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Aggregare gli acquisti: tardi, troppo, male

L’Italia ha sperimentato nel corso di più di un decennio vari tentativi di centralizzazioni degli appalti pubblici, in particolare (e quasi esclusivamente) nel settore dell’acquisto dei beni e servizi. L’idea di fondo è quella che le economie di scala raggiungibili con gare “grandi” e  la maggiore competenza presente in tali centrali ridurrà sprechi e produrrà risparmi di spesa aiutando l’economia a crescere. Con poca immaginazione si è sempre trascurato l’impatto sulle PMI di tale approccio.

La nuova strategia del Governo Renzi poggia su quattro pilastri:

1. L’istituzione del Tavolo tecnico dei c.d. “soggetti aggregatori” (non superiori a 35 stazioni appaltanti, di larga massima la Consip del Tesoro, “Consip regionali” e “Consip metropolitane”), che dovrebbe colmare un gap istituzionale che ad oggi genera mancanza di coordinamento e resistenze al paragone delle performance tra grandi acquirenti pubblici nazionali. Tali soggetti, su categorie di beni e servizi identificate ad inizio anno come facilmente standardizzabili, dovranno essere gli unici a effettuare gare per Stato, aree metropolitane e Regioni. Non è chiaro perché non venga ideata una struttura ed una governance simile anche per i lavori pubblici.

2. La creazione, entro fine di quest’anno, di una stazione centrale stile Consip in ogni Regione.

3. L’esclusione per i Comuni non capoluogo di provincia di acquistare lavori, beni e servizi in autonomia. Rimarrebbe la possibilità di unirsi in aggregazioni comunali o altrimenti di ricorrere alle province o ad un soggetto aggregatore.

4. Lo stanziamento di risorse (minime) per il Tavolo degli aggregatori, presumibilmente per sostenere le stazioni appaltanti che non fanno parte del Tavolo nel disegnare gare per quelle categorie di beni e di servizi che non rientrano nelle categorie individuate ogni anno e dove vige maggiore discrezionalità.

E’ una strategia destinata al successo? Al di là del fatto che i decreti attuativi sono già in ritardo (a testimonianza di una mancanza di un senso di urgenza del tema nelle stanze del Governo), rimangono forti perplessità se veramente si vuole ottenere un sistema di appalti capace di assicurare performance di qualità. Ci vogliono anche investimenti notevoli per ottenere: a) i dati per monitorare le performance (assenti a tutt’oggi) b) una governance dei controlli sulla qualità delle commesse e il rispetto dell’obbligo di acquistare presso i soggetti aggregatori (le lettere di Cantone e Cottarelli mai spedite a chi non si era adeguato agli obblighi nel passato la dice lunga sulla volontà politica di mettere la “casa” in ordine) c) una vera professionalizzazione delle stazioni appaltanti.

Il coordinamento lascia poi insoluta la questione della governance dell’esecuzione delle gare, sia a livello territoriale che di tipologia di appalti. Per quanto riguarda la dimensione territoriale, la richiesta ai Comuni non capoluogo di provincia di costituirsi in unioni di comuni, per quanto difficile da realizzare, rappresenta un obiettivo di dimensione minima delle stazioni appaltanti che va apprezzato ma che rimane da sempre un pio desiderio. Sarebbe ora di forzare la mano ed immaginare che le vituperate cento e passa Province, dove albergano notevoli competenze sugli appalti e che rimangono a livello sociale l’entità organizzativa del territorio più vicina alle culture ed alla storia locale, siano responsabilizzate come unica stazione appaltante, per tutto quello che non è acquisti sanitari da lasciare alle Regioni. Sarebbe un’aggregazione che non darebbe fastidio alle PMI e che permetterebbe un controllo più agevole della qualità delle commesse.

Per quanto riguarda la tipologia di appalti, è noto come la standardizzazione di beni e servizi è possibile solo per una quota parte di questi. Sulla rimanente parte è grande discrezionalità non solo da parte di piccole stazioni appaltanti ma anche di grandi acquirenti come i Ministeri. Tutto ciò è vero anche per la grande galassia dei lavori pubblici. E’ ovvio che tali acquisti vanno non solo tracciati (punto a), controllati (punto b) e gestiti da professionisti (punto c) ma anche programmati in anticipo così da ridurre il rischio che tali appalti non siano in ultima analisi aggiudicati approssimativamente e con procedure non competitive.

Se il Governo veramente volesse combattere sprechi da corruzione e incompetenza dovrebbe far partire una vera macchina da guerra. La lentezza nei tempi di attuazione del decreto e la mancanza di ambizione organizzativa paiono dire tutt’altro.

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L’uovo di Colombo per combattere la corruzione

Ho apprezzato l’articolo di Michele Ainis sul Corriere quando afferma, scettico, che le misure per combattere la corruzione, serviranno a poco: “perché chi ruba e chi intrallazza non pensa al codice penale, pensa di farla franca. E se ci pensa, non saranno dieci anni di galera anziché otto ad arrestare i suoi progetti. Perché inoltre il deterrente non risiede nella durezza della pena bensì nella sua certezza; ma alle nostre latitudini è sempre incerta la condanna non meno della pena. Perché l’ordinamento giuridico italiano ospita già 35 mila fattispecie di reato, che chiunque può commettere senza nemmeno sospettarne l’esistenza.”

E quando afferma che: “Eppure una via d’uscita ci sarebbe: passare dalla (finta) repressione alla (vera) prevenzione“, non posso che concordare con lui.

Ma dissento profondamente dalla sua idea di prevenzione: “potremmo uscirne fuori rendendo obbligatorio per legge il provvedimento deciso dal sindaco Marino dopo la scoperta dei misfatti: rotazione dei dirigenti, degli incarichi, dei ruoli di comando“.

Dopotutto, è l’uovo di Colombo. Se non resti per secoli inchiodato alla poltrona, ti sarà più difficile poltrire, ti sarà impossibile ordire. E il corruttore avrà i suoi grattacapi, se il corruttibile cambierà faccia a ogni stagione come una maschera di Fregoli.”

Strano concetto per un ambiente prono alla corruzione sistemica come quello che si sta rivelando quello italiano: ruotare corrotti con corrotti? E che problemi mai dovrebbe avere il corruttore? E se facciamo tutti parte dello stesso club, che difficoltà mai avrò nel “poltrire”? Studi economici dimostrano che al massimo la rotazione in un simile ambiente porta ognuno ad aumentare le sue richieste di tangenti quando in posizione di comando per far fronte al minor introito futuro dovuto alla rotazione.

Strano poi che Ainis non chieda la rotazione delle cariche per magistrati, universitari, maestri e diplomatici, tutta una vita intenti a fare lo stesso mestiere. E perché mai non lo fa? Semplice, perché sono mestieri che richiedono competenze specifiche, che negli anni permettono l’accumularsi di sapere ed esperienza, condizioni essenziali per creare valore aggiunto per il Paese. I più bravi, sperabilmente, salgono di più nella progressione di carriera: quindi vi è modo per stimolare il non “poltrire” mantenendo tuttavia l’enfasi sulla non rotazione.

E altrettanto, e forse più, dovrebbe valere per chi lavora nelle stazioni appaltanti. Dove il valore per il cittadino dell’esperienza e la competenza è quantificabile in miliardi di euro e che meriterebbero dunque il contrario della rotazione: una percorso di carriera professionale altamente remunerato con promozione per i più bravi. Consentendo così anche di resistere molto più facilmente alla tentazione della corruzione.

Ainis è al corrente di questa seconda soluzione ma la discredita affermando: “Dice: ma così diminuirà la competenza, che cresce in virtù dell’esperienza. Vallo a raccontare agli italiani, alle vittime di un’amministrazione incompetente e per giunta inamovibile.”

Strano ragionare: se è vittima di un’amministrazione incompetente non sarebbe il caso di renderla competente, investendo fior fiore di risorse in essa? E’ quello che d’altronde sta proprio in questi mesi valutando la Commissione europea: come sospingere gli Stati membri più pigri ad investire nelle competenze nel mondo degli appalti pubblici, esattamente come è avvenuto negli ultimi trent’anni nel settore privato. Dove da funzionario di secondo rango dell’organizzazione il responsabile degli acquisti è diventato capo di una funzione tra le più strategiche all’interno dell’organigramma aziendale.

“E comunque l’uovo non lo inventò Colombo: fu deposto nell’antica Grecia. In democrazia si governa e si viene governati a turno, diceva Aristotele. Sarebbe bello se l’Italia sapesse riparare la sua democrazia. Di più: sarebbe onesto.”

Altra confusione: l’alternanza democratica avviene, a ragione, quando fallisce chi è in carica. La rotazione dei funzionari rimuove i bravi come i meno bravi, gli onesti come i corrotti, rendendo inutile l’accumulo di competenze. Rimuovere i meno bravi si può, senza rotazione: basta sapere e volere cambiare. Cercare, selezionare, premiare i più bravi ed onesti si può, anche in un mondo così complesso come quello degli appalti pubblici: basta volerlo.

Ci vogliono tante risorse per farlo ma che renderanno 100 volte tanto.

Certo poi ci saranno quelli che diranno, “bella forza, con tutti questi soldi spesi ci riuscivo anche io”. E il leader che sarà stato veramente coraggioso e deciso a cambiare il Paese per il meglio, come Cristoforo Colombo ed il  suo uovo, gli ricorderà che “la differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!”.

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No la corruzione non è provinciale

Sabino Cassese sul Corriere della Sera: “il decentramento porta con sé maggiore corruzione: questo risulta da tutti gli studi compiuti nel mondo sulla corruzione“.

http://www.corriere.it/opinioni/14_dicembre_10/punire-corrotti-ma-piu-prevenzione-9c9e4450-8042-11e4-bf7c-95a1b87351f5.shtml

Non sono un fan del decentramento per se. Ma è vero che la frase sopra è sbagliata. Conosco almeno uno studio che dice il contrario, in realtà anche più di uno.

Visto che parliamo di appalti (gli scandali di Roma da lì nascono) e visto che siamo in tempi di potenziale accentramento degli appalti nelle mani di poche stazioni appaltanti (un errore), varrà la pena citare almeno uno studio.

E’  “How Much Public Money Is Wasted, and Why? Evidence from a Change in Procurement Law” di Oriana Bandiera, Andrea Prat, Tommaso Valletti, American Economic Review, Dicembre 2009. A tutt’oggi la più completa analisi degli acquisti pubblici italiani di beni e servizi. Gli sprechi, di corruzione ed incompetenza (ma i due si sostengono spesso a vicenda) sono calcolati sui prezzi di acquisto e divisi per livelli di governo:

Gli enti universitari e le ASL pagano i prezzi più bassi. Paragonati ad essi, il comune medio paga il 13% in più. La differenza aumenta ancora con i governi regionali (21%), gli enti di previdenza (22%), mentre il ministero “medio” supera tutto con prezzi maggiori del 40%”.”

Insomma sembrerebbe che sia il centro a mostrarsi più corrotto.

E poi non scherziamo col fuoco: il Prof. Cassese sa bene quanto l’accentramento degli appalti al centro sarebbe dannoso per le PMI di questo Paese. Non c’è bisogno di aggiungere benzina sul fuoco della recessione più grave da sempre, che sta uccidendo le nostre PMI. Meglio, molto meglio sarebbe, resuscitare le 100 e passa province – dove albergano ottime competenze negli appalti e la giusta vicinanza culturale al territorio – e affidare a loro la razionalizzazione organizzativa degli appalti pubblici.

Cassese prosegue con un altro fattore a suo avviso fautore di corruzione: “quello dei sistemi derogatori, con cui si aggirano le regole sugli appalti. In particolare, a Roma, specialmente dal 2008, con la solita motivazione che le procedure sono arcaiche e farraginose («da sbloccare», nel linguaggio di uno degli indagati), si sono creati percorsi paralleli, meno garantiti e meno controllati.”

Le “regole del gioco” sugli appalti, quelle del gioco “buono”, si aggirano in mille modi, ai fini corruttivi, spesso senza bisogno di deroghe. Condizione  non necessaria, la presenza delle deroghe, ma nemmeno sufficiente, per la corruzione. Spesso le deroghe hanno infatti altra ragione che non la corruzione: l’incapacità di programmare e, a volte, effettivamente l’arcaicità, ma anche l’erroneità delle procedure previste dalla norma.

Che la “scoperta” improvvisa della corruzione non diventi dunque motivo per invocare un nuovo “round” di regole e vietare il necessario passaggio alla maggiore discrezionalità delle stazioni appaltanti che la Nuova Direttiva europea tra l’altro prevede. A scanso di equivoci ribadiamolo: ci vorranno più investimenti nelle competenze, più controlli anche tramite l’aiuto dei dati (ad oggi gelosamente nascosti), più premi e meno regole per un sistema di appalti meno corrotto, meno colluso e più efficace.

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Se muore l’Università, muore il Paese

L’altra giorno all’inaugurazione dell’anno accademico della mia università il Rettore ha mostrato a tutti una slide sulla formazione universitaria che mi ha fatto sobbalzare. La conosco bene quella slide, l’avrò mostrata chissà quante volte sul blog e nei convegni, è diventata il mio incubo, il simbolo di cosa non facciamo per far ripartire questo Paese, della nostra maledetta incompetenza di politica economica, industriale, culturale, a fronte di un patrimonio che ci permetterebbe di volare in alto, più in alto di tutti. Ma ho sobbalzato perché il Rettore ha mostrato l’aggiornamento al 2013, che non avevo mai visto.

E sì che vi è da sobbalzare.

Mostra, la slide, la percentuale, nei vari Paesi dell’Unione europea, della popolazione tra i 30 ed i 34 anni di laureati. L’Italia, il Paese del Rinascimento, è finalmente riuscito a mostrarsi definitivamente per quello che è: ultimo nella classifica, sotto il 25%, quando l’Europa chiede a tutti i Paesi di raggiungere entro il 2020 il 40%, valore già raggiunto dalla maggioranza dei Paesi dell’UE, e che per il 2020 è probabile solo 8 Paesi, ovviamente noi compresi, non raggiungeranno.

E’ ovvio che il dato dipende da mille fattori di cui tenere conto. Essendo persone con età media di 32 anni possiamo immaginare che si siano laureati circa 10 anni fa, quindi ben prima che la crisi finanziaria e poi economica ci toccassero. E’ un problema strutturale, che viene da lontano, quindi. La recessione potrebbe aiutare questi numeri a salire? Tipicamente sì: quando l’economia non tira i giovani trovano rifugio “involontario” nella formazione. Ma sappiamo che i numeri sugli iscritti nelle università italiane vanno calando e quindi non possiamo nemmeno sperare nell’effetto “disperazione”, superato da un qualcosa di apparentemente misterioso che allontana come un virus minaccioso i nostri ragazzi dall’entrata nei nostri atenei.

C’è poi l’effetto emigrazione. Molti ragazzi che provengono da famiglie che possono permetterselo o che sono disposte a fare sacrifici ormai mandano i loro ragazzi all’estero, ragazzi che in buona parte non torneranno, acquisiranno la residenza e forse la cittadinanza altrove e finiranno per non far parte nemmeno della popolazione (quella italiana) di riferimento.

L’effetto emigrazione a sua volta è dovuto sia alla recessione (e quindi lo vedremo tra qualche anno su questo grafico) sia alla migliore qualità media delle università straniere (e quindi questo lo vediamo probabilmente già nella tabella sopra). E’ impressionante notare dal grafico come si stia allargando il gap tra noi ed il resto d’Europa in poco più di 10 anni: gap che tra noi ed i terzi classificati era pari al 25% nel 2004 ed è al 30% oggi.

E a poco serve dire che la statistica non conteggia i giovani di cittadinanza straniera che si laureano in Italia: anche su questo siamo così carenti rispetto agli altri Paesi che si acuirebbe il divario di performance. Ma questo non farebbe altro che segnalare che il problema non sta tanto nella mancanza di sbocchi nell’economia italiana (lo studente straniero si muove rapidamente fuori dalla penisola appena finiti gli studi), quanto piuttosto da una mancanza di attrattività per i giovani del nostro sistema universitario.

*

Non voglio stavolta dire che il colpevole sia il Fiscal Compact, perché gli altri Paesi, anche quelli colpiti dalla recessione e più deboli, crescono tutti più di noi. E anche perché, lo ripeto, queste statistiche provengono da anni “non magri”, prima della crisi. Ma certamente con il Fiscal Compact essi sono destinati ad acuirsi da qui in poi in assenza di una mobilitazione generale. Perché l’Università è destinata ad essere la prima vittima dei tagli richiesti dall’Europa: troppo facile farlo.

Guardiamo le statistiche del DEF delle manovre del Governo Monti-Letta-Renzi di questi ultimi anni per quello che sta facendo sul lato della spesa. Partiamo dagli ultimi dati sul 2015 con la finanziaria: con un PIL che praticamente non cresce la spesa primaria corrente – che include pensioni e spesa per l’università – rimane pressoché costante al 42,7% del PIL. Se le pensioni aumentano di 4 miliardi, il resto dunque diminuisce.

Ma all’interno di questo valore che diminuisce il Governo potrebbe trovare le sue priorità (si chiama spending review, che non vuol dire tagli ma priorità di spesa): l’Università per esempio. La Relazione trimestrale di Cassa appena uscita – che paragona spese nel primo semestre 2012 a quelle del 2014 – sembra dire tutt’altro:

  1. Pagamento di stipendi: da 17,7 miliardi a 17,6 (malgrado l’inflazione positiva del periodo)
  2. Consumi intermedi: da 414 milioni a 324 (includete in queste le manutenzioni delle aule, degli uffici, dell’informatica, ecc.)
  3. Trasferimenti correnti: da 3,2 miliardi a 0,9 (anche se la nota precisa che nel secondo semestre queste differenze saranno riassorbite, il ritardo è un danno, specie se trattasi di borse di studio, che le Regioni, con i tagli attuali, stanno pensando di dover ridurre nel 2015)
  4. Contributi alle residenze degli studenti universitari sempre fermi a … zero
  5. E con… un aumento alle università non statali (!) da 15 a 29 milioni.

http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Attivit–i/Contabilit_e_finanza_pubblica/Trimestral/2014/index.html

I numeri sono chiari e si traducono in investimenti sempre più scarsi: ci vogliono tre docenti che vadano in pensione per poter assumerne uno nuovo; gli stipendi pressoché uguali per tutti (una volta vinto il concorso) – con poca distinzione per la qualità della ricerca di base, della didattica, del rapporto con le imprese – e ormai fermi da tempo, quando nel resto del mondo la qualità viene sempre più premiata.

Non vi è più spazio per i giovani ricercatori.

Le strutture di formazione in lingua inglese per studenti stranieri non sono premiate che minimamente, senza risorse stanziate per potersi presentare nel mondo e combattere alla pari la battaglia per attrarre talenti in Italia: marketing, residenze di qualità, professori stranieri di qualità, lauree congiunte con università straniere di qualità, sono lasciate alla volontà di pochi che resistono.

Il Sistema Paese non si organizza per fare della formazione universitaria un export di valenza strategica come nel Regno Unito, che non solo ottiene significative rette dagli studenti stranieri, ma ottiene da questi una gratitudine che nel tempo frutterà al Paese una rete di conoscenze e benefici indiretti per le proprie imprese ed i suoi cittadini. Il sistema confederale delle imprese e il sistema bancario hanno smesso di aiutare le università pubbliche italiane con donazioni e rapporti intensi di collaborazione e si limitano a rapporti con due tre università private e qualche centro di eccellenza.

In questo stato, non dovremmo sorprenderci se l’Università italiana ha smesso di essere attrattiva. Ma se l’Università diventa meno attrattiva è il Paese che lo diventa. Immaginate l’Università come una palestra: se non la si pratica quotidianamente, si deperisce, si diventa meno forti, si perdono le gare.

*

Traggo spunto da una citazione letta ieri al convegno di Tor Vergata sui 25 anni dei diritti dei bambini. E’ di Anthony Lake DG dell’Unicef, che ha detto: “svariati studi dimostrano che quando si costruiscono politiche e programmi volti a raggiungere gli obiettivi difficili e non quelli più facili, otteniamo più risultati. Certamente ci sono più costi nel farlo. Ma le nostre analisi mostrano come tali costi sono superati dai risultati addizionali”.

Aver lasciato la politica dell’Università fuori dalla spending review, fuori dalle riforme per prediligere questioni irrilevanti ed avergli riservato tagli a casaccio ed indifferenza in tutti questi anni è una delle ragioni primarie del nostro fallimento: è stato come mirare agli obiettivi più facili. Mentre il mondo punta sull’università del domani, noi ci siamo chiusi a riccio nelle polverose stanze della contabilità, a tagliare senza osare, a contare col pallottoliere senza sognare col pennello di tracciare l’affresco stupendo del sapere, affresco che sarebbe alla nostra portata, come lo erano quelli che tracciammo, con immensi sforzi fisici e visionaria follia, nel nostro Rinascimento.

Meritiamo di meglio.

Grazie a Renato e Simonetta.

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La pressione fiscale e il Gattopardo

Non sarà sfuggito ai più come nella importante relazione della Banca d’Italia del Direttore Generale Signorini mancasse il dato sulla pressione fiscale derivante dalla manovra Renzi. https://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/signorini-031114/signorini-03112014.pdf

Ora abbiamo anche i numeri della pressione fiscale. Per calcolarli ci vuole un po’ di pazienza, ma la base dei calcoli è l’allegato 3, pubblicato nellatto parlamentare C.2679, la trovate verso pagina 124 dell’atto. Vanno calcolati tenendo conto che: a)  è improbabile che la clausola di salvaguardia sull’IVA venga attuata integralmente; b) il bonus – di natura ibrida – è nelle spese.

Leggere per credere:

In sintesi? La pressione fiscale con il Governo Renzi aumenta costantemente in tutti i prossimi anni, fino al 43,8%. Se voleste essere benigni potreste dire che includendo il bonus rimarrebbe costante. Se voleste essere maligni, potreste dire che includendo l’aumento quasi certo delle tasse locali a fronte del taglio dei trasferimenti della spending review aumenterebbe ancora di più.

Ma sta di fatto che è tutto assai chiaro: manovra, quella di stabilità, in puro stile Gattopardo, gattopardo europeo o italiano, poco importa.

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Piccolo è sempre brutto, in Italia

Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.

Trilussa

 *

Il nuovo rapporto semestrale BCE sullo stato della finanza per le PMI nell’area euro, uscito da pochi giorni, mostra la dimensione dello spread del costo del credito tra micro, piccole, medie e grandi imprese. In media tra le piccole e le grandi ci sono circa 500 punti base di differenza. Non briciole, vero?

 

http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/accesstofinancesmallmediumsizedenterprises201411.en.pdf

Che porterebbero un Governo attento alle esigenze delle PMI a dedicargli tutta l’attenzione possibile. Ma un Governo come l’attuale che, come i suoi predecessori, non ha nessuna intenzione di portare alle Camere come dovuto il disegno di legge per le PMI previsto dalla normativa? Un Governo che, come i suoi predecessori, tollera indifferente l’assoluto dolce far niente del Garante della Piccola Impresa, www.garantepmi.gov.it , istituzione ormai irrilevante (prova ne è il suo sito, praticamente mai aggiornato in questi anni) all’interno di un Ministero, quello per lo Sviluppo Economico, esclusivamente dedicato a tutelare l’interesse della grandi imprese?

Facile rispondere: questo Governo è indifferente alle PMI. Leggere per credere. Sfogliando il Sole di oggi, a pagina 50, relegata in serie B, la notizia attira il mio sguardo: dal 1mo gennaio, le amministrazioni pubbliche troppo lente ad onorare i propri debiti con le imprese non potranno assumere dipendenti pubblici.

Non male come idea.

Ma come viene calcolato il tempo medio dei ritardi che non deve superare i 60 giorni altrimenti scatta la tagliola anti-assunzioni? Dipende da come si calcola la media dei ritardi per la singola amministrazione.

Una possibilità: che la si calcoli senza guardare al valore di ogni fattura in questione, dando lo stesso peso ad ogni credito. Ad esempio immaginate tre imprese che hanno emesso fattura di 50, 100 e 2000 euro, con ritardi rispettivamente di  70, 50 e 70 giorni. La media in questo caso è di 190/3, più di 60 giorni. In questo caso l’amministrazione risulta “cattiva” e soffrirebbe di penalizzazioni. A meno che … a meno che, pagando la fattura di minor valore, quella da 50 euro, non restasse che con due debiti in mano, quelli  di 100 e 2000 euro, di durata media pari a 60 giorni, svicolando così dalla penalizzazione, e tra l’altro non ripagando i crediti più “pesanti” quanto a ammontare dovuto.

Questo “svicolare” non piace al Governo, che ha deciso di calcolare la media ponderando per il valore del credito. Nell’esempio la media sarebbe calcolata come (50×70+100×50+2000×70)/(2000+100+50) = 69 giorni. Per scendere sotto i 60, non basterebbe ripagare il credito da 50 euro, né quello da 100: si dovrebbe ripagare quello da 2000.

A nessuno è venuto in mente che magari il credito da 2000 è quello di una grande impresa e quelli da 50 e 100 di due piccole imprese. E che mentre i 2000 della grande sono rifinanziabili a costi “relativamente bassi”, i 70 e 50 giorni di attesa delle piccole sono costosissimi, addirittura il non vederli restituiti, questi crediti, potrebbe voler dire la differenza tra la vita e la morte.

Un criterio fondamentalmente diverso (altrettanto arbitrario direbbe qualcuno ma più vicino ad esigenze di giustizia e di politica industriale) sarebbe stato quello di dire: “non si potrà più assumere se non verranno ripagate tutte le imprese con meno di 50 addetti”. Magari subito, in quattr’ore, come avviene in Corea del Sud.

Ma noi non viviamo in questo mondo. Nel mondo delle formule matematiche, dei 3%, dei 60%, del PIL potenziale depotenziato, delle medie ponderate e non, non c’è spazio per il mondo dei piccoli da proteggere. 

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Rottamate i due ideologi del PD

Alesina e Giavazzi criticano sul Corriere il Premier Renzi sapendo bene di averne in mano l’agenda ideologica di politica economica. http://www.corriere.it/opinioni/14_novembre_15/tante-misure-cosi-poco-fb909348-6c8b-11e4-b935-2ae4967d333c.shtml

Hanno tutte le ragioni del mondo a chiamare questa manovra non espansiva. Ma non la chiamano restrittiva e recessiva perché vogliono far credere a Renzi che è nella direzione giusta, che ci vuole solo un piccolo sforzo in più e miracolosamente, seguendo i loro consigli, ce la faremo ad uscirne fuori dal pantano. Ma quale consiglio?

Uno solo, perché su tutti gli altri il Premier sta già seguendo alla lettera la loro ricetta. Equilibristi perfetti, si permettono di ricordare a Renzi come:

“… una manovra può essere espansiva anche se, a parità di deficit, riduce le tasse sul lavoro, compensandole con tagli di spesa, soprattutto in un Paese in cui la tassazione sul lavoro è una delle cause della scarsa competitività“.

Come no.

Sappiamo bene che non è vero. Che non è vero che una manovra, a parità di deficit (che comunque non è perché il deficit scende nel 2015), se taglia tasse quanto le spese, è espansiva ma piuttosto 1) è recessiva, perché i tagli di spesa colpiscono le imprese direttamente levandogli appalti mentre i tagli di tasse non vengono spesi in una crisi come questa ma risparmiati (famiglie che non consumano) o non sfruttati (imprese che non investono) e 2) è instabile, perché fa aumentare il debito pubblico su PIL tramite l’effetto recessivo di cui al punto 1).

Alesina e Giavazzi sono noti in tutti il mondo per questa loro ideologia che non ha spazio su nessun giornale scientifico di economia serio e di cui premi Nobel come Krugman e Stiglitz si fanno beffe pubblicamente. E’ nota la fonte di quest’errore scientifico: l’essere preda dell’ideologia che “pubblico è brutto” senza se e senza ma. Ideologia che rende impossibile pronunciare nemmeno a bassa voce quanto i 2 Premi Nobel americani chiedono da tempo all’Europa di fare: la ripresa degli investimenti pubblici per riavviare subito domanda, redditi e occupazione.

Ma, tornando a noi, quello che loro descrivono sopra è effettivamente quello che Renzi ha cercato di fare. Alesina e Giavazzi di fatti lo confessano, per l’attonito lettore del Corriere, quando si incartano meravigliosamente nelle loro contraddizioni, riferendo due tre righe dopo che il costo del lavoro sarà aiutato dalla manovra (“l’effetto netto sarà comunque una riduzione dell’Irap“) e verso la fine chiosando che il solo problema è che il Premier questa manovra non la ha “seguita passo passo … disinteressandosene“.

?

Insomma ma allora di che cosa si sarà mai scordato Renzi nella lista delle azioni che gli ideologi del PD avevano elencato? Sarà forse l’unica proposta concreta menzionata nell’articolo che manca ancora all’appello? Sarebbe cioè bastato ai nostri A&G che la tassazione sulle rendite finanziarie non fosse stata nel pacchetto Renzi per renderli felici? Sembrerebbe, a leggerli, proprio di sì.

Ma.

Che miopia da parte loro non capire che Renzi non può fare quanto da loro desiderato perché vittima, pofferbacco, della loro stessa ideologia.

La tassazione sulle rendite è salita per il combinato disposto di due sfortunate disgrazie. La prima la chiameremo ”la disgrazia del risparmio contro il consumo”.  Chi non crede che il pubblico possa (anzi scusate “debba”) intervenire nell’economia, deve per forza affidarsi al braccino del settore privato per rilanciare la domanda. E dunque deve inventarsi bonus fiscali e penalizzazioni al risparmio. Ma, come abbiamo detto, è un braccino del tennista, senza forza. Consumi e  risparmi in questa crisi non sono nemici ma amici in difficoltà ambedue: e la soluzione sta nel rilanciarli entrambi, rilanciando prima  i redditi. Via appalti pubblici, l’unica leva potente che abbiamo.

La seconda la chiameremo “la disgrazia del pubblico contro il privato”. Chi non chiede intervento pubblico non sente l’esigenza primaria di creare spazio nel bilancio per esso.  Si accontenta di tagliare a casaccio la spesa per metterci dentro qualche taglio di tasse. Ma essendo il Fiscal Compact uno strumento di aggiustamento automatico permanente e crescente nel tempo dei conti pubblici, e le tasse non generando maggiore reddito ed occupazione per quanto detto sopra, in tempo pressoché reale richiede che mentre si nutre, si trovino  risorse per nutrirlo ulteriormente. Un vero mostro insaziabile, il Fiscal Compact. Il limite oggettivo ad ulteriori tagli a casaccio  della spesa obbliga allora a aumentare le tasse altrove. Sui capitali e sulle rendite oggi, o, addirittura, domani, con l’aumento dell’Iva, finendo esplicitamente per deprimere sin da oggi quei consumi che si vorrebbero stimolare e il mercato con esso, per assenza del suo più potente alleato, il pubblico.

Sarebbe semplice spiegare ai nostri due ideologi che le rendite finanziarie potrebbero anche essere tassate meno, se di generasse reddito e sviluppo – via dalla stagnazione – tramite maggiori appalti ed investimenti pubblici, abbandonando il Fiscal Compact, e stimolando i redditi. Ma ciò non sarebbe tollerabile per i nostri A&G: meglio che muoia tutto ma che sopravviva l’ideologia, una Storia che conosciamo bene.

Certo, le ideologie fanno sempre bene a qualcuno, anche questo ci insegna la Storia. Ma se per caso Alesina e Giavazzi fossero interessati al destino dell’unico vero creditore netto dell’economia italiana, il sistema bancario, farebbero bene a chiedere, più che singole misure a favore di questo o di quello, le politiche economiche (giuste) che salvano il Paese tutto, le uniche che salveranno anche il sistema bancario italiano.

Le incoerenze di A&G si spiegano molto semplicemente con il terrore di ammettere che tutte le loro false teorie sono costruite per non permettere che la leva pubblica faccia il suo dovere in un momento di “emergenza” (parole loro non mie) in cui solo essa può salvarci. Renzi, viene il sospetto, è pervaso dallo stesso terrore e forse non è interessato alla spending review per timore che si riveli l’arcano: che pubblico può essere bello, anzi bellissimo, se solo lo si vuole, assieme e non contro il privato.

Comunque sia, Renzi farebbe bene, nell’interesse generale del Paese, a rottamare i due ideologi del PD, rimandandoli a casa a fare ricerca ed insegnamento. Cose per le quali, paradossalmente, sono decisamente più versati.

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Speriamo che non nevichi?

… il direttore generale dell’ente, Vittorio Silva, ha annunciato il blocco del contratto quadro che avrebbe garantito la manutenzione della rete stradale provinciale, pari a 1.111 chilometri di strade e il rischio dopo i tagli previsti dalla legge di stabilità, anche per il riscaldamento nelle scuole.

Meno di una settimana fa i rappresentanti delle Province hanno incontrato il governo e lanciato un appello perché la riforma sia applicata davvero. A creare problemi è il mancato passaggio di competenze di cui avrebbero dovuto essere responsabili le Regioni. Gli enti di secondo livello si trovano a doversi occupare delle vecchie funzioni, ma con un budget dimezzato. “Cosi non può andare”, ha detto Bersani, “perché i dati sono impressionanti. Quando ho visto la Finanziaria ho detto: pregate che non nevichi. Ho visto le tabelle che riguardano le province e ci sono situazioni anche peggiori. Qui bisogna capire se abbiamo voluto abolire le province o gli spartineve? Ma questo è il frutto avvelenato di una malattia: l’ideologia. E di una bolla demagogica micidiale che su questo tema, invece di essere preso dall’alto doveva essere preso nello specifico e in prospettiva di area vasta”.

 http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/10/pd-bersani-si-aboliscono-province-spartineve-tsunami-demagogia/1202987/

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Che razza di Paese stiamo diventando? Che si rallegra ai tweet e si diverte con le slide e non tocca con mano lo sfascio che si sta auto infliggendo? Smettendo di credere che questo Paese, come ogni Paese del mondo, si regga su di un equilibrio tanto ovvio e profondo quanto delicato, quell’equilibrio che chiede al mercato di sostenere con le sue risorse uno Stato solidale e capace; che chiede allo Stato di aiutare il mercato con infrastrutture, ricerca e conoscenza, sicurezza e giustizia?

Bersani dice: “pregate che non nevichi”. La valanga è già piombata sul villaggio da tempo, Onorevole.

Basta guardare quanto, nel momento più importante, di massima fragilità del mercato, lo Stato si è sottratto al suo dovere, non costruendo strade, strade di sviluppo per tutto il Paese, condannando privato e pubblico ad un abbraccio mortale (grafico dal Rapporto Promo PA-Tor Vergata – ANCE “Come appalta la PA”), uccisi dall’ideologia di questa finta Europa e di Governi nazionali incompetenti e corrotti dalla mancanza di ideali.

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Alla faccia del sogno geopolitico

Ho avuto modo di dire che la manovra  (se effettivamente venisse portata a termine, cosa di cui dubito ogni giorno di più,  tanto più se andremo verso elezioni) era recessiva appena è uscita dalle slide di Renzi in conferenza stampa.  Recessiva vuol dire: “che genera di per se stessa una diminuzione dell’occupazione rispetto all’anno precedente”. Punto. Ad altri fattori (quali la domanda esterna) di salvarci. Mettiamoci cioè nelle mani del caso, del fato, della Cina e degli Stati Uniti: alla faccia del sogno geopolitico.

E ciò lo affermavo malgrado l’avanzo primario fosse leggermente in calo da 1,7% del PIL del 2014 all’1,6% del 2015. Semplicemente perché basandosi la manovra su tagli di spesa praticamente uguali ai tagli di tasse i primi avrebbero dominato i secondi (i tagli di tasse convertendosi in maggiore PIL solo per quella parte – piccola in presenza di pessimismo prevalente – non risparmiata).

Ora sappiamo con certezza che essa è recessiva, perché lo è anche formalmente. Dopo gli aggiustamenti richiesti dall’Unione europea, l’avanzo primario salirà infatti da 1,7% del PIL a 1,9% nel 2015.

Non ci sarebbe niente altro da dire di fronte ad una manovra gattopardesca, che ripete gli errori italiani ed europei del passato, se non di inserire questo ennesimo “dato in più” della manovra Renzi all’interno della lunga  carrellata di “dati” che abbiamo a disposizione, provenienti da altre manovre  che hanno tentato di usare la spesa pubblica in diversi momenti del ciclo economico. Esaminando episodi – 50%  avvenuti in recessioni e 50% in espansioni nei paesi più ricchi, quelli Ocse – il lavoro già citato http://www.gustavopiga.it/2014/lerrore-di-renzi-seguire-alesina-e-giavazzi-invece-di-krugman-e-stiglitz/ di Daniel Riera-Crichton,  Carlos Vagh e Guillermo Vuletin costruisce un’ottima segmentazione ideale per comprendere la disastrosa storia europea di politica economica di questi anni.

In rosso vedete le tante follie che nel passato si sono adottate, come si fa ora in Europa, simil Fiscal Compact, scegliendo di ridurre la spesa pubblica in una recessione. Nel 46% delle recessioni avvenute nei paesi ricchi si è deciso di ridurre la spesa pubblica, affossando l’economia, come stiamo facendo noi oggi.

L’austerità certo che va fatta, ma quando le cose vanno bene, quando l’economia è in espansione. Così è avvenuto tuttavia (in rosa) solo il 59% delle volte: quando l’economia tira e si mettono da parte risorse per i tempi bui. Non rientra in questi casi la folle gestione europea dei primi anni dell’euro dove si spese in abbondanza in alcuni paesi (Italia compresa), viste le buone entrate fiscali che l’espansione generava: questa casistica fa parte del 41% in color ocra. Se oggi abbiamo un problema è per il sommarsi di due errori: quello “ocra” dei primi anni dell’euro e quello “rosso” del post 2008. E non è che commettere un secondo errore dopo il primo porta questo a cancellarsi: si sommano idioticamente, generando il pantano in cui ci siamo ficcati e dal quale non sappiamo più uscire.  

E l’unico modo per uscirne, quello cerchiato in verde, è di fare quello che si è fatto nel 54% delle recessioni finora (ma mai nella ottusa Europa del Fiscal Compact): un aumento della spesa pubblica a sostegno del settore privato via appalti per investimenti pubblici produttivi e spesa per stipendi altrettanto produttiva.  Esattamente, lo ripetiamo, il contrario di quello che Renzi fa in accordo con l’Unione europea.

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Benvenuti nel Paese delle Meraviglie

La relazione del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, alle Commissioni Riunite di Camera e Senato ha il pregio di mostrare a tutti gli italiani quello che questo Governo sta meravigliosamente, con superba capacità comunicativa, nascondendo a tutti: l’ovvio contenuto recessivo della legge di stabilità in discussione al Parlamento.

https://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/signorini-031114/signorini-03112014.pdf

Lasciate stare le assurde promesse del passato, barrate con una croce rossa, del primo tentativo comunicativo di questo Governo, anche questo intriso di convinto ottimismo, in primavera, con il Documento di Economia e Finanza che prometteva una crescita quest’anno dello 0,8%: peccato che la Commissione europea abbia ieri sentenziato che sarà recessione, del -0,4%. Un minuscolo errore (?) di previsione in 6 mesi di soli 1,2% di PIL: che volete che sia?

Guardate piuttosto la zona destra del riquadro: dove la Banca d’Italia mostra chiaramente come il deficit scenderà dal 3% di PIL di quest’anno al 2,6%, come vuole l’Europa, la stupida Europa, che facciamo finta di criticare con frasi ad effetto ma a cui ci adeguiamo sempre senza cercare di costruirla con cambiamenti veri ed effettivi.

0,2% di PIL di questa diminuzione di deficit sarà dovuta ad una minore spesa per interessi. E gli altri 0,2%? A cosa sono dovuti?

A maggiori tasse ed entrate fiscali? Quasi, ma no: le entrate fiscali in percentuale del PIL restano, come vedete, fisse al 48,3% del PIL, immobili, per aumentare poi al 48,7% del 2016.  Già, le tasse non scendono, aumentano.

A minori spese grazie alla fantastica spending review mai avviata sinora? Quasi, ma no: anche le spese correnti rimangono costanti in percentuale del PIL, fisse al 42,9% del PIL. la loro riduzione, come sempre, è rinviata al … 2016.

La riduzione dello 0,2% di PIL è ovviamente dovuta alla riduzione delle spese in conto capitale, solito capro espiatorio di qualsiasi Governo passato negli ultimi 10 anni, anche di quelli più comunicativi: dal 3,7% al 3,5% del PIL. Le spese per investimenti pubblici, le uniche che potrebbero rilanciare, se ben indirizzate, la crescita che non c’è in questo Paese. E ovviamente, continueranno a scendere anche dopo.

Insomma. Queste sono le premesse per ribaltare il Paese?

Benvenuti nel Paese delle Meraviglie dove tutti quelli che parlano credono a quello che dicono, ma nessuno dice quello in cui crede. A cosa crede, Sig. Governo?

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«Allora dovresti dire quello a cui credi», riprese la Lepre Marzolina.
«È quello che faccio», rispose subito Alice; «almeno credo a quello che dico, che poi è la stessa cosa.»
«Non è affatto la stessa cosa!» disse il Cappellaio. «Scusa, è come se tu dicessi che vedo quello che mangio è la stessa cosa di mangio quello che vedo!»