che abbiamo un debito su PIL superiore al 60%.

Se volete questo è il tempo per prendersi una pausa. Perché quello che segue rappresenta la storia dell’ennesimo scandalo europeo. E la migliore finestra negoziale per il nostro Governo nei giorni a venire.

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Riposati? Benissimo, procediamo.

Partendo dal fantastico articolo di 3 economisti del CER, Stefano Fantacone, Petya Garalova e Carlo Milani. Che si sono accorti, loro sì, della truffa europea a danno dell’Italia (e di altri paesi come la Spagna ed il Portogallo) e l’hanno denunciata con grande dovizia di dati.

Da cosa sono partiti? Da questo grafico, dove si mostra che l’Italia dal 2013 al 2015 ridurrà il deficit pubblico normale (non strutturale) in euro dal 3% famigerato di PIL al 2,2%. Bravi? Bravissimi?

Macché. ”Pessima Italia”, che quanto a deficit strutturale è passata negli stessi anni dal -0,6% di PIL al -0,9%.  Ma come è possibile? E’ come se l’Italia avesse deciso di diventare troppo espansiva quanto a politiche fiscali malgrado il crollo del deficit normale dica il contrario.

Come è possibile? Semplice. Basta capirsi su cosa vuol dire “troppo espansivi”.  Vi ricordate sopra? E’ “troppo” espansivo chi cerca di fare politiche fiscali quando la disoccupazione è già al suo livello strutturale: genererà solo inflazione e non curerà la disoccupazione.

Ma, mi direte, la disoccupazione italiana è salita tanto in questi anni, ma per motivi ciclici, come quelli di cui parla Bernanke, mica per motivi strutturali! Detta in altro modo: se Renzi abbassa le tasse o, come chiede invece Piga, fa più spesa pubblica buona, mica sale l’inflazione (in questo clima deflazionista!) ma piuttosto aumenta l’occupazione e la disoccupazione scende!

No. Non secondo la Commissione europea almeno. Che si è inventata una mossa geniale: in questi anni, in Italia, ha deciso che è salita la disoccupazione strutturale, non quella ciclica. Addirittura, mostrano i 3 ricercatori (vedi grafico), la Commissione stima che questa sia salita dal 7,5% del 2011 all’11% nel 2015!

Detta in altro modo: mentre nel 2011 non servivano politiche a sostegno dell’economia se la disoccupazione era del 7,5%, nel 2015 si dice ai governi che ogni politica espansiva fatta quando la disoccupazione è attorno all’11% è inutile (dannosa), e va catalogata con un aumento del deficit strutturale e quindi va vietata.

Ecco infine la tabella più clamorosa dei 3 ricercatori: come sarebbero stati interpretati gli stessi conti italiani se, seguendo Bernanke, si fosse considerata questa crisi interamente ciclica e senza impatti strutturali? Fatevi due risate: tenendo il tasso di disoccupazione strutturale all’8% (un valore ben più alto comunque di quello considerato da Bernanke) la posizione del deficit strutturale italiano sarebbe non il -0,9% ma il +0,3% di PIL. Questo, rispetto al limite del Fiscal Compact del -0,5%, libererebbe risorse per 0,8% di PIL, 13 miliardi circa in più rispetto  alla situazione attuale.

13 miliardi.

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La Commissione europea, nello giustificare il suo approccio così “austero”, ricorda come sia essenziale non generare aspettative troppo ottimistiche della disoccupazione strutturale in tempi “buoni” dell’economia, consentendo politiche espansive quando non ce n’è bisogno. In effetti è vero, non bisogna.

Ma analogamente, sarebbe ancora più essenziale non generare aspettative troppo pessimistiche sulla disoccupazione strutturale, come invece fa, non consentendo politiche espansive quando ce n’è un immenso bisogno.

La Commissione europea commette un secondo errore: un aumento della disoccupazione genera automaticamente, nel suo modello, un aumento anche della disoccupazione strutturale. Nei limiti in cui quest’ultimo aumento riduce, come abbiamo fatto vedere, gli spazi per i governi per fronteggiare con le politiche fiscali la crisi, la disoccupazione sale ulteriormente, trascinando con se di nuovo la disoccupazione strutturale ecc. in un circolo vizioso a cui stiamo assistendo impotenti da anni, generando sofferenza e disillusione sull’Europa senza bandiera che unisce.

Ma non è detto che si debba rimanere impotenti. Padoan e Renzi possono infatti ricordare alla Commissione europea che è uno scandalo che si sia “d’impero” aumentato il valore del tasso di disoccupazione naturale italiano senza sentire l’opinione italiana (sperando che nessuno che lavora al MEF di Grilli e Saccomanni sapesse di ciò e non l’abbia fatto notare). Renzi e Padoan potranno chiedere una revisione di questi valori, magari citando uno sconosciuto di nome Bernanke ed ottenere spazio essenziale per la ripresa.

E, di nuovo, se la Commissione dice no, l’Italia non se ne curi. Calcoli da sola il suo deficit strutturale, citando Bernanke, e porti conti pubblici sani e manovre espansive che aiutano l’Italia e l’Europa. Tra due anni, quando scatteranno le multe per l’Italia, l’Italia avrà salvato l’Europa.

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La BCE per la Vecchia Europa vecchia

Perché la BCE non persegue il suo mandato di raggiungere il 2% di inflazione e non adegua la sua politica monetaria, rendendola più espansiva, visto che siamo a livelli sempre più vicini alla deflazione (diminuzione del livello generale dei prezzi)?

Una questione simile si pone da tempo in Giappone. Il nuovo Premier Abe si trova in grande difficoltà, lui che ha appunto chiesto alla Bank of Japan di raggiungere, come dovrebbe la BCE, anch’essa un’inflazione pari al 2% (anche qui siamo vicini alla deflazione, ma perlomeno si va via da essa, mentre nell’area euro ci si avvicina ad essa, cosa ben più preoccupante) e non pare riuscirvi.

Basta leggersi la storia giapponese per comprendere il perché Giappone ed Europa non sanno generare più inflazione e con essa occupazione via maggiore domanda. Il colpevole? L’invecchiamento della popolazione.

La ampia popolazione giapponese in pensione beneficia dalla deflazione. In teoria, le pensioni giapponesi sono indicizzate all’inflazione. Ma, nella pratica, quando i prezzi diminuiscono, questa indicizzazione è stata incompleta o ritardata (e dunque beneficia i pensionati giapponesi, NdR). Per di più la popolazione giapponese detiene più della metà della sua ricchezza finanziaria in depositi bancari e banconote. L’inflazione dunque impone delle perdite da cui (quanto meno) coloro che sono oggi in pensione non possono essere rimborsati con un mercato del lavoro più vibrante”. E dunque ecco una lobby potentemente avversa a far sì che l’inflazione si possa materializzare, assieme ad aumenti dei salari nominali e dei consumi, rilanciando occupazione e crescita nipponiche.

La lobby degli anziani europea è ormai anch’essa dominante. E questo spiega perché Draghi non può ricorrere all’inflazione per stimolare il Vecchio Continente e ridurre la disoccupazione giovanile. Ed i governi, come quelli recenti italiani, che riducono l’indicizzazione delle nostre pensioni  all’inflazione per risparmiare qualche soldino di spesa pubblica non fanno altro che ingrossare l’esercito degli anziani che pretendono una BCE conservatrice ed anti-inflazione.

Aiuterebbe cosa? Mettere i giovani al potere? Serve a poco se poi chi vota – i vecchi – ti mandano a casa per non averli protetti. Meglio qualcosa di meno traumatico e più sottile: proteggerli, i vecchi, con strumenti indicizzati all’inflazione, e così lasceranno, i vecchi, far fare a Draghi quello che fece Roosevelt nel 1933: inflazione, inflazione, inflazione per generare occupazione, occupazione, occupazione.

Il Vecchio Continente a quel punto finalmente proteggerà i suoi giovani dal male della disoccupazione, riscoprendosi giovane.

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Sprechi o risparmi?

Ho una brutta sensazione.

Una domanda semplice sulla spending review. Perché si parla sempre di “risparmi” e non di “sprechi”? La semantica è sempre importante, mi dico.

Qualcosa non mi torna e continua ad arrovellarmi nelle 72 slide di Cottarelli.

Un’altra domanda semplice: il recente caso di Expo 2015, o meglio di Infrastrutture Lombarde: dove lo trovo nelle slide di Carlo Cottarelli?

“Forti azioni di sorveglianza nell’esecuzione e messa in esercizio delle opere programmate dal CIPE”. Ecco, una riga forse c’è. Su 72 slides.

Qualcosa comincia a tornare.

Eppure è così importante: la corruzione nei lavori pubblici delle grandi opere è probabilmente alla base di una buona quota degli sprechi. Eppure le 72 slide dovrebbero parlare esattamente di questo e solo di questo. Di come si intende combattere questa forma di spreco, la corruzione: come si intende lavorare con l’Antitrust (collusione e corruzione vanno a braccetto), con la DIA (Mafia e corruzione? idem) come si intende rafforzare l’Autorità Anti Corruzione oltre a nominare un nuovo Presidente (lo ha detto anche Saviano se non sbaglio)  ancora senza dipendenti, come coinvolgere la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti nei controlli sulla qualità degli appalti (anche sui beni e servizi, dove nessuno controlla se la commessa affidata viene svolta come richiesta).

Le 72 slide dovrebbero dire anche come si intende porre fine all’enorme altra fonte di spreco negli appalti: l’incompetenza di chi scrive i capitolati. Come, quando, dove verranno formati funzionari e dirigenti degli acquisti pubblici.

E della disponibilità dei dati in tempo reale per identificare gli sprechi.

Eppure, invece di spiegare come combatteremo gli sprechi e le loro fonti, si spiega dove si troveranno i risparmi. I secondi sono più rapidi da trovare dei primi – basta un decreto legge – ed il taglio dei secondi è più lineare del taglio dei primi, ovvero più recessivo.

Ho una brutta sensazione. Aspetterò ancora un po’, prima di esternarvela.

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La spending che verrà?

Da Panorama di oggi in edicola, il mio articolo.

Il gioco della spending review è complesso. Più che a una partita di poker assomiglia ad una di Risiko, dove l’accumulo paziente di truppe nelle varie aree geografiche di cui è composto il tavolo toglie ossigeno al nemico fino a farlo capitolare. Ogni area merita attenzione, alcune più delle altre, il successo in una sostenendo le possibilità di vittoria nell’altro.

Renzi sembra muoversi agilmente sul tavolo della “spending”, come la chiama lui. Alcune mosse che pare voler fare rappresentano delle precondizioni essenziali per avanzare.  Al contrario dei governi precedenti ha messo nella semantica della propria azione di governo (ma sì, anche nella presentazione con le sue slides) l’intenzione di vincere questa battaglia. Ricordo ancora quando Letta non menzionò nemmeno la parola “spending review” nel suo discorso di insediamento al Parlamento: mi dissi che l’apparato burocratico-amministrativo della cosa pubblica avrebbe annotato tale dimenticanza e l’avrebbe riversata a valle su di una indifferenza di fondo per  un obiettivo così importante. Così come tutti al Tesoro si devono essere accorti di quanto l’incaricato alla spending di Monti, il Dott. Bondi,  fu lasciato solo in una grande stanza, senza accesso a quella dei bottoni della Ragioneria Generale dello Stato che controlla i dati. Il suo potere fu dimezzato in un batter d’occhio da un simile distratto isolamento.  Il fatto che Renzi non molli la preda nei suoi discorsi è elemento che incide sulle aspettative delle persone, specie quelle che lavorano nell’amministrazione pubblica, rendendole più timorose e pronte ad individuare gli sprechi per non essere sgridate dal “capo”.

C’è di più. Il volere ricondurre a Palazzo Chigi gli uffici guidati dal capo della spending, Carlo Cottarelli, danno una qualche credibilità ai discorsi di Renzi, mostrando a tutti la sua intenzione di essere percepito come il solo responsabile di qualsiasi successo o fallimento, una forte motivazione al fare ed al fare bene su questo tema, che motiva anche i suoi sottoposti.

Queste precondizioni per il successo vanno ora condite con ulteriori elementi, appartenenti meno alla sfera comunicativa ed organizzativa e più legati all’operatività del progetto. L’esercito deve essere messo in marcia e non più solo motivato.

Prima di tutto, Carlo Cottarelli non va lasciato solo ma deve avere al suo fianco una squadra potente di funzionari capaci, ben pagati, motivati. Ad oggi Cottarelli ha potuto contare sul contributo a tempo parziale, senza alcun bonus, di tante persone di buona volontà che lavorano in altri uffici dell’amministrazione pubblica. Carlo Cottarelli è l’unico del team della spending che viene pagato per quanto fa. Un approccio ridicolo, basato sull’idea che sul tema degli sprechi si possa avere un “free lunch” che non esiste in nessun altro settore dell’attività economica, ovvero che si possa ottenere qualcosa senza fare investimenti, senza spendere. Cottarelli ha bisogno a tempo pieno di funzionari esperti di come si combatte la mafia, la corruzione, la collusione, l’incompetenza, i fattori che generano sprechi in quel mondo degli appalti e del personale che così tanto delle nostre tasse consumano. E devono essere ben pagati per il loro lavoro. Questi sono investimenti che ridanno mille volte quanto sono costati e vanno intrapresi senza timore di spendere. D’altro canto non è ovvio che chi dice di voler spendere bene sappia anche selezionare altrettanto bene il personale per garantire la bontà di questa spesa?

Sul fronte degli strumenti a Carlo Cottarelli va dato anche un database degli appalti (che rappresentano il 15% del PIL ed il 30% del totale della spesa pubblica) in tempo reale, che a tutt’oggi non c’è. A tutt’oggi Renzi, se dovesse chiedere chi spende quanto, su cosa, quando, riceverebbe in cambio un sonoro silenzio. E’ impossibile non dotarsi di una infrastruttura informatica che  garantisca una simile disponibilità di dati.

Non avendo ancora tutto ciò, non  per colpa sua, a Renzi ci viene automatico di dire che il rischio più grande che corre è quello di vendere risultati che oggi non può ottenere. Un grave danno è stato già inferto dalla confusione sulle cifre delle risorse disponibili per il 2014 dalla spending review, con Cottarelli che cita in Commissione 3 miliardi di sprechi ed il premier 7. Le cifre pubblicate dai giornali hanno fatto rapidamente sparire ogni riferimento ai 3 miliardi di Cottarelli ma è facile ritrovarli: dai 7 totali vanno levati i contributi temporanei dalle pensioni di 1,4 miliardi, e siamo già a 5,6. Calcolando che il decreto uscirà ad aprile e non potrà che essere operativo prima di giugno, facilmente si arriva alla metà, ovvero ai famosi 3 miliardi per il 2014. E siamo a mio avviso ancora nel reame dell’ottimismo: dubito fortissimamente che a primavera ormai avanzata una spending review seria appena avviata generi non 3 ma 1 miliardo. Le prime gare di appalto da razionalizzare verranno aggiudicate in autunno, troppo tardi per incidere sui numeri di quest’anno. E così per i tagli dei trasferimenti alle imprese, altra voce “corposa” nelle slide di Cottarelli.

L’impressione è che se cifre significative saranno ottenute, proverranno in larga parte da tagli lineari che incidono sulla domanda pubblica che viene rivolta alle imprese private, che non vinceranno dunque più le relative commesse, deprimendo il loro fatturato, l’occupazione ed il PIL del Paese. Il menzionare nel documento singoli settori, come i corpi di polizia, piuttosto che le specifiche misure riorganizzative (formazione, anti-corruzione, antitrust per l’individuazione dei cartelli nelle gare, disponibilità dati) per tutti i settori confermano questa sensazione.  L’unica misura di metodo menzionata, quella della centralizzazione delle gare (e non dei dati) appare come rischiosa in termini di impatto sul territorio e dunque di fattibilità politica (difficile pensare che le piccole imprese acconsentiranno ad un mutamento che inevitabilmente aumenta la dimensione delle gare della Pubblica Amministrazione).

Altre perplessità, non da poco, derivano, nel metodo, dall’assenza di qualsiasi riferimento a tagli agli sprechi nei lavori pubblici (e ce ne sono!) e, nella governance, al defilarsi dal tavolo di lavoro del Ministero della Sanità, che cura il settore più strategico per l’individuazione di risorse da sprechi da rimettere dentro il tessuto economico con altri investimenti e minori tasse.

Il punto centrale rimane infatti quello di individuare gli sprechi, non di tagliare la spesa tout court. Tagliare uno spreco non taglia occupazione: comprare un ecomotografo al prezzo giusto senza rialzo indebito non mette in crisi l’azienda che lo vende (a profitti più bassi ma senza tagliare lavoro o investimenti) e libera risorse per comprare ecotomografi aggiuntivi, se necessari. Ma bisogna saperli individuare gli sprechi, e per questo ci vuole tempo, speso bene.

Risiko è un gioco di grande pazienza. Renzi deve dimostrare di averne un bel po’. Ammassi truppe alla frontiera prima di invadere i paesi dell’avversario e passerà alla storia come il primo generale che ha condotto le sue truppe d’inverno in territorio nemico sbaragliando qualsiasi resistenza. Il Paese gliene sarà grato.