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Siamo ancora in austerità? Certo che sì

E’ difficile crederlo, ma sta crescendo il partito di coloro che negano l’esistenza dell’austerità in Italia. Un partito diverso da coloro che ne cantano le virtù. Il secondo, inizialmente guidato da Alberto Alesina e da coloro che sostenevano che meno spesa pubblica accompagnata da meno tasse faccia crescere l’economia, è stato più volte demolito dai fatti (Alberto Alesina sul Corriere è ora ben più cauto di allora) e dalla dura ironia di premi Nobel come Stiglitz o Krugman.

Più di recente tuttavia, sul proscenio italico, economisti di prestigio negano l’esistenza dell’austerità, non i suoi danni. Lo fanno non a caso in un momento chiave della storia della politica fiscale italiana: a pochi mesi dalla discussione sulla Legge di Stabilità che, secondo le prescrizioni del Fiscal Compact inserite da Gentiloni e Padoan nel DEF, richiede un mega manovrone da 20 miliardi di euro.

Se tale manovra non comportasse austerità, sarebbe credibile sottoscrivere le stime di crescita pressoché immutate all’1% per il 2018 inserite dal Governo appunto nel DEF. Ma se invece fosse austerità? Se questa manovra da più di 1% di PIL generasse una riduzione, con un moltiplicatore pari ad un cauto 1, dell’1% del PIL, portando l’economia italiana nuovamente allo 0 della stagnazione? Che avverrebbe? Beh, certamente crollerebbero le entrate e dunque il deficit salterebbe alle stelle, contrariamente a quanto promesso all’Europa. Ed il rapporto debito sul PIL? Salirebbe nuovamente, spinto dal crollo del denominatore del rapporto.

Importante dunque capire se hanno ragione, per esempio, Roberto Perotti o Lorenzo Bini Smaghi. Il primo, intervistato, ha sostenuto, “la spesa pubblica al netto degli interessi ha continuato a salire dal 2014, i numeri dello stesso Def sono chiari”.

Ammettendo dunque che prima del 2014 l’austerità c’è stata, ma che a suo avviso non c’è più da quell’anno (tralasceremo per oggi che nel 2016 è scesa dal 2015 da 830135 mld. a 829.311 (fonte Eurostat) e che quella che conta per il PIL (senza pensioni ed interessi che sono trasferimenti e non domanda all’economia) dal 2014 ha visto gli investimenti pubblici calare del 10% circa in valore monetario, gli stipendi calare in valore reale e la sola spesa corrente rimanere stabile).

Lorenzo Bini Smaghi nel suo libro “La tentazione di andarsene” (discusso qualche giorno fa con l’autore) sostiene (come Perotti) che «Di austerità non ce n’è stata di più nemmeno in Italia rispetto agli altri paesi europei, soprattutto dopo il 2013 …».

Come possono due economisti di questa leva dire ciò e farla franca? Credo di avere individuato il perché. Per spiegarmi farò riferimento a qualche grafico. Ma prima di tutto, definizioni.

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Secondo Bini Smaghi, «la valutazione (dell’austerità) … non deve essere fatta sul (deficit) ma sulla (variazione del deficit) da un anno all’altro»: se il deficit (la spesa) diminuisce nel tempo c’è austerità, se i due aumentano c’è il contrario dell’austerità.

Una definizione confermata dalla Commissione europea, ma non dal Fondo Monetario Internazionale, che chiama austerità la presenza di un surplus e l’assenza di questa la presenza di un deficit.

Dettagli? Mica tanto.

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Prendete due paesi, uno in blu, uno in rosso. Ecco il primo, il blu, che a un certo punto diminuisce spesa (da 200 a 150) e deficit (da 100 a 200).

Secondo la definizione di Bini Smaghi questo paese è dunque austero. Da notare che gli Stati Uniti, dopo un iniziale aumento del deficit dopo il 2009, hanno cominciato a ridurlo. Stati Uniti dunque austeri? A dopo per l’ardua risposta.

Ecco sotto un altro Paese, il rosso, che fa scelte diametralmente opposte, aumentando la spesa da 50 a 100, riducendo il suo surplus (equivalente a aumentare il deficit) da 100 a 50. Un paese un po’ come l’Italia di Bini Smaghi e Perotti, secondo i quali dal 2014 l’Italia ha smesso di tagliare spesa e deficit. Italia dunque non austera?  A dopo per l’ardua risposta.

Ora mettiamo questi due paesi uno accanto all’altro. E’ un esercizio utile, perché fa emergere come la situazione sia un po’ più complessa di quanto non apparisse dal guardare ai grafici dei singoli paesi. In effetti, sembrerebbe che l’apporto della spesa pubblica all’economia sia più ampio nel paese blu che non nel paese rosso. Più sostegno dunque nel paese blu da parte della politica economica?

Non sarebbe corretto tuttavia trarre questa conclusione: il supporto all’economia nel dopo crisi va valutato in funzione di quanta spesa ci fosse prima della crisi nell’economia stessa. E dunque val la pena leggere il grafico qui sotto, dove supponiamo che ambedue i paesi provenissero da una spesa pubblica sempre pari a 125 fino all’arrivo della crisi.

Visto così, il grafico mette le cose in una prospettiva diversa. Il Paese blu appare come un Paese che ha reagito all’arrivo della crisi con una politica fiscale molto espansiva (il contrario di una austera!) con spesa a 200 da 125 e che in un secondo tempo ha sì ridotto la spesa ed il deficit, ma mantenendoli sempre ben al di sopra di quanto fatto prima della crisi (150>125), rimanendo dunque espansivo, anche se meno di prima, altro che austero. Certamente questo Paese ricorda gli Stati Uniti, che reagirono inizialmente con un deficit altissimo attorno al 10% e che lo hanno pian piano ridotto, ma mantenendolo sempre ad un livello tale da aiutare l’economia a riprendersi.

Visto così, il grafico mette le cose in una prospettiva diversa anche per il paese rosso, che appare ora come un Paese che ha reagito all’arrivo della crisi con una politica fiscale molto austera con spesa a 50 (da 125) e che in un secondo tempo ha sì aumentato la spesa ed il deficit, ma mantenendoli sempre ben al di sotto di quanto fatto prima della crisi (100<125), rimanendo dunque austero, anche se meno di prima. Certamente questo Paese ricorda l’Italia che reagì inizialmente con una politica molto austera e che ha pian piano ridotto l’austerità, ma mantenendola sempre ad un livello tale da non aiutare l’economia a riprendersi e con essa il debito pubblico sul PIL a scendere.

E perché mai è avvenuto questo? Perché spesa e deficit in Italia non salgono invece a 150 come negli Usa che oggi crescono? Semplice, a causa del Fiscal Compact che impedisce la fine dell’austerità quando questa non è utile ma malsana, capace di generare in Italia un’avversità contro l’Europa che ha fatto crescere drammaticamente il peso di coloro che ora hanno la tentazione di andarsene, distruggendo per sempre il progetto europeo.

Ecco perché è importante dire che l’austerità c’è stata, ma anche che c’è ancora per lo stato dell’economia italiana. E che bisogna bloccare la legge di stabilità così come prevista per l’autunno dal DEF. Ma bloccare la legge di bilancio folle prevista dal DEF significa dire NO per sempre all’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati a fine anno.

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La scomparsa delle gare pubbliche

“… mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di  quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio). Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole“.

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera

http://www.corriere.it/speciali/pasolini/potere.html

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Zero in condotta a tutti i governi che hanno gestito disastrosamente questi ormai quasi 10 anni di crisi, recessione, stagnazione. Zero non come il bilancio in pareggio che non sanno raggiungere e che continuano a dire falsamente e stancamente di voler fare; zero come il tasso di crescita economica nel decennio quasi trascorso.

Trascorso invano perché ci si è intestarditi a credere che maggiori appalti pubblici non ci avrebbero salvato, come salvarono invece il mondo capitalistico negli anni Trenta, colpiti da una crisi da domanda privata analoga quanto a drammaticità e cause.

Stanno sparendo dunque le gare pubbliche di appalti e con loro un modo di intendere la politica economica, il ruolo dello Stato nell’economia, il contratto sociale che ci unisce come italiani.

Oggi ci troviamo a combattere con tanta stampa e commentatori che sostengono che l’austerità è finita o, addirittura, che non c’è mai stata. E allora a questi tipi un po’ rozzi, che albergano un po’ ovunque, mostriamo ad esempio il drammatico andamento 2016 rispetto al 2015 uscito or ora caldo caldo dal forno dell’Anac sulle gare svolte e gli ammontari spesi in appalti nel quadrimestre maggio-agosto, in un periodo di piena stagnazione.

Sono numeri assurdi, gravissimi, recessivi, che confermano come stiamo seguendo supinamente le indicazioni del Fiscal Compact, finendo per crescere meno di quanto potremmo e facendo così, en passant, continuare a far crescere il rapporto debito-PIL che si abbatte, in questa fase del ciclo, solo con la crescita economica.

Circa il 20% in meno di gare ed una riduzione dell’11% del valore nei settori ordinari ed addirittura un dimezzamento nei settori speciali! 13 miliardi in meno di gare, 1 punto di PIL, che con effetto moltiplicatore avrebbe colmato il gap di crescita con gli altri Paesi europei.

Una vera e propria follia.

Ridurre gli appalti pubblici riduce sia la produttività delle imprese italiane e la loro competitività (mai provato a inviare le vostre merci ai clienti su un furgoncino il cui semiasse si spacca alla prima buca per strada?) sia il loro ottimismo e voglia di investire (visto che nessuno domanda, a che pro investire?).

Se volete che il Paese si riprenda, dite a chi lo sgoverna così male che non volete la firma al Fiscal Compact a fine anno: altrimenti condannerete voi stessi e i vostri figli al declino che supinamente avrete accettato.

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Un decennio fa è cominciato a sparire il settore pubblico in Italia. Va fatto tornare, più scintillante di prima. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché europeo, darei l’intero Fiscal Compact per una gara pubblica in più.

Grazie a Daniele Ricciardi

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Tra pochi giorni in Sardegna di  nuovo per insegnare al Master sugli Appalti Pubblici che l’Università di Roma Tor Vergata offre insieme a Sardegna Ricerche.

La mia famiglia da parte paterna è originaria di Villa Cidro, in provincia prima di Cagliari ed oggi del Medio Campidano. E’ sempre un’emozione particolare, ritornare in Sardegna.

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Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura, 1926.

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E voi quale dei 4 DEF vorreste?

Il mio articolo oggi su Avvenire.

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Quattro candidati presidenti hanno dominato la scena elettorale francese, raccogliendo più dell’80% dell’elettorato in parti quasi uguali. Piattaforme diverse capaci di attrarre ognuna di esse una consistente parte dei cittadini francesi, dividendosi addirittura tra loro votanti fino a poco tempo fa uniti all’interno di un partito coeso a livello ideologico. Che cosa succede?

Ci sono ovviamente molti modi di comprendere tale segmentazione del mercato del consenso politico, qui se ne proporrà una che accomuna in maniera crescente il panorama politico europeo, basato sul contesto costituzionale fiscale che permea le vite quotidiane di tanti cittadini del Continente e che a fine anno dovrà essere confermato, riformato o eliminato con una decisione del Consiglio europeo.

La politica fiscale europea si traduce a livello nazionale in documenti pluriennali pressoché analoghi in ogni Paese – in Italia è ora chiamato Def, Documento di economia e finanza – che vengono pubblicati nella primavera di ogni anno e che vincolano non solo la Legge di bilancio dell’anno a venire, ma anche i percorsi a quattro anni di deficit e debito pubblico. Lo scopo di questi documenti è in principio non solo utile, ma essenziale: ancorano le aspettative degli operatori, famiglie e imprese, che faranno le loro scelte economiche anche sulla base di quanto il Governo di turno promette, quanto a tasse e spesa pubblica, per un orizzonte di medio periodo. L’impatto del Def è dunque rilevante per il benessere dei cittadini e non dovrebbe sorprendere che implicitamente sia oggetto di costante dibattito tra di essi e che condizioni le piattaforme dei partiti che questi cittadini devono rappresentare.

L’accordo intergovernativo attualmente vigente nell’Unione Europea, che porta la data di cinque anni fa, è chiamato Fiscal Compact. Esso richiede a tutti i Governi degli Stati membri, senza se e senza ma, che i documenti economico-finanziari prevedano una convergenza verso il bilancio in pareggio nell’arco appunto di tre anni, tramite una combinazione di riduzione di spese pubbliche e aumenti di tassazione. Ma, in realtà, all’interno di ogni Paese ci si scontra politicamente su quattro possibili orientamenti. Quattro, esattamente come il numero di candidati francesi che hanno appena dominato la scena del primo turno elettorale per la Presidenza della Repubblica.

Di questi quattro possibili Def, di questi quattro modi di orientare la politica economica nazionale nel medio periodo, due li potremmo chiamare “finti Def” e due “veri Def”.

Un primo Def finto è quello che ha dominato costantemente la scena politica italiana, sempre rappresentato dagli ultimi governi in carica, ed è consistito nel rinviare ogni anno il raggiungimento richiesto del bilancio in pareggio a tre anni dalla data del Def stesso. Anche il premier Gentiloni, che ha invece evitato questo tradizionale rinvio, promettendo che il bilancio sarebbe stato messo in pari a due e non più a tre anni lo ha fatto probabilmente ben sapendo che la patata bollente di non rispettare quanto promesso sarebbe caduta su un nuovo Governo l’anno prossimo. C’è chi sostiene che questa politica gattopardesca (detta anche della “flessibilità”) sia utile, per evitare gli effetti deleteri di una eccessiva austerità in un momento di difficoltà. Falso. Cittadini e imprese, a fronte di Def che promettono manovre di 40 miliardi in due anni (tanto ci vorrebbe per raggiungere il pareggio di bilancio) non saranno mai rassicurati da chi li tranquillizza garantendogli che quelle manovre mai avverranno: essi si nutrono di certezze e dunque, in assenza di queste, rinvieranno consumi e investimenti, condannando produzione e occupazione alla stagnazione. I partiti che propongono questi Def sono destinati a convincere sempre meno gli elettorati della bontà della loro proposta, come la Francia dimostra.

Un secondo Def finto è quello di chi si ribella all’Europa, rifiutandola, e chiedendo un ritorno alla valuta e alla sovranità nazionali. Benché sinora costoro non siano mai arrivati al Governo e, dunque, mai abbiano scritto formalmente un Def, è ben noto come lo scriverebbero: argomentando che, tramite l’uscita dall’euro, a 3-4 anni Pil e occupazione s’impennerebbero verso l’alto, generando benessere e stabilità nei conti pubblici. Un Def finto anche questo dunque, perché scritto sulla sabbia, cancellato dall’onda globale che cresce e che condanna i Paesucoli piccoli all’oblio, cancellati dalla tavola delle decisioni globali, dove solo l’Europa potrebbe sedere da pari a pari con Russia, Cina e Stati Uniti. A quella tavola il Paese Italia (o Francia) sarebbe sul menù, niente di più. Eppure una quota non piccola di elettori rivolgono la loro attenzione a questa proposta: tanto più pericolosa dato che l’unico modo di scoprire il suo inganno sarebbe di sperimentarla.

Vi sono poi due Def veri. Il primo – che Gentiloni ha abbracciato solo per ragioni di tattica politica – è quello effettivamente richiesto dall’Unione Europea: una vera convergenza in due anni verso il bilancio in pareggio con, per esempio per l’Italia, 40 miliardi di euro di maggiori tasse o di minori spese, tipicamente tagliate o a casaccio o fatte ricadere su quella componente sempre più facile da eliminare, la più rilevante: gli investimenti pubblici. In un contesto come quello italiano, ma anche di altri Stati membri, adottare una tale politica sarebbe un harakiri di proporzioni gigantesche, perché porterebbe ad abbattere produzione e occupazione. Ma tant’è. È innegabile come una parte degli elettori, tipicamente quella più abbiente e più al riparo dai tagli sociali perché capace di sopperire autonomamente ai propri bisogni di sicurezza economica e sociale, sia attratta da questa piattaforma Def. Senza capire, miopemente, come essa conduca alla fine di quella Europa che tanto potrebbe garantire a tutti se fosse finalmente capace di mostrare un volto nuovo e più solidale verso chi soffre.

Infatti vi è un quarto Def, ancora impossibile da veder stampato e adottato, ma vero perché credibile. È il Def di un’Europa dell’euro diversa da quella che abbiamo finora conosciuto. È un Def che, ridando ottimismo a medio termine a chi soffre maggiormente, sarebbe capace di rilanciare l’economia di ogni singolo Paese europeo, ridando al contempo sostegno politico proprio a quella costruzione politica dell’Unione, che ogni giorno pare invece abbandonata da sempre più persone scettiche, e incredule che le parole Europa e solidarietà possano ancora andare d’accordo, come fu un tempo, all’epoca del Trattato di Roma di cui quest’anno celebriamo i 60 anni. In questo Def il rapporto deficit Pil non è portato in pareggio, ma viene tenuto costante al 3% del Pil come previsto dall’originale costruzione fiscale di Maastricht, ben diversa da quella del Fiscal Compact, fino a quando l’economia non si sarà definitivamente ripresa. In Italia, si libererebbero così 50 miliardi di euro per investimenti pubblici volti a sostenere le famiglie e dare impulso alle imprese nella loro ripresa di competitività. Per rendere credibile tale scenario agli occhi degli alleati più scettici, che non credono che l’Italia possa spendere bene quei 50 miliardi “liberabili”, il Governo autore di questo nuovo Def dovrebbe impegnarsi a una spending review vera, dedicata a recuperare ben 20 miliardi di sprechi negli appalti e nella spesa per il personale pubblico. Una spending a cui mai si accenna praticamente nell’attuale Def italiano. Ma che è necessaria, perché nessuno Stato membro possa dire che l’Italia non deve poter spendere perché non sa spendere bene.

Per questa via, tra nuove risorse e taglio delle spese, in Italia si renderebbero disponibili 70 miliardi a 3 anni. Cifra che rimetterebbe in marcia non solo il nostro Paese ma, con le dovute proporzioni, ogni singolo Stato europeo oggi in difficoltà, così ridando vita e slancio ideale all’Europa. Voi quale Def vorreste?

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Il cambio di passo, verso la fine dell’Europa

Apparso oggi su Il Mulino.

https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3887

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Il Documento di Economia e Finanza non è la stessa cosa della Legge di Stabilità. Questa traccia le decisioni del governo su spese e tasse per l’anno a venire; quello, così voluto dall’Europa, nasce per indicare ad imprese e famiglie il contesto economico di medio termine, 3-4 anni, all’interno del quale si troveranno ad operare a seguito della programmazione governativa.  Ha uno scopo rilevante, il c.d. DEF: quello di dare certezze a tali componenti sociali, influenzando le loro aspettative future, sperabilmente in maniera tale da cementare il loro ottimismo all’interno di una cornice di crescita e stabilità.

I giornali si sono sperticati a raccontare, come d’altronde il Premier Gentiloni, di una manovra “espansiva”, semplicemente perché per il 2017 non è prevista che una manovrina di poco più di 3 miliardi di aggiustamento. Ma il DEF non riguarda il 2017, ma gli anni dal 2018 al 2020. E ben più appropriate appaiono al riguardo le parole del Ministro Padoan, che ha parlato di “una politica fiscale particolarmente stringente” che “fa parte degli accordi europei”. Ovvero del famigerato Fiscal Compact, l’accordo intergovernativo che stabilisce come, senza se e senza ma, il Governo italiano debba raggiungere in pochi anni il bilancio in pareggio.

Spesso si è fatto notare come il Fiscal Compact non sia mai stato operativo, visto che ha permesso di rinviare, di anno in anno, il raggiungimento del pareggio. Una austerità sulla carta, ma non nella sostanza, che prometteva tagli di spesa pubblica e aumenti delle tasse senza mai realizzarli. Peccato che imprese e famiglie non si siano certo mai fidate di una tale rassicurazione: ansiose di ottenere certezze, le loro aspettative si sono congelate nel pessimismo, evitando di consumare ed investire nel dubbio che poi il Governo portasse a termine i piani annunciati di riduzione drastica della domanda pubblica e di aumento della pressione fiscale.

Con Gentiloni ed il suo primo DEF di questo aprile è tuttavia avvenuto un cambio di passo, ancora più austero, mai adottato da nessun Governo prima del suo: la decisione di confermare, e non rinviare, l’anno di pareggio di bilancio, al 2019.  Lo stesso anno di pareggio promesso da Renzi nell’aprile del 2016. Avendo tre anni a disposizione Renzi era stato ben più moderato nella sua promessa di austerità e riduzione del deficit: nel 2016, aveva infatti promesso che per il 2017 il deficit su PIL sarebbe sceso dello 0,5 di PIL, circa 8 miliardi di euro, dal 2,3 a 1,8%. Ora Gentiloni con il DEF 2017 raddoppia, annunciando che il deficit dal 2017 al 2018 scenderà dal 2,1 all’1,2%, di 0,9 di PIL, 15 miliardi. Una manovrona dovrà a tal fine essere prevista, così come quella, analoga, per portare dall’1,2% allo zero il deficit nel 2019. Con tutto ciò che ne consegue per l’impatto su una economia, quella italiana, sfibrata da un decennio di recessione, prima, e di stagnazione ora. Una manovrona che ha obbligato il Tesoro addirittura ad abbassare le proprie stime di crescita per quegli anni, dall’1,2% all’1%, due anni che avrebbero dovuto segnare la ripresa della crescita nel nostro Paese.

Della manovrona non parlo io, lo dice senza giri di parole l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, preposto a monitorare per conto dell’Europa i conti pubblici italiani: “… il quadro per il 2018 e 2019 risente del mantenimento della disposizione di aumento delle aliquote IVA nel 2018 e dalla previsione di un ulteriore aumento di 0,9 punti dell’aliquota base nel 2019. Nell’insieme, il gettito associato ammonta a 19,6 miliardi nel 2018 e 23,3 miliardi nel 2019, corrispondenti rispettivamente al 1,1 e all’1,3 per cento del PIL”.

Una straordinaria austerità che consegna l’economia italiana alla stagnazione per il prossimo decennio ma, forse ancora più importante, che consegna l’equilibrio politico del Paese e forse del continente ai movimenti populisti, sancendo dunque la fine di una costruzione comune europea.

La soluzione? L’unica sarebbe quella di far rifiatare l’economia italiana finché non abbia ritrovato l’ottimismo di intraprendere nuovamente, scongelando le aspettative pervase di pessimismo che l’avviluppano da tempo. 70 miliardi sono a disposizione, per un piano di supporto all’economia, all’occupazione, specie di chi soffre maggiormente (piccole imprese, giovani, Meridione, edilizia sostenibile) e di abbattimento del rapporto debito-PIL, sinora invece sempre cresciuto a causa della stupida austerità. 20 miliardi derivanti da una vera spending review, mai fatta da nessun Governo, più 50 dal tenere il deficit sul PIL bloccato al 3% come chiedeva il vecchio trattato di Maastricht, e non in pareggio, al quale si tornerà solo dopo che sarà tornato il sole.

Purtroppo questo Governo non sembra pronto per un passo simile, anzi. Tra 5 mesi, quando si tratterrà di decidere se apporre la firma sull’inserimento definitivo del Fiscal Compact, tutto fa presumere che supinamente accetteremo il nostro fato, confermando l’austerità, la mancanza di solidarietà e l’inevitabile fine dell’Europa.

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Lo sviluppo armonico europeo chiede rallentamento

Alla politica spetta una leadership che eviti di giocare con le emozioni per guadagnare consenso, ma che piuttosto elabori, in uno spirito sussidiario e solidale, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più veloce possa tendere la mano a chi va più piano e che chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in cima”.

“I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.”

Papa Francesco ai capi di Stato europei.

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/march/documents/papa-francesco_20170324_capi-unione-europea.html

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Sviluppo armonico. Come due ruote di una bicicletta che devono marciare allo stesso ritmo: si blocca una, si bloccano i pedali, il movimento, e la caduta è inevitabile.

Al suo interno, una comunità, di persone, di popoli, deve trovare un’armoniosa corrispondenza tra la velocità del suo sviluppo giuridico e quella del suo sviluppo sociale e politico. Se uno tira troppo senza che l’altro segua sono destinati ambedue ad un rovinoso crollo, fatto di un circolo vizioso sospinto dal declino economico e dalla crescita dei populismi.

L’armonia può essere raggiunta sia accelerando la parte più lenta del moto comune, o rallentando quella troppo veloce.

E’ evidente che la ruota giuridica europea sia quella che in questo decennio ha subito un’accelerazione rispetto a quella sociale-politica, con una inflazione di modifiche ai trattati che hanno radicalmente modificato, tra le altre, le regole della politica fiscale e di sostegno pubblico all’economia. Non ha fatto seguito, a questo momento di crescita della produzione normativa europea, un’analoga crescita delle istituzioni politiche europee, intese come strumenti europei di ascolto e risposta alle esigenze delle persone. Una crisi non poteva non essere l’ovvio risultato di questo scollamento.

Come restaurare tale armonia e salvare l’Europa? Ovviamente ci sono solo due modi: o si accelera la ruota lenta, o si decelera quella veloce.

Siamo pieni di europeisti che vogliono accelerare la ruota lenta. Procedendo spediti verso una maggiore unione politica, magari di pochi (ma che razza di unione è una che perde i pezzi per voglia di crescere?), magari con un unico Ministro del Tesoro europeo, che possa applicare il Fiscal Compact da solo, da Bruxelles, senza ulteriori complicazioni dovute alla testarda resistenza dei singoli stati ancora, secondo alcuni, troppo sovrani.

Eppure chi vi scrive ha sempre chiesto che si procedesse altrimenti, rallentando la ruota veloce, quella giuridica. Che si fermasse, fino al raggiungimento di un appropriato senso europeo di comunità, l’ansia legislativa di chi vuole normare con quel “prontuario di protocolli e procedure da seguire”, a cui Papa Francesco guarda evidentemente con sospetto e preoccupazione.

Che si fermi dunque il maledetto Fiscal Compact, che cancella la solidarietà a vantaggio del pessimismo, che accresce i populismi e il declino economico e sociale. Che si restauri l’armonia tra regole e politica, prendendo tempo, fermando la normativa europea e dando tempo alla cultura dei popoli di esercitare solidarietà per ritrovare il senso di un percorso politico comune.

Se così non sarà, a breve vedremo dissolversi l’Europa.

Grazie a Lorenzo Echeoni

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L’Italia dei Paperoni e dei Paperini

Il pezzo uscito oggi su Avvenire a firma congiunta con Lorenzo Pecchi.

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E così arriva anche in Italia la flax tax per le persone fisiche straniere ma anche per i cittadini italiani che sono residenti all’estero in Stati fiscalmente privilegiati che decidono di trasferire la loro residenza in Italia. In contropartita sarà sufficiente che versino al fisco italiano 100 mila euro. Un Paperone che ha un patrimonio di 100 milioni all’estero che gli frutta 3 milioni l’anno potrà risiedere in Italia con una aliquota fiscale pari al 3,3% l’anno (100.000 su 3 milioni), quando ogni cittadino paga sugli stessi redditi da capitale un’aliquota del 26%.

C’è chi viene, c’è chi va.

Il 24 agosto dello scorso anno l’Italia ha rispedito 48 “irregolari” nel Sudan di al-Bashir, ritenuto una delle peggiori dittature esistenti al mondo. Su al-Bashir pende un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità nel conflitto in Darfur. Nonostante questo le autorità italiane non sembrano vergognarsi di negoziare e fare accordi con personaggi di queste specie pur di rimpatriare i cosidetti “irregolari”. Cinque cittadini sudanesi  rimpatriati e provenienti dal Darfur hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. L’Italia rischia ora un’altra condanna come accadde nel 2012 per i respingimenti verso la Libia. Per i cinque sudanesi l’Italia avrebbe violato il principio di non-refoulement per cui nessuno Stato può respingere rifugiati verso territori dove la loro vita o libertà sarebbero minacciate per motivi di razza, religione o opinioni politiche. Sfortunati Paperini.

Viviamo dunque in uno Stato dove i milionari che si nascondo nei paradisi fiscali vengono premiati ed attratti mentre persone che cercano una speranza di vita, che fuggono dalla miseria e dalla tirannia, vengono penalizzate e respinte.

Forse lo facciamo per i 100.000 euro del Paperone.

Eppure a pensarci bene basterebbero poco più di 20 Paperini, 20 immigrati impiegati principalmente in lavori che in questo paese nessun vuol più fare, per far entrare nelle casse dello Stato 100 mila euro l’anno. Ma non porterebbero solo soldi al fisco italiano, porterebbero le loro storie, le loro diversità, la loro imprenditorialità, la loro voglia di fare e procrearsi in una società che sta sempre più invecchiando. Migliorerebbero la nostra claudicante demografia, con tanti Qui, Quo, Qua. Le loro prospettive ed esperienze diverse non potrebbero che generare nuove idee. I più grandi inventori, Archimedi Pitagorici, sono quasi sempre i figli di immigrati. I loro contatti creerebbero nuovi ponti e opportunità per il commercio. Ed invece a quei cento immigrati preferiamo  un vecchio milionario che fugge solo come un Pluto braccato  per proteggere il suo patrimonio e che al più spenderà qualche spicciolo in via Monte Napoleone. Cosa possiamo aspettarci per il futuro?

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Lasciate in pace la Consip, pensate ad una strategia nazionale per gli appalti

Il mio pezzo apparso ieri su La voceinfo e ripresa anche dal Fatto Quotidiano,

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E’ stato pubblicato il rapporto annuale MEF-Istat sui prezzi delle gare di beni e servizi aggiudicate presso la stazione centrale d’acquisti, la Consip, e presso le altre amministrazioni pubbliche. Progetto nato più di 10 anni fa per rendere l’azienda di stato più trasparente, è oggi un’analisi che genera una luce importante sull’intero sistema pubblico degli acquisti di beni e servizi.

Ripercorrendone le tabelle e grafici disponibili sul web, apprendiamo ad esempio che, con l’eccezione dei buoni d’acquisto benzina e gasolio, i prezzi spuntati dalla Consip sulle altre merceologie oggetto d’indagine (non tutte sono comunque campionate) sono più bassi di quelli medi delle altre amministrazioni, spesso con scarti significativi: un personal computer desktop, acquistato in convenzione Consip a 310,21 euro viene venduto fuori convenzione Consip, in media, a 415,25 euro.

Quest’anno vi è poi la novità di una prima analisi degli ordini sul mercato sotto soglia (alle Convenzioni si può aderire solo per ordini che superano un dato quantitativo minimo), il c.d. market place, un supermercato virtuale messo a disposizione dalla Consip, dove imprese e amministrazioni contrattano tra loro, direttamente o tramite mini gare, per soddisfare esigenze più spicciole (ad esempio l’acquisto di una singola stampante o di una sedia). I commenti del Ministero al riguardo mostrano una qualche (insolita) insoddisfazione (“emerge la necessità di un miglioramento nell’utilizzo del Mepa da parte dei responsabili degli acquisti pubblici”) a causa dei prezzi più alti spuntati su tali mercati rispetto a quelli delle Convenzioni, ma è una preoccupazione non sempre giustificata, visto che tali acquisti non possono beneficiare di economie di scala come per le convenzioni ed hanno il vantaggio della celerità nell’evasione dell’ordine rispetto alle grandi gare.

Ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni dell’azionista Tesoro, per lacune dovute non tanto alla Consip quanto all’attuale governance complessiva degli acquisti pubblici di beni e servizi e che pongono due domande.

Primo: come mai continuano a evidenziarsi casi di amministrazioni che comprano a prezzi più alti che in Consip? Il sospetto, in assenza di altre evidenze, è che i controlli latitino. Non c’è bisogno di scomodare Mao Tse-tung, esperto di centralizzazione, per ricordare come bastino pochi esempi di individuazione e sanzione di acquisti impropri affinché tutti si adeguino e passino ad acquisti consoni. Il database a disposizione del MEF (ma anche di ANAC a richiesta) fu usato da Bandiera, Prat e Valletti per uno studio certosino capace di individuare sprechi ed alzare bandierine rosse d’allarme: perché non se ne fa ampio uso per indirizzare i controlli?

Secondo: siamo certi che i prezzi spuntati dalla Consip siano i migliori possibili o non è piuttosto che con altre direttive da parte del MEF si potrebbe fare ben di più? Governo e MEF, in effetti, continuano da anni ad ostinarsi ad utilizzare, e chiedere a Consip di adottare, un modello di aggregazione della domanda che non è sempre coerente con il dettato della legge originaria, tuttora valida, che chiede non di fare gare grandi ma di “garantire la semplificazione delle procedure di gara, la riduzione dei tempi di approvvigionamento e dei prezzi unitari dei beni e servizi, oltre al miglioramento della qualità degli acquisti della Pubblica Amministrazione”. Non è questione di lana caprina: nel quinquennio 2011-2015, si legge nella relazione annuale ANAC, il valore medio dei lotti ha avuto un aumento cospicuo dell’importo per i servizi e per le forniture (+85,0% e +50,5%), tale da far dire a Cantone che in Italia “la struttura della domanda non sia particolarmente favorevole alla partecipazione delle piccole e medie imprese al mercato degli appalti pubblici.”

Tale mancata partecipazione riduce l’aggressività in gara delle grandi aziende e facilita accordi collusivi. L’enfasi sulle economie di scala con cui viene difesa una simile strategia è spesso senza senso nelle gare dei servizi (guardiania, pulizia) dove queste non esistono e va comunque rimessa nel contesto più ampio della minore partecipazione che essa genera vietando l’accesso alle PMI. Strumenti per ridurre la dimensione dei lotti e non rinunciare ai potenziali risparmi da economie di scala ne esistono in abbondanza senza ricorrere all’aggregazione della domanda e senza rinunciare alla qualità delle competenze che albergano in Consip.

E’ evidente la motivazione governativa sul perché proseguire con questo impianto organizzativo: all’Unione europea del Fiscal Compact, tutta focalizzata sui risparmi di spesa senza se e senza ma, l’aggregazione appare un tocca sana e il Rapporto MEF Istat pare confermare la bontà di una tale scelta. Ma se il Paese poi non cresce perché il suo tessuto industriale si sfalda e la qualità delle commesse non è monitorata, è il PIL che crolla con tanti saluti anche all’andamento degli indicatori di finanza pubblica tanto cari a Bruxelles.

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Procedura d’infrazione per la Commissione europea

E così sembrerebbe che l’Italia non abbia superato il test della valutazione, così temuto, da parte della Commissione europea. Che, nelle sue previsioni invernali, avrebbe decretato che l’Italia “cresce” sì, ma meno di tutti gli altri Paesi.

Non vi è dubbio che parte della performance italica sia legata ad una scarsa capacità del Paese di “rimettere la propria casa in ordine” tramite delle riforme, soprattutto – come sanno i lettori di questo blog – con una spending review che cancelli gli sprechi, specie nella fetta enorme di PIL generata dagli appalti pubblici, ed utilizzi quelle risorse per investire appropriatamente in professionalità: dei giovani, nelle scuole, nelle università, nell’amministrazione degli stessi appalti con personale qualificato e ben remunerato. Ma, è bene ricordarlo, nessun impulso è venuto mai al riguardo dalla Commissione europea; semmai questa si è spesa per un Jobs Act irrilevante nei fatti e creatore di maggior precarietà in un momento di alto pessimismo, rafforzandolo, senza poi applicarlo all’unico settore dove forse poteva essere più rilevante e d’impatto, la Pubblica Amministrazione.

Lo ammette la stessa Commissione che questa riforma aveva perorato, senza tuttavia chiedersi il perché: “… la creazione netta di posti di lavoro è prevista calare paragonata al biennio 2015-16, quando fu sospinta da una riduzione triennale nei contributi sociali. Sull’orizzonte previsionale, la crescita dell’occupazione è destinata a essere più forte in termini di ore lavorative che di numero di occupati, in parte a causa del minor numero di accordi per ridurre l’orario lavorativo. Ciò implica, assieme ad una maggiore partecipazione della forza lavoro, che il tasso di disoccupazione è destinato a rimanere sopra l’11% sull’orizzonte temporale” delle previsioni della Commissione.

Destinata? Strano verbo. Non c’è il minimo dubbio che le politiche economiche della Commissione europea e di chi gliele detta abbiano generato un destino perverso che ci ha condotto alla maglia nera in Europa. Ma come ignorare che la politica economica esiste invece proprio per modificare il destino delle recessioni e il benessere della gente?

Già. Perché oltre a fare le riforme (quelle giuste), in una crisi da domanda come questa c’era da fare ben altro, agendo sulla leva della domanda pubblica per stimolare in primis gli investimenti pubblici e, a seguito, quelli privati grazie al ritrovato ottimismo di imprese e lavoratori-consumatori.

Ma questo la Commissione non è che non lo capisca, semplicemente non lo ammette. E non lo ammette perché non è obbligata a farlo, a rendicontare il suo operato. Basterebbe chiederle di essere ogni anno obbligata a motivare gli errori di previsione commessi perché questo giochino di irresponsabilità condonata terminasse. Una sorta di procedura d’infrazione che l’obbligherebbe a rientrare in canoni consoni di comportamento.

Emergerebbe che un anno fa la Commissione europea prevedeva per l’Italia una crescita dell’1,3% per il 2017, ridottasi per l’ennesima volta a 0,9% un anno dopo. Come mai? Semplice, per la stima errata degli investimenti, previsti l’anno scorso crescere del 4,8% e ridottisi miseramente ad un ottimistico, tutto da verificare, +2,4%. Ma, tranquilli, c’è sempre il 2018, che la Commissione prevede oggi gli investimenti in crescita al più modesto ma sempre ambizioso +3,1%.

Per chi voglia sapere come mai i modelli della Commissione, esattamente come quelli del Tesoro italiano (che ai primi sono obbligati a convergere per motivi squisitamente politici), sono costantemente errati nella sovrastima della performance italiana, non dobbiamo aggiungere altro che quanto segue.

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Dall’analisi del quadro programmatico italiano così come sintetizzato nelle stime contenute nel Rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) sulla politica di bilancio 2016, l’Italia nel 2018 e 2019 è prevista mantenere stabile (con l’eccezione di un previsore privato, quello C, per un anno, vedi Tabella) la sua performance di crescita economica nel biennio 2018-2019. Le prime stime della Commissione concordano con tale visione di stagnazione strisciante che non riduce la disoccupazione.

Eppure sono aspettative, quelle sul nostro futuro, incredibilmente ottimistiche. Per capire perché, basterà ricordare che incorporano al loro interno la manovrona del biennio in questione, che è così sintetizzata dall’UPB:

“… il quadro per il 2018 e 2019 risente del mantenimento della disposizione di aumento delle aliquote IVA nel 2018 e dalla previsione di un ulteriore aumento di 0,9 punti dell’aliquota base nel 2019. Nell’insieme, il gettito associato ammonta a 19,6 miliardi nel 2018 e 23,3 miliardi nel 2019, corrispondenti rispettivamente al 1,1 e all’1,3 per cento del PIL”.

Una manovra, quella in arrivo, di più dell’1% del PIL nel 2018 e dell’1,5% del PIL nel 2019! Una manovra “monstre” figlia dell’idiotico Fiscal Compact. Una manovra “monstre”, che dovrebbe avere un impatto negativo mostruoso sulla crescita italiana. Eppure le previsioni di cui sopra sembrano non accorgersene.

Delle due l’una: o l’Italia senza manovra sarebbe cresciuta moltissimo (e questo potrebbe avvenire solo nell’evento di una fortissima accelerazione del commercio mondiale) nel 2018 e 2019 ed è la manovrona che riporta il PIL ai livelli stagnanti di oggi oppure le stime dell’impatto della manovrona sul PIL sono state artatamente sminuite per non far saltare i conti pubblici italiani e il Governo di turno.

Qual è la verità? I moltiplicatori di impatto, cioè solo del primo anno, del modello Istat sono stati pubblicati nel Rapporto UPB sulla politica di bilancio 2016 p. 24. Il modello Istat si caratterizza per moltiplicatori di impatto (stesso anno) contenutissimi, inverosimili, che nascondono errori di misurazione non ancora sanati (perché?). Il moltiplicatore di impatto dell’IVA (circa 0,1!!, ovvero per una manovra dell’1% del PIL come quelle del 2018, il calo del PIL è dello… 0,1% e non dell’1% almeno, come sarebbe corretto in base alle evidenze empiriche dei paesi in difficoltà come l’Italia). Idem per il modello del Tesoro.

Ci credo che con questi moltiplicatori ridicoli la crescita non si riduce! Altro che 0,9% di PIL nel 2018 se la manovra verrà attuata: torneremo certamente allo zero!

Qualcuno dirà, ma quella manovrona non verrà mai fatta, l’Italia sta mentendo e la Commissione lo sa e lo accetta. Se mai fosse vero, e non lo sappiamo, questo non vuol dire che il Fiscal Compact ed i suoi annunci non abbiano avuto e continuano ad avere un terrificante impatto sulla crescita che, anche questo, non è considerato nei numeri pubblicati, portando ad un ulteriore tipo di sovrastima della crescita.

Infatti, il moltiplicatore ufficiale di cui sopra, così artatamente basso, è basato sull’assunzione che una mega manovra domani abbia impatto solo sul domani (quando avverrà) e non sull’oggi (in anticipo). I modelli, cioè, non tengono conto del fatto che una manovrona di questo tipo sia anticipata sin da oggi da consumatori e imprenditori e che questi oggi, subito, riducano consumi e investimenti!

Come è stato detto a porte chiuse da un mio collega: “si dovrebbe applicare il moltiplicatore anche al momento (in genere fra 2-3 anni) in cui le tasse aumentano in virtù della clausola (per portare il deficit a zero), cioè si dovrebbe prevedere una recessione in questo momento”.  La strisciante stagnazione a cui assistiamo oggi è figlia di queste aspettative pessimiste sul futuro, che i modelli della Commissione e del Governo italiano non considerano, perché non sono strutturati per farlo, chissà perché.

L’inganno su cui gioca la Commissione Europea non è innocuo: uccide l’economia italiana e sfibra il nostro tessuto sociale e politico. Il Governo italiano e le autorità italiane rilevanti dovrebbero usare modelli verosimili, che imparino dagli errori di previsione passati e che mostrino questo ripetuto inganno: ne va della salvezza del nostro Paese e dell’Europa tutta, niente di meno. Facendo questo, denuncerebbero il Fiscal Compact per quello che è: una macchina infernale che uccide l’Europa, contribuendo a far sì che a fine anno il Governo italiano possa rifiutarsi di firmare per il suo inserimento nella Costituzione europea (il Trattato) il proprio harakiri.

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Le previsioni delle Commissione dell’inverno 2016 e 2017

https://ec.europa.eu/info/publications/european-winter-economic-forecast-2016_en

https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-performance-and-forecasts/economic-forecasts/winter-2017-economic-forecast_en

Grazie a S.

 

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L’ambiguità che ci difende alla tirannia

L’unione politica è cosa diversa dalla proposta, avanzata in un documento del 1994 da Wofgang Schäuble e Karl Lamers, di creare una kerneuropa o core Europe. Per i due esponenti cristiano-democratici tedeschi, la kerneuropa avrebbe dovuto essere costituita (almeno inizialmente) dei Paesi in grado di rispettare precisi parametri economici.

Tuttavia, un’unione che compone o federa Stati diversi può nascere solamente da una scelta di natura politica, non già da una pre-condizione economica, ovvero dalla volontà di condividere la propria sovranità con altri Stati sulle politiche di valenza europea, preservando la propria sovranità (e responsabilità) sulle politiche di valenza nazionale.

Ecco perché occorre liberarsi dalla tirannia delle formule ambigue. Esse non aiutano a fare le scelte necessarie. La Dichiarazione di Roma dovrebbe indicare con chiarezza la necessità di costruire un’unione politica a partire dai Paesi che condividono la moneta comune, non già cincischiare con formule che ogni Paese può interpretare come più gli conviene.

Sergio Fabbrini, La crisi europea e la tirannia delle ambiguità.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-12/la-crisi-europea-e-tirannia-ambiguita-111254.shtml?uuid=AEtYRTU

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In un articolo alquanto complesso e non proprio lineare Fabbrini oggi sul Sole 24 Ore conclude richiedendo che l’Unione europea non sposi la visione ambigua (solo momentaneamente perorata dalla Cancelleria Merkel) di un’Europa a doppia velocità e si concentri piuttosto con il procedere spedita verso una unione politica senza che questa sia legata a particolari comunanze sulla politica economica.

Il tema è rilevante perché sarà alla base delle discussioni di fine marzo nella nostra capitale, in occasione dei 60 anni del Trattato di Roma.  

La proposta di Fabbrini appartiene al reame delle possibilità? Qualcuno direbbe di no, visto l’attuale scetticismo prevalente su un futuro europeo comune, ma invece sì. La mancanza di democraticità di tante scelte europee passate non può infatti farci escludere che gli attuali capi di Governo europei (difficile chiamarli leader) spingano sull’acceleratore dell’Unione politica, malgrado di fronte non troverebbero che un burrone, quello del populismo crescente che si alimenterebbe di consenso a seguito di una tale decisione.

La proposta di Fabbrini ha inoltre un altro difetto: che oscura il quadro di quale possa essere la soluzione più appropriata. Detta in altro modo: facendoci intravedere il burrone potrebbe spostare l’asse del dibattito alternativo verso il mettere il motore in folle (non fare nulla) o addirittura innestare la retromarcia (assecondare i populisti, per esempio lasciando andare la Grecia fuori dall’euro) e precipitare in altro strapiombo. Senza accorgersi che a accanto c’è una strada, oscura e senza una chiara indicazione di dove finisca, che può rappresentare l’unica soluzione di, seppur momentanea, sopravvivenza.

Perché non è vero, come afferma Fabbrini, che si può procedere, sperando in un successo realistico, verso una unione politica senza concordare anzitutto la costituzione economica su cui questa si dovrà fondare.  Oggidì, entrare in una unione politica che stabilisce di approvare a fine anno il Fiscal Compact come ortodossia fiscale – che guidi il futuro Ministro europeo delle Finanze –  significa far scoppiare la rivolta nell’asse meridionale dell’area euro. Parimenti, entrare in una che non lo preveda significa garantirsi la rivolta dell’area nord dei paesi euro. E’ arrivato il tempo di lasciar andare proposte che si ancorino su avanzamenti giuridici dell’Europa senza che questi affondino le loro fondamenta sulla rappresentanza democratica dei cittadini tutti, delle loro sofferenze, delle loro speranze e dei loro ideali.

C’è una strada alternativa, dicevamo. Questa ha il vantaggio che indica sì un percorso incerto, ma che garantisce almeno per alcuni anni la sopravvivenza dell’Unione, dandole quell’ossigeno necessario a permettere di ritrovare un senso di coesione proprio perché “nessuno impone all’altro qualcosa”, fattore questo che ha generato sempre sinora grande acrimonia interna all’Unione e crescita esponenziale dei populismi. Il suo scopo? Essa deve al contempo arrestare credibilmente qualsiasi marcia in avanti e all’indietro. Per riuscire nella prima frenata, l’Italia può giocare un ruolo decisivo, mettendo il proprio veto alla firma di fine anno dell’inserimento del Fiscal Compact nel Trattato dell’Unione europea. Non sarebbe un’imposizione ad altri, ma piuttosto il saggio richiamo – del Paese dove il Trattato ebbe la sua nascita e della terra dove si svilupparono i semi della civiltà europea – a un dibattere senza condizionamenti il senso di una unione di comunità ancora diverse tra loro. Per riuscire nella seconda, la Germania può essere centrale, proponendo che coloro che lo desiderano, all’interno dell’area euro ma anche dell’Unione, celebrino nel concreto un patto simbolico di difesa comune con la creazione di un esercito comune europeo, capace di avvicinare popoli diversi, come avvenne per l’Italia del Nord e del Sud, legatosi anche grazie al servizio militare obbligatorio. Da qui potremmo finalmente sperare che la strada fitta di arbusti cominci a mostrare uno squarcio, un senso di direzione, comune, non verso un burrone ma verso un luogo sicuro dove si possa costruire pacificamente la casa della futura comunità europea.

Può sembrare una strategia modesta, quello dell’ambiguità attendista. Ma è l’unica che la Storia ha spesso premiato, quando casualmente l’attesa e la fortuna hanno fatto sì che un seme buono potesse crescere e diventare foresta, piuttosto che assistere all’impianto pianificato da parte di un giardiniere crudele o incompetente che ha dato vita ad un’erbaccia antidemocratica alla fine rimossa da chi ha avuto la forza di ribellarsi.