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Brexit? Figlia del Fiscal Compact che uccide l’Europa

E così Brexit è avvenuta. Per 5 anni questo blog ha sostenuto in tutti i modi possibili e immaginabili come un’uscita di un primo “qualcuno” fosse sempre più vicina, e come questo evento sarebbe stato più che evitabile se solo lo si fosse voluto. E’ chiaro ora più che mai – Brexit e le reazioni di molti ad essa lo dimostrano in maniera lampante – come questo desiderio di non combattere e arginare questa crisi sia stata una scelta POLITICA. Una scelta di non esercitare solidarietà da parte di quella consistente fetta di elettorato che dalla crisi non è stata inizialmente colpita, per un egoismo miopico di breve periodo. Perché si sa, la solidarietà costa. Però ha un grande vantaggio: viene sempre ripagata da chi ne ha beneficiato, con gli interessi della stabilità e dello sviluppo sostenibile ed equo. Di converso, se la solidarietà si nega a coloro che soffrono, un giorno, spesso prima del previsto, ci si troverà a diventare uno di loro, in un equilibrio instabile fatto di sconvolgimenti, involuzione sociale e stagnazione economica.

E così la minoranza dei senza casa europea sta diventando ovunque maggioranza.

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“Non abbiamo un Trattato che preveda le crisi”. A questa frase che mi ha spiattellato davanti Giulio Tremonti l’altra sera Porta a Porta, sono rimasto basito.

http://www.portaaporta.rai.it/puntate/speciale-porta-a-porta-brexit/#play

E non tanto perché è stato proprio Giulio Tremonti ad avere apposto la sua firma per l’Italia nella primavera del 2011 a quel nuovo Trattato, chiamato Fiscal Compact (FC), che avrebbe generato la fine della ripresina europea e la trasformazione della crisi americana (USA senza FC) in crisi europea

e l’inizio del distacco tra performance inglese (Regno Unito senza FC) e del resto dell’Europa.

No. Perché non solo quella frase è drammaticamente vera, ma perché ne implica un’altra ancora più drammatica: “un Trattato che non prevede le crisi, le autogenera”. Eh già. Perché se imprese e famiglie sanno che in tempi bui non verranno aiutati dall’unico attore che può fornire “assicurazione sociale e protezione”, lo Stato (come fece negli anni Trenta Roosevelt in America e come in parte ha fatto Obama a questo giro della ruota) non rischiano: risparmiano e non investono.

Il Fiscal Compact introdotto nel 2011 ha questo di drammatico: aver cristallizzato il pessimismo nelle aspettative di chi deve farsi un’idea del futuro prima di agire per lo sviluppo, come gli imprenditori. Ha obbligato e obbliga ogni Governo a scrivere astrusi e irrealistici piani di rientro fiscale a 5 anni (5 anni!), dove non solo gli investimenti pubblici sono vietati come leva per sostenere l’economia, ma dove si crea anche un pessimismo di lungo periodo che blocca qualsiasi iniziativa autonoma del settore privato.

Ecco allora che proposte che leggiamo oggi sui giornali, come quelle del Ministro italiano dello Sviluppo, Calenda, che l’Italia porterà al tavolo dei negoziati una proposta di battersi per “l’eliminazione di investimenti pubblici incrementali nel calcolo deficit nel Patto di Stabilità” fa ridere dalla disperazione. Come usare il cucchiaino per salvare la nave cha affonda piena d’acqua.

Il Premio Nobel Amartya Sen l’ha detto chiaramente: “sull’euro non si può tornare indietro, su austerità sì. L’austerità è all’origine della grande disaffezione verso UE”, per la sua strutturale mancanza di solidarietà verso chi soffre, aggiungiamo noi.

Se Matteo Renzi vuole fare la cosa giusta, l’unica soluzione, e sottolineiamo unica, è quella di chiedere immediatamente una sospensione del Fiscal Compact. Tutto il resto vorrà dire che Matteo Renzi ha scelto di rappresentare ancora una volta la classe di elettori che non sente il dolore di questa crisi, sempre più minoritaria. Avrà scelto dunque di far morire l’Unione europea, ormai vicina all’agonia, oltre ovviamente a se stesso, cosa meno rilevante.

Addendum posticipato: se Tremonti ha firmato il Fiscal Compact, la sua attuazione piena e perniciosa è ovviamente da datare al Governo Monti. Così per chiarezza.

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Cosa avrebbe votato Churchill?

Ma quanti quanti richiami a Winston Churchill questi ultimi giorni sui media. Noti opinionisti, meno noti nipoti dello stesso leader, e chissà chi altro mi sono perso. (Ri)esumato poco elegantemente per farlo partecipare alla votazione su Brexit, per lo più per schierarlo (non senza un qualche disagio, va detto) nel campo dei contro all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Ma basta un piccolo sforzo, leggendosi per esempio il suo famoso discorso di Zurigo del 1946, sull’importanza di muoversi verso gli Stati Uniti d’Europa, per capire come avrebbe votato e cosa avrebbe fatto.

http://www.churchill-society-london.org.uk/astonish.html

I colpevoli vanno puniti. La Germania dovrà essere privata del potere di riarmarsi e di fare un’altra guerra di aggressione”, diceva. Una frase da tenere a mente. E proseguiva: “ma quando avremo fatto ciò, come faremo, come stiamo facendo, dovrà cessare il castigo. Ci dovrà essere… un atto benedetto di oblio”.

Atto da cui nasceranno gli Stati Uniti d’Europa come li immaginava il grande statista. Val la pena descriverli con le sue parole:

La struttura degli Stati Uniti d’Europa, se costruita bene e effettivamente (“truly”), sarà tale da rendere la forza economica (“material”) di ogni singolo stato meno importante. Le nazioni più piccole conteranno tanto quanto le grandi e guadagneranno il loro onore con il loro contributo alla causa comune”.

Per Churchill gli Stati Uniti d’Europa non erano “di per loro” una struttura giusta. Doveva dimostrarsi innanzitutto costruita bene e in maniera non meramente formale. E, fattore decisivo, doveva far sì che nessuna nazione fosse più rilevante delle altre. Anzi, doveva esaltare il contributo delle più piccole. Con una Grecia che contasse quanto una Germania, per intendersi.

La Germania. Churchill aveva le idee chiare, malgrado la sua disponibilità all’oblio delle atrocità della guerra da essa causate, sul ruolo tedesco all’interno di questa costruzione. Il suo ragionamento è tanto sottile quanto preciso:

Gli antichi stati e principati della Germania, liberamente uniti insieme per mutuo interesse in un sistema federale, potranno, ognuno di loro, assumere individualmente il loro posto negli Stati Uniti d’Europa.”

Eccola la Germania che Churchill riteneva dovesse essere funzionale al progetto europeo. Una Germania così piccola da essere rappresentata in maniera decentrata da ogni singolo Länder all’interno del dibattito politico europeo. Per evitare che riassumesse la sua posizione dominante, contraria allo spirito degli Stati Uniti d’Europa. 

Winston Churchill, vista l’aria che tira, avrebbe levato il suo consenso a questa Unione europea così sbilanciata e germano-centrica. Non ho dubbi.

Avrebbe votato Brexit? Macché. Mai isolazionista, si sarebbe pappato in un boccone Mr. Schauble, e avrebbe, con due ceffoni, ridato i sensi alla addormentata Cancelliera Merkel, ricordandolo i suoi doveri. Di unire l’Europa, non di tornare a distruggerla.  

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Dopo Brexit, rien ne va plus

Il mio articolo oggi su Il Foglio.

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Immaginare una Brexit è praticamente impossibile per tutta una generazione di britannici nata dopo o attorno al 1973, l’anno d’ingresso nella Comunità europea. Forse per questo il New York Times sottolinea come potrebbero essere i giovani a salvare il Regno Unito Europeo; se solo gli andasse di perdere quella mezza giornata per registrarsi per il voto. Ma tant’è, l’Europa dei giovani è quella che abbiamo voluto diventasse: un curato progetto low-cost per la generazione Erasmus privo di un senso di direzione, di ideali e di solidarietà.

Eppure immaginare una Brexit è doveroso. Non solo perché è uno scenario probabile e perché una non-Brexit è quanto di più noioso e prevedibile possa avvenire per noi europei continentali, con quel nostro inevitabile proseguire da “business as usual” che ha caratterizzato l’Europa tutta dopo svariate crisi superate al filo di lana, come in Grecia ed Austria. Ma anche per assaporarne le implicazioni politiche. Non quelle economiche, perché alla fine dei conti è vero che, sterlina più sterlina meno, ci sarà sì chi guadagnerà e chi perderà dall’uscita, ma la somma complessiva di lungo periodo che verrà buttata ai pesci nell’Atlantico sarà minimale: altre sono le determinanti di lungo periodo della crescita di un Paese, ci insegnano proprio gli economisti. E la funzione di assicurazione sociale che avrebbe potuto offrire l’Europa per i cittadini UK in caso di difficoltà, beh… sappiamo che la solidarietà europea non è stato il “bread and butter” dell’Unione in quest’ultimo decennio.

Vedo due conseguenze politiche vere, che potrebbero portare la gente a votare diversamente. La prima, e riguarda forse più loro che noi, il fatto che il “piccolo Regno Unito” post-Brexit ha un’alta probabilità di diventare una “piccola Inghilterra”, a causa di una rapida e susseguente uscita (almeno) della Scozia da una Unione (la loro) verso un’altra (la nostra). Tenuto conto delle ripercussioni strategiche di un simile effetto domino locale, comprese le questioni culturali, energetiche e militari, la campagna referendaria sull’uscita dall’Europa avrebbe dovuto giocarsi ben di più su questo tema, ma forse troppo aperta era ancora la ferita del recente referendum per l’uscita scozzese. Tant’è: il conto verrà presentato ugualmente a fine pasto.

La seconda conseguenza politica riguarda noi europei e indica forse un vantaggio dalla vittoria dei favorevoli all’uscita britannica. E’ evidente infatti che il Regno Unito uscirà, se esce, per l’irrilevanza (“at best”) o, peggio, l’incapacità politica mostrata dall’Unione europea. Incapacità di mobilitare, come per i giovani, il consenso tramite un progetto ideale; ma anche incapacità di rassicurare i cittadini europei che vi sarebbe stata una vicinanza e un supporto della politica in caso di difficoltà.

Come rimuovere tale percezione di incapacità, così ormai radicata che opprime sia loro che noi, rendendoci quasi indifferenti ad un comune destino europeo? Non, lo abbiamo detto, aggirando per un pelo le crisi. Se Grecia ed Austria qualcosa hanno mostrato, è che i nostri politici europei sono incapaci di percepire un (grave) pericolo scampato e di attivarsi per cambiare lo stato delle cose. E allora la soluzione – l’ultima, paradossale, speranza europeista ed eurista – non può essere che quella di un materializzarsi di una crisi forte, come per esempio la Brexit. Perché questa possa risvegliarci, a noi europei, e spingerci all’azione, ad uscire da queste sabbie mobili in cui ci siamo impantanati da soli. Per salvare un Continente unito, che così tanto può dare al mondo se ben concepito nei suoi obiettivi.

Ecco, si porrà poi la questione di quale Europa dovrà prevalere dopo un’uscita britannica. Un’Europa senza regole, dice qualcuno. No, un’Europa con regole precise, che apprenda dal colosso statunitense qual è il collante finale che ha tenuto insieme stati con culture e società diverse: la solidarietà in caso di difficoltà, inevitabile frutto del federalismo Usa nato durante la Grande Depressione per merito di Roosevelt. Per non essere da meno, l’Europa dovrà subito sbarazzarsi del macigno più ingombrante e masochistico, il Fiscal Compact, e darsi appunto una regola di solidarietà europea quando necessaria, una regola di assicurazione sociale tra i suoi membri che dia ai più in difficoltà da chi sta meglio. Se qualcuno dovesse rifiutarlo, questo cambio di regole, è evidente che quel qualcuno debba abbandonare il progetto comune europeo e costruirsene uno a propria immagine somiglianza, con tutti i  rischi del caso.

Certo in questo scenario perderemmo il Regno Unito e difficilmente lo recupereremmo. Ma che sia chiaro: sarebbe, Brexit, l’ultimo, paradossalmente generoso, contributo ad una vera “unione degli europei” di un Paese che, in fondo – come disse Churchill a Zurigo nel 1946 nel perorare la causa degli Stati Uniti d’Europa – poteva ben cavarsela da solo: “We British have our own Commonwealth of Nations”.

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Ecco perché la crisi perdura

Arrestata l’emorragia della recessione qualcuno aveva tirato un sospiro di sollievo, convinto che il malato (occidentale, europeo, italiano) fosse stato salvato.

Ora però siamo pervasi da un senso di angoscia: il malato parla, capisce quanto gli si dice, ma non si rialza che a malapena per qualche attimo. Operato, arrestata l’emorragia, la debolezza è così importante da non permettergli che qualche passo nella propria stanza prima di tornare a letto, esausto. Il tasso di crescita dal 2015 rimane miserando, non consentendo la ripresa dell’occupazione e del ritorno rapido ai livelli di produzione ante crisi.

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Di questo si occupa uno dei più brillanti giovani macroeconomisti neoclassici, Lee Ohanian, recensendo il volume keynesiano dello storico Barry Eichengreen “Hall Of Mirrors: The Great Depression, the Great Recession and the Uses and Misuses of History” ed adottando una prospettiva interessante: quella di chiedersi se veramente questa crisi prolungata del malato occidentale sia identica a quella che lo abbatté nel 1930, altrettanto lunga.

http://papers.nber.org/tmp/17624-w22239.pdf

Ambedue le crisi infatti si prolungarono dopo lo shock ciclico iniziale, il che le rende uniche nell’arco dell’ultimo secolo. Ma con una cruciale differenza, nota Ohanian. Negli anni 30, dopo il picco della recessione, la produttività crebbe rapidamente, tutto il contrario di quanto sta avvenendo in questa crisi. La capacità di crescita di lungo periodo dell’economia occidentale sembra infatti sparita: i tassi di creazione di nuove aziende sono diminuiti del circa 30% dai primi anni 80. La metà di questo declino è avvenuto dal 2009. Si lega dunque a filo doppio ad una cattiva gestione di questa crisi.

Questo blog ha sempre sostenuto che tale effetto di lungo periodo della crisi del 2007 è stato reso possibile dalla mancanza di sostegno tramite maggiore domanda aggregata da parte dei Governi alle aziende in difficoltà, in particolare le piccole e le nuove imprese, destinate a soccombere per la loro intrinseca fragilità. Ohanian adotta tuttavia una prospettiva diversa, direi complementare alla mia, che mi sento di condividere appieno, specie se guardo alle scelte degli ultimi Governi italiani ed alla nostra miseranda performance economica.

C’è un ciclo di vita per le aziende, ed una economia in crescita sistematicamente rialloca risorse da imprese mature, che divengono relativamente più piccole con il passare del tempo, a imprese giovani capaci di crescere. E’ interessante notare come in questa ultima recessione le politiche hanno protetto produttori maturi e dominanti nel mercato. Queste politiche hanno aiutato banche ed imprese … a galleggiare allocandogli risorse, ma questi salvataggi possono avere impedito il naturale processo di riallocazione necessario per la crisi economica.

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Malgrado Ohanian parli degli Usa, i dati italiani al riguardo sono drammatici. Basterà notare dal grafico come la crisi abbia impattato in questi anni sul tasso di crescita delle piccole imprese italiane: il numero percentuale di imprese anziane è drasticamente aumentato in questi ultimi 5 anni.

Perché? Due ragioni: 1) la crisi uccide più facilmente le più piccole e 2) l’Italia è un paese che strutturalmente non protegge le sue più piccole. Ricordo distintamente un incontro a porte chiuse con un policy-maker italiano che ha avuto in mano il pallino decisionale della politica industriale in questi anni. Parlò per più di un’ora, con dovizia di dati, di tutti i piani di salvataggio che aveva attivato e che seguiva in prima persona per le grandi imprese in difficoltà. Gli feci notare alla fine della sua presentazione che mai una volta aveva menzionato le “piccole imprese”. Mi guardò con sana perplessità, come si guarda ad un marziano.

Il Governo Renzi come i suoi predecessori non solo non ha salvato le piccole imprese in difficoltà ma non ha nemmeno attuato politiche appropriate per generare nuove imprese. Come ha fatto giustamente rilevare il Centro Studi di Confartigianato, gli aiuti alle start-up “innovative” hanno fallito, aiutando solo una quota parte minuscola delle imprese innovative. Dal 2012 l’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle imprese riservata alle startup innovative consente infatti – per un massimo di 5 anni dal momento della costituzione – di poter beneficiare di agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche. “Dall’esame dei dati di Unioncamere-Infocamere, al 14 marzo 2016 si rilevano 5.324 startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese, di cui 4.928 società si sono iscritte tra il 2013 e il 2015. Si tratta di un intervento sicuramente limitato e troppo selettivo: se consideriamo che nell’arco dello stesso periodo (2013-2015) si sono iscritte 1.127.167 imprese, di cui in media il 51,1%, rappresentano “vere nuove imprese” e il 4,0% di queste nasce al fine di sfruttare un’idea innovativa (Unioncamere-Ministero del Lavoro, 2015) ne consegue che tra il 2013 e il 2015 si stimano 23.057 vere nuove imprese con propensione all’innovazione, oltre quattro volte le startup innovative “per legge” iscritte nello stesso periodo.”

Padoan e Renzi vogliono veramente aiutare il malato Italia a riprendersi? Smettano di pensare a proteggere i più grandi e i più potenti e si diano da fare per pensare in piccolo e giovane. Una vera rivoluzione, ma temo siano troppo vecchi e potenti per capirlo e farlo.

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Il Nerone di Bruxelles canta

Ah, leggere la Banca Centrale Europea. E scoprire che i prestiti ora costano meno e gli ostacoli al finanziamento per le imprese sono calati ulteriormente.

Eppure le cose non vanno bene.

Ci dice l’ultimo (importante) rapporto semestrale della BCE sullo stato della finanza (http://bit.ly/1XhBfzh) per le piccole e grandi imprese che … lo stato della finanza conta poco per le imprese. Che la disponibilità di finanziamenti e le loro condizioni migliorino, dunque, è irrilevante. Come è possibile? Basta far parlare il rapporto: “l’accesso alla finanza è considerato dalle PMI (piccole e medie imprese)europee come il minore dei problemi”. Il più importante, il più menzionato? Sempre quello, “la mancanza di clienti”.

Cresce la differenza tra la disponibilità di fondi da parte delle banche e le necessità delle PMI di quei fondi. E perché mai domandare prestiti se non si intravedono clienti? Che fare di questa liquidità così abbondante? Nulla. “La maggioranza delle PMI, sia a livello euro, che a livello nazionale, riportano che semplicemente non hanno bisogno di prestiti bancari”. Quanto grande è questa maggioranza? Enorme. Il 70%. Settanta per cento.

E le cose peggiorano: rispetto al semestre precedente in Spagna, Irlanda, Olanda e Slovacchia meno piccole e medie imprese riportano profitti crescenti, mentre in Belgio, Italia, Francia e Grecia sono più numerose le imprese che riportano profitti in declino.  

La politica monetaria della BCE dunque è monca. Inutile. Porta l’acqua all’ospedale ma l’assetato non si presenta. Ha probabilmente bisogno di essere portato in ospedale, da solo non ci arriva. Manca l’ambulanza della politica fiscale espansiva, che garantisce alle imprese che ci sono clienti, anzi, che c’è IL cliente, l’unico capace di assicurare domanda alle imprese, la Pubblica Amministrazione, con la sua domanda via appalti pubblici. E mancherà fino a quando non aboliremo il Fiscal Compact e la sua nefanda incertezza che porta nell’economia, preannunciando ogni anno austerità per 5 lunghi anni che blocca i piani di investimento pubblici e privati.

Altro che acqua. Ci si diverte a portare fuoco. L’Europa di carta va bruciando. Il Nerone di Bruxelles è all’opera. La Gran Bretagna si defila da questa follia e l’incendio europeo prende più baldanza: chi mai farebbe investimenti di medio termine quando si profila all’orizzonte l’uscita del Regno Unito dall’Europa, e poi della Scozia dal Regno Unito e allora chissà se non quella della Catalogna dalla Spagna?

Il Nerone di Bruxelles canta, presto si suiciderà, ma quando esulteremo sarà forse troppo tardi.

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L’elicottero della rivoluzione

“Viewed in abstract, the Federal Reserve System had the power to abort inflation … It did not do so because the Federal Reserve was itself caught up in the philosophical and political currents that were transforming American life and culture … It is illusory to expect central banks to put an end to an inflation …. that is continually driven by political forces… (and that) will not be vanquished … until new currents of thought create a political environment in which the difficult adjustments required to end inflation can be undertaken”. 

Il passato Governatore della Fed statunitense Arthur Burns, discorso del 1979.

“The Magyar Nemzeti Bank (MNB) launched several programmes in 2014 not related to monetary policy, including a real estate investment programme, a programme to promote financial literacy and a programme involving purchases of Hungarian artworks and cultural property. The ECB assessed these operations from the perspective of their compliance with the prohibition of monetary financing for the first time as part of its 2014 annual monitoring exercise, as mentioned in the 2014 ECB Annual Report. This assessment concluded that, in view of their number, scope and size, the programmes could be perceived as potentially in conflict with the monetary financing prohibition, to the extent that they could be viewed as the MNB taking on government responsibilities and/or otherwise conferring financial benefits on the state. As the ECB points out in its 2015 Annual Report, its concerns were not dispelled in the course of 2015, and it will therefore continue to closely monitor the MNB’s operations, with a view to ensuring that their implementation does not conflict with the prohibition of monetary financing.

Lettera del Presidente della BCE a Mr. Csaba Molnár, MEP, sul tema della legislazione ungherese e sulla politica monetaria della Banca Centrale Ungherese, 22 aprile 2016.

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Con un pragmatismo maggiore dei suoi colleghi bocconiani, Guido Tabellini si distingue prendendo in mano il dibattito di politica economica con un qualche coraggio, chiedendo una modifica dei Trattati che permettano il finanziamento monetario della spesa, privata o pubblica che sia, per abbattere deflazione e disoccupazione in Europa. Un elicottero che voli sulla città, inondandola di banconote.

http://bit.ly/1WuJjKE

Negli stessi giorni il suo ex-collega Mario Draghi fa percepire l’oggettiva distanza delle istituzioni tecniche come la BCE dalla sua proposta. Nel rispondere ad una interrogazione di un parlamentare europeo dell’Ungheria, Draghi ricorda come la Banca Centrale dell’Ungheria si è dedicata a curiose operazioni di acquisto, simili a quelle suggerite da Tabellini: immobili, programmi di servizi di istruzione, acquisto di opere d’arte ungheresi. Condannandole.

Che direbbe Draghi del progetto dell’economista di acquistare con soldi stampati della BCE patate ed I-Pad regalando banconote ai cittadini dell’Unione?

Tabellini si dice conscio che il problema è politico, più che tecnico, e che ha a che fare con la minaccia che la sua proposta comporta per l’indipendenza della Banca Centrale Europea. E cerca di argomentare arrampicandosi un po’ sugli specchi come questa non sia a rischio: “la banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione.”

Ma la banca centrale non è mai indipendente. La banca centrale, ricordava il Presidente della Fed Arthur Burns a sintesi del suo mandato caratterizzato dalla forte inflazione degli anni settanta, è prigioniera dei suoi tempi, e – soprattutto in regimi che aspirano alla democrazia – dipende da quello che i movimenti sociali dell’epoca pretendono da lei. Negli anni settanta il combinato disposto dei movimenti giovanili e sindacali pretese inflazione per avere più occupazione, e lo ottenne. Giusta o sbagliata che fosse questa ricetta per generare occupazione, visto che alla fine si incartò in una spirale meramente inflazionistica.

Oggi ci troviamo con una società più vecchia, dove dominano i risparmiatori e le banche, molte delle quali private: la loro domanda ai politici è di tutelarli dall’inflazione, avendo in portafoglio tanta ricchezza a reddito fisso che viene minacciata di sparire via inflazione.

E’ inutile oggi chiedere alle banche centrali ed alla politica di fare quello che si fece negli anni settanta, finanziando i disavanzi dei governi: bisogna che nasca un movimento politico che lo richieda con la stessa forza degli anni settanta. Bisogna che nasca un movimento all’interno del quale vengano rappresentati gli interessi non dei risparmiatori, ma dei giovani e di coloro che soffrono quella disoccupazione che è alimentata dalla deflazione. E che questo movimento sia così forte da soffiare un vento rivoluzionario, non populista e non xenofobo, in Europa. Tutto il resto sono chiacchiere da bar di economisti amanti dei modelli o senza un senso della storia e delle sue mutevoli sensibilità.

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E’ facile essere amici dei grandi. Delle Piccole meno.

Gran parte della nostra mancata crescita dipende dalla scomparsa, da oltre un decennio, di aumenti di produttività… Il secondo motivo è la dimensione delle nostre imprese, che sono troppo piccole. La produttività è tanto più bassa quanto più piccole sono le imprese. Perché imprese troppo piccole non hanno risorse sufficienti per investire in ricerca e sviluppo o anche solo nelle costruzioni di siti internet che consentano di gestire operazioni interne all’azienda o di dialogare con fornitori e clienti. In Francia e Germania le imprese grandi (con più di 250 addetti) sono intorno al 40 per cento del totale. In Italia sono la metà, mentre le micro imprese, quelle con meno di 10 addetti, sono il 45 per cento in Italia, a fronte del 15 per cento in Germania. Le ragioni hanno radici lontane e soluzioni non ovvie, ma anziché illuderci che per riprendere a crescere basti qualche intervento sulla domanda, vogliamo mettere questo tema in cima all’agenda di politica economica?

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

 http://www.corriere.it/economia/16_aprile_19/economia-slancio-perduto-a6282004-066f-11e6-98ad-d281ab178a74.shtml

C’è molto da recuperare, perchè la realtà, purtroppo, è quella indicata dal Professor Gustavo Piga, ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata: in Europa le Pmi generano il 58% della ricchezza nazionale, ma vincono soltanto il 29% delle gare d’appalto, con un indice di discriminazione del 29% nelle gare d’appalto europee. in Italia, il Paese delle Pmi, questa discriminazione è massima, e raggiunge il 47%. Per colmare questo gap – sostiene Merletti – occorre vigilare sull’attuazione del Codice con un meccanismo che garantisca alle piccole imprese l’effettiva partecipazione alle gare. Nulla di strano o eccezionale, visto che negli Stati Uniti è una prassi consolidata e che l’Europa non lo vieta. E soprattutto mi auguro che il Governo dia un segnale chiaro di attenzione alle piccole imprese, presentando finalmente alle Camere il disegno di legge annuale per la tutela e lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese, previsto dallo Statuto delle imprese. Altrimenti saremmo autorizzati a pensare che il premier Renzi condivide il giudizio espresso oggi sul ‘Corriere della Sera’ da Francesco Giavazzi e Alberto Alesina che hanno così scarsa stima e conoscenza delle piccole imprese italiane da sbagliare addirittura il loro peso percentuale sul totale delle aziende italiane, riducendolo dal 95%, certificato dall’Istat, ad un improbabile 45%.

Comunicato stampa Confartigianato.

http://www.confartigianato.it/2016/04/p42868/

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Perché le imprese italiane sono piccole e come fare per farle crescere? Da Alesina e Giavazzi non è dato ricevere risposte.

Da Confartigianato invece arriva la risposta chiarissima: mancanza di attenzione.

Immaginate di avere un figlio, appena nato, e di non proteggerlo nei primi 10 anni della sua vita. Di fargli attraversare la strada da solo. Di non mandarlo a scuola per imparare. Di chiedergli di correre gare di 100 metri assieme a maggiorenni ben più veloci di lui. Di fargli pagare una tassa sull’acquisto della sua bici per ottenere risorse per contrastare l’inquinamento causato dalle auto che lui non guida. Che futuro pensate avrà vostro figlio, riuscirà a sopravvivere? Improbabile.

Da Renzi ci si aspetta che emani un disegno di legge per le PMI da 2 anni. E’ obbligatorio farlo, se non lo farà entro il 30 giugno sarà il terzo anno consecutivo che violerà un suo specifico compito, battendo addirittura Monti e Letta quanto a ripetizione dell’infrazione. Renzi manca di soluzioni come Alesina e Giavazzi? Si sforzi, si guardi intorno.

Protegga le piccole per farle crescere. Gli consenta gare di appalto riservate come negli Stati Uniti, sul sotto soglia, per le PMI europee, l’Europa non fiaterà. Metta un rappresentante delle piccole in ogni stazione centrale d’acquisto per verificare che i capitolati grandi non discriminino contro le piccole. Permetta che ogni amministrazione pubblica statale, regionale, comunale che ha il potere di emettere norme, regolazioni, determine o circolari, sia autorizzata a farlo solo dopo che abbia dimostrato che questa non pesi di più sulle piccole che sulle grandi, minandone la competitività e produttività. Anche perché probabilmente quelle regole sono state messe per danni che generano le grandi, non le piccole. Gli Stati Uniti lo hanno fatto con il Regulatory Flexibility Act, noi perché no?

E’ facile essere amici dei grandi. Ma un leader si riconosce dalla sua capacità di stare vicini ai più deboli, si ricordi Presidente.

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Per non essere piccoli, fate 3 cose per la Piccola (e Micro) Impresa

Il DEF appena uscito, nelle sue riforme menziona poche volte le micro e piccole e medie imprese. (http://www.mef.gov.it/inevidenza/DEF_2016/documenti/Sezione3/W_-_DEF-2016-Sez_III-PNR_2016.pdf )

Per lo più si rivolge a quelle più innovative e appena nate (start-up) e cerca di facilitare la quotazione di quelle già esistenti: di fatto rivolge la sua attenzione a una minuscola minoranza di questo patrimonio italiano che il DEF erroneamente continua a chiamare PMI (escludendo le micro imprese anche dalla nomenclatura della politica industriale italiana). Un’indifferenza che mette tristezza e che prosegue da anni, anche con il Governo Renzi, che da ben due anni si ostina, come i precedenti governi Monti e Letta, a non presentare alle Camere come è suo obbligo il disegno di legge per le piccole imprese.

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Tanto può essere fatto per le piccole là dove subiscono maggiormente i danni del contesto normativo: in particolare nella regolazione pubblica e nella domanda pubblica, veri e propri teatri di un imbarazzante favoritismo verso le grandi imprese che, come le recenti cronache giudiziarie hanno chiaramente evidenziato, comincia dall’atteggiamento supino verso le grandi che da sempre ha il Ministero dello Sviluppo Economico. Ministero che andrebbe trasformato esclusivamente in Ministero per le MPMI: tanto le grandi, come si è visto, il loro giardino se lo sanno facilmente curare da sole.

Nella regolazione, ispirandoci alla legislazione americana del Regulatory Flexibility Act, dovremmo impedire qualsiasi regolamento, determina, circolare o norma (locale o centrale) che abbia un impatto più oneroso per le piccole che per le grandi, e ideando una regolazione differenziata in tal caso.

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Negli appalti pubblici tre potrebbero essere le direttrici chiavi che dimostrerebbero un vero interesse del Governo alle sorti delle micro e piccole imprese. Prendiamo spunto in larga parte dall’esperienza di successo della Corea del Sud, che ha una struttura di piccole imprese dominanti come in Italia, seppure ruotanti attorno ad un sistema industriale di grandi imprese diverso da quello italiano. Per capire di più del sistema di appalti in Corea del Sud, autentica best practice mondiale, una squadra di economisti dell’OCSE si è recentemente recata a Seoul.

Il rapporto resoconto di tale missione è su http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/governance/the-korean-public-procurement-service_9789264249431-en#page1

E’ anche da quanto leggiamo su quel rapporto (che consigliamo vivamente ai consiglieri di Renzi appassionati di riforme irrilevanti per il Paese e ai burocrati del Ministero dell’Industria) che traiamo le tre possibili misure da adottare.

Primo. Nel sistema di appalti della Corea del Sud, è previsto un Fondo di rotazione a disposizione di micro e piccole imprese per eliminare qualsiasi ritardato pagamento, fattore questo essenziale per permettere partecipazione alle gare pubbliche e aumentare le possibilità di vittoria alle stesse. Il 70% del pagamento avviene in anticipo, con pagamento entro 4 ore di fronte a presentazione della fattura. Prestiti da parte dello Stato (a seguito di accordo con 15 banche commerciali) pari all’80% del valore del contratto sono a disposizione delle piccole senza garanzie, né fisiche né finanziarie. Cosa costerebbe al Tesoro italiano strutturare un tale Fondo e porre fine alla vergogna dei ritardati pagamenti verso le piccole imprese?

Secondo. Nel sistema coreano, per 207 prodotti specifici la Pubblica Amministrazione acquista solo dalle piccole imprese, a trattativa addirittura diretta sotto i 42.400 dollari (la stessa cosa avviene nei lavori pubblici sotto soglie di circa 100 milioni di dollari). Alle piccole imprese certificate dal Governo come di eccellenza e/o innovative vengono dati più punti in gara che alle imprese grandi, così da non essere completamente sfavorite quando competono in gara. A livello locale esistono obblighi di aggiudicare ad imprese locali. Dal 2009 al 2014, grazie a queste legislazioni, la quota di euro aggiudicati alle piccole imprese è salita dal 53,6% al 71,9%. Cosa aspetta il Tesoro a restringere il sottosoglia esclusivamente alle micro, piccole e medie imprese dell’Unione europea?

Terzo. Negli Stati Uniti, per aggregare i fabbisogni pubblici in un’unica gara c’è bisogno di dimostrare che i risparmi superino un certo ammontare, altrimenti l’aggregazione è sconsigliata perché impedisce alle piccole imprese di partecipare e di vincere. In Italia abbiamo deciso di fare il contrario, chiedendo che su certe merceologie si possa procedere con gare grandi anche se costano di più. Il passaggio a poche grandi stazioni appaltanti è stato richiesto dal Governo italiano ed avrà un impatto significativamente negativo sulle piccole imprese a causa della crescita della dimensione del valore delle gare pubbliche. A meno che… A meno che non si faccia come negli Stati Uniti e si inventi la funzione pubblica dell’Ambasciatore della Piccola Impresa. Costui dovrà rappresentare gli interessi delle piccole impresa dovunque le gare superino una certa dimensione ed esprimere richieste formali di cambiamenti dei capitolati di gara per facilitare la partecipazione e la possibilità di vincita delle PMI. In particolare, la presenza di un Ambasciatore della Piccola, nominato in accordo con le organizzazioni di categoria delle piccole italiane, dovrebbe essere resa obbligatoria per quanto riguarda il Tavolo dei 35 aggregatori, le 35 stazioni appaltanti regionali e delle grandi città metropolitane che insieme alla Consip coordinano le scelte a livello nazionali su quanto e cosa mettere a gara, e come.

Se il Governo Renzi riuscirà a muoversi su queste tre direttrici avrà dimostrato un qualche interesse alle sorti del nostro patrimonio della Piccola impresa. Altrimenti, quanto vediamo ogni giorno avvenire in termine di distruzione di base imprenditoriale non potrà che essergli addebitata esattamente come abbiamo fatto con i due governi precedenti, assolutamente obnubilati dagli interessi delle grandi imprese e dei freddi dettami europei.

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6 domande sulla sparizione degli investimenti in Italia

Qual è la sindrome della malattia economica italiana?

Gli investimenti.Nel periodo 2005-2015 calano del 26,3% contro il 3,5% dell’area euro (quasi 100 miliardi di euro in meno (in euro del 2010)). Il tasso d’investimento è ai minimi storici dal 2007.

Perché non si investe in Italia?

Perché manca ciò che dovrebbe stimolare gli imprenditori a investire. Mancano le due leve essenziali per far scattare la molla a rischiare da parte delle imprese: 1) un contesto favorevole a fare impresa e 2) l’ottimismo imprenditoriale.

Qual è il contesto favorevole che manca?

La Commissione europea stima che 3 imprese su 4 italiane considerano le infrastrutture del proprio Paese inadeguate, contro meno della metà per le imprese in Europa: 76% Italia vs. 46% Ue 28.

Non esiste un economia di mercato al mondo che sia competitiva senza la presenza, forte e vicina, di uno Stato che sostiene l’impresa con adeguati investimenti pubblici. Ma gli investimenti pubblici italiani sono costantemente al di sotto della media dell’Unione europea e ai suoi minimi da sempre dal dopoguerra, al 2,2% del PIL.

Beffa delle beffe, l’ultima legge di stabilità taglia nel 2016 la spesa in investimenti più di quella corrente: come volete che un imprenditore scommetta lui investendo se lo stesso Governo ha per primo paura di scommettere sul futuro?

E perché manca l’ottimismo? 

Semplice. Perché il Governo, il più importante produttore di ottimismo che esiste nell’economia di qualsiasi Paese che funzioni, in Italia ha clamorosamente fatto flop, scrivendo documenti pluriennali che deprimono le aspettative degli imprenditori.

Un esempio? L’ultimo DEF, documento ufficiale del Governo, prevede che nel 2019 gli investimenti in costruzioni siano ancora sotto del 30% (del 10% quelli per attrezzature e macchine) rispetto al 2007. Ma che senso ha dichiarare pubblicamente che nel 2019, cioè tra 3 anni e più, lo stesso Governo non crede nell’efficacia delle proprie politiche? Aspettiamo di vedere cosa dirà tra pochi giorni su questo il nuovo DEF, ma il pessimismo regnerà nuovamente sovrano, ne siamo certi.

E come rimanere ottimisti se il Governo stesso dice urbi et orbi che non garantirà nessun supporto tramite gli investimenti pubblici alla domanda privata? Se annuncia, come ha fatto lo scorso aprile (e come scommetto ripeterà tra pochi giorni) che il deficit pubblico verrà ridotto in 3 anni dal 2,2% raggiungendo addirittura un surplus di bilancio dello 0,3%, con una riduzione di 2,5%, 40 miliardi di euro di manovre che uccidono l’economia?

Cosa servirebbe per ripristinare fiducia e competitività per far ripartire gli investimenti?

Prima di tutti abbandonare la costruzione europea del Fiscal Compact. La flessibilità renziana non basta. Come ha detto pochi fa il Centro Studi di Confindustria: la flessibilità permette di avere “una minore riduzione del deficit di bilancio strutturale pari a 0,6 punti di PIL (più di quella consentita pari a 0,4)” ma “nel 2017 e nel 2019, se si desse seguito a quanto previsto dal Patto di stabilità e crescita la restrizione dovrebbe essere almeno dello 0,5% del PIL l’anno. Se si tiene conto delle clausole di salvaguardia che sono ancora attive, la correzione nel 2017 dovrebbe essere di 1,4 punti di PIL, circa 24 miliardi, l’anno successivo di ulteriori 0,2 punti e nel 2019 di 0,5 punti di PIL.”

Quanto basta per ammazzare il malato e a fare rinunciare a qualsiasi impresa di investire in Italia, terra di austerità e mancanza di opportunità.

Basterà far fuori il Fiscal Compact?

Ma no che non basta. A livello negoziale in Europa e per aiutare effettivamente il contesto italiano e la domanda pubblica a creare le giuste condizioni per la ripresa abbiamo bisogno di imparare a spendere bene, una volta per tutte.

Una spending review si rende dunque improrogabile: ma una spending diversa da quelle perorate sinora, fatte di idiotici tagli a casaccio. Una spending mirata a identificare gli sprechi, eliminarne le fonti (corruzione ma soprattutto insufficienti competenze), utilizzare i risparmi scovati per investire in competenze nel settore pubblico e per finanziare quegli investimenti pubblici di cui imprenditori e cittadini sentono oggi un bisogno indicibile.

Tutto qua.

Dati (e figure) ottenuti grazie al Centro Studi di Confartigianato.

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Ricerca batte Studenti 75 a zero: l’Università muore

59. 59 volte le parole ricerca o ricercatori. E’ questo il numero di volte che sono state utilizzate da alcuni ricercatori vincitori del prestigioso bando ERC nella lettera appello a cui ha fatto eco immediata la risposta del Presidente Renzi, pronto a raccogliere addirittura in due soli giorni la “sfida” a lui lanciata, con risorse e riforme a favore del rientro dei cervelli in Italia. Il Premier stesso ha utilizzato quelle due parole 16 volte. Un totale di 75 nelle due lettere.

http://bit.ly/1oghrMB

http://www.repubblica.it/scienze/2016/03/26/news/renzi_ricercatori-136316684/

*

Zero volte.

Zero è il numero di volte con cui sia i valenti ricercatori che il nostro Premier hanno menzionato la parola studente, studentessa o studenti.

Non è un caso. E’ il segno della totale indifferenza degli estensori delle due lettere al destino di questi ultimi. E pensare che la parola “universitates” stava anche a indicare quelle associazioni costituite dagli studenti a tutela dei propri diritti, come a Padova nella prima metà del Duecento.

In realtà, non volendo parlare di indifferenza, si potrebbe argomentare che altre sono le ragioni: che la ricerca è cosa separata dalla didattica e dall’insegnamento; oppure al contrario che parlare di ricerca è cosa equivalente a parlare di didattica (un buon ricercatore è un buon insegnante). Balle.

E’ che non interessa ai più, certamente non al nostro Premier. Più facile vincere la battaglia mediatica con qualche soldo per qualche ricercatore bravo che rimettendo l’Università nel suo complesso al centro del XXI secolo italiano, come lo fu nel Medio Evo nella nostra penisola, con atenei che nascevano come funghi, da quello che è oggi il Veneto sino alla Campania e più giù. Più facile mettere la patina esotica allo straniero che rientra dall’estero piuttosto che attribuire il merito a chi resta in trincea tutto sporco di fango e soprattutto più semplice che adottare una riforma coraggiosa e non più differibile?

I risultati di questa indifferenza agli studenti, una delle materie prime del nostro Paese, non sono attribuibili solo a quest’ultimo Governo, ma si toccano con mano: “per la prima volta negli oltre 150 anni di storia unitaria il numero degli studenti universitari si riduce. La quota di studenti universitari sul totale della popolazione, dall’unità d’Italia ad oggi aveva conosciuto un costante aumento: da meno dell’1 per mille fino all’età giolittiana e meno del 2 durante il fascismo, si passa a circa il 6 per mille all’inizio degli anni Sessanta, al 18 un ventennio dopo, fino a sfiorare il 30 nei primi anni del nuovo secolo. Rispetto al momento di massima dimensione (databile, a seconda delle variabili considerate, fra il 2004 e il 2008), al 2014-15 gli immatricolati si riducono di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%).” Fondazione RES, Rapporto 2015.

E questo mentre il nostro Governo si è impegno a raggiungere entro il 2020 il 40% di laureati nella fascia di popolazione tra i 30 ed i 35 anni. Oggi l’Italia, il Paese dove nacque l’Università, giace ultima nell’Unione europea, al 23%. Drammatico. Forse Renzi pensa che riuscirà a raddoppiare gli studenti con i 500 professori in un triennio che menziona nella sua lettera a Repubblica? Impossibile, a fronte dei crolli di quest’ultimo decennio, in cui i docenti da poco meno di 63 mila sono scesi a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%) e il fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) diminuisce, in termini reali, del 22,5% (dati Fondazione RES 2015)? Anzi ipocrisia pura, solo una facciata. Dietro la facciata, lo ribadisco, l’indifferenza più totale.

Se soltanto gli estensori delle due lettere a Repubblica dessero uno sguardo ai dati, scoprirebbero che l’Università italiana degli studenti sta diventando meno aristocratica ma per i motivi sbagliati: “alcune prime stime lasciano (…) pensare che il calo riguardi in particolare gli studenti provenienti dalle famiglie meno abbienti” (Banca d’Italia 2014, citata da Fondazione RES 2015) mentre i figli dei più abbienti sempre di più si dirigono all’estero, senza che entrino in Italia altrettanti studenti stranieri.

Le ragioni? E’ importante per rispondere comprendere innanzitutto che l’Università italiana non attrae i talenti presenti nelle fasce meno abbienti (secondo Cooper e Liu che scrivono sulla prestigiosa collana degli NBER papers, l’Italia ha un tasso molto alto di “undermatching” dove i ragazzi di maggiore talento decidono di non accedere all’Università) http://papers.nber.org/tmp/67657-w22010.pdf

e che, come menziona Avvisati dell’OCSE, “in Italia il tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese appare più restio che altrove ad assorbire i laureati” (forse a ragione visto quanto scoprono i due ricercatori americani?). Fatto sta che il vantaggio relativo della laurea ai fini di un impiego si è assottigliato al punto da essersi rovesciato: il tasso di occupazione di chi ha fatto l’università è di un punto percentuale inferiore a chi ha solo il diploma (62% contro il 63%).

http://www.corriere.it/scuola/universita/15_novembre_25/ocse-italia-laureati-ultima-educaton-glance-universita-eac49a02-9357-11e5-a439-66ba94eb775e.shtml

E dunque? Qual è la radice del problema dell’Università italiana? Era proprio questa che ci aspettavamo di leggere nell’attacco della lettera del nostro Premier, che forse dovrebbe ascoltare, prima ancora dei 15 bravi ricercatori, la massa silenziosa di migliaia di studenti che disertano sempre più le nostre aule. Gli avrebbero spiegato, ma è un segreto di Pulcinella, che i mali si chiamano fuoricorso, fenomeno solo italico (“nei corsi triennali e a ciclo unico, nel 2011-12, era fuoricorso il 47% degli studenti al Sud, il 45% al Centro e il 35% al Nord; fra i laureati nel 2013 erano al quinto anno fuoricorso (in nettissimo ritardo), circa il 20% al Sud, poco meno al Centro, meno del 10% al Nord”- Fondazione RES) e abbandoni (ancora la Fondazione RES: “comparazioni internazionali riferite ad anni a cavallo dell’inizio del secolo, mostrano che la percentuale di abbandoni era in Italia la più alta in un vasto gruppo di paesi dell’Ocse; addirittura più della metà degli studenti non arrivava alla laurea, il doppio rispetto al Regno Unito e Germania. Dati recenti mostrano che una significativa quota di studenti abbandona i corsi universitari dopo il primo anno: il 12,6% al Nord, il 15,1% al Centro e il 17,5% al Sud (con una varianza molto elevata fra atenei e punte fino al 25%). A ciò si aggiunge che circa un terzo degli studenti del Centro-Sud, sempre al termine del primo anno hanno ottenuto meno di 15 crediti formativi (il 28% al Nord)”).

Come si fa ad avere più iscrizioni, meno abbandoni, meno fuori corso? Alcune soluzioni intelligenti e semplici le ha proposte un mio collega di Padova

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_gennaio_20/vietato-rifiutare-voto-universita-ingegneria-padova-proposta-019afb60-bf4d-11e5-b186-10a49a435f1d.shtml

con il divieto di rifiutare il voto. Ma è evidente che abbiamo bisogno di più strutture, più amministrativi a supporto degli studenti, possibilmente che abbiano una conoscenza della lingua inglese se vogliamo attrarre studenti da tutto il mondo, docenti bravi al primo anno che non spaventino ma motivino i ragazzi.

Sarebbe a questo riguardo interessante sapere se i vincitori dei bandi internazionali di ricerca sarebbero disposti ad insegnare, come avviene negli Stati Uniti ai giovani bravi appena assunti, al primo anno, in classi con 200 studenti, seguendoli e motivandoli e venendo da questi giudicati ai fini della progressione della carriera. Certamente l’attuale politica tutta rivolta a premiare la ricerca scientifica ha generato l’opposto: i nostri bravi ricercatori (e Dio sa se ne abbiamo, tantissimi, la enorme maggioranza, e andrebbe detto a Rizzo e Stella che sembrano dimenticarlo, vista l’attenzione che riservano esclusivamente alle mele marce dell’Università) si rifiutano di farlo per dedicarsi alla ricerca e prediligono per questo l’insegnamento breve in aule piccole di anni avanzati o addirittura di Dottorati, senza capire che tanti giovani bravi che avrebbero potuto formare con qualità hanno abbandonato l’Università perché non li hanno conosciuti e non si sono potuti motivare a sufficienza per trovare le energie per proseguire gli studi.

Ma è ovvio che la vera risposta è poi nel cosa diamo a questi ragazzi. Nel XXI secolo globalizzato, dovremmo poter sperimentare corsi nuovi e valutarli alla luce dei risultati ottenuti e non bocciandoli a priori perché non rispettano le vetuste griglie ministeriali scritte da persone nate 60 anni fa e dovremmo stanziare risorse per quei corsi che attraggono studenti dall’estero perché l’università deve, assolutamente deve, insegnare ai nostri ragazzi a vivere nella diversità.

Per fare questo non bastano i 75 milioni di cui parla Renzi, o i 280 in un triennio, ci vogliono almeno dieci miliardi di euro e soprattutto ci vuole qualcosa che Renzi non ha nella sua testa perché non vi è interessato, un Progetto. Un Progetto che porti i meno abbienti a rinunciare a tre o cinque anni della loro vita lavorativa per formarsi in una Università del XXI secolo che dà strumenti, conoscenze, esperienza, confronto. Che insegna a dibattere, a lavorare in squadra, a negoziare.

Sarebbe una cosa di sinistra? Forse. Ma soprattutto sarebbe la cosa giusta.