Permalink

Lo spreco è negli appalti, non nelle province

Si può essere in disaccordo con l’ultimo articolo dell’adorata coppia A&G sul Corriere? Ma no, è vero, questo Governo non intende cercare nella spesa sprecata le risorse.

Che poi A&G li vogliano usare per finanziare la minore tassazione ed io la maggiore spesa non sprecata non deve far sfuggire il punto principale: questo Governo non intende cercare nella spesa sprecata le risorse.

Ma dai, cerchiamo il pelo nell’uovo che tanto pelo non è: A&G sembrano non conoscere cosa sia la spesa per appalti. Mentre pensano che l’abolizione delle Province sia questa grande rivoluzione generatrice di risorse (come se i dipendenti delle Province non dovrebbero poi trovare lavoro altrove nel settore pubblico) che in realtà è mera somma di briciole, non menzionano nemmeno quell’enorme aggregato – di sviluppo e al contempo di spreco aggredibile – degli appalti pubblici che rappresenta in Italia solo … il 15,9%, del PIL (in verde cerchiata).

Ben al di sotto di Europa e Germania, cerchiate in rosso. Ma se soltanto … investissimo in raccolta dati, monitoraggio e verifiche, professionalità della funzione degli acquirenti pubblici … otterremmo un bel 20% di taglio di sprechi, 3% di PIL; 50 miliardi di euro, il cui taglio non sarebbe recessivo.

50 miliardi da usare a quel punto in ottima e vera domanda pubblica di appalti che generano produzione ed occupazione.

Peccato che A&G ignorano tutto ciò. Ma ancora più peccato che il Governo Letta sembra assolutamente indifferente a tutto ciò.

Grazie a Simone Ricotta.

Permalink

Dateci soluzioni, non polemiche da tre soldi

Ho letto sul Web (nella sua versione inglese, scusate la mia traduzione che può discostarsi dal testo in italiano pubblicato sul Sole), più che con attenzione, con stupore e una certa dose di stizza, un articolo di una persona che stimo anche come economista, Roberto Perotti.

Che ripete all’inizio qualcosa che va già dicendo da tempo, ovvero che “le tecniche statistiche da noi (Alesina e Perotti) utilizzate” per affermare che i tagli della spesa pubblica stimolano l’economia “erano sbagliate”.

Un gesto apprezzabile, lo ripeto nuovamente.

Ora, fatta questa confessione la domanda chiave che mi pare ovvio rimanga aperta e a cui si debba cercare di dare una risposta è: “e ora”? Qual è la strada più giusta da perseguire per lenire la sofferenza e uscire da questa assurda crisi?

E invece, mentre la Grecia brucia e chiude in un gesto di follia politica le sue televisioni nazionali, Roberto spreca più della metà dell’articolo in un vacuo esercizio di critica di vari opinionisti tra cui Guido Rossi, personaggio che certamente non riscuote la mia simpatia, altro editorialista del Sole 24 Ore. Lo accusa di cosa? Non è chiaro: parrebbe di non essere un economista e di dubitare degli economisti della Bocconi, università in cui lavora Roberto.

Mi sia consentito: ma chi se ne frega dei peccati di Guido Rossi. Rimango solo stupito di fronte a quelle che mi paiono da parte di Roberto delle forme di narcisismo intellettuale e di difensivismo che non appartengono al suo lessico ed al suo carattere. Sembra quasi che, una volta fatta la sua appropriata confessione dell’errore tecnico commesso, debba dimostrare che gli altri non sono da meno.

E rimango stupito che di fronte alla gravità di questa crisi  un giornale come il Sole pubblichi queste polemiche da tre soldi. Mi chiedo un piccolo imprenditore in crisi cosa se ne faccia di un articolo di questo tipo.

*

E invece resta inevasa la questione su cui vorremmo che Roberto ci illuminasse con la sua intelligenza e spirito critico: e ora? Che facciamo?

In realtà la prima parte dell’articolo di Roberto qualcosa di interessante ci dice: e cioè di cosa avrebbe potuto essere d’aiuto in questa crisi ma che a suo avviso è impossibile nell’attuale contesto.

Primo: un deprezzamento della valuta, “attualmente non percorribile nell’area dell’euro”. E perché mai?   E perché dovremmo, di fronte ad atteggiamenti tra l’altro molto aggressivi di Giappone e anche degli Stati Uniti, rinunciare ad usare anche noi la politica monetaria per svalutare l’euro rispetto ai suoi assurdamente alti livelli attuali?

Temo poi che Roberto mi direbbe che lui non si riferiva a ciò, ma all’impossibilità per un singolo paese euro (tra quelli in difficoltà, come Grecia o Italia) di svalutare, se non a costo di uscire dall’euro. Ma sarei in totale disaccordo: una politica di svalutazione di “tutti” i paesi dell’euro, Germania inclusa, rispetto al resto del mondo, tramite politiche espansive della BCE, sarebbe comunque utilissima a ridurre le sofferenze italiche e greche, stimolando ulteriormente il loro export fuori dall’euro, generando reddito e riavviando la domanda interna.

Secondo: “una forte riduzione dei tassi nominali”, oggi impossibile visto il loro livello di partenza già vicino allo zero. Detto che il calo che rileva per l’attività economica è quello dei tassi reali e non nominali (e cioè dei tassi sui prestiti o sui BTP depurati dal livello d’inflazione), non si capisce perché non vi sia ancora spazio per far calare questi anche se i tassi nominali sono vicini allo zero. Nel periodo del New Deal di Roosevelt, situazione economica simile e tassi vicini allo zero, si lavorò alacremente negli Usa per far crescere, e di molto, l’inflazione e ridurre così i costi reali del credito per agricoltori ed imprese manifatturiere, aiutando l’economia. Anche qui, come per la svalutazione dell’euro, ci sarebbe bisogno di un’altra BCE, una BCE con un obiettivo diverso da quello attuale, volto a dare grande peso al grande dramma corrente, quello della crescente disoccupazione e del pericolo di morte dell’euro e dell’Europa.

*

In più, rimane la delusione nell’articolo di Perotti per la domanda che non c’è: “e ora”?

Leggere infatti la frase “il fatto che l’austerità non faccia bene non implica sempre che vi siano alternative migliori o perseguibili. Per esempio, potremmo chiedere ai contribuenti tedeschi di pagare ancora di più, con gli Eurobond per esempio. Ma non succederà. L’austerità nel caso greco era probabilmente inevitabile” fa cadere le braccia.

Certo che gli Eurobond non funzioneranno mai politicamente, lo diciamo da sempre su questo blog. Ma da qui a dire che questa è la sola soluzione percorribile, Roberto fa prova di pigrizia intellettuale. Se “l’austerità non fa bene” come è possibile che il “contrario dell’austerità anch’esso faccia male”? Se non abbiamo osservazioni storiche nel contesto di una unione monetaria di questo tipo sulla “non austerità” ma ne abbiamo invece tantissime, univoche per ammissione di Perotti stesso, sull’austerità e i suoi danni, come può un economista del suo calibro non ammettere che una crisi di questo tipo necessita il coraggio per provare quanto sinora non è mai stato tentato, e cioè una coraggiosa strategia europea di espansione fiscale non sanzionata ma accompagnata dalla BCE?

Siamo nel campo della politica, non della scienza esatta. Quest’ultima ci servirà domani per capire se abbiamo fatto bene o male ad avere coraggio a sperimentare ma non ci serve oggi a darci oggi quel coraggio di cui abbiamo bisogno.

Per imparare il coraggio dobbiamo cercarlo nella storia, nella politica, non nell’economia. E allora, con mio grande stupore, mi trovo per la prima volta in vita mia a schierarmi con l’antipatico e spesso supponente Guido Rossi piuttosto che con l’ammirevole ed amico Roberto Perotti.

Permalink

C’è un giudice a Karlsruhe

E’ stupefacente che si metta in croce l’attuale dinamismo democratico tedesco sul mandato della Banca Centrale Europea. A quanto pare la Germania non è solamente leader economico e politico dell’area euro. E’ anche leader sociale, dimostrando un attivismo civico superiore a qualsiasi altro Paese.

Lo esercita, questo attivismo, all’interno del suo DNA nazionale attualmente conservatore e poco incline alla solidarietà verso altri Paesi euro in grave difficoltà, senza dubbio. Ma lo esercita.

Mentre la nostra Consulta e noi italiani ci gingilliamo con argomenti tanto simbolici quanto irrilevanti come le super pensioni di alcuni super individui, la Germania e la sua Corte Suprema – in risposta ad una richiesta di alcuni cittadini tedeschi – prende l’Europa per la collottola e affronta con incredibile energia, al suo interno, la questione del mandato della BCE.

Ovvero: quello che dovevamo fare noi italiani, noi francesi, noi spagnoli, noi greci e cioè spingere con tutti i mezzi giuridici e politici a nostra disposizione per la modifica del mandato della banca centrale verso uno simile a quello americano – che combini la lotta all’inflazione con quella alla disoccupazione – lo fanno i (alcuni) tedeschi, spingendo esattamente all’opposto per un mandato della BCE ultra conservatore, concentrato non solo formalmente sull’inflazione (lo è già) ma anche nella pratica, chiedendo di ridurre i cannoni operativi a disposizione della BCE così come presentati da Draghi l’estate scorsa.

*

Immaginate di essere chiusi in una stanza dove divampa l’incendio e le fiamme vi stanno per portare via a miglior vita tra pochi secondi. Solo due le opzioni di uscita: una porta chiusa, con uno sbocco sulla strada, che vi darebbe certamente la salvezza, se solo la persona che da fuori la dovrebbe aprire si accorgesse della vostra situazione, ma non vi sente; un’altra porta aperta, dove anche lì brucia tutto, ma di cui non conoscete le possibili opzioni di salvezza e dove è possibile che la situazione sia ancora peggiore della stanza che abbandonate. Non vi buttereste dentro quest’ultima?

Certo che sì. Come io che mi butto a pesce in questo ossigeno democratico paradossale che fornisce la Germania, permettendoci di mettere in dubbio, qualsiasi sia la ragione per cui lo facciano, l’operato della BCE ed il suo mandato così come scritto dal Trattato europeo. Chissà mai che con una minuscola probabilità si torni a discutere di ciò nelle triste e spente aule del Parlamento europeo, ridando vita a un dibattito sinora proibito. Cosa che tra l’altro temono anche alcuni tedeschi che difendono l’attuale governance della politica monetaria dell’euro e che temono la riapertura del dibattito, perché sanno bene che una volta che questo parte chissà dove può finire.

*

In effetti c’è di più. Ricordiamoci, mettiamoci in testa, che difendere questa BCE dell’epoca Draghi, con l’argomento altrettanto paradossale che essa ha avuto successo proprio perché il suo programma di acquisto di titoli dei governi non è mai stato sottoscritto da nessuno tra i Paesi in difficoltà, è difendere questa Europa che sta sbagliando tutte le sue politiche economiche in maniera clamorosa in questi ultimi anni.

L’acquisto di titoli non è avvenuto perché, come ha fatto capire anche Mario Monti che si rifiutò di sottoscrivere l’accordo con la BCE, esso avrebbe comportato altrettanta austerità, non meno, di quella attuale, obbligando gli Stati a restituire con la mano sinistra (politica fiscale restrittiva) quello che gli veniva offerto con la destra (politica monetaria espansiva).

Il calo dello spread sui titoli italiani, quand’anche fosse frutto di un  annuncio estivo di Draghi (come più volte detto su questo blog, esso fu ordinato dalla Merkel), non ha avuto impatto alcuno sulle economie dei Paesi in difficoltà perché le banche non vogliono prestare e famiglie ed imprese non vogliono domandare credito in questo clima nero come la pece. Ha ridotto di qualche centinaia di milioni di euro la spesa per interessi del Tesoro, noccioline al confronto di quanto necessario per salvare l’area euro.

Ben altro è necessario per salvare l’euro: un deciso coordinamento espansivo delle politiche fiscali, le più efficaci in questo contesto in cui il settore privato è sparito dall’economia, ed una politica monetaria non fatta di annunci ma di concreta lotta senza quartiere alla disoccupazione visto che l’inflazione non deve preoccupare.

Per ottenere la seconda gamba abbiamo bisogno, lo ripeto, di un cambiamento di mandato della BCE verso la lotta alla disoccupazione, come negli Usa. Per cambiare il mandato abbiamo bisogno di cambiare il Trattato europeo. Per cambiare il Trattato europeo qualcuno deve smuovere le istituzioni politiche e giuridiche europee. Per smuovere queste ultime basterà un giudice a Karlsruhe che ad esse si appelli; per qualsiasi motivo, buono o cattivo che sia.

Ben venga dunque la scelta tedesca di dibattere democraticamente della politica monetaria europea. Perché alla fine dei conti è solo un sano processo democratico che dà senso e forza alla concessione di indipendenza ad una qualsiasi banca centrale.

Permalink

Il lungo periodo non è nulla, senza la cura del breve

Ogni dove. Ogni dove vado. Sempre la stessa storia. Le riforme, nel lungo periodo, cureranno tutto. Il problema dell’Italia è un problema strutturale, dalle radici lontane, bisogna fare le riforme, e pazientare.

Basta vedere i dati dell’Ocse, l’Italia ultima tra paesi Ocse tra 2001 e 2011 quanto a crescita del reddito reale pro-capite. Un dato disastroso: gli unici ad avere crescita negativa, gli italiani. Negativa.

Eppure questo dato è irrilevante. Irrilevante. Perché il lungo termine in un certo senso, deve in questo momento divenire irrilevante, passare in secondo piano. Come per un malato colpito da un infarto non interessa sentirsi dire della dieta che dovrà fare per ridurre in futuro la possibilità di altri infarti.

In realtà non è esattamente così. Ma per ora, per far tacere i teorici delle riforme, diciamo così.

*

Ecco il mio ragionamento. Soprattutto ecco le mie assunzioni, i miei giudizi di valore, che lo sottintendono.

“Chi non è al tavolo, è sul menu”. Mi rimbomba questa frase del mio collega catalano Jordi Vaquer da quando l’ho ascoltata a Creta. Nella mia testa, rimbomba, e spiega perché oggi la politica domina sull’economia, perché l’euro è essenziale (“un divorzio non ci fa tornare fidanzati, un divorzio è un divorzio”) per non fermare un progetto geopolitico e umanistico europeo che c’è nei dettagli burocratici e manca totalmente nelle ambizioni, nel coraggio e nei dettagli psicologici, e perché dunque per non uccidere il progetto europeo dobbiamo uccidere la recessione.

Questo mostro, la recessione, è l’unico fattore economico che prevarrà sulla politica, forzando alcuni governi a uscire dall’euro: perché capro espiatorio perfetto e perché l’uscita sarà momentanea morfina ad un dolore insopportabile.

Chi crede nell’eurobond come soluzione, nella voglia dei tedeschi di solidarizzare con tale dolore trasferendo risorse al “Sud” dell’area euro, illude la gente, come la illude proponendo riforme. Anzi mostra di non avere capito cosa sia una unione monetaria: una precondizione di dialogo per arrivare un giorno, ma non oggi, ad una unione fiscale. Non è vero che i tedeschi non sanno fare unioni monetarie: ne hanno fatta una, grandiosa e solidale, pochi decenni fa. Con chi ritenevano essere i loro cugini di primo grado, se non fratelli. Quello che noi non siamo per i tedeschi, quello che i tedeschi non sono per noi. Tra cinque generazioni, lo saranno. Se manteniamo intatto il progetto, se combattiamo la recessione.

Riassumendo: 1) non c’è tempo e 2) si deve uscire dalla recessione senza solidarietà esterna.

*

Ma di solidarietà, interna, ce ne sarà bisogno, per ridurre la tentazione di uscire dall’euro e fermare per decenni l’Europa. Solidarietà interna e ripresa rapida si ottengono tuttavia in un solo modo: con una combinazione perfetta e attenta di politiche macroeconomiche credibili e di riforme giuste.

Perché se c’è una cosa che sappiamo dell’austerità è che ha combinato esattamente l’opposto: politiche macroeconomiche non credibili, vorrei dire incredibili, e riforme sbagliate.

Le politiche macroeconomiche dell’austerità non sono state credibili nel senso letterale del termine: non erano credibili agli occhi di chi le raccomandava, come ci testimoniano le confessioni quasi postume del Fondo Monetario Internazionale sulla Grecia e sulle politiche forzate dalla Troika. E come mostra bene Roberto Tamborini, non credibili agli occhi dei mercati. Sono stati imbarazzanti gli errori nelle previsioni della Commissione europea, dell’Ocse, della Banca d’Italia, del Tesoro. Imbarazzanti ed incredibili. Non credibile sbagliare di così tanto le stime di crescita del PIL in così poco tempo. Così tanto che non è questione di modello di previsione sbagliato, è questione di aver voluto piegare i modelli econometrici alle esigenze politiche di chi credeva nelle virtù dell’austerità. Un falso in bilancio? Certamente, ma accompagnato da un falso democratico, di mancata rappresentanza politica volta a sostenere le esigenze reali delle persone.

Ad esse si sono accompagnate le riforme sbagliate, quelle che hanno contribuito alla recessione. Sono state di 3 categorie: quelle inutili (i taxi a Roma quando nessuno in recessione prende i taxi) costose perché hanno fatto perdere tempo e consenso ai politici; quelle dannose (le riforme Fornero su lavoro e, sì, anche su pensioni) perché oltre ai costi di cui sopra hanno aumentato la paura e la mancanza di fiducia nel futuro di imprese e famiglie, deprimendo la domanda e le assunzioni dei giovani; quelle sempre strombettate e mai attuate nella sostanza (anti corruzione, pagamenti dei debiti della P.A., spending review sugli sprechi).

*

Quali sono le politiche macroeconomiche credibili? Non quelle che passano per la ripresa del credito prima di tutto (perché le banche non vogliono prestare a chi non vuole prendere a prestito, come avviene in questa crisi da domanda). Quelle che ammettono, come fa il Fondo Monetario Internazionale, che trattasi di attivare politica economica espansiva. Perché i moltiplicatori della spesa privata derivanti dalla politica economica espansiva esistono e sono attivabili rapidamente. Ma quale politica espansiva? Quella, appunto, credibile, intesa come capace di far crollare gli spread e non complicare piuttosto che rimuovere l’agonia. Come in Giappone, se questo Paese continuerà con convinzione.

Non aspettatevi troppo dalla politica monetaria europea espansiva: essa è inefficace (i tassi sono vicini allo zero e la deflazione non è ancora arrivata), contraddittoria (è condizionata all’accettazione di un piano di … austerità, differenza chiave col Giappone), ineguale (basta leggersi chi è andata a beneficiare negli Usa: il top 1% nella scala dei redditi, secondo il Washington Post).

E’ inevitabile che la responsabilità piena se la deve prendere dunque la politica fiscale espansiva. Ma deve essere credibile, cioè capace di far scendere gli spread. Per esserlo deve soddisfare tre condizioni:

a)    Deve essere coordinata a livello europeo: di più (espansivi) i tedeschi, un po’ di meno noi (così risolvendo anche squilibri di bilancia dei pagamenti senza imporre all’area dell’euro Sud una deflazione che ci ucciderebbe);

b)    Deve essere controciclica: e con ciò non intendo l’ovvio, ovvero che deve essere espansiva ora, ma che deve essere restrittiva domani, quando saremo usciti dalla crisi. I mercati devono sapere che quando il sole tornerà a splendere non si giocherà più come dei bambini golosi con la marmellata, e che si metteranno piuttosto in cascina le risorse per una possibile nuova crisi domani.

c)     Deve essere calibrata: in Italia niente riduzione di imposte ora, inutili a stimolare una domanda di famiglie ed imprese paralizzata, non un aumento di spesa a casaccio che spaventerebbe comunque, ma un aumento di spesa basato sul taglio degli sprechi, che spesa e domanda pubblica non sono e non aiutano l’occupazione. In Germania i gradi di libertà sulla sua composizione sono maggiori.

Domani, col bel tempo, si potrà lottare contro l’evasione e abbassare permanentemente la pressione fiscale a parità di qualità di servizi pubblici.

Ad essa, alla politica macroeconomica europea credibile, vanno legate le riforme, quelle giuste, che stemperano i dolori causati della recessione e possono riattivare più rapidamente la fiducia delle persone.

Non trattasi dunque della mera, ed essenziale, spending review vera che è determinante per il punto c) sopra. Si tratta dei crediti da rimborsare tutti e subito alle imprese, specie le più piccole che non hanno aiuti dalle banche, si tratta del servizio civile del nostro appello, per 1000 euro al mese per 1 o 2 anni in cambio di lavoro nei gangli vitali della nostra Pubblica Amministrazione così vecchia, stanca, incompetente rispetto al mondo che cambia, corrotta dal cinismo. Si tratta anche di ridurre e da subito alcune regolazioni insopportabili ed inutili che sfibrano maggiormente le piccole delle grandi nel momento peggiore della loro storia aziendale.

*

Ho iniziato dicendo, basta col lungo periodo. Lo credo fortemente, oggi.

Ma senza dimenticare che quello che oggi dobbiamo fare per il breve periodo deve ancorare solidamente al terreno sociale una aspettativa di un futuro migliore, deve generare ottimismo, sicurezza, tranquillità, speranza. Per questo in fondo, una politica per il breve come quella descritta sopra, se ben congegnata come descritto sopra,  è una politica di lungo periodo, per il nostro avvenire. Il progetto europeo a quel punto, e solo a quel punto, seguirà, docile e felice.

Estratto da intervento a Convegno Internazionale di Economia Reale, “Quo Vadis?” Roma, 7 giugno 2013, Tempio di Adriano, Roma.

Permalink

Small is beautiful, ma non in Italia

Finalmente qualcuno che ne parla. Dello Small Business Act (SBA) europeo del 2011.

Sulla Voce, va reso merito a Francesco Solaro di avere rotto il muro dell’omertà di un Continente che si ostina a dire il più delle volte che “piccolo è brutto”. Invece che dire che “crescere è bello”: apparentemente la stessa cosa, ma che invece tradisce una voglia di aiutare, sostenere e proteggere e non di abbandonare all’oblio le nostre piccole imprese.

Nato la bellezza di solo … 60 anni dopo quello statunitense, lo SBA europeo tuttavia non tira: malgrado qualche buon risultato  la sensazione è che non abbia lasciato una grande impressione tra gli imprenditori italiani. Dice Solaro:

Nonostante tutte queste novità e vantaggi, lo Sba non è molto popolare tra le imprese, come dimostra una recente indagine svolta dal ministero dello Sviluppo economico su un campione rappresentativo di mille imprese: poco meno di due imprese su dieci, pari al 18,1 per cento del campione intervistato, segnala di conoscere lo Sba anche se la quota risulta in miglioramento rispetto a quella (intorno al 7 per cento) emersa da un’indagine svolta dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne nel 2010. Le principali fonti di informazione sullo Sba sono rappresentate da internet (secondo il 58 per cento del campione), il commercialista (46,6 per cento) e le associazioni di categoria (27,7 per cento). Poco meno del 12 per cento delle imprese dichiara di conoscere lo Sba grazie alle azioni del ministero.

Tira negli Usa, eccome, ma non in Europa, lo SBA. Per una serie di motivi.

Primo, perché negli Usa esiste non solo una legge per la piccola, ma una istituzione, la Small Business Administration, che è di fatto un Ministero per la Piccola Impresa, come quello chiesto nel nostro Programma per l’Italia dai Viaggiatori in Movimento.

Secondo, perché gli interventi in America sono quantitativamente ben più significativi di quelli illustrati per l’Europa da Solaro: in primis il 23% degli appalti riservati alle piccole imprese, scelta assolutamente ancora oggi vietata in Europa.

Terzo, perché gli interventi in America sono qualitativamente ben più significativi. Negli Usa la regolazione, quella a maggiore impatto economico sulle piccole che sulle grandi, è bloccata immediatamente e sottoposta a riforma e revisione ad un tavolo di negoziazione assieme ai piccoli imprenditori.  In Italia, ci ostiniamo a inventarci norme ultronee, che non ci chiede nemmeno l’Europa, come il Sistri per i rifiuti pericolosi, trasformatosi da noi in incubo burocratico specie per le piccole che si applica a tutti i rifiuti indistintamente. E poi ci chiediamo perché le piccole non sentono lo SBA vicino a loro.

Quarto, perché, non è nel nostro DNA, quando invece dovrebbe essere la nostra preoccupazione quotidiana in questa recessione, la protezione delle piccole. Non lo è stata del Ministro Passera (Monti che confessa in televisione che non sapeva della legge annuale per le piccole imprese da presentarsi entro fine giugno di ogni anno ha qualcosa di clamoroso, malgrado l’onestà dell’ammissione) né di questo Governo, che pesca i soldi per coprire buchi di bilancio dai … già pochi miliardi stanziati per i debiti della P.A. da restituire alle imprese.

Lontano, molto lontano da quell’approccio a stelle e strisce che prevede che le imprese in causa con la pubblica amministrazione possano essere difese in giudizio da … avvocati della Small Business Administration. Perché …

“Small is beautiful because man in beautiful.” Da “Small is Beautiful” di E. F. Schumacher.

Grazie Francesco.

Permalink

La guerra civile del Continente Vecchio, Francoforte come Gettysburg e quel Lincoln che ci manca

Ho ascoltato il Premio Nobel James Mirrless al Festival di Trento via web. L’ho ascoltato confermare, come credo anche io fortemente, che la migliore soluzione per uscire dalla crisi dell’area euro sia quella di stimolare la domanda interna di tutti i Paesi europei, spingendo in Germania ancora di più di quanto non si possa fare nell’area euro Sud. Domanda via spesa pubblica, si intende, anche di beni e servizi.

Ma l’ho anche ascoltato parlare di una guerra civile europea in corso, non più tra Nord e Sud, come quella che divise gli Stati Uniti, ma tra giovani e vecchi (slide 14).

Con i primi che chiedono più inflazione per generare quell’occupazione sul mercato del lavoro che non hanno ed i secondi che vi si oppongono per proteggere quella ricchezza nominale in titoli che possiedono.

*

E mi è venuto in mente che di questa guerra me ne ero occupato una quindicina di anni fa, quando studiavo con il mio amico Lorenzo Pecchi le determinanti politiche dell’inflazione e combattevo la follia delle teorie dominanti di allora, quelle sulla bontà di un banchiere centrale indipendente. Ero in buona compagnia, con Milton Friedman, anche lui (ben prima di me…) conscio dei pericoli immensi di una tale soluzione istituzionale, poco democratica e poco efficiente.

Sono andato a rileggermi, dopo aver ascoltato Mirrlees, i miei lavori in quella parte in cui menzionavo il tema dell’invecchiamento delle società e il livello dell’inflazione. Ritrovando spunti interessanti. L’idea iniziale era del grande Franco Modigliani che assieme a Stanley Fischer spiegava appunto come il tasso d’inflazione era destinato ad essere tanto più alto quanto più la popolazione fosse composta da giovani non detentori di titoli.

Un altro economista allora noto, Faust, richiamava come popolazioni con una maggioranza di giovani (vecchi) avrebbero spinto per più (meno) inflazione e come tale rischio avrebbe potuto essere smorzato dalla nomina di un comitato della Banca centrale fatto di anziani (giovani).

Una soluzione per vincere la guerra civile europea a favore dell’occupazione sarebbe dunque quella di fare entrare i giovani nei  gangli decisionali della politica economica, Banca Centrale inclusa, da cui oggi sono esclusi?

*

Vi è anche una connotazione geografica del problema.

Certo gli Stati Uniti hanno una popolazione over-65 minore in proporzione di quella europea: forse questo può spiegare in parte le politiche economiche più espansive americane rispetto a quelle europee?

La frase sopra la volevo scrivere da qualche ora, ma poi pensavo al “vecchio” Giappone e mi dicevo: “e poi come faccio a spiegare che Abe ed i nipponici, così protesi verso una società in forte invecchiamento, sono oggi invece al comando della lotta per crescita ed occupazione?”. Non torna, lascia perdere.

Ma poi, perché le cose succedono sempre magicamente, il mio amico Carlo Clericetti qualche minuto fa mi segnala via mail quest’articolo su Repubblica sul Giappone dove si legge che il Ministro dell’Economia Akira Amari ha pronunciato queste parole:

Tra un paio di decenni un quarto della popolazione giapponese avrà un’età superiore ai 65 anni. Aumenteranno le spese sanitarie e previdenziali e diminuirà la forza lavoro, potrebbe essere una tragedia. Ma se invece fosse possibile una soluzione a questo problema, grazie allo sviluppo tecnologico o mediante la riforma del sistema previdenziale, creando cioè una società nella quale le persone rimangano attive per tutta la vita, questa soluzione potrebbe essere esportata in tutto il mondo“.

Bingo. Ecco dunque che se il Giappone è intenzionato ad eliminare il pensionamento degli anziani e introduce il concetto di lavoro eterno torna a comprendersi come il partito dell’inflazione, reflazione, occupazione possa imporsi anche in una società che invecchia come quella nipponica, ma che tuttavia potrebbe dover risparmiare di meno e lavorare di più.

*

Dobbiamo dunque sperare in una riforma pensionistica in Europa che allunghi ulteriormente l’età pensionabile affinché il … Continente Vecchio la smetta finalmente di combattere come Don Chisciotte l’inflazione che non c’è e si concentri su politiche della domanda che stimolino l’occupazione, come in Giappone?

No, perché sappiamo bene che in Italia la riforma pensionistica ha ucciso occupazione, specie giovanile, altro che stimolare politiche espansive.  Meglio concentrarci su qualcosa di più ambizioso: il pensionamento di una classe politica che non rappresenta in alcun modo i giovani, le piccole imprese, il nuovo e che difende oramai da troppo tempo gli interessi dei detentori (anziani) di attività finanziarie.

Non è un caso che i giovani si siano scatenati davanti alla BCE a Francoforte; forse sarà lì che un giorno ci sarà la Gettysburg dell’austerità. Ma chi sarà il Lincoln che guiderà le truppe dei giovani verso la vittoria?

Permalink

Penelope Draghi, Visco, Monti, Caffè e la Bankitalia che non c’è piu’

Quando è che la Banca d’Italia ha smesso di essere pungolo critico all’azione di Governo? Quando abbiamo perso per strada quel suo importante ruolo istituzionale? Non è solo questione di avere un caro amico come Ministro dell’Economia, ringraziato nei primissimi minuti dell’intervento del Governatore, a stridere e a evidenziare la totale mancanza di autonomia di Via Nazionale dall’azione di Governo, a sua volta mai autonomo dalla Commissione europea.

E’ anche e soprattutto una inevitabile sudditanza rispetto al modello economico perorato dalla BCE di Francoforte.

Se non modifichiamo il ruolo della BCE in Europa, attribuendole il compito di stimolare anche l’occupazione e non solo combattere l’inflazione, è inutile sperare che la Banca d’Italia si attrezzi per dire altro che quello che abbiamo sentito ieri alla Relazione Annuale di Banca d’Italia.

*

Il passaggio chiave.

“I provvedimenti adottati, in particolare l’annuncio delle Operazioni Monetarie Definitive (OMT), favoriscono quelle riforme, nazionali ed europee, che sole possono eliminare alla radice il rischio di denominazione (dall’euro alla lira, NdR) … La procedura per l’attivazione delle Operazioni Monetarie Definitive (OMT) (da parte della BCE, NdR) presuppone il manifestarsi di gravi tensioni, può riguardare solo paesi che abbiano precedentemente richiesto, anche a scopo precauzionale, un programma di aiuto finanziario europeo ed è subordinato al rispetto delle condizioni a esso collegate. Queste condizioni riflettono la consapevolezza che i timori sulla reversibilità dell’euro non sono indipendenti da quelli sulla sostenibilità dei debiti pubblici e sulle prospettive di crescita dei singoli paesi“.

Detta in altro modo: la BCE non aiuta i Paesi in difficoltà, li aiuta se adottano i programmi di austerità che si obbligano a rispettare nel chiedere l’aiuto.

Aiuto che Monti non chiese mai. Si è chiesto Visco perché? Perché Monti è ancora così risentito con Draghi come è emerso chiaramente dalla trasmissione televisiva Omnibus? Non perché l’Italia non ne avesse bisogno, dell’aiuto, ma perché capì che la tela che Penelope Draghi di giorno avrebbe tessuto con gli aiuti in asta dei titoli di Stato, la notte avrebbe smontato con l’austerità che faceva crollare PIL, occupazione, entrate fiscali, maggiore disavanzo, maggiore debito.

Austerità che, secondo Visco (vedi corsivo), si rende necessaria perché gli spread dovuti ad uscita dall’euro dipendono anche dall’andamento del debito pubblico e della crescita.

Certo! Appunto! Ma non abbiamo evidenza completa e cristallina che l’austerità distrugge crescita e innalza il debito? Non l’abbiamo tale evidenza? Quale altra dimostrazione richiede Bankitalia per concordare che l’austerità è il veleno e non la medicina in questa fase del ciclo?

Come fa Visco a dire che l’austerità è espansiva e fiscalmente responsabile? Vuole forse concordare col pensiero vintage di Alesina e Giavazzi, da essi stessi ormai rinnegato? Come fa Visco, allievo di Caffè come Draghi, a rinunciare ai due cannoni di politica economica chiamati politica monetaria e fiscale?

Ha ragione da vendere Visco quando dice che meri annunci di aiuto non servono ed è necessario adottare riforme, europee e nazionali, che rimuovano alla radice il rischio di ridenominazione. Gliene propongo due di riforme europee, che cancellerebbero gli spread domani mattina: modifica del mandato della BCE verso la lotta anche alla disoccupazione come negli Usa e obbligo durante le recessioni asimmetriche di sostenere il ciclo economico dei paesi in difficoltà da parte dei Paesi non in difficoltà.

Si chiama solidarietà: l’unica riforma che tiene in piedi una Unione che voglia meritarsi questo nome.

Permalink

La politica fiscale è la soluzione, ma “non è una opzione”

E così la crescita italiana 2013, nelle stime del’Ocse, nel giro di poche settimane passa dal -1,5% al -1,8%. A salvare la performance è l’export e la nostra competitività, export che cresce del 3% mentre è un bollettino di guerra l’andamento della domanda interna: -2% i consumi, -1,9% la spesa pubblica per consumi, -3,9% l’investimento delle imprese.

Per il 2014 l’Ocse si inventa per l’Italia un PIL che cresce dello 0,5% (corretto in 0,4% dopo sole due settimane), con un fantastico +5,2% dell’export che compensa una domanda interna sempre in calo.

Eppure l’Ocse continua a dire che il problema è la competitività. Pagine e pagine spese a descrivere riforme che in questa recessione non partono, o per fortuna, perché sbagliate, o perché, anche se rilevanti, in un clima di recessione non vi è la forza politica per attuarle.

Mentre è chiarissimo che non ha nessuna voglia di spendersi sulla sola soluzione disponibile. Come dice l’Ocse: “utilizzare la politica fiscale per far ripartire l’economia non è un’opzione nelle attuali condizioni del debito“.

Paradosso fenomenale, dato che l’Ocse stesso stima al 134,2%, inarrestabile, il debito-PIL italiano, ovvia ricaduta dell’austerità.

E’ interessante a questo proposito tornare sul bel dibattito lanciato da Francesco Daveri della Università di Parma contro l’affermazione di Fassina che è l’austerità “ha fatto salire i debiti pubblici in Europa dal 60 al 90 per cento del Pil”. Secondo Francesco, specie nella prima fase della crisi, dal 2008, “non è stata l’austerità fiscale ma la crisi economica a far esplodere il debito pubblico” dell’Europa. Difficile dargli torto, il PIL è crollato nella prima recessione e con ciò ha fatto aumentare da un lato per definizione  il rapporto debito-PIL (è crollato il denominatore) e dall’altro automaticamente aumentare lo stesso visto che il deficit è aumentato a causa delle minori entrate e maggiori spese che partono sempre come stabilizzatori automatici in caso di crisi.

Eppure, guardando al caso italiano, è difficile sostenere che l’austerità non abbia comunque contribuito alla crescita del rapporto debito PIL anche in quei primi anni. Semplicemente perché, è semantica rilevante, quando scende il PIL quello che ci si aspetta da un Governo anti-austerità è di stimolare l’economia non solo “automaticamente” ma “discrezionalmente” con interventi specifici di maggiore domanda pubblica e minori tasse. Come fece proprio in quegli anni, ad esempio, il Presidente Obama.

E l’Italia, come vedete, è stato l’unico Paese (oltre ai pro-ciclici Irlanda ed Islanda) a non fare NESSUN uso di politica discrezionale, colore viola, Tremonti avendo rinunciato a stimolare l’economia via maggiore domanda pubblica in una fase in cui, come sappiamo, la capacità della politica fiscale di aiutare l’economia (una recessione) è massima con i suoi moltiplicatori (in blu l’uso degli stabilizzatori automatici).

Che l’abbia fatto, Tremonti, sulla base di un atteggiamento pro-austerità, spiega parte della crescita mancata nel primo triennio di crisi e del maggiore debito su PIL. E, dunque, tra Daveri e Fassina, almeno per l’Italia, la verità sta nel mezzo.

Permalink

La multa del risparmio

Immaginatevi Obama che va in tv.

E annuncia.

Che domani l’Alabama, o il Vermont, dovranno versare una multa pari allo 0,2% del loro PIL statale perché per 3 anni consecutivi non hanno raggiunto il deficit su PIL del 3%?

Ma dai. Mai e poi mai.

Perché le unioni di popoli basate sulle punizioni e non sulla solidarietà; le unioni basate sulla contabilità e non su di un progetto ideale … esatto: falliscono. Senza se e senza ma.

*

Lo dico perché alle ore 14 il Commissario Rehn annuncerà cosa fare della famosa multa al Belgio che per il terzo anno consecutivo ha superato il rapporto del 3% del deficit-PIL. E chissà mai perché li avrà superati quei limiti: forse per il salvataggio dell’ennesima banca, dal nome Dexia? O forse a causa della recessione auto-imposta dall’Europa?

Una multa di 750 milioni di euro. Che sarebbe messa in un deposito infruttifero, fino a quando il Belgio non si dovesse ravvedere.

Il fior fiore dei giuristi europei sta in questo momento lavorando a costo del contribuente europeo per dimostrare la validità giuridica di una tale decisione.

Bellissimo. In una unione che continua a morire per mancanza di domanda interna ed eccesso di risparmio, si sta considerando di obbligare un intero Paese a risparmiare per punizione.

Se alle ore 14 i tecnici della Commissione Europea comunicheranno una decisione in tal senso un altro pezzo dell’affresco europeo si staccherà, sbriciolandosi a terra. Speriamo bene che tutti i politici, Letta compreso, europei siano in questo momento attaccati al telefono a ricordare a Rehn che è solo un tecnico e che la Politica, quella con la P maiuscola, spetta a chi rappresenta  democraticamente le esigenze delle persone.

Permalink

Quando a sognare per il Paese è la Corte dei Conti

Fatto numero 1: Abbiamo un Governo di contabili, non di leader. Ci sono i soldi, ma dall’anno prossimo. “Dobbiamo concentrarci sugli investimenti”, piuttosto che sulla sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, anche perché “i margini di manovra si aprono soprattutto con riferimento al 2014“. 1 miliardo? Lo abbiamo? Sig. Contabile di Via XX Settembre: lo abbiamo? 1 miliardo?

Fatto numero 2: Basta con i contabili, lo dice la Corte dei Conti. “Non si tratta quindi di ricorrere a defatiganti trattative per l’ennesima ridefinizione di regole e criteri dell’azione di riequilibrio dei conti pubblici, ma, piuttosto, di ritrovare la ragioni di appartenenza all’Unione europea non nei soli vincoli di bilancio ma nell’adozione di progetti di rilevante interesse  strategico comune.” La Corte dei Conti. La Corte dei Conti sogna. Sa sognare. La Corte dei Conti, che chiede più investimenti pubblici. E il nostro Governo? Sa sognare?

Fatto numero 3: Il settore dell’edilizia muore. Lo dice Squinzi e la gente lo applaude, con sincerità.Specchio del dramma che sta attraversando la società italiana è il mondo dell’edilizia, in una crisi tanto profonda da sottoporre al Governo la richiesta di un intervento speciale di filiera, per salvare un volano fondamentale nell’economia del Paese.”  Monti pensa che Confindustria esageri. Nel sognare? Un Paese migliore? Sogna?

Fatto numero 4: “La Corte europea dei diritti dell’uomo rigetta il ricorso dell’Italia: in base alla sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, l’Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario e introdurre una procedura per risarcire i detenuti che ne sono stati vittime.” Non vi è nulla da aggiungere.

Fatto numero 5: Giace negli armadi dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili, dal 2009, e presso il Ministero di Giustizia, un preciso Piano straordinario di edilizia carceraria, che prevede la necessità di circa 1,6 miliardi di euro di cui 1,2 per la realizzazione di 22 nuovi istituti penitenziari e 400 milioni per la realizzazione di 47 nuovi padiglioni o la ristrutturazione di quelli esistenti.  17129 carcerati, secondo il documento dell’epoca,  che Ance stimava potessero riallocarsi nelle nuove strutture, dando a loro dignità e speranza e dando agli altri cinquantamila più luce, aria e diritti umani.

Quella speranza che non c’è nemmeno per le imprese edili, specie quelle piccole, che stanno soffocando nella morsa della recessione e che potrebbero essere coinvolte a pieno ritmo nel 2012 su questo progetto, sostenendo il PIL e la loro sopravvivenza.” Questo lo dicevo io, il 12 gennaio 2012.

*

Prendete 5 fatti. Mischiateli quanto vi pare. Tornerete sempre lì; per fare la ricetta giusta per ridare slancio dall’Italia all’Europa ci vogliono i seguenti ingredienti: un po’ di coraggio, molti ideali, alquanta umanità e capacità di ascoltare, zero mediocrità, tanta disponibilità a rischiare di perdere pur di ottenere una grande vittoria.

Ecco. Chiedetevi se vale veramente la pena. Di avere i contabili al posto dei sognatori. I sognatori della Corte dei Conti, certo, e di tutti quegli altri sognatori che vogliono di più da questo loro breve viaggio su questa terra.