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Grazie Grecia, grazie, non mollare.

Si fa fatica a vedere cosa è cambiato in Grecia ed in Europa dopo la trattativa serrata sul futuro della politica economica ellenica. O meglio, si fa fatica a trovare un accordo su chi ha vinto e chi ha perso.

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Per un motivo molto semplice: molto è stato rinviato, di qualche mese, a seguito dell’approvazione (compresa quella del Parlamento tedesco) di estendere i prestiti alla Grecia per ancora quattro mesi, a fronte di una sostanziale ambiguità sugli impegni presi dal nuovo governo greco quanto a riforme, austerità e debito.

Si fa fatica anche a capire in base a cosa dovremmo giudicare il successo o meno di Tsipras. Se in base al programma economico pre-elettorale di Salonicco ed alle promesse ivi contenute (nel qual caso il giudizio sarebbe evidentemente negativo) o a quanto ottenuto rispetto a quello che avrebbe portato a casa il precedente governo.

Io propendo per il secondo metro di giudizio semplicemente perché da sempre Tsipras e Varoufakis avevano indicato (con grande pragmatismo) come non si aspettavano certo di vedere tutto quanto da loro promesso riconosciuto al tavolo delle negoziazioni europee.

Ma anche se fosse così, cosa sappiamo? Poco.

Sull’austerità, che ha un vantaggio in termini informativi, ovvero che è misurabile oggettivamente, potremo dire qualcosa in più tra qualche mese sulla base del cambiamento delle stime, ad esempio quelle della Commissione europea,  sul deficit complessivo e sull’avanzo primario stimato per il 2015 (e, in minore misura, per il 2016). L’impressione di molti è che non tutto l’avanzo primario che avremmo avuto con la precedente amministrazione greca si materializzerà. Un piccolo sollievo che alleggerirà l’economia greca dalle grinfie della recessione assieme all’occupazione e con forse qualche riduzione della povertà, specie se le risorse addizionali che si libereranno saranno mirate specificatamente ai più bisognosi. E’ anche vero che in termini di spesa pubblica la promessa (contenuta nella lettera di Varoufakis all’euro gruppo) di spendere per stipendi pubblici complessivamente lo stesso ammontare dell’anno scorso ma aumentando gli stipendi ad alcuni (i più meritevoli ed i più bisognosi) togliendo ad altri (là dove si spreca) sembra non contenere nulla di nuovo rispetto al programma della Troika (dove dopo tagli drastici fino al 2013 questa spesa si fermava nel suo declino), ben lontano da quanto affermato in campagna elettorale e quanto fosse lecito aspettarsi. Ma anche qui, il dato tra qualche mese dirà più e meglio.

Sul debito, e la sua eventuale rinegoziazione in termini di tassi legati all’andamento dell’economia come proposto intelligentemente da Varoufakis, dobbiamo aspettare la fine dei quattro mesi. Tutto è ancora aperto. Varoufakis ha definito l’accordo con l’Europa “una foglia di fico” per portare alla sua conclusione l’euro gruppo senza la riduzione del debito, un accordo dal frasario “deliberatamente” vago così da ottenere l’approvazione dei vari parlamenti europei: una vaghezza, ha detto, di cui siamo “orgogliosi” e addirittura “suggerita dai creditori UE” (i governi dei Paesi membri) altrimenti non ci sarebbe stata l’approvazione .

http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_1_27/02/2015_547715

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E’ sulle riforme che possiamo rimarcare il maggiore passo avanti. Di duplice natura. Innanzitutto formale: il documento è stato scritto dalla Grecia e non più dalla Troika, un risultato importantissimo anche simbolicamente. Una restaurazione (minimale o meno potremo discutere per ore) di democrazia che ad alcuni sembra normale e dovuta, e forse hanno ragione, ma che sancisce la fine dell’anomalia europea della dittatura della Troika. I simboli sono importanti e la vittoria della Grecia su questo non può essere liquidata come “fuffa”: era una precondizione per la salvezza dell’Europa dell’euro, non sufficiente ma necessaria, affinché si possa un giorno – se altri passi seguiranno – convintamente argomentare che il progetto europeo è un progetto democratico.

Ma i cambiamenti ci sono anche nella sostanza: effettivamente il tono e gli impegni sottoscritti da Varoufakis sono più leggeri e vaghi (tanto da avere ricevuto le critiche del FMI, della BCE, dei tedeschi) e con un’enfasi maggiore verso la solidarietà verso i più deboli di quelli contenuti nei vari documenti della Troika.

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Resta una certezza: lo spread è sceso. C’è chi dirà che è sceso perché la Grecia è capitolata, dimostrando che l’euro non è un accordo di cambio ma una vera moneta unica, e chi dirà che è sceso perché la Grecia ha cambiato l’Europa cominciando a farle abbozzare quel disegno più solidale che in questo blog abbiamo sempre argomentato essere l’unica soluzione capace di tenere unito il Continente in un progetto di crescita, opportunità e pace in un mondo globalizzato, simbolicamente uniti dalla stessa valuta.

Sbaglierebbero entrambi. C’è chi si trastulla da giorni su giornali e social media col gioco di chi ha vinto e chi ha perso. Ma la logica della sfida europea si può comprendere solo se la smettiamo di parlare di vincitori e vinti, e cominciamo ad adottare quella logica che appare, vincente, nell’ultima scena del famoso film War games.

Se c’è un modo per far giocare l’Europa contro se stessa è questa crisi greca. Tutto sta nella velocità dell’Europa di apprendere quanto masochista sia questo gioco europeo e quanto la sola soluzione sia uscirne insieme. Il mio ottimismo cresce, e forse per questo lo spread scende. Grazie Grecia, grazie. Non mollare.

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Breve storia di una moneta unica, ieri complicata oggi complessa

Montare un mobile di IKEA è un problema complicato, ma non complesso: un set di istruzioni complicate aiuta a risolverlo. Risolvere invece un problema complesso come coordinare un’orchestra richiede abilità complesse, non chiaramente elencabili su un foglio di carta: falliremmo miseramente nel dare nascita a un concerto di qualità.

Quando l’altro giorno alla mia visita a Pozzuoli presso l’Accademia Aeronautica ho visto questa matrice l’ho guardata con interesse.Il relatore del seminario mostrava come ad ogni tipo di problema corrisponde una dimensione e qualità di risposta logica ideale. Provare a montare un mobile di IKEA con strategie complesse, argomentava, porta inevitabilmente ad un “overkill”, al fallimento: per esempio l’utilizzo di una gru.

E io pensavo all’invilupparsi della crisi dell’Europa dell’euro. Nata come una sfida complicata a fine secolo, le cucirono addosso regole complicate, quelle di Maastricht. Ma l’ambiente era positivo, l’economia ancora tirava e quelle regole non furono troppo d’intralcio, quasi “appropriate”.

Arrivò la crisi e, mistero dei misteri, con essa un aggravamento delle regole che ingessavano la capacità della politica economica di venire in soccorso: siamo al 2010, è l’epoca del Fiscal Compact, il killer dell’economia.

E siamo all’oggi: la situazione da complicata è divenuta complessa, ingestibile, piena di disagio sociale in alcuni Paesi, scetticismo in altri, sfilacciamento della fiducia reciproca. Il fallimento è vicino e non basta nemmeno più eliminare il Fiscal Compact e tornare alle più semplici politiche degli albori del nuovo secolo: c’è bisogno di una soluzione “complessa” dove all’allentamento dell’austerità si combini una sottile opera “sociologica” ed “antropologica” di solidarietà piena e convinta per restaurare la fiducia reciproca infranta.

Altrimenti, il fallimento è alle porte.

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Aprite la cantina del Tesoro italiano

Non è da criticare troppo la relazione del Direttore del Debito Pubblico del Tesoro italiano, Maria Cannata, di fronte alla Commissione Finanze presieduta dall’On. Capezzone, sui derivati fatti da Stato ed enti locali. Anzi.

Ma procediamo con ordine.

Perché l’audizione di un dirigente dell’amministrazione riveste così tanta importanza? Prima forse andrà chiarito come Maria Cannata è da anni al posto di comando per la gestione del debito pubblico, un lavoro delicatissimo. Il che non la esime ovviamente di circoscrivere il suo ruolo e le sue responsabilità: “nel 2002, in applicazione dei principi previsti … in merito alla separazione dell’attività di gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa, di competenza dei dirigenti, da quella di indirizzo politico, l’attività in derivati venne delegata dal Ministro dell’Economia e delle Finanze al Dipartimento del Tesoro; il Direttore … (del Debito) procedeva alla stipula degli accordi stessi ed il Direttore Generale del Tesoro alla loro approvazione… Di tali operazioni era data comunicazione al Gabinetto del Ministro.” Ma la sua relazione sullo stato dei derivati italiani era attesissima dato fino ad oggi il quasi totale silenzio del Tesoro al riguardo (epocale è rimasta la relazione in merito del sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria alle Camere, persona assolutamente tanto meritevole quanto ignaro del tema) e la possibilità che gli ammontari in gioco fossero rilevanti per cittadini e investitori. La relazione, disponibile sul sito del Tesoro, non ha deluso le aspettative, http://bit.ly/1zgVT1A :  senza dubbio il documento più trasparente e ricco di informazioni che il Tesoro italiano abbia mai pubblicato.

Merito dunque al Tesoro ma anche all’On. Capezzone (e alla frenetica opposizione del Movimento 5 Stelle), perché è probabile che senza questa audizione non si sarebbe mai arrivati a questo punto di non ritorno. Già, perché da qui non si torna più indietro: le informazioni rivelate dalla Cannata in maniera esplicita (alcune erano rintracciabili già oggi presso Banca d’Italia, Istat e Corte dei Conti) faranno parte da ora in poi di un aggiornamento periodico del Tesoro atteso da tempo, ne siamo certi.

La domanda chiave è cosa deve venire in più (perché certamente non basta quanto detto dal Direttore del Debito per dare a contribuenti e mercati quella fiducia nell’emittente sovrano fondamentale per ridurre il costo del debito della Repubblica), che cosa manca ancora. L’On. Capezzone, dopo avere interrotto per mancanza di tempo la relazione di Maria Cannata proprio sul più bello (in particolare alla pagina 23, quella con abbondanza di dati), ha invitato il Direttore per una seconda audizione, alla quale gli ha chiesto di presentarsi con 4 informazioni: il valore totale dei derivati italiani (ma la Cannata mi pare lo dia, 159,6 miliardi di euro per lo Stato e circa 25 miliardi – censiti, ma chissà che non ce ne siano altri – per gli enti locali; il ché conferma che l’enfasi negli anni dei responsabili del debito sui soli enti locali era decisamente sproporzionata rispetto all’effettivo peso dei derivati del Tesoro), la cifra del valore di mercato per ogni contratto (oggi fissata, ci ha aggiornato Maria Cannata, a 36,87 miliardi totali in rosso, con un peggioramento ulteriore rispetto ai dati pubblicati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio per il 2013, di 29 miliardi, e massimo storico), il valore di mercato dei contratti degli enti locali (che Maria Cannata ha subito detto di non possedere, con comprensibile disappunto dell’On. Capezzone) e infine la divisione territoriale dei derivati degli enti locali (vedi il tutto negli ultimi 10 minuti sul video dell’audizione http://webtv.camera.it/evento/7495).

Valori di mercato negativi non necessariamente sono un ragione per gridare allo scandalo: Maria Cannata ha spiegato come il Tesoro aveva qualche anno fa il (giusto) obiettivo di allungare la vita media del debito per ridurre il rischio debito e il rischio tasso, con un’assicurazione chiamata appunto derivato, emettendo a lunga ed entrando in swap che trasformassero i titoli a breve in titoli a lunga (pagando dunque, nei derivati, un tasso fisso e ricevendo un variabile). Il drammatico e inatteso crollo dei tassi a breve del dopo crisi ha reso negativi i valori di mercato dei derivati (Cannata ha ben spiegato che spesso nella vita come cittadini paghiamo l’assicurazione senza ricevere soldi perché l’evento contro cui ci siamo assicurati non avviene, ma non per questo dobbiamo rimpiangere di esserci assicurati), perdite che comunque non si realizzeranno a meno che il Tesoro non sia obbligato dalle controparti private ai sensi del contratto a interrompere lo scambio di flussi e a rimborsare la parte creditrice prima della scadenza.

E qui nasce appunto il problema dei problemi. Non abbiamo la dimensione di questo rischio. Un esempio su tutti. Maria Cannata fornisce dati nuovi sulla famosa transazione Morgan Stanley e spiega come la clausola di rescissione unilaterale inserita a favore della banca d’affari ha generato significativi costi per il contribuente. Rimane da capire quali fossero le caratteristiche di questo contratto e perché fu sottoscritto, in primis, e con una clausola di questo tipo in secundis.

Il Direttore del debito spiega poi che clausole di rescissione bilaterali si svilupparono nei primi anni per tutelarsi dal rischio delle banche, percepite allora più rischiose della Repubblica italiana: ma ciò non vale per la transazione con Morgan Stanley, dove l’unica a proteggersi con la clausola di rescissione fu la banca stessa.

Altre informazioni mancanti riguardano operazioni più recenti, benché si debba riconoscere la maggiore trasparenza ottenuta grazie alla relazione di Maria Cannata, che comunica come esistano a tutt’oggi “13 contratti  (dove) sono presenti clausole di risoluzione anticipata (bilaterale) al valore di mercato.” Si è arrivati a 22 cancellazioni, da ben 35 nel 2011, “nella maggior parte dei casi contestuale alla novazione soggettiva, ristrutturazione o rinegoziazione delle posizioni che le includevano; solo in due casi è avvenuto l’esercizio da parte dalla controparte (giugno e dicembre 2014”. Ma quanto sono costate queste cancellazioni, soprattutto queste ultime due? Non è dato sapere perché non conosciamo i contratti sottoscritti.

E, già che ci siamo, ricordiamo che Maria Cannata fornisce la lista delle controparti, 19, in appendice della sua relazione. Informazione rilevante, ma che non ci rivela quale sia l’esposizione rispetto alle singole banche o, perlomeno, tra diversi livelli di rating. Andrebbe fatto, in nome della trasparenza e della rassicurazione di contribuenti e investitori, anche perché non si vedono i rischi connessi alla pubblicazione di tale informazione, tenuto anche conto che la stessa Direttrice ha spiegato quanto dal 2011 sia divenuto rilevante il rischio di controparte.

Certo è vero che Maria Cannata ha anche rassicurato tutti su quelle transazioni peculiari in derivati che lei stessa definisce come “sottoscritti (dai Governi) deliberatamente in maniera sbilanciata”, utilizzati molto probabilmente dalla Grecia – e causa dell’avvio della crisi ellenica –  nascondendo un prestito delle banche con un’entrata fiscale pur di mostrare un deficit migliore invece che un maggiore debito come dovrebbe essere, ingannando contribuenti e investitori sulla salute dei conti pubblici greci. Esclude, Maria Cannata, che tali contabilizzazioni “anomale” siano mai avvenute in Italia, visto che lei stessa le descrive come rappresentanti “inequivocabilmente un prestito” e quindi non lasciando dubbi su come il Tesoro abbia contabilizzato correttamente queste operazioni peculiari.

Rimane un’ultima richiesta che andrà prima o poi esaudita, meglio prima che poi. E che ci fa sollevare automaticamente una domanda condita di perplessità: ma perché il Tesoro rimane “avaro” di informazioni sui singoli contratti, tra l’altro richieste dall’opposizione grillina a gran voce (vedi video ultimi 10 minuti)?

Certo, non è detto che la trasparenza sia sempre ideale: in alcune occasioni è bene che un Governo mantenga riservati i suoi comportamenti. In questo caso non è così ed è ampiamente tempo che possa essere per sempre eliminato quel dubbio, che attanaglia i mercati da tempo, che chissà quale mistero circondi transazioni che, invece, il Tesoro ha avuto modo di argomentare in maniera convincente – nell’audizione e in passato – sono state perfettamente in sintonia con una gestione del rischio di un buon padre di famiglia.

Detto questo, sono due gli ordini di spiegazioni che dà il Direttore per l’assenza di pubblicità sui singoli dati.

Il primo, nel dibattito finale, è questo: “la richiesta dei singoli contratti è un po’ particolare perché ci sono delle sensibilità: un grado così granulare di disclosure (informazione, NdR) non lo dà nessuno perché potrebbe avere dei riflessi di farci perdere in termini competitivi rispetto al resto del mercato”.

Non è una motivazione molto chiara (che riflessi? che competitività?) ma soprattutto ci spiace smentire il Direttore del Debito sul fatto che nessun Paese fornisca tale informazione. Basterebbe andare sul sito della Banca centrale danese, che gestisce il debito della Danimarca, per vedere come da sempre questa non solo pubblica – nella sua Relazione Annuale – un capitolo interamente dedicato alla politica dei derivati ma anche fornisce, in apposite tabelle, le singole operazioni (di apertura e chiusura!) su ogni derivato avvenute in quell’anno (vedi tabella sotto), anche se mancano alcuni dettagli delle singole operazioni (nome controparte, tasso dell’operazione, ecc.).

http://www.nationalbanken.dk/en/publications/Documents/2014/02/DN_SLOG2013_uk.pdf

Certo non siamo a conoscenza di un Paese dell’area euro che sia trasparente come Danimarca (ed anche la Svezia) e ci aspetteremmo che BCE, Commissione europea ed Eurostat forzassero la mano a tutti i governi dell’euro per dare più sicurezza agli investitori nell’area della moneta comune. Ma, cominciando dall’Italia, l’esempio danese mostra come non vi sia motivo perché il Tesoro italiano non faccia altrettanto e perché i vertici del Ministero, che Maria Cannata ricorda “stanno valutando la richiesta… e (comunque) non vogliono nascondere nulla”, non siano completamente aperti e trasparenti al riguardo, come i danesi che hanno la trasparenza nel sangue e non percepiscono alcun costo da tale pubblicazione.

Certo, alla fine il Direttore del Debito aggiungerà, come motivo per non dare tali dati, questo: “se ci chiedete tutti i contratti dal ’90 ad oggi noi ci paralizziamo perché dobbiamo andare scavare nelle cantine a ripescare chissà che cosa”.

Ma, se mi permette il Direttore, ritengo proprio che la cantina vada aperta a tutti.

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Qualcuno chiede trasparenza sui derivati. Chapeau. Ora ascoltiamolo.

L’Ufficio Parlamentare del Bilancio, si legge sul suo stesso sito, “è un organismo indipendente che ha il compito di svolgere analisi e verifiche sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del governo e di valutare il rispetto delle regole di bilancio nazionali ed europee. L’organismo è stato costituito nell’aprile 2014 secondo quanto previsto dalla legge rinforzata sul principio del pareggio di bilancio in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. L’UPB contribuisce ad assicurare la trasparenza dei conti pubblici a servizio del Parlamento e de i cittadini.”

Lo aspettavamo, l’Ufficio, alla prova dei derivati del Tesoro, di cui questo blog si è occupato spesso, manifestando svariate volte l’esigenza di dare una svolta (un taglio è meglio dire) a pratiche sui derivati poco trasparenti che danneggiano il credito della Repubblica, destabilizzano il sistema Paese, rendono fragile la credibilità delle nostre istituzioni. Quanto leggete sotto è estratto dal documento uscito oggi sul sito dell’Ufficio e rende giustizia a questa nostra battaglia – quasi solitaria – in questi ultimi dieci anni, visto che chiede quelle riforme sui derivati del Tesoro che ogni Ministro succedutosi a Via XX Settembre, anno dopo anno, governo dopo governo (Renzi compreso), ha pensato bene di evitare. Chapeau dunque all’Ufficio ed al suo coraggio istituzionale.

http://www.parlamento.it/1152

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L’ampio utilizzo di strumenti finanziari derivati da parte delle Amministrazioni pubbliche, soprattutto nella seconda metà degli anni ’90 e nella prima parte dello scorso decennio, ha creato nel tempo incertezza in numerosi osservatori, scaturita essenzialmente dalle scarse informazioni e dall’insufficiente trasparenza delle operazioni stipulate, dai riflessi negativi che si sarebbero potuti (e si potrebbero) avere sui conti pubblici (soprattutto a causa della rischiosità dei contratti), dalla preoccupazione che tali operazioni fossero realizzate principalmente per migliorare temporaneamente i conti pubblici.

… Negli anni sono stati fatti passi avanti, ma non sono sufficienti. In particolare: per le operazioni in derivati stipulate in passato e ancora in essere le informazioni sono ancora incomplete, frammentarie o, per alcuni aspetti, inesistenti.

…Per i contratti stipulati ex-novo sarebbe opportuno fornire lo stesso set di informazioni. Sebbene l’attuale operatività in strumenti derivati sia divenuta limitata … il Dipartimento del Tesoro dovrebbe impegnarsi a rendere pubbliche con regolarità (ad esempio annuale) le informazioni…

… Allo stesso modo, sarebbe utile sapere se chi si occupa di gestire il debito pubblico, nelle scelte delle operazioni da fare, opera sulla base di una specifica strategia dettata dal vertice ed, ex-post, viene controllato l’effettivo perseguimento del risultato; oppure se agisce autonomamente e solo successivamente dà conto del proprio operato al Ministro. Sembrerebbe, dai siti web degli altri paesi europei, che molti di questi pubblicano la strategia da perseguire.

…Sarebbe interessante che il Dipartimento del Tesoro fornisse una ricostruzione storica degli obiettivi perseguiti con il ricorso agli strumenti derivati.

… La complessità di questi strumenti e la velocità con cui nuovi prodotti finanziari invadono i mercati, potrebbero inoltre essere giuste motivazioni per considerare un rafforzamento della Direzione del Ministero dell’Economia e delle finanze che opera in questo campo, prefigurando la possibilità di aumentare il personale specializzato in risk management che affianca coloro che effettivamente si occupano dell’esecuzione dell’operazione finanziaria e della gestione del debito pubblico, con il compito esclusivo di valutare e monitorare l’insieme dei rischi.”

Avremmo poco da aggiungere, e sperare solo che il Ministro Padoan si adegui e si impegni a realizzare tutte le richieste fatte dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio nel giro di qualche giorno.

Ma.

Ma resta una ultima curiosità, che deriva da alcuni dati che non avevo mai letto, pubblicati nella relazione dall’Ufficio in 2 tabelle. Dati Eurostat, quindi disponibili e non segreti.

La prima tabella (numerata come Tabella 3) mostra come l’Italia sia in assoluto il Paese che in euro ha l’esposizione di mercato negativa più alta dell’Unione europea, stabilizzatasi attorno a trenta miliardi di euro (sì avete capito bene, trenta miliardi, ma basta leggere la tabella) negli ultimi anni. Se l’Italia fosse obbligata dalle controparti bancarie a vendere tutte queste posizioni, il contribuente italiano dovrebbe pagare trenta miliardi di tasse o subire tagli ai servizi sociali di un analogo ammontare. E’ possibile e forse probabile che il Tesoro non sia obbligato a venderle, ma siccome è già avvenuto almeno una volta, NON sappiamo la vera entità dell’esposizione veramente a rischio, detto che comunque il numero fa impressione.

In percentuale di PIL, così da correggere per la dimensione dell’economia, solo la Grecia, sì la scandalosa Grecia che anche questo Governo pare non voler difendere “perché noi siamo diversi (…)”, ha una esposizione di una simile dimensione alla nostra (Tabella 4), attorno al 2% di PIL. La Svezia, che usa tantissimo i derivati con grande professionalità e trasparenza, è il Paese che ha il valore positivo più alto.Trenta miliardi sono un rischio tale da giustificare una riforma radicale come quella chiesta dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, non credete? E’ tempo di dare al Paese quello che si merita: la semplice, trasparente, verità.

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Dove sta il leader della spending review? Ad Anzola dell’Emilia. Il resto? Non pervenuto.

In parte tratto dal mio articolo sul Panorama di questa settimana.

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L’ha detto anche Obama, l’Europa ha bisogno di crescita ora, non dopo le riforme. L’Italia non fa eccezione. Se lasciare andare l’austerità sin da subito è quello che ci chiedono i nostri pragmatici amici d’oltre Atlantico, e visto che loro ci sono riusciti e che proprio grazie a ciò ne sono usciti (dalla crisi), dovremmo ascoltarli.

Rimangono le remore perché in Italia non possiamo, così dice il mantra, “fare più spesa pubblica”. E chi dice di farne di più? Chiunque mastichi non dico di economia ma di bilancio familiare sa che c’è una bella differenza tra lo spendere bene e lo spendere male. E dunque se solamente riuscissimo a sostituire spesa cattiva, identificandola prima e disincentivandola poi, con spesa buona, il Paese sarebbe a cavallo. E magicamente quando si sarà dimostrato che si sa fermare lo spreco non si potrà più dire che non si può spendere perché “non si sa spendere”.

Precondizione per tutto ciò, appunto, conoscere e gestire. Ma, nel nostro Paese, ancor prima: legiferare. E così, invece di concentrarsi sulla obbligatorietà del ricevere il dato in tempo reale sugli appalti o sulla spinta alla professionalizzazione delle stazioni appaltanti (tutte cose che si fanno senza bisogno del Parlamento) siamo qui in dolce attesa da mesi che si materializzino i famosi decreti che spingano il tavolo dei c.d. “aggregatori” (le grandi stazioni appaltanti) a riunirsi e coordinarsi.

Qualcosa in realtà si muove: dopo mesi di silenzio il 20 gennaio scorso sono usciti in Gazzetta Ufficiale i primi decreti necessari affinché si determini chi siederà al tavolo. Adesso dovranno passare i soliti tempi di legge per chi vuole partecipare per fare domanda: oltre alle regioni infatti dovranno entrare altri grandi aggregatori, come città metropolitane ecc. e più sei grande più chance avrai di esserci.

Altrove, qualcosa si muove di più e meglio: ed è presso il comune di Anzola dell’Emilia, i cui acquisti sono visibili on line e scaricabili in formato tale che i ricercatori li possano utilizzare senza costi ulteriori. Mi dice il mio amico Lucio Picci che ne mastica di queste cose:

nel suo piccolo è tra i migliori Comuni in Italia per pubblicazione di dati aperti (grazie in parte a una solerte funzionaria che ci crede). Basta che guardi una riga a caso.

“Come vedi, c’è praticamente tutto: impresa, funzionario responsabile, ecc. Potrebbe poi esserci altro, in primis, maggiori informazioni su quel che è stato acquistato. Manca una descrizione del prodotto/servizio, secondo un’”ontologia” che si dovrebbe realizzare. Manca inoltre un’eventuale georeferenziazione. A quel punto, inter alia, si potrebbero applicare i metodi (alquanto imperfetti) per scoprire comportamenti collusivi da parte delle imprese. Ovviamente, conoscendo l’insieme dei contratti di ciascuna impresa, e non solo quelli di Anzola.”

Ovviamente. Ma questo Governo, esattamente come i precedenti, è per caso interessato, oltre a fare i tavoli degli aggregatori che metteranno in grande difficoltà le piccole imprese, a scoprire i cartelli e gli sprechi che spesso favoriscono le grandi imprese, tramite l’investimento massiccio nella raccolta, gestione e disponibilità dei dati? E’ disposto il nostro Governo a fare quanto fa il comune di Anzola? O il suo immobilismo totale in materia è da legare ad un totale disinteresse alla spending vera, decisiva per far ripartire il Paese?

Diteglielo voi ad Obama. Intanto le crisi rimane.

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Lo 0,6 politico e quella politica economica italiana fallimentare

E così parlò la Commissione europea. Raccontandoci di come andrà l’economia italiana nel 2015.

http://ec.europa.eu/economy_finance/eu/forecasts/2015_winter_forecast_en.htm

Toh, sorpresa, crescerà allo 0,6%. Un triplo mistero.

Mistero perché è lo stesso esatto numero previsto dalla stessa Commissione in Novembre quando fece l’ultimo aggiornamento delle stime, malgrado i non minuscoli cambiamenti in positivo avvenuti da allora per l’economia europea.

Mistero perché è, di nuovo, lo stesso esatto numero previsto dal Governo nei suoi documenti ufficiali di finanza pubblica per la crescita 2015.

Mistero perché cozza contro le fanfare di ufficiose revisioni al rialzo delle stime di crescita previste dalla Banca d’Italia pochi giorni dopo l’uscita del suo Bollettino Economico di gennaio e, in maniera più ambigua, da altri centri studi. Fanfare riprese in maniera convinta da esponenti governativi. Il mantra? “Siamo fuori dalla recessione, state sereni”.

Può darsi, ma la Commissione sembra dire ben altro: che malgrado tutti i fattori positivi intervenuti da novembre ad oggi (e sono tanti: prezzo del petrolio in calo, tasso di cambio che si deprezza, spread in (leggera) chiusura (seppure solo nominalmente e non in valore reale, cioè tenendo conto dell’inflazione)) l’Italia non cresce di più, ma stagna. Con una disoccupazione 2015 che cresce, rispetto a novembre, dalle stime di 12,6% a 12,8%. E’ un vero peccato, se la Commissione avesse effettuato una stima “seria” almeno questa volta, che istituti di ricerca nazionali prestigiosi e che dovrebbero essere indipendenti si prestino a fare da coro asservito agli slogan di Governo: ne perdono di credibilità. La verità vera rimane quella di un’economia che al primo fruscio di vento rischia di andare a rotoli (vedi recessione) per il quarto anno consecutivo: tensioni con la Russia, con la Grecia e rischio di downgrading da parte di agenzie di rating sono veramente rischi concreti con probabilità non irrilevante.

Messa a nudo la propaganda, resta l’altro mistero: perché quel numero non si schioda? Due le spiegazioni, complementari e non alternative.

Primo, basta leggere il dettaglio dei dati della Commissione per capire le ragioni di una performance che non si smuove da quella minimale prevista in novembre, malgrado un contesto per ora più favorevole: gli investimenti privati sono scesi nelle stime da una aspettativa di crescita del +1,4% di novembre ad una del +1%. Ovviamente, come sempre si fa quando si vuole dare qualche finta speranza, gli investimenti 2016 (quelli che occupano i pensieri di maghi e stregoni) sono previsti crescere sempre più: dal 3,1% al 4,1%. La verità vera, espressione assurda, è semplice: le imprese rimangono pessimiste sul futuro e non scommettono i loro soldi, trattenendo liquidità. E lo fanno per una ragione molto ovvia: una assenza di domanda interna malgrado la crescita forte dell’export, una mancanza di ossigeno che è presto spiegata dalla revisione dell’andamento dei consumi pubblici (stipendi ed appalti pubblici), che dal previsto -0,3% passano al -0,5%. Tagli di spesa buoni? Macché, ovviamente pessimi, a casaccio, vista la totale latitanza della spending review dall’agenda di Governo. Tagli che distruggono PIL ed occupazione e bloccano la manina privata degli investimenti.

Altra storia in Spagna, dove la crescita è stata rivista al rialzo addirittura dall’1,7% di novembre al 2,3%: con un deficit che rimane attorno al 4,5%, e con una spesa per consumi pubblici in salita è ben più facile sostenere l’economia! Ma questa intelligenza di politica economica pare mancare al nostro Governo che si contenta di dire che abbiamo negoziato con successo in Europa. Un successo che tutti i numeri della Commissione su quello che conta davvero per la gente, PIL ed occupazione, mostrano renitenti all’appello.

Rimane poi la seconda spiegazione, quella dello “0,6 politico”, più assurda ma non da escludere: che oggi la nostre economia viaggi veramente al misero 0,6 grazie all’economia europea sospinta dal tasso di cambio e che in realtà a novembre, quando la Commissione tirò fuori lo stesso dato in un’economia senza sostegno forte della politica monetaria, si sovrastimò abbondantemente la crescita italiana per non mettere in difficoltà il nostro Governo che aveva da poco fatto uscire il suo +0,6% (guarda un po’, lo stesso numero) di PIL per calcolare il valore dei saldi di finanza pubblica.

Come la giri la giri, c’è una professione in grave crisi ed in cerca di credibilità: quella dei previsori economici, ormai schiavi della politica e della sua esigenza di nascondere sotto il tappeto le prove evidenti della sua mediocrità progettuale e programmatica.

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The Greek Mouse and the German Elephant

I apologize to my foreign readers for being so lazy in this period. But I have a good excuse. For the first time since the beginning of this blog in 2011 facts are moving faster than ideas, anti-austerity policy-makers than anti-austerity economists, optimism than pessimism. For a Cassandra like me, it is time to step aside and watch European History in the making.

It is quite a show, let me tell you, this Euro-Greek affair. A show that is capturing not just the interest of bystanders like me, but is stimulating the intervention of relevant geopolitical actors, like President Obama. Who, sensing with great flair the critical juncture, could not resist pushing Europe to adopt a new strategy:

“you cannot keep on squeezing countries that are in the midst of a depression. At some point  there should be a growth strategy so that these countries pay-off their debt and eliminate some of their deficit … there is no doubt that Greece … in order to compete … had to initiate a series of changes ….but  it is very hard to initiate changes if people’s standards of living are dropping by 25%… over time eventually the political system and society can’t sustain it. My hope is that Greece can remain in the euro zone … this will require compromise on all sides. I think there is a recognition on the part of Germany and others that it would be better for Greece to remain inside rather than outside…. But more broadly I am concerned about growth in Europe”.

http://www.keeptalkinggreece.com/2015/02/01/obama-on-greece-you-cannot-keep-on-squeezing-countries-in-recession-video/

Behind words, Obama fears the embrace of non-euro Greece with Russia and its geopolitical implications in the Mediterranean area in a very delicate international situation there. He is also obviously concerned with the economic performance of the Old Continent, damaging for US exporting firms. Whatever the reason, the new strategy he calls for is not so much growth, but a pre-condition to it in the European setting: compromise.

The European political and economic history is filled over the past centuries with experiments to end the deep engrained cultural separation between the focus on stability first – in the Northern German-led core – and growth first – in the Mediterranean France-led core. While the two have to come together, have to reinforce each other, the history of Europe is one where parties have divided in an uncompromising way over where (who) to start first.

So many European exchange rate agreements – mostly of a fixed or semi-fixed nature – have collapsed, either over time or following a sudden crisis, for the stubborn resistance of the North to enlarge credit in difficult moments to weaker countries and of the South to adopt restraint in the easier moments when economies were enjoying fast growth typically driven by spurs of innovation or greater global trade.

Monetary Union was, we might say, the last – desperately hopeful – attempt to end this constant historical pattern of failed cooperation. Its creation made  exchange rates “semantically” irreversible by claiming simply that it was so (by the way, the heart of the Greek crisis is all in this: its exit from the euro would destroy forever that semantic, showing that the remaining countries are bound not by a common currency but by the n-th fixed exchange agreement of their history, prey to the thirst of speculative attacks by profit-making driven markets).

Was Monetary Union a good idea? Oh absolutely yes for the purpose of solving the issue of exchange rate stability with which Europe has struggled for centuries. In a time where everybody seems to say that the construction was ill-fated, destined to destruction, I dare to say that it has shown, in the face of the greatest – unexpected – economic crisis of the past 80 years, the capacity to help European countries to stay together even in the face of the hardest temptation to quit the boat and proceed in solitude. No other exchange rate agreement would have been able to sustain such a shock and we would have seen the German mark appreciating immediately and strongly against the Lira and the French Franc (not to mention the Greek dracma). Its best success, invisible to most people, is shown by the events unfolding in Switzerland in the past few weeks: a country culturally similar to Germany, in love with price-stability and for a few years locked in to the euro, decided to abandon the European currency  and let its Franc appreciate against it. The recent aggressive European Central Bank stance to fight deflation via monetary expansion was too much for the Swiss citizens, as they feared importing inflation. A similar attitude could have easily been the one adopted by Germany only a few years ago, and the fact that the Germans have accepted instead (with minor concocted noise from the Bundesbank, the German central bank) to go along  and play the euro dance is the best sign of the cultural change passing through the DNA of German society, readier than before to abandon a bit its fixation on stability first.

Clearly it is not enough. Clearly the depth of the crisis of some Mediterranean countries shows that the institutions that have been forged in the euro area are not capable of making the system, in the words of Obama, sustainable. Clearly societies have to find in their own interest to participate to a party, otherwise they don’t show up and this is what Greece is pondering right now. Should I stay or should I go. It is remarkable that even in the face of such social disruption Greece is still debating the question, is still strongly determined to try to remain in the euro area.

But the compromise must go on, at a faster speed. If Germany has agreed to enter into a monetary union of unequal, just like in the United States where Mississippi and Alabama sit side by side with California and Massachusetts, to replicate its success it must push its cultural stance one step closer to the Greek one. Explicit transfers from the rich states to the poor states like in the USA are too fast an acceleration: but debt restructuring and ending austerity – the requests of the Greek government – are not. Solidarity is the price that Germany has to pay to obtain stability. Not a bad deal, but a deal that requires, indeed, compromise.

Obviously Greece is currently the Ambassador of Mediterranean countries, and its Prime Minister’s successful trip across Southern European countries seems to say only one thing: that Greece has become the leader of the Southern coalition. The mouse will visit the elephant in its quarters in the next few days and it is not clear at all who the winner will be. But it must be obvious that if a sole winner will emerge we will soon deal with the usual bitter taste of European defeat. But history can still surprise us: possibly the Greek mouse will wake up the German elephant and make it move forward in a joint adventure across the world.

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Ecco come saprete che il Fiscal Compact è morto per davvero

Circola nel mondo l’idea che ormai “il Fiscal Compact” sia morto, che tutto – in tal ambito, ovvero nel campo della politica fiscale a sostegno dell’economia – sia stato risolto.

Pfui. Leggere per credere il Bollettino economico della Banca d’Italia che con una bella tabellina illustra il “nuovo” paradigma emerso dalla comunicazione n. 12 del 13 gennaio scorso della Commissione europea (ma tu dimmi se la vita delle persone debba essere determinata dalle comunicazioni numero 12/2015 di organismi eminentemente tecnici, democrazia democrazia dove sei tu ….).

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bollettino-economico/2015-1/boleco_1_2015.pdf

Dove emerge che un Paese con debito alto, in tempi molto cattivi o cattivi (very bad oppure bad), deve fare manovre fiscali discrezionali restrittive e non espansive. Le cose vanno male? Aumentiamo le tasse o riduciamo gli investimenti pubblici.

Certo poi ci sono i paesi in condizioni “eccezionalmente negative” che prevedono, almeno quelli, non un aiuto ma una tregua dall’austerità. Come dire ad un malato gravissimo: la medicina non te la do, ma il letto non te lo metto fuori in giardino così stanotte non dormi all’addiaccio. Bella consolazione.

Oh, nota al margine: ma come mai l’Italia, che è da tre anni in recessione, non si qualifica come paese in condizioni eccezionalmente negative ed è invece obbligata a dormire all’addiaccio e fare una manovra di 0,25% del PIL come se fosse un paese in condizioni “molto cattive”? Boh. Non è dato sapere il perché del masochismo europeo che ci porterà a un record di quarto anno consecutivo di recessione anche perché non somministra la medicina giusta.

Ma qual è la medicina giusta?

E chi lo sa. Ma visto che qui si gioca col pallottoliere, mi sia consentito dirvi quando Gustavo Piga sarà disposto a dire che il Fiscal Compact è effettivamente morto. Quando il Parlamento europeo democraticamente eletto, e non la Commissione, farà approvare una tabella di questo tipo:

E già. Un letto caldo per il paziente sì, ma non basta: ci vorrà una cura da cavallo di antibiotici per debellare il virus della recessione. Ci vorranno, per tutti quei Paesi in difficoltà, che si autorizzino i Governi, anche quelli con debiti pubblici alti (in fondo sono alti per l’ottusa austerità), a diminuire le aliquote fiscali ed avviare un programma eccezionale di investimenti pubblici.

Solo quel giorno potrete sentirmi dire che il Fiscal Compact è stato effettivamente sospeso. E che l’Europa può tornare a sperare ed anche ad avviare le necessarie riforme che in recessione non funzionano mai.

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Il franco svizzero e la silenziosa rivoluzione dell’euro

Quanta cultura dietro le scelte economiche, quanto l’economia è schiava della storia e delle culture di riferimento. E’ affascinante .

E spesso incomprensibile.

Tanto incomprensibile che gli anonimi mercati – poverini, mezzi sconvolti – ancora stanno cercando di raccapezzarsi per capire cosa sia saltato in testa ai leader elvetici di decidersi ad abbandonare l’aggancio del franco svizzero con l’euro. Una follia parrebbe, visto che l’apprezzamento immediato della valuta d’Oltralpe condanna i venditori di orologi locali e gli alberghi delle stazioni invernali a tempi durissimi e ad esprimere subito il loro dissenso con la decisione delle loro autorità.

Eppure …

Eppure la Svizzera è nel suo DNA molto tedesca, e l’inflazione è un mostro da combattere: da tempo la Svizzera è in semi-deflazione e non ne fa un grande dramma, felice di sentirsi il Paese della stabilità dei prezzi. Talmente stabile che aveva deciso di ancorarsi ad una valuta di riferimento che all’epoca appariva stabile e forte, come l’euro.

L’annuncio della Corte di Giustizia europea che la BCE potrà procedere col tentativo di rinvigorire la sua domanda interna con operazioni di mercato aperto aggressive di quantitative easing è stata con tutta probabilità la goccia che ha fatto traboccare il vaso dei decisori svizzeri. Mettetevi nei loro panni in questi ultimi mesi: costantemente lì a comprare euro e vendere franchi pur di mantenere costante il rapporto di cambio con l’euro, a fronte di una crescente domanda da parte del resto del mondo di una valuta-rifugio (che non fosse solo il dollaro) davanti alle incertezze crescenti europee. A un certo punto si saranno detti che continuare così di fronte alle mosse di politica monetaria espansiva della BCE avrebbe significato cominciare ad importare la possibile futura inflazione europea e si sono chiamati fuori, da ciò terrorizzati (anche a costo di subire altri danni di tipo economico, appunto).

La cultura la spunta sull’economia? Forse, ma in realtà la verità è che l’economia di un Paese è figlia della sua cultura. E dunque anche che le strutture economiche si cambiano lentamente, soltanto con cambiamenti culturali.

Quei cambiamenti culturali che lentissimamente stanno prendendo piede in Europa, quell’Europa che solo 70 anni fa era in piena guerra al suo interno, guerra di predominio culturale e infine economico.

Prendiamo dunque il buono di quanto appare da questa lezione svizzera: i tedeschi, con la loro cultura così vicina a quella degli elvetici, non seguono la Svizzera ma rimangono ancorati all’euro, anzi ne condividono le scelte di espansione monetaria anche se il boccone da ingoiare è notevole e probabilmente spaventoso per loro, come lo è per gli svizzeri. E’ un piccolo sacrificio, quello tedesco, o così appare a noi italiani: ma è probabilmente qualcosa di molto di più in un’ottica storica. Un avvicinamento non da poco quello di non avere detto no alla mossa di Draghi, quello di aver consentito che via tasso di cambio si aiutino le esportazioni europee in un momento di grave difficoltà economica dell’area euro del Sud e che si tenti la carta della maggiore inflazione.

Altri passi dovranno venire, perché la salvezza nell’area euro all’interno di un mondo globalizzato può venire solo dalla domanda interna e dunque dalla rottamazione del Fiscal Compact. Intanto però assaporiamola, questa sensazione che qualcosa va cambiando, lentissimamente, nel progetto dell’euro che rimane un grandioso e rischioso tentativo di avvicinamento culturale all’interno dell’Europa, una scommessa che si accompagna alla dabbenaggine di non avere capito che senza solidarietà in tutti i campi, a partire da quello fiscale, nulla si può costruire sui meri, seppur significativi, simboli cartacei.

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Giustizia e austerità: la tragedia greca non deve essere tale

Pubblicato su Formiche oggi:

http://www.formiche.net/2015/01/07/che-cosa-penso-delle-idee-tsipras-sul-debito-greco/

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Le dichiarazioni di Tsipras e le richieste all’Europa di Syriza nel caso divenisse partito di maggioranza in Grecia, riprese oggi dal Corriere, trovano il loro fondamento etico nell’ultima frase del loro leader: “la Grecia è la patria di Sofocle, il quale ci ha insegnato, con Antigone, che talvolta la suprema legge è la giustizia”. Non la legge fallimentare, né quella amministrativa, no: la giustizia.

Il riferimento ad Antigone aiuta a sufficienza ad inquadrare questa nuova tragedia greca, quella di questi anni, vissuta nell’apparente inconciliabile contraddizione tra leggi umane (il riferimento ovvio è ai Trattati e regolamenti europei) e leggi divine. Ma quali sono le leggi divine odierne a cui si riferisce Tsipras richiamando il concetto di “giustizia”? Qual è il concetto di giustizia rilevante per comprendere questa tragedia, le sue implicazioni e la sua potenziale risoluzione?

Sarebbe utile forse farlo risalire, in un’ottica cristiana alle parole di Papa Francesco, ad un senso di giustizia incondizionata: “la misura della grandezza di una società si trova nel modo in cui questa tratta I più bisognosi”, così affermò di recente il Pontefice. Se la società d’interesse è quella “europea”, allora non c’è dubbio che tutti i dati ci dicono che oggi è la Grecia l’anello debole della costruzione continentale. Debole, attenzione,  non per la sua fragilità finanziaria ma per l’emergenza economica che deve fronteggiare da tempo una fascia non esigua della popolazione: in tal senso non credo sia sfuggita a molti l’espressione usata da Tsipras nel testo – “porre fine alla crisi umanitaria”- giro di parole che in Italia ed in Germania nemmeno un politico populista si sentirebbe in diritto di utilizzare in alcun caso per descrivere i nostri problemi interni, ma che in Grecia è ormai entrata credibilmente nel lessico politico.

Non c’è bisogno tuttavia di scomodare la religione per comprendere un concetto di giustizia basilare, come quello menzionato dal Papa; basterà ricordare il pensiero del filosofo  Rawls che riteneva giusta quella società che mira a migliorare prima di tutto le posizioni relative dei gruppi più svantaggiati.

E’ un’argomentazione, quella della giustizia senza se e senza ma per gli svantaggiati, difficile da far passare in Germania, dove si tende a richiedere ai greci sforzi per pagare la colpa originaria di cui si sono macchiati mal contabilizzando dentro i loro conti pubblici svariate transazioni, finanziarie e non, e così facendo esplodere la questione della sostenibilità del loro debito. A poco varrebbe con i tedeschi argomentare che i loro leader erano al corrente (al momento della loro ideazione) di queste transazioni e che alcune di queste transazioni improprie erano state strutturate con imprese (i sommergibili) o banche (i derivati) tedesche.

Un concetto di (in)giustizia più intuitivo anche per i tedeschi potrebbe riguardare quello che caratterizza gli sforzi fatti dai greci in questi anni per riparare alle “loro colpe” (?) tramite l’austerità, le riforme ed il ripagamento del debito alle condizioni previste dagli accordi con la Troika.  In questo caso il concetto più appropriato di giustizia non è ex-ante, ma diventa ex-post: ovverosia quello che tiene conto del fatto che, successivamente alla formalizzazione di accordi i cui termini si basavano  sulla esistenza nel tempo a venire di un certo scenario di contesto, il contesto si è modificato a tal punto da rendere ingiusto richiedere ad una delle controparti il rispetto di quanto previsto dall’accordo originario. Tema d’altronde previsto nel memorandum del Fondo Monetario Internazionale del 2013 sul quarto riesame della situazione greca (http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13241.pdf) dove al punto 55 ci si preoccupa del fatto che la Grecia rimaneva esposta ad incidenti di percorso (“accident-prone”) per un periodo comunque lungo e che a fronte di tali incidenti l’Europa avrebbe dovuto garantire maggiori aiuti per non far perdere al Paese la capacità di sostenere le dure riforme a cui andava incontro.

Due incidenti significativi ed imprevisti sono avvenuti in questi anni che val la pena menzionare: 1) la deflazione è stata decisamente maggiore di quanto previsto al momento della sottoscrizione dei prestiti e dunque i tassi reali pagabili dal Governo greco stanno arricchendo in maniera imprevista (in termini di giustizia distributiva dovremmo dire “più del dovuto”) le istituzioni che hanno prestato alla Grecia e 2) le riforme effettuate dalla Grecia assieme all’austerità non hanno generato quella ripresa che era stata “garantita” dai creditori al momento dell’erogazione dei prestiti.

Questi due imprevisti spingono Tsipras a sentirsi nel giusto nel richiedere una ristrutturazione del debito. Particolarmente felice (e giusta!) sembra la scelta di proporre in tal senso non tanto un default, quanto una ristrutturazione del debito volta a modificare il profilo delle cedola da rimborsare ai creditori da tasso fisso ad un tasso variabile legato all’andamento dell’economia greca. “Siccome voi “non greci” ci dite che se facciamo le riforme la crescita tornerà, e siamo – dopo ben 5 anni di fallimenti delle ricette della Troika – stufi (“giustamente!”, dico io) di credervi, facciamo una bella cosa: i nostri titoli di debito, oggi a reddito fisso come i vostri BTP, i cui pagamenti entrano nelle casse dei vostri Stati e non dei mercati (perché il debito greco è tutto detenuto dai governi, e dunque da noi contribuenti europei, e non più dai mercati, NdR), li ristrutturiamo e li condizioniamo all’andamento del nostro PIL.”

Mossa giusta direi. Perché se le cose andranno da ora in poi bene con le riforme, come dicono da sempre gli europei, i greci ripagheranno il loro debito in toto. Se le cose continueranno invece a non andar bene malgrado le riforme, confermando l’errore nei suggerimenti della Troika, non lo ripagheranno così riuscendo perlomeno a sopravvivere, non morendo di austerità e finanziando la domanda interna (ormai sparita) con meno tasse e più investimenti pubblici, grazie alla minore spesa per interessi.

Quando Tsipras afferma che “non vogliamo il crollo, ma la salvezza dell’euro”, finisco per credergli, perché non può esistere Europa senza un ideale di giustizia che travalichi i Trattati, come quello di Maastricht, e gli accordi, come quello del Fiscal Compact, se questi travalicano il senso della Giustizia. La contraddizione insanabile che condannò Antigone è evitabile, basta volerlo.