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La vestale è a Roma, non a Francoforte

Paradosso: proposizione filosofica logicamente coerente ma che parte da premesse false.

Dizionario.

Le (nostre) proiezioni prevedono una crescita reale del PIL del 2.2% nel 2017, dell’1.8% nel 2018 e dell’1.7% nel 2019 … e una crescita annuale dei prezzi (HICP) all’1.5% nel 2017, 1.2% nel 2018 e 1.5% nel 2019”.

Mario Draghi, ieri.

http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2017/html/ecb.is170907.en.html

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C’è qualcosa di paradossale in questa Europa che affida a Mario Draghi, vestale di un Continente che stenta esso stesso a considerarsi eterno, la protezione del proprio fuoco.

Che di protezione l’Europa abbia ancora bisogno lo dimostrano non solo le proiezioni di minore crescita e inflazione citate dallo stesso Draghi per gli anni a venire, ma la preoccupazione aggiuntiva per un ulteriore deprezzamento del dollaro, che frenerebbe le nostre esportazioni al di fuori dell’area dell’euro.

E dunque eccola qui, la fragile Europa che si affida nuovamente alla BCE ed alla politica monetaria per salvarsi dai rischi che bussano alle nostre porte, dal resto del mondo. Con due paradossi. Il primo: se l’Europa fosse veramente così fuori dalle secche della crisi grazie alle politiche seguite sinora, perché preoccuparsi? E se invece siamo ancora fragili, malgrado il famoso “whatever it takes” di Draghi di ormai 5 anni fa, come sperare che possa essere la politica monetaria a salvarci? Qualche premessa deve essere falsa.

In fondo, si dirà, c’è una logica nel ragionamento di Draghi: una politica monetaria espansiva dovrebbe arrestare l’apprezzamento dell’euro, aiutando dunque le nostre esportazioni, il nostro PIL e facendo ripartire i prezzi, evitando un ritorno alla deflazione.

Se non fosse … Se non fosse che il tasso di cambio ha molti padroni e non segue obbediente i voleri di questo o di quell’attore: c’è, a influenzarlo, la BCE, ma anche i singoli governi nazionali, e i mercati finanziari … E, fattore forse più decisivo, non va dimenticato che il tasso di cambio in questa fase serve a poco per paesi, come l’Italia, in cui chi soffre (le PMI ed il Meridione) non esportano poi tantissimo. Come ha detto lo stesso Draghi, lui la politica la fa per tutti, non certo per un singolo Paese!

Servirebbe, per far ripartire prezzi e PIL lì dove stentano veramente, in Italia, una politica nazionale, controllabile e impattante per le zone dove maggiore è la sofferenza. Ebbene sì, c’è una sola vera soluzione logica e non paradossale: una politica fiscale di maggiori investimenti pubblici in Italia, 10 volte più efficace di una politica del cambio decisa a Francoforte. E che andrebbe anche a tutto vantaggio della Germania, che ha interesse a mettere l’Italia in sicurezza.

In fondo, la vestale è romana, non tedesca, basta leggersi i libri di storia.

Ma non la si vuole usare, la vestale romana, perché si teme, a causa di un’ampia dose di ideologia liberista che pervade i corridoi europei, il suo afflato basato sulla maggiore spesa pubblica. Così facendo, si lascia l’Europa alla mercé del resto del mondo e dei suoi umori: e a quel punto sì, il fuoco sacro potrà spengersi, per sempre, e con lui tutte le vestali.

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Il torto di chi non pensa ai giovani

Oggi sul Sole 24 Ore a mia firma.

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Se è vero che la gioventù non ha sempre ragione, la società che la disconosce e la colpisce ha sempre torto”, esclamava François Mitterand, 50 anni fa, davanti all’Assemblea Nazionale francese. Mezzo secolo dopo, è nelle aule parlamentari italiane che il dibattito sulle politiche per i giovani sembra dover ritrovare spazio.

Il cosiddetto “Piano Marshall per i giovani” ha tuttavia bisogno, per funzionare, di ben altro che dei 2 miliardi di euro a regime (0,1% del PIL) proposti in questi giorni da alcuni ministri del Governo Gentiloni e atti a finanziare un ipotetico dimezzamento dei contributi per i primi due o tre anni per chi assume under 29. Come non essere infatti d’accordo con quanto sostenuto dal Direttore su queste pagine: “più che la scossa per dare un futuro di lavoro vero ai giovani si vede all’orizzonte la campagna elettorale, dove la ricerca del consenso distribuisce più mance che terapie utili per rafforzare la ripresa”?

Certo, c’è anche chi sostiene come non vi sia bisogno di un tale Piano. Alcuni affermano che non faremmo che rafforzare un presunto conflitto intergenerazionale; altri sono presi dal consueto fastidio che provano di fronte a qualsiasi proposta specifica per questo o quel settore.

Eppure Mario Draghi, a Jackson Hole, ha chiuso il proprio discorso argomentando come la nostra società può e deve aprirsi maggiormente alla globalizzazione, ma solo “proteggendo” le parti più “vulnerabili”; facendo poi riferimento esplicito al ruolo dell’istruzione, ha messo al centro di tali schemi di protezione proprio i giovani.

Non dovrebbe stupirci una simile analisi, per due ordini di motivi. Primo perché i giovani, quando colpiti da una crisi economica delle drammatiche proporzioni sperimentate in questo decennio, si ritraggono e scompaiono per sempre dalla nostra società: lasciano il Paese, o abbandonano la forza lavoro, causando non solo perdita di PIL potenziale, ma dissipazione di un’eredità culturale. In secondo luogo perché i giovani, quando vengono adeguatamente stimolati e messi di fronte a nuove opportunità, generano potenzialità senza pari di crescita e innovazione per il Paese e per la sua sostenibilità di lungo periodo. Nel patto intergenerazionale tra giovani ed anziani, questi timori e speranze sono condivisi da un’ampia maggioranza di persone di tutte le età.

Un Piano per i giovani degno di questo nome, richiederebbe tuttavia un approccio sistemico. A cominciare dalle risorse, che dovrebbero essere moltiplicate rispetto ai numeri fatti circolare. Al Meeting di Rimini il Presidente di Confindustria ha detto che per i giovani servono 10 miliardi di decontribuzione totale per creare 900mila posti di lavoro in più in 3 anni. Sono risorse che non sarebbero difficili da mettere a disposizione, per un Governo che abbia la capacità di avviare e programmare al contempo una vera spending review, in tal modo convincendo anche l’Europa della bontà e improrogabilità dei propri intenti. Risorse per rendere credibili le possibilità di assunzione a un ampio numero di giovani nel settore privato, ma senza dimenticare la Pubblica Amministrazione italiana, ormai la più vecchia d’Europa.

Eppure anche questo non basterebbe. Non è sufficiente dire “ecco la porta, entrate”. Molti giovani vanno accompagnati a quella porta e, una volta varcata, non devono trovarsi in una stanza vuota. Il che significa in primis rivoluzionare il nostro sistema universitario. Parte di quelle risorse andranno destinate a invertire il velenoso trend che vede la laurea come strumento inidoneo a fungere da scala sociale. Risorse atte ad eliminare la piaga anomala dei fuori corso e degli abbandoni (si può fare, con maggiori investimenti sul personale!), formando i giovani con competenze ben più trasversali di quelle odierne, preparandoli e assicurandoli dai mutamenti tecnologici.

Significa anche prendere atto con coraggio che il tessuto industriale del nostro Paese è fatto di PMI spesso restie ad assorbire i nostri laureati e nulla di quanto sopra può realizzarsi pienamente se non all’interno di un quadro di cooperazione continua e allargata tra il nostro sistema delle imprese (specie le più piccole) e quello formativo di scuole e università, in cui le prime imparino ad aprirsi a profili specialistici e innovativi, a fronte di una formazione più mirata alle loro esigenze essenziali da parte delle seconde.

Deve essere chiaro che non sarà mai un solo Ministro ad attivare con successo un Piano simile. Né più Ministri senza il sostegno fattivo e i suggerimenti precisi delle parti sociali e del mondo della formazione. Ma se non lo attiveremo, con entusiasmo e determinazione, ci indeboliremo al punto da condannarci all’oblio.

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Grazie a GC.

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Il veleno è nella coda

Come previsto, dopo la vittoria della Merkel si prepara il cambio di passo tedesco. L’occasione è dunque vicina, dopo tanti errori e esitazioni? Siamo alla fine dell’epoca dell’austerità e dell’egoismo ed all’inizio dell’espansione e della solidarietà reciproca?

Sembrerebbe di sì. “Un fondo per il Sud Europa”, titola il Sole 24 Ore: “anche per migliorare la congiuntura in periodi negativi e in caso di catastrofi naturali”, è la proposta del Ministro dell’Economia tedesco Schäuble.

La governance di questo fondo sembrerebbe doversi localizzare presso l’Esm, il Meccanismo di Stabilità Europeo, che in cambio acquisirebbe maggiore influenza nelle politiche di bilancio dell’Eurozona, a scapito della Commissione europea, ritenuta troppo politica e troppo poco oggettiva e tecnica.

Tonia Mastrobuoni su Repubblica, anch’ella come l’articolista del Sole citando come fonte il quotidiano tedesco Bild, sminuisce la novità, argomentando come il tutto sia solo il segno, già manifestato, di una volontà tedesca di creare un Ministro europeo dell’Economia.

Pur sempre, nuova e generosa, solidarietà?

Mica tanto. Contrariamente al Fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari che non perde occasione per perorare la causa di un tale cambiamento nella governance europea,  la corrispondente chiude con un monito sulle ragioni che spingono la Germania (i.e. Schäuble) a un tale progetto: egli “sogna un Ministro del Tesoro comune con possibilità di intervento sui conti pubblici dei singoli Paesi. In cauda venenum“.

In cauda venenum. Nella coda il veleno.

Notissima locuzione ispirata allo scorpione che ha il pungiglione nella coda e quindi in fondo al corpo. È un detto che oggi viene utilizzato con vari significati; lo si usa per esempio per far notare che molte volte la parte finale di un’impresa è quella che crea maggiori difficoltà; talvolta per dire che il peggio viene per ultimo, ma soprattutto è utilizzata in riferimento a un discorso mellifluo, cominciato con finta benevolenza, che termina in modo offensivo, con una stoccata finale, rivelando l’astio che è stato fin lì ipocritamente nascosto. È paragonabile, in sostanza, alla morale della famosa favola di Fedro nella quale la volpe loda il candore del corvo e la sua bella voce per strappargli il formaggio di bocca.”

Dunque niente solidarietà? Solita ipocrisia germanica?

Per quanto possa essere facile additare la Germania come uno scorpione velenoso, voglio trarre qui invece un senso positivo al detto, per i mesi a venire, così importanti, dopo l’elezione della Merkel: “la parte finale di un’impresa è quella che crea maggiori difficoltà”.

Io spero che l’Italia abbia chiaro infatti quanto si giochi in questo autunno del suo futuro: si disegnerà un’Europa “finale”, per le prossime generazioni, e non possiamo commettere l’errore più grande di tutti, quello di non rappresentare i nostri interessi nazionali al tavolo comune che verrà e non portare a casa un compromesso che li veda ampiamente rappresentati. Un compromesso che a tutti gli effetti faccia di questa Europa un continente dove la solidarietà venga a essere designata come un principio fondante delle politiche europee.

Non farlo, accontentarsi di qualsiasi altra cosa, vuol dire segnare a breve termine l’addio italiano all’Unione europea. E’ successo ai britannici, potrà succedere a noi.

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Riprende la lotta al Fiscal Compact, con 1 alleato in piu’

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 ore.

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La posizione di Matteo Renzi sul Fiscal Compact, meritevolmente ripresa dal Sole 24 Ore, rappresenta una mossa nuova e dirompente che aiuta anche a meglio comprendere quale sarà il contributo italiano alla complessa dinamica negoziale sul futuro dell’Unione europea, che avrà inizio all’indomani della conferma elettorale della Signora Merkel in autunno.

Non è da escludere che dietro tale mossa del segretario del PD si celi l’aspettativa che proprio l’attuale Cancelliera intenda imprimere una svolta politica verso una minore dose di austerità, convinta (come pare ora essere) che l’Europa debba ormai cavarsela da sola e non possa permettersi di perdere ulteriore tempo con beghe e rallentamenti interni quando ci si attende invece dal Vecchio Continente un contributo di supplenza, a fronte di un’America che pare almeno in parte voler ritrarsi dallo scacchiere mondiale.

Eppure non può sfuggire come in questi stessi giorni il Movimento 5 Stelle e la Lega stiano anch’essi giocando con l’idea di ridirigere i loro consueti strali anti-europeisti verso il Fiscal Compact, abbandonando la battaglia – irrealistica ma non per questo meno pericolosa – di uscire dall’euro.

La domanda sorge allora spontanea: è possibile conciliare una posizione chiaramente europeista con una di lotta al Fiscal Compact? La sfida che attende l’ex Premier in tal senso è triplice: avere una posizione di politica economica difendibile nella sostanza prima e nella forma poi e convincere infine i suoi alleati europei (e con loro i mercati).

Paradossalmente la parte più facile sarà quella che alcuni anni orsono sarebbe parsa a molti la più complessa: argomentare come il Fiscal Compact stia contribuendo non alla ripresa ma al rallentamento ciclico del nostro Paese ed al peggioramento dei nostri conti pubblici. Eppure non vi sono molti più dubbi ormai a tal riguardo: non è pensabile che annunci ripetuti e periodici nel tempo di riduzione di spesa (spesso produttiva, basta vedere al crollo degli investimenti pubblici in questi anni) ed aumenti di tasse di 40 miliardi nel giro di tre anni (a tanto ammontano le richieste incorporate dal Fiscal Compact all’Italia) non abbiano tagliato le gambe anche al più ottimista degli imprenditori. Da qui nasce la lentissima ripresa degli investimenti privati, depressi da un pessimismo imperante sullo stato dell’economia nazionale, in assenza non solo di sostegno della mano pubblica, ma anzi di ritirata precipitosa di questa proprio quando più è necessaria; con in più un debito pubblico che si ostina a non diminuire a causa della mancata crescita. Piuttosto, sarebbe bene che Renzi guardasse con attenzione all’evidenza empirica su cosa funziona in casi di crisi da domanda come quella che attanaglia il nostro Paese: scoprirebbe che gli investimenti pubblici, in questa fase, sono un cannone ben più potente della riduzione delle tasse, perché attivano immediatamente la domanda alle imprese – specie nel settore delle costruzioni – e la loro produttività – con il supporto alla scuola, alla ricerca e allo sviluppo.

All’accusa formale che gli verrà certamente rivolta di porsi in antagonismo con i Trattati europei, non potrà che opporre di voler rimanere invece fedele al padre nobile del Fiscal Compact, ovvero il Trattato di Maastricht. Tenersi all’interno (2,9%) di quella forchetta del 3% del PIL per il deficit che rispettammo miracolosamente nel 1998 per entrare nell’euro gli permette astutamente di fare una seconda richiesta, che ha a che vedere con la durata della politica del deficit al 2,9%: visto che “non sforiamo” (il 3%), sarà essenziale rimanervi il più a lungo possibile per abbattere una volta per tutte il pessimismo. Il Premio Nobel Sims aveva esclamato, riferendosi all’Europa: «si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future… Si richiede al sistema politico che prenda impegni per periodi lunghi e che vi aderisca senza cambiare idea, cosa veramente difficile per i politici.» Non per Renzi, che sembra aver accettato la sfida e lanciato il guanto di sfida al Fiscal Compact?

Rimane una questione più difficile da gestire: come convincere i nostri partner europei ed i mercati della bontà di una politica volta così fortemente alla ripresa degli investimenti pubblici e dunque della spesa?  Solo affiancando all’abbandono del Fiscal Compact una seria politica di spending review, mai avviata nei fatti e strategica anche per rassicurare i nostri partner europei sulla qualità della nuova spesa per investimenti. Saprà Renzi cambiare idea sulla necessità di una vera spending? Avendolo lui già fatto – e gliene va reso atto – contro il Fiscal Compact, non dubitiamo che possa rinnovarsi anche in tale campo.

Insomma, una proposta dirompente sì, ma che, se ben attuata e comunicata, può rivelarsi la cartina al tornasole di un’Europa che vuole proseguire il suo cammino unita dalla solidarietà.

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Flat tax? Se ci tenete, ma è la spesa della spending la cosa seria

Il mio pezzo di ieri sul Sole 24 Ore.

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La proposta di una riforma fiscale con “flat tax” non è certamente nuova. L’idea di un’aliquota unica si combina tipicamente con una deduzione per i redditi bassi per replicare una qualche forma di progressività impositiva coerente con esigenze di giustizia sociale. Quando è costruita così da mantenere costante il gettito complessivo dello Stato, qualcuno finisce sempre per pagare più tasse e qualcun altro meno (di solito le persone a reddito alto).

L’Istituto Bruno Leoni, coordinato da Nicola Rossi, ha sviluppato una nuova proposta coraggiosa, presentata sul Sole 24 Ore, di una flat tax del 25% applicata a tutte le principali imposte del nostro sistema tributario. Una proposta che, innanzitutto, si preoccupa di non essere percepita come iniqua ed a vantaggio dei soli ricchi. I grafici pubblicati mostrano come l’aliquota media dopo il passaggio alla flat tax sia più bassa per tutte le categorie di reddito, condizione certamente necessaria affinché non vi siano opposizioni politiche alla proposta. Vi è un’incongruenza tra questa caratteristica della proposta dell’Istituto (“tutti ci guadagnano”) con quanto da noi sostenuto (“qualcuno ci perde sempre”)? No, se consideriamo che la seconda affermazione è legata all’ipotesi che il gettito complessivo dopo la riforma non muti mentre nella proposta di Rossi l’obiettivo è quello di un abbattimento di gettito e di pressione fiscale. In tal modo è certamente possibile che la flat tax e le deduzioni siano calibrate così da far sì che tutti paghino meno tasse.

Se questo è vero, non va tuttavia nemmeno nascosto che il vantaggio in termini di riduzione percentuale dell’imposizione è ben più ampio per le categorie ricche che per quelle meno abbienti: dal 40 al 20% per i percettori di reddito superiori a 200.000 euro, dal 20 a 10% per quelli con 50.000 e immutata per i redditi più bassi. Un individuo con un reddito di 200.000 euro risparmierebbe dunque circa 40.000 euro di tasse, uno con 50.000 euro solo 5.000 euro circa. Pare politicamente arduo, in un’epoca di difficoltà per le classi più povere e di aumento delle disuguaglianze, far passare tali guadagni così asimmetricamente distribuiti. Basterebbe però modificare la proposta, tramite un aumento delle deduzioni per i redditi più bassi accompagnato da una seconda aliquota più alta solo per i redditi alti (una “quasi flat tax”), per ridurre la percezione di possibile iniquità della distribuzione dei vantaggi della proposta, che rimarrebbero comunque diffusi a tutti i nuclei soggetti ad imposta.

Ma il merito vero e proprio della proposta dell’Istituto non sta tanto nel suggerire una mera riforma della tassazione, ma piuttosto di definire una strategia “ambiziosa” che si occupa, come dovrebbe essere sempre per questo tipo di analisi, di tasse, spese, debito e deficit. Nella loro visione, è ideale immaginare una riduzione del perimetro dello Stato tramite una coraggiosa e condivisibile spending review fatta di addirittura 27 miliardi di tagli di sprechi, che permetterebbe di garantire che la flat tax non generi maggiore deficit.

E’ questo quello di cui oggi abbiamo bisogno? E’ noto che, in questa fase di crisi, diminuzioni delle imposte non sbloccano il pessimismo dominante e si tramutano in timidi risparmi e non in maggiore domanda.

Mi permetto allora di mettere sul tavolo una proposta alternativa: anch’essa parte da una vera spending review, e magari anche da una “quasi-flat tax”, una che tuttavia replichi (e non riduca) l’attuale gettito totale dello Stato, forse con un’aliquota fissa al 30% che sale al 40% solo per i redditi alti. E cosa fare dei risparmi così ottenuti dalla spending? Un aumento di 27 miliardi degli investimenti pubblici, in particolare ad alto contenuto infrastrutturale, efficaci visto che parliamo di uno Stato che avrà imparato a spendere bene. Così facendo, senza aumentare il deficit, si sosterrà la produttività delle imprese, l’occupazione delle persone con basso grado di istruzione, la riduzione delle disuguaglianze, la ripresa dei consumi e della fiducia.

La (quasi) flat tax non è dunque né liberista né keynesiana, ma cosa facciamo dei risparmi della spending review sì. Il dibattito è aperto.

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Caso Consip? No, caso MEF

Una rivoluzione in arrivo in Consip, la centrale acquisti di beni e servizi di proprietà del Tesoro? Così sembrerebbe.

Curioso che ne avvengano al contempo due, di rivoluzioni, così da non capire quali di queste sia la vera.

Potrebbero essercene due, direte, perché no? Una coincidenza piuttosto sospetta, anche per chi tende a rifuggire da sinistre teorie complottiste.

Come altro chiameremmo se non “sospetta coincidenza” il contestuale annuncio di una rivoluzione nel modo in cui Consip effettuerà le sue gare ed al contempo delle dimissioni di due terzi del suo Consiglio di Amministrazione così da portare con tutta probabilità anche il terzo componente, di fatto il solo suo attuale Amministratore Delegato, a dimettersi nei prossimi giorni?

Ma procediamo con ordine. Di quale rivoluzione organizzativa trattasi? La riprende giustamente l’ANSA, dandole rilievo, parlando appunto di “rivoluzione in arrivo alla Consip … addio maxi-lotti e più trasparenza”. Maxi-lotti, cosa sono? Vedeteli come l’equivalente di una decisione di bandire gare di “grande ammontare” per raggiungere sconti di prezzo preziosi da parte delle aziende fornitrici partecipanti, ma con il parallelo effetto disastroso di escludere le piccole imprese dalle gare proprio a causa di una dimensione esagerata di queste rispetto al loro modello di business.

Tale cambiamento in Consip fa riferimento ad un adeguamento “per tenere conto della giurisprudenza più recente, contemperando al meglio gli obiettivi di inclusione delle PMI e dell’aggregazione della domanda”. Trattasi dunque del nostro successo giuridico presso TAR e Consiglio di Stato, del Davide che sconfigge Golia per il quale ci siamo battuti da sempre in questo blog? Certamente sì e a quello rimandiamo il lettore curioso per ulteriori approfondimenti.

Una rivoluzione dunque benvenuta. Che ci fa sperare che da ora in poi la politica degli appalti pubblici diventi vera politica industriale capace di generare crescita ancor prima che risparmi, così da mettere in sicurezza i nostri conti pubblici che dai mitici risparmi dell’aggregazione della domanda pubblica – che hanno ucciso le PMI – ha ottenuto solo debito pubblico crescente e stagnazione.

Se non fosse che.

Se non fosse che non si capisce perché questa mossa avvenga in congiunzione con la richiesta di dimissioni dell’attuale vertice della Consip, giustificabile solo se questo avesse fatto male sinora. Forse avrà fatto male, l’attuale CDA, a diabolicamente perseverare nelle gare grandi che escludevano le PMI?

O forse, o in aggiunta, non è che l’accenno contestuale di cui sopra ad una esigenza di “maggiore trasparenza” nella nuova organizzazione della Consip abbia qualcosa a che vedere con la richiesta di cambio del management? Forse sì, visti i recenti scandali di corruzione che hanno condotto all’esclusione della ditta Romeo dalla gara del Facility Management, ancora in attesa di aggiudicazione. Forse sì, visto che ancora la Consip si è sentita di dover escludere due imprese, CNS e Manutencoop Fm, per aver fatto cartello in un’altra delle sue convenzioni, quella di Pulizia delle scuole.

Ma siamo sicuri che la minore aggregazione della domanda e la maggiore trasparenza ora annunciati per evitare episodi di non partecipazione delle PMI, corruttela e collusione siano dovute ad errori da addebitare alla Consip e non a quelli di qualcun/qualcos’altro?

Consip è in fondo un mero modello di centralizzazione degli appalti come tanti nel mondo, caratterizzato in teoria da 1) alta intensità di utilizzo di strumenti tecnologici per effettuare le gare, che rendono la relativa informazione su di esse nota ad un pubblico più ampio e 2) dalla possibilità di assumere personale competente (perché più remunerato) che eviti errori formali e sostanziali nei capitolati, riducendo da un lato il contenzioso giuridico a valle del bando e, dall’altro, ispirando anche altre amministrazioni a copiare il materiale di gara e ridurre a loro volta gli errori che spesso rallentano e peggiorano l’operato della macchina amministrativa italiana.

Tutto qui. Che Consip sia poi diventata una macchina da gare “grandi” (per risparmiare tramite teoriche economie di scala) senza tenere conto che queste distruggono partecipazione, aumentano la possibilità di cartelli e attraggono maggiormente il palato dei corruttori per la loro dimensione, piuttosto che rimanere un’organizzazione a servizio di tutte le amministrazioni locali, con gare a lotti piccolissimi che attirassero l’interesse di quel volano strategico del nostro Paese chiamato piccole imprese, non è stata certo una decisione della Consip ma del suo maggiore azionista, il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Centralizzazione non fa per forza rima con aggregazione, se non perché il Ministero di Via XX Settembre ha scelto di darle questa pericolosa e sbagliata inclinazione.

Ministero che fino a pochi giorni fa, prima a TAR e poi al Consiglio di Stato, difendeva queste scelte come “imprescindibili” al fine di salvaguardare quel programma di razionalizzazione della spesa pubblica che apparentemente con gare piccole si sarebbe messo gravemente a repentaglio.

Speriamo con una qualche apprensione dunque che questa riforma in favore delle PMI sia volontà sincera e non tattica politica. E comunque, attendiamo che ci dicano chi, dei vertici del MEF, debba dimettersi per questi anni di mancato sviluppo e per tutti questi errori marchiani nella politica, così strategica per la ripresa del Paese, degli appalti pubblici.

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What is European Solidarity?

Yesterday I was honored to participate to a debate in the European Solidarity Center in Gdansk, located in the historical site of the shipyards where the movement Solidarność arose in the early 1980s. The topic was, “what is solidarity”. Here is text of my speech.

 

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I am deeply honored to speak about solidarity here, where Solidarity (Solidarność) was born but is also kept alive by the oustanding work and the celebrated Museum of the Center.

To debate of such a challenging topic, let me start with a fable known to all of us, a useful tale for me of how to understand solidarity in the current quest for the European Union to survive.

It is Aesop that wrote it first, rewritten centuries later by French poet Lafontaine, of an ant and a grasshopper. During the summer, the former works hard and saves food for the harsh winter season, the second dances, quite well, but does not save for bad times.

By now you will have already guessed who’s who in the current European situation: Italy (and Greece) and southern EU are the lavish grasshoppers and Germany and northern EU the thrifty ants. A stereotype? Not so much if you look at the summer season of the euro, between 2000 and 2005, when public spending in Italy was definitely higher than in Germany, allowing public debt to rise exactly when it was supposed to go down, in good times.

It would however be very easy for me to show you, using Eurostat data, that this stereotype is untrue after the winter started to surround the European Union: between 2010 and 2016 total real public spending in Italy has gone way down (in particular public investment, by 30%!) while it has moderately gone up in Germany. So, during the second economic crisis which started in 2011, Italy would be the austere ant and Germany the timid cricket; but this is a bit beside the point, since perceptions and stereotypes matter a lot, almost more than data when it comes to solidarity issues.

So, to go back to the tale which you know so well, when the winter arrives, the ant survives well in its warm house. The grasshopper freezing to death knocks on the ant’s door and asks for refuge. In Lafontaine’s fable, the ant shows no solidarity at all, and lashes the famous quote in French, “Danse”, tantamount to “die”.

A telling tale indeed, as this is what has been repeatedly said to Greece and Italy in these past years of forced austerity in bad times. Also, not a brilliant solution for Italy, and therefore for Europe, if our aim is one of keeping the Union alive (a wish that an increasing numer of voters in Italy and other Southern countries are questioning, arguing that national sovereignty is the way forward, a belief I should add I do not share but respect, as it deals with an honorable sentiment, the one of which flag most represents each one of us).

I urge you however to cross the Atlantic through You Tube and download the Walt Disney Version of the same fable, it lasts for 10 minutes at most.  In the cartoon, the first 9 minutes mimick exactly Aesop’s and Lafontaines’s tale. In the 10th minute however everything changes. The grasshopper knocks on the door, the ant opens, welcomes the almost frozen insect in the warm room, offers a warm soup, and then says to the grasshopper (in English): “Dance”, and happily goes on to enjoy the show of the artist with great gusto and renewed friendship. Solidarity is there, and allows both parties to rejoice more than had they remained alone and not united.

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It is likely to be the case that this last tale has the right happy ending for any true European. It leaves however some open questions. First and foremost, the one of where does the ant’s solidarity come from. Since we are so much in search of solidarity these days, it might come in handy to find out.

The cartoon itself helps to begin sketching an answer.

It came to my mind, watching it, that solidarity not only can coexist with diversity, but I would go as far as to say that diversity is a necessary pre-condition for solidarity: only in its presence, that is, we may be able (not always) to talk about solidarity. When we all are the same, when we perceive ourselves as one, then solidarity disappears, to become something else, a sentiment of brotherhood (fraternité!), patriotism, like a river flowing naturally into its ocean and becoming salted water.

Also, it seems to be obvious from the cartoon that the ant does not open its house to all the animals in the world, but only to a restricted category, in this case the one of the grasshopper. When dealing with solidarity, the diversity we need is a limited one.

I am ready now to give a definition of solidarity based on these intuitions from the cartoon: it is, I believe, a non-universal moral responsibility we owe to certain categories of people different from us, a responsibility to come to the rescue of “the other” in times of trouble.

By the way, we are today speaking in the Main Auditorium of this beautiful Center and just a few minutes ago I was reminded by its Director that even the Solidarność movement in Poland was not homogeneous: it united, by connecting them, many different social groups suffering, often for very different reasons, from an oppressive Communist regime.

So framed, solidarity requires more explanations. Why do we feel we owe something to “them”, the “others”? Again, a necessary (but not sufficient!) obvious condition is that, typically, we must have a common history, often a very strong history in common. We are not here to debate solidarity of Italians or Poles to Chinese people, nor are Chinese citizens debating their solidarity towards us, and for a cause: our shared history is little. Maybe one day, we will discuss that too, but not today in this century.

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However, when that diversity is very strong, no matter what history one has in common, solidarity to arise requires a first element, which I deem indispensable: time. Solidarity, like all moral bonds, grows with time, it can’t be created out of the blue one day. This is relevant for the current dabate in Europe, as I don’t think that the recent proposals of Macron, president of France, to switch to a common budget and to a unique Minister of the Economy (located possibly in Brussels) will do the job. It will be simply a Minister of no solidarity just like today, if we have not become first willing and convinced that we must exercise solidarity. How can I be so sure? Well, for one, because the history of a successful union of diverse states (with a common currency), the United States of America, teaches us otherwise.

A Federal budget and a one man only in charge of it in Washington DC, indeed, took a long time to be approved: exactly in the mid 1930s, 140 years after the formal North American Union was born. Before 1930, a Mississippi plant-owner would have never accepted that a land tax was to be decided in Boston or, for that matter, in Washington DC. Spending, taxes, debts and deficits in the XIX century were predominantly local, just like today in the EU. It took more than 140 years for everyone to accept that Washington could decide for all. A Civil war, the invention of the train that allowed to meet diversity across States, World War I and its push for the US to become a global power, and a crisis like the Great Depression helped the build-up of a Federal system, first proof of the birth of a solidarity across Union members.

This historical evidence by the way generates a second intuition: solidarity needs not only time but also luck to materialize. Anything could have “gone wrong” in 140 years, starting with the Civil War outcome, in the mind of a federalist.

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Can we force our luck? Can we bend destiny and increase the likelihood of generating solidarity before this one has had the time and luck to survive and grow? That is a hard question to answer but inevitable to be asked. Let me try to see two possible ways of doing it, again based on intuitions from our past experience.

First, through a crisis. Crises can be great moments to generate solidarity, if only because the call for help of those who suffer is so strong. By coming to the rescue in times of crisis one extends an invisible loan that will always be repaid because of gratitude, and will generate an essential component of any social contract among diverse people: trust. In the 1930s, Franklin Delano Roosevelt had the leadership and the capacity to leverage the crisis and generate trust across the country, ending up uniting for the first time the United States of America with a social insurance scheme of support for those in trouble. After a few years that technical scheme would change into a true sentiment of solidarity and finally one of patriotism that would surpass the one for one’s own State: the river had found its way into the ocean.

But, what if we were to waste the opportunity that comes with a crisis and let it instead increase inequalities and income differences? Then, data show, trust collapses, i.e. exactly what we have seen happening in Europe since 2011, when the support for the EU project has started to crumble in just a short number of years. Lack of leadership, lack of democratic representation for those who suffered are to be blamed but, what matters most, the window of opportunity was missed and skepticism for the future of the European Union has grown vastly across the Continent.

There is however a second instrument in our hands to try to force luck and destiny: the Law. Emmanuel Kant used to say that  good morality does not generate good constitutions, but that good constitutions can help building up good morality. Unfortunately here again we Europeans were not wise and did not follow advice from the past or from other countries. We indeed created a new Constitution, started in 2011, the so called Fiscal Compact, but a terrible one indeed. One that does not allow countries, when in pain with low demand for goods and high unemployment, to come to the rescue like it is done all over the world, yesterday and today, with expansive fiscal policies, more public investment that is, that generate growth and more stable public balances. Another window of opportunity to bend luck toward our precious goal of strengthening Europe’s cohesion was missed.

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Some today claim that a third opportunity will come with the possibility of mutualizing our debts and issuing eurobonds, a de facto direct fiscal transfer from those countries in good shape (Germany) toward those in pain (Italy or Greece). German will not, I am afraid, agree to such a scheme, not now nor in the near future. And, mind you, not for the reasons mentioned typically by Italians, i.e. that “Germans are selfish”. German are not selfish; to the contrary they have engineered, in the last decade of the previous century, the largest transfer of money and resources ever seen since World War II, with an intensity never experiences even in Italy to support its poorer South: a transfer from the West German citizens to the Eastern ones newly returned to the motherland after the long separation of the Cold War.

One may ask: why was such solidarity exercised in this case and is not for Italians or Greeks? After all East Germans may be seen as equally unproductive as the Italians, to follow once againa stereotype. For a simple reason: that East Germans were perceived as cousins of first degree if not brothers, while Italians are only distant fifth or sixth degree cousins. Solidarity to arise today needs more history in common of sharing and understanding.

But this is not necessarily bad news, as it is actually exactly why the European Union project was started. Do not forget that the Union works over time exactly in the opposite direction of a family, where brothers become cousins of first degree, third, fifth…. losing contact. Europe, to the contrary, is supposed to start from cousins of sixth degree and then move … backwards: so that the son of the son of the son of my son will become brother with the son of the son of the son of a son of my German counterpart today.

For that to happen, once again, we need time, and luck. Time that can be gained only in one credible way: by having Germans and Italians today do things that are in their strict national self-interest but that also allow for the common good to arise. Impossible? Not at all.

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Try to ask German workers if they were to approve of a fiscal reduction in their taxes after so many years of ant-like sacrifices. They certainly would. And part of that bonus would spent … where? Yes, on a Greek Island, dancing, or buying an Italian fridge, reducing at the same the the huge external account surplus of Germany and contributing to development of all other euro countries.

Italy does not need lowering taxes: pessimism is so high that nobody would spend it but rather save it for fears of an uncertain tomorrow. What Italy neeeds now is a huge public investment plan meant to support productivity of Italian firms with better infrastructure, whether material or immaterial, raising demand and GDP and contributing for the first time after many years to reduce its debt over GDP, that has increased with the opposite policies, those of blind austerity.

As much as the German was to learn dancing, the Italian grasshopper would have to show a disposition to do a bit of extra-work, possibly helped by the expert ant: nothing can work better than a convergence of shared values to foster faster birth of solidarity. Italy and Greece in particular would have to provide Germany with ample proof that, since they ask to spend more, they can spend well. Germany could help here too. By agreeing to participate and contribute to the fight against corruption, possibly with the creation of a European Anti Corruption Authority, it would not only contribute to the birth of a critical European public good but would also obtain an extraordinary consensus of 90% of Italians and Greeks, increasing mutual trust and accelerating the growth of solidarity.

It is obvious that such a comprehensive strategic plan would require discarding the non solidaristic recent and unfortunate Constitution of the Fiscal Compact. Taking advantage of the fact that its 5-year performance needs to be judged by year-end then, after the German elections, we would witness the rise of a common NO to its insertion in the European Treaty, releasing the powerful weapon of expansionary fiscal policy coming to the rescue of a stagnating European economy.

By doing so, solidarity would grow faster in the near future and the Union would become stronger, focused on its mission of becoming a global player in defense of human rights, sustainability and culture around the world. A task that only the countries that make up Europe, with their common history, can hope to achieve.

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La fiducia in Europa non c’è? Ricostruitela investendoci

Una parola rapidissima sull’articolo di Lucrezia Reichlin sul Corriere che giustamente ricorda come:

le nazioni, come le federazioni, stanno insieme sulla base di regole, ma le regole da sole non bastano. Si cementano con la fiducia. Quest’ultima si costruisce lentamente, è il retaggio della storia e dell’esperienza. Ed è solo a partire dalla fiducia che si può costruire il progetto europeo. Anche negli Stati Uniti la fiducia nella nazione, che tiene insieme cittadini con identità molto diverse, può improvvisamente deteriorarsi rendendo fragile ciò che sembrava indistruttibile. A maggior ragione questo è vero per noi europei, accomunati da molte cose, ma storicamente divisi in nazioni che nel passato si sono aspramente combattute“.

Ma come si genera fiducia? E’ un buco nero misterioso, questa parola, o possiamo lavorarci su con politiche specifiche?

Gli economisti su questo hanno molto da dire.

In particolare, mostrano come l’indice di fiducia (“trust”) nei Paesi dipenda dalle disuguaglianze o dalle differenze di reddito (vedi ad esempio qui per una sommaria analisi) prevalenti.

In Europa, queste sono andate crescendo tra i Paesi dall’inizio della crisi. Tremendamente. Da qui il crollo di fiducia su di un progetto in comune tra diversi.

Per ritrovarla, la fiducia, è naturale proporre che queste differenze vengano ridotte. Non è necessario immaginare a tal fine improbabili schemi di solidarietà tra Paesi che oggi non passerebbero mai nei Paesi più ricchi perché parliamo di una Unione – quella europea – ai suoi albori che, come quella statunitense alla fine del XVIII secolo, non aveva nessuna intenzione di creare schemi di solidarietà tra stati diversissimi (solo 140 anni dopo, con Roosevelt, si palesò durante gli anni Trenta un primo esperimento di assicurazione sociale tra Stati che solo dopo ancora qualche decennio si tramutò in implicita e definitiva solidarietà e vera fratellanza tra stati).

Per ridurre queste disuguaglianze che minano la fiducia e dunque l’Europa è dunque necessario arrestare quelle politiche che le hanno generate: le politiche del Fiscal Compact. Ripristinando una serie di politiche espansive sia al Nord che al Sud dell’area euro che beneficino i tedeschi (riduzione delle imposte e scomparsa dei surplus commerciali) e i greci (aumenti della spesa pubblica produttiva in investimenti e abbattimento, via crescita economica, del debito pubblico che l’austerità fa esplodere).

Senza esplicita solidarietà, con politiche che, facendo lo stretto interesse nazionale, raggiungono l’interesse comune. A volte succede, direbbe Adam Smith.

Altra via non c’è. Fidatevi.

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Rilanciare la domanda pubblica: ora

L’articolo con Paolo De Ioanna uscito ieri sul Sole 24 Ore

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Opportunamente il Sole 24 Ore, sulla base dei dati ISTAT, riapre il dibattito, chiave  ai fini della stabilità della costruzione europea dell’euro, di quanto formica o quanto cicala sia stata l’Italia in questo ultimo quinquennio di difficile navigazione tra le onde della recessione prima e stagnazione poi.

Non possiamo nasconderci: il convitato di pietra nella decisione di quanto espandere la politica fiscale in Europa per rilanciare una crescita anemica che permette ai populismi di prosperare, tema reso ancora più concreto dall’elezione di Macron e la sconfitta di Le Pen, è proprio il nostro Paese. La domanda interna europea di imprese e famiglie langue, pervasa da un pessimismo che impedisce progetti di lunga durata, e la politica monetaria della BCE  viene in soccorso solo delle imprese più proiettate all’estero via tassi di cambio, ma non all’interno del territorio perché i tassi d’interesse bassi non possono convincere chi non vuole prendere a prestito perché non vede i ritorni, ma solo i costi, dell’indebitarsi per acquistare macchinari che non andrebbero a capacità produttiva per la scarsità di clienti là fuori.

E’ ormai opinione comune, anche negli ambienti istituzionali europei e sovranazionali più conservatori, che solo un rilancio della domanda pubblica, in particolare nella sua componente degli investimenti possa ridare ottimismo, prima direttamente via leva degli appalti pubblici, e poi indirettamente creando il contesto per una ripresa degli investimenti privati.

Riprendiamo allora i dati sulla spesa di questo sessennio 2011-2016. Un periodo in cui l’inflazione si è rosicchiato il 5,5% circa del potere di acquisto di 1 euro, in cui la spesa totale è salita da 808 a 829 miliardi in euro e che dunque in valore reale è scesa, non salita, del 2,3%. E’ importante misurare la spesa in valore reale, perché quel che interessa al cittadino è quanto potere d’acquisto gli viene sottratto, con la spesa pubblica, di tassazione, e perché quel che conta per capire quanto dà la pubblica amministrazione quanto a servizi alla collettività è la qualità effettiva dei servizi (numero di banchi e ore di professori, ecc) e non il numero di euro (per esempio alla scuola).

Esaminando così la spesa italiana, scopriremmo che la spesa in termini di potere d’acquisto degli stipendi di poliziotti, giudici, professori, operatori sanitari è scesa dell’8%. La tanto vituperata spesa per acquisto di beni e servizi che pare salire molto (di 7,5% in euro) in termini reali è salita del 2%, meno dello 0,3% per anno (sempre troppo potrebbe dire qualcuno!). E gli investimenti pubblici? Qui la faccenda si fa drammatica, tenuto conto della loro rilevanza strategica: in termini reali calano del 27%, ad un ritmo del 4% annuo!

L’Italia è stata dunque in questi 6 anni, e i dati lo dimostrano incontrovertibilmente, una austera formichina che ha rinunciato a stimolare la domanda nell’economia ed anzi, l’ha depressa a forza di tagli. Si badi bene: non di sprechi ma di tagli lineari, quasi sempre a casaccio rimuovendo organi vitali della macchina pubblica e non utilizzando il necessario bisturi del bravo chirurgo. E’ evidente che questo spiega sia l’andamento recessivo prima e stagnante poi della nostra economia, il crescente rapporto debito-PIL che si abbatte con la crescita, l’incapacità di poter raggiungere un deficit-PIL vicino all’equilibrio strutturale, rinviando da anni gli impegni apparenti presi con Bruxelles.  Una fatica di Sisifo inutile e che toglie energie al successivo tentativo di risalita.

L’Italia deve dunque chiedere al tavolo europeo, forte di questi dati che mostrano dei suoi sforzi in ottica europea e della loro inutilità, la possibilità di tornare a sostenere l’economia con il volano degli investimenti pubblici, facendo sì che debito e deficit ritrovino finalmente una convergenza virtuosa verso valori sostenibili. Se questo quadro è esatto, il contributo che deve offrire il nostro paese è quello di riorientare al margine la cattiva spesa corrente verso spesa per investimenti buoni. Una sfida che richiede un lavoro analitico costante (da orologiai e non da taglia boschi), organizzato separatamente su ogni settore di spesa, coerente ed interno alla costruzione del nuovo ciclo del bilancio integrato (che unifica bilancio e legge di stabilità): per procedere in questa direzione, come in tutti paesi europei che crescono occorre personale specializzato, dedicato, competente, ben remunerato e ben organizzato attorno ad un obiettivo chiaro, sostenuto politicamente, in Italia ed in Europa.

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Siamo ancora in austerità? Certo che sì

E’ difficile crederlo, ma sta crescendo il partito di coloro che negano l’esistenza dell’austerità in Italia. Un partito diverso da coloro che ne cantano le virtù. Il secondo, inizialmente guidato da Alberto Alesina e da coloro che sostenevano che meno spesa pubblica accompagnata da meno tasse faccia crescere l’economia, è stato più volte demolito dai fatti (Alberto Alesina sul Corriere è ora ben più cauto di allora) e dalla dura ironia di premi Nobel come Stiglitz o Krugman.

Più di recente tuttavia, sul proscenio italico, economisti di prestigio negano l’esistenza dell’austerità, non i suoi danni. Lo fanno non a caso in un momento chiave della storia della politica fiscale italiana: a pochi mesi dalla discussione sulla Legge di Stabilità che, secondo le prescrizioni del Fiscal Compact inserite da Gentiloni e Padoan nel DEF, richiede un mega manovrone da 20 miliardi di euro.

Se tale manovra non comportasse austerità, sarebbe credibile sottoscrivere le stime di crescita pressoché immutate all’1% per il 2018 inserite dal Governo appunto nel DEF. Ma se invece fosse austerità? Se questa manovra da più di 1% di PIL generasse una riduzione, con un moltiplicatore pari ad un cauto 1, dell’1% del PIL, portando l’economia italiana nuovamente allo 0 della stagnazione? Che avverrebbe? Beh, certamente crollerebbero le entrate e dunque il deficit salterebbe alle stelle, contrariamente a quanto promesso all’Europa. Ed il rapporto debito sul PIL? Salirebbe nuovamente, spinto dal crollo del denominatore del rapporto.

Importante dunque capire se hanno ragione, per esempio, Roberto Perotti o Lorenzo Bini Smaghi. Il primo, intervistato, ha sostenuto, “la spesa pubblica al netto degli interessi ha continuato a salire dal 2014, i numeri dello stesso Def sono chiari”.

Ammettendo dunque che prima del 2014 l’austerità c’è stata, ma che a suo avviso non c’è più da quell’anno (tralasceremo per oggi che nel 2016 è scesa dal 2015 da 830135 mld. a 829.311 (fonte Eurostat) e che quella che conta per il PIL (senza pensioni ed interessi che sono trasferimenti e non domanda all’economia) dal 2014 ha visto gli investimenti pubblici calare del 10% circa in valore monetario, gli stipendi calare in valore reale e la sola spesa corrente rimanere stabile).

Lorenzo Bini Smaghi nel suo libro “La tentazione di andarsene” (discusso qualche giorno fa con l’autore) sostiene (come Perotti) che «Di austerità non ce n’è stata di più nemmeno in Italia rispetto agli altri paesi europei, soprattutto dopo il 2013 …».

Come possono due economisti di questa leva dire ciò e farla franca? Credo di avere individuato il perché. Per spiegarmi farò riferimento a qualche grafico. Ma prima di tutto, definizioni.

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Secondo Bini Smaghi, «la valutazione (dell’austerità) … non deve essere fatta sul (deficit) ma sulla (variazione del deficit) da un anno all’altro»: se il deficit (la spesa) diminuisce nel tempo c’è austerità, se i due aumentano c’è il contrario dell’austerità.

Una definizione confermata dalla Commissione europea, ma non dal Fondo Monetario Internazionale, che chiama austerità la presenza di un surplus e l’assenza di questa la presenza di un deficit.

Dettagli? Mica tanto.

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Prendete due paesi, uno in blu, uno in rosso. Ecco il primo, il blu, che a un certo punto diminuisce spesa (da 200 a 150) e deficit (da 100 a 200).

Secondo la definizione di Bini Smaghi questo paese è dunque austero. Da notare che gli Stati Uniti, dopo un iniziale aumento del deficit dopo il 2009, hanno cominciato a ridurlo. Stati Uniti dunque austeri? A dopo per l’ardua risposta.

Ecco sotto un altro Paese, il rosso, che fa scelte diametralmente opposte, aumentando la spesa da 50 a 100, riducendo il suo surplus (equivalente a aumentare il deficit) da 100 a 50. Un paese un po’ come l’Italia di Bini Smaghi e Perotti, secondo i quali dal 2014 l’Italia ha smesso di tagliare spesa e deficit. Italia dunque non austera?  A dopo per l’ardua risposta.

Ora mettiamo questi due paesi uno accanto all’altro. E’ un esercizio utile, perché fa emergere come la situazione sia un po’ più complessa di quanto non apparisse dal guardare ai grafici dei singoli paesi. In effetti, sembrerebbe che l’apporto della spesa pubblica all’economia sia più ampio nel paese blu che non nel paese rosso. Più sostegno dunque nel paese blu da parte della politica economica?

Non sarebbe corretto tuttavia trarre questa conclusione: il supporto all’economia nel dopo crisi va valutato in funzione di quanta spesa ci fosse prima della crisi nell’economia stessa. E dunque val la pena leggere il grafico qui sotto, dove supponiamo che ambedue i paesi provenissero da una spesa pubblica sempre pari a 125 fino all’arrivo della crisi.

Visto così, il grafico mette le cose in una prospettiva diversa. Il Paese blu appare come un Paese che ha reagito all’arrivo della crisi con una politica fiscale molto espansiva (il contrario di una austera!) con spesa a 200 da 125 e che in un secondo tempo ha sì ridotto la spesa ed il deficit, ma mantenendoli sempre ben al di sopra di quanto fatto prima della crisi (150>125), rimanendo dunque espansivo, anche se meno di prima, altro che austero. Certamente questo Paese ricorda gli Stati Uniti, che reagirono inizialmente con un deficit altissimo attorno al 10% e che lo hanno pian piano ridotto, ma mantenendolo sempre ad un livello tale da aiutare l’economia a riprendersi.

Visto così, il grafico mette le cose in una prospettiva diversa anche per il paese rosso, che appare ora come un Paese che ha reagito all’arrivo della crisi con una politica fiscale molto austera con spesa a 50 (da 125) e che in un secondo tempo ha sì aumentato la spesa ed il deficit, ma mantenendoli sempre ben al di sotto di quanto fatto prima della crisi (100<125), rimanendo dunque austero, anche se meno di prima. Certamente questo Paese ricorda l’Italia che reagì inizialmente con una politica molto austera e che ha pian piano ridotto l’austerità, ma mantenendola sempre ad un livello tale da non aiutare l’economia a riprendersi e con essa il debito pubblico sul PIL a scendere.

E perché mai è avvenuto questo? Perché spesa e deficit in Italia non salgono invece a 150 come negli Usa che oggi crescono? Semplice, a causa del Fiscal Compact che impedisce la fine dell’austerità quando questa non è utile ma malsana, capace di generare in Italia un’avversità contro l’Europa che ha fatto crescere drammaticamente il peso di coloro che ora hanno la tentazione di andarsene, distruggendo per sempre il progetto europeo.

Ecco perché è importante dire che l’austerità c’è stata, ma anche che c’è ancora per lo stato dell’economia italiana. E che bisogna bloccare la legge di stabilità così come prevista per l’autunno dal DEF. Ma bloccare la legge di bilancio folle prevista dal DEF significa dire NO per sempre all’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati a fine anno.