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Perché l’Europa non vuole combattere la disoccupazione pur sapendo come fare?

La semantica del Draghi americano, con la Buba a distanza di sicurezza grazie alle onde dell’Atlantico, è stata assai nuova e diversa. E questo non tanto per l’assenso ad una minore austerità da tutti fatta notare, quanto per l’avversione alle più rilevanti e pericolose conseguenze dell’austerità: disoccupazione ed emarginazione. Atteggiamento nuovo, da accogliere favorevolmente, specie per un rappresentante di una istituzione, la BCE, che per motivi misteriosi non deve per mandato preoccuparsi dell’occupazione, come invece la Fed, concentrandosi solo sull’inflazione.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html

L’enfasi sulla “tragedia con effetti duraturi” della disoccupazione, la comprensione – senza richiami alla sacralità dell’indipendenza del banchiere centrale – per quelle “pressioni politiche” che crescono quando la disoccupazione cresce, il richiamo finale al fatto che la minaccia vera alla “coesione di lungo termine dell’area euro” deriva dalla possibilità di non raggiungere alti livelli di occupazione ovunque nell’Unione.

Tutto giusto. Eppure.

Eppure del discorso di Draghi porterò a casa soprattutto due conclusioni, legate tra di loro indissolubilmente: la pochezza delle soluzioni da lui proposte per uscire dalla crisi e l’assoluta contraddittorietà della sua analisi rispetto ai dati da lui stesso generosamente forniti.

Il che porta in ultima analisi a chiedersi perché Draghi, e soprattutto con lui l’Europa che “decide”, voltino il loro sguardo altrove per non porre fine a questa assolutamente assurda recessione europea. E la risposta che mi do è semplice e devastante ed in piena contraddizione con l’apparente nuova benevolenza di Francoforte sul tema: questa Europa, l’Europa che decide intendo, non è interessata a combattere la disoccupazione. Il perché sarà presto detto, di nuovo grazie ai dati forniti da Draghi stesso.

*

Come suggerisce Draghi di porre fine a questa mattanza europea? Oltre che grazie alle solite riforme, l’enfasi dei giornali si è concentrata su quella che Draghi ha chiamato “la spinta (boost) alla domanda aggregata”.

Peccato che quelli di Draghi siano 4 strumenti pressoché inutili per uscire da questa crisi: 1) ulteriori margini di flessibilità, cioè meno austerità ma sempre austerità, inutile per generare meno disoccupazione ed emarginazione là dove questa cresce; 2) il Piano Juncker di 300 miliardi investimenti pubblici nell’Unione europea in 3 anni, 0,75% di PIL dell’area, utile per rallentare il declino, non per arrestarlo; 3) un passaggio al finanziamento con maggiori tasse di una riduzione del cuneo fiscale, su cui commenterò più avanti e 4)  “una discussione sulla posizione fiscale complessiva dell’area euro”, che parrebbe essere l’ennesimo richiamo ad avviare una lenta cessione di poteri fiscali (tassazione e spesa) ad un governo europeo. Lenta, appunto, e dunque capace solo di distrarci dal lavoro odierno.

Le soluzioni di oggi di Draghi sono errate, ancorché più benevolenti di ieri, perché tradiscono una voglia di non guardare in faccia alla realtà. Chi lo dice? Credeteci o no è Draghi stesso, che con la sua analisi smonta una per una la rilevanza delle sue stesse proposte. Ed è di nuovo Draghi, con un contorsionismo affascinante, a rifiutarsi di prendere atto delle logiche conclusioni a cui i suoi dati e le sue affermazioni inevitabilmente conducono per mano il lettore sbigottito.  Le chiameremo le quattro negazioni di Draghi, che crede siano fantasmi irreali i quattro convitati di pietra di questa mancata ripresa.

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La prima negazione: il fantasma del Fiscal Compact, che conta eccome.

Il grafico che Draghi propone all’inizio del suo discorso mostra l’andamento della disoccupazione dal 2008 negli Stati Uniti e nell’area euro. Notate due cose: l’andamento simile fino ad un certo punto e poi il brusco separarsi delle curve, con la disoccupazione statunitense che crolla e quella europea che schizza verso l’alto. E quando avviene questa divergenza? Toh, guarda caso, a primavera del 2011, quando viene annunciato in Europa dal Consiglio europeo (la data esatta è il 15 marzo 2011) l’accordo trovato sul Fiscal Compact. Casuale mi direte? Forse. Ma forse no. Perché se credete, come il Premio Nobel Sims, che le decisioni di imprese e famiglie dipendono dagli annunci politici e dal quadro istituzionale a riguardo della futura austerità, beh, ci vuole poco a capire che imprese e famiglie abbiano cominciato a percepire proprio allora un clima avverso al sostegno nei loro confronti in caso di avversità. Ed abbiano rinunciato a spendere. Ad investire.Ma Draghi non fa mai cenno a questo evidente correlazione. Ne cita invece un’altra per spiegare la crescita della disoccupazione.

La seconda negazione: il fantasma dello spread, che non è causa ma effetto della crisi

Beh, ognuno sceglie le sue correlazioni. Io la mia ve l’ho fatta vedere, Draghi la sua la fa vedere subito dopo. Con questo strano grafico qui, che mostra come i paesi che hanno avuto un crollo occupazionale nell’area euro (Spagna, Grecia, Portogallo Irlanda e Italia) sono gli stessi che hanno subito una crisi di fiducia nei mercati dei titoli di Stato (vedasi negli spread).

Le correlazioni possono spesso essere lette in due direzioni: Draghi pare scegliere la sua, spiegando la disoccupazione con la crisi di fiducia dei mercati (con quali canali? forse pensando che là dove gli spread salgono crolla il credito all’investimento). Il che porta poi Draghi a spiegare, lo vedremo meglio dopo, come la sola soluzione possibile per combattere la disoccupazione fosse quella di rassicurare i mercati, con un’austerità accelerata. Peccato che alla fine del suo discorso, come già dicevo prima, sostenga proprio il contrario: che è dalla disoccupazione alta che provenga la più seria minaccia alla sopravvivenza dell’area euro, il che farebbe pensare che il suo grafico non faccia altro che confermare come mercati preoccupati della mancanza di crescita e occupazione fossero quelli considerati più a rischio di uscita dall’euro e dunque colpiti da spread maggiore. Il bell’articolo di Boitani e Landi oggi sul Fatto Quotidiano illustra bene come gli spread sono scesi di più là dove l’austerità è stata minore!

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/23/austerity-piccoli-effetti-indesiderati/1095488/

Se così fosse, allora è evidente che si sarebbe dovuto fare il contrario di quel che si fece, espansione invece di austerità, via minori tasse, maggiori investimenti pubblici e maggiori deficit. La crescita avrebbe poi aiutato a ridurre il rapporto debito PIL di ognuno dei paesi, al contrario di quanto non abbia fatto con l’austerità.

La terza negazione: il fantasma degli stipendi pubblici e della spesa corrente, che contano eccome

Draghi testualmente ammette che dalla prima fase della crisi se ne uscì, in tutta l’area dell’euro, creando occupazione via “pubblica amministrazione, istruzione, sanità”, ammortizzando lo shock. Ma, secondo Draghi, dal 2011 in poi ci si fermò dal fare questo per “le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito”, avviando la “necessaria austerità per ridare fiducia ai mercati, creando una … riduzione verso il basso delle assunzioni nel settore pubblico che si è aggiunta alla già avanzata contrazione dell’occupazione in altri settori”. Così è stato per l’Italia. Ricordo che la spesa nominale per stipendi della pubblica amministrazione è calata dal 2010 al 2014  da 172 a 163 miliardi, del 5%, circa, in termini reali dunque del 12%. Il Ragioniere Generale dello stato ed il DEF di Padoan prevedono che la spesa nominale per stipendi si arresti a 163 miliardi da qui al 2018, con un calo reale ulteriore per qualsiasi livello di inflazione positiva.

Se ne deduce che per arrestare questa crisi non è il cuneo fiscale a cui volgere l’attenzione, né tanto i piani di Juncker, quanto la ripresa dell’occupazione nel settore pubblico. Lo dice lo stesso Draghi. Leggere più avanti per credere.

La quarta negazione: il fantasma dell’istruzione, che non può esistere senza fondi pubblici

Oltre a riprendere la domanda aggregata (ma abbiamo visto, con soluzioni proposte irrilevanti) ci vogliono, secondo Draghi, “le riforme”. E anche qui il Presidente della BCE si è spinto un po’ più in là dei suoi grigi colleghi, italiani ed europei, che invocano riforme senza sapere quali.  

Mario Draghi al termine del suo discorso ha infatti ricordato senza se e senza ma quale sia la vera riforma necessaria per riprendere il cammino di lungo termine: “il livello insufficiente delle competenze aumenterà il tasso di disoccupazione naturale facendo crescere il numero di lavoratori che scompariranno dalla “zona di competitività” e divenendo non più occupabili. Aumentare le competenze è chiaramente prima di tutto e soprattutto una questione di istruzione, dove vi è molto che può essere ancora fatto.”

Esatto. E siccome l’istruzione in Europa è prevalentemente pubblica, la riforma principale per Draghi passa per … più spesa pubblica per scuole ed università, per maestri, professori, attrezzature, ricerca. Tutto quello che la sua austerità, più o meno flessibile, impedisce.

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Rimane l’ultima domanda.

Perché allora non si è voluto e non si vuole cessare la stupida austerità? Perché Draghi, capendone le cause e gli effetti, fa finta di non vedere e propone l’esatto opposto di quanto la sua stessa analisi suggerisce? Perché l’Europa che “comanda”, ancor più di Draghi, fa finta di non vedere, visto che poi è a lei che spetta di combatterla istituzionalmente prima ancora che alla BCE?

Ho una sola risposta. E di nuovo, non dovrebbe stupirvi, me la fornisce l’analisi di Mario Draghi con quello che è certamente il grafico più drammatico di questa crisi. Ovvero quello che indica chi ha perso più occupazione di tutti da questa crisi, in funzione del proprio titolo di studio. Guardatelo bene: sono i rossi, non i blu. I rossi sono i lavoratori con scarsa istruzione, i più deboli e presumibilmente i più poveri dunque. I blu sono quelli con maggiore istruzione, i più protetti ed i più ricchi dunque.

Questa crisi non ha colpito che di striscio i benestanti, la cui occupazione ha continuato a marciare, ha colpito i meno abbienti. Questa crisi ha acuito la disuguaglianza sociale in Europa.

La colpa? La crescente assenza di rappresentanza nei processi decisionali europei. E’ ovvio che se sono i tecnocrati a dettare le regole del gioco della politica, nei loro salotti ovattati di Bruxelles o Francoforte, nelle riunioni protette con cena a seguire del Consiglio europeo o dell’Ecofin, lontani dai rumori delle pernacchie e delle trombette con cui fino a pochi anni fa i lavoratori più disagiati si difendevano sotto le mura dei tanti Ministeri nazionali, è ovvio che l’esito delle politiche non potrà essere che questo.

La soluzione? Riprendersi l’Europa con strumenti democratici, come il referendum o il sostegno a forze politiche che vogliano l’Europa ma non questa Europa. In attesa che i salotti buoni lo capiscano, noi andiamo avanti, venite a firmare il referendum anti austerità c’è tempo fino a fine settembre. www.referendumstopausterita.it

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The day that Europe collapsed, the Fiscal Compact was born

Take two unrelated events, one in Lindau, Germany, the other in Jackson Hole, United States, taking place in the same days.

You have the chance to listen to a Nobel Prize winner and the Chairman of a key Central Bank.

The former, Chris Sims, argues that when deflation-risk arises and monetary policy is powerless because interest rates are alredy minimal at the zero bound, deflation and recession materialize in those countries where fiscal policy also is perceived by consumers and firms never to be able to generate for extended periods deficits and debt, supporting internal demand.

Europe fits perfectly this description: an area where the Fiscal Compact – Europe’s constitutional rule against debt accumulation – forbids deficits to mount, even in a recession, does not allow optimistic beliefs for the future to arise. Investment and consumption are postponed, a recession arises, reinforcing deflation.

The Fiscal Compact was formally announced to markets, consumers and frms on March 15, 2011.

http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/ecofin/119888.pdf

Now, look at the following slide put forward by Mario Draghi, European Central Bank President, at the Federal Reserve of Kansas meeting in Jackson Hole. It shows euro area and US unemplyment dynamics since the Lehman crisis.

What do you notice?

Yes, you got it. As Mario Draghi himself remarked, unemployment followed similar dynamics in both areas in the first years after the crisis, decoupling afterwards, with US unemployment collapsing and the euro area’s one rising.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html

And guess when the decoupling started? Yes, you got it, exactly when the Fiscal Compact was announced. In that same period, that is, when private sector actors in Europe lost the hope that internal demand would be sustained in the years to come by, what Prof. Sims aptly called, ”the kind of fiscal expansionary commitment” that was and is still needed to end the recession and the deflation simultaneously in Europe.

Frankly speaking, why would you want to invest and spend in a geographic area where, in the face of extremely negative shocks, you are told that the public sector will never intervene to lighten the burden with lower taxes and greater public spending?

I know, many other factors might explain the decoupling. But it is hard to resist the temptation to share with you this one also thanks to the brilliant explanations of Prof. Sims and the stylized facts proposed by President Draghi.

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Il Nobel Sims e la stupidità europea del Fiscal Compact

Ho ascoltato la lezione del Nobel Sims all’incontro di Lindau. Bella, capace di incidere (assieme al lavoro dei due giovani ricercatori italiani di cui vi ho parlato poco tempo addietro) sul dibattito sul futuro dell’Europa. Capace di farci capire anche quanto le parole di Yellen, president della Fed statunitense, e Draghi ieri a Jackson Hole siano capaci di influenzare l’andamento delle loro economie. http://www.mediatheque.lindau-nobel.org/videos/33961/christopher-sims/meeting-2014-eco

Nel suo mondo, nel mondo di Sims, non è la moneta a spiegare l’andamento dell’inflazione, quanto, l’assieme de:

a) l’interazione tra autorità monetaria (la BCE, responsabile del governo della moneta) e le autorità fiscali (i governi europei, responsabili di quando tassare e spendere, ovvero del livello dei deficit e del debito), cioè la loro capacità di andare d’accordo, o nel caso contrario, la valutazione di chi la spunta tra i due agli occhi del mercato, chi è considerato più potente, tra i due.

b) l’aspettativa nella testa di famiglie ed imprese di se e quando sarà ripagato nel futuro un eventuale deficit pubblico odierno.

Se il debito sale, per esempio a causa di una diminuzione odierna delle tasse, e gli individui non credono o non tengono conto che nel futuro le tasse dovranno tornare a crescere per ripagare il debito, aspettandosi piuttosto che deficit nel presente continueranno nel futuro, si sentiranno più ricchi, spenderanno di più, mettendo pressione verso l’alto sui prezzi.

Tema importante, non fosse altro che per il fatto che stiamo entrando in Europa in una pericolosa deflazione e non sembra che stiamo riuscendo, con la BCE, a evitare questa discesa dei prezzi. Secondo Sims dunque l’inflazione dipende in maniera decisiva dalle aspettative di famiglie, banche ed imprese sulle politiche fiscali che verranno intraprese dai governi oggi, ma anche e forse soprattutto domani. Ma anche, lo dicevamo, dal rapporto di forza tra governi e banca centrale.

Immaginate per esempio che le autorità fiscali abbiano convinto il pubblico che non intendono mettere a posto i conti pubblici dopo aver abbassato oggi le tasse: debito e prezzi continuano a crescere. Se la banca centrale cercasse di bloccare questa crescita dei prezzi alzando i tassi d’interesse, in questo mondo, l’unico risultato che otterrebbe sarebbe far sì che i deficit crescano maggiormente a causa della maggiore spesa per interessi, accelerando e non rallentando l’accumulazione di debito, l’inflazione e la spirale perversa col debito, sostenendosi a vicenda. E tutto questo solo perché le autorità fiscali sono ritenute più “politicamente” forti delle autorità monetarie.

Ma oggi secondo Sims viviamo in un mondo, perlomeno quello occidentale, completamente diverso: secondo lui le famiglie e le imprese sanno bene che i deficit odierni saranno compensati da più tasse e meno spese domani. Cita interessanti sondaggi per gli Stati Uniti da cui emerge che le dinamiche di invecchiamento demografico della popolazione, non gestito da governi lungimiranti, stanno portando alla crescente convinzione nei cittadini che in futuro vi saranno forti tagli alle pensioni o aumenti generalizzati delle tasse per far fronte ai futuri maggiori oneri. La crescente incertezza di chi dovrà ripagare domani i deficit oggi aggiunge un ulteriore elemento nella testa di consumatori ed imprese: in questo caso i deficit ed i debiti diventano addirittura deflazionisti, le famiglie decidendo di risparmiare e le imprese di non investire temendo che il carico fiscale futuro per ripagare il debito ricadrà in gran parte su di loro.

L’Europa è in questa situazione? Non c’è il minimo dubbio. Abbiamo creato una legislazione, il Fiscal Compact, che non è altro che un legare le mani strettissime agli attuali Governi: nessuna maggiore flessibilità oggi potrà convincere le famiglie a spendere, fino a quando i governi saranno obbligati costituzionalmente a immediatamente correggere subito domani i deficit odierni. E infatti, la deflazione impera in Europa.

Non negli Stati Uniti, dove non esistono regole così stupide come il Fiscal Compact, dove rimane uno spazio nella testa di famiglie ed imprese per credere che le politiche in aiuto all’economia, quando in difficoltà, non verranno smontate la mattina dopo.

Ma, potreste dire, in Europa il potere ce l’ha allora la Banca Centrale, i governi sono neutralizzati, perché non agisce per eliminare la deflazione? Perché la Banca centrale in situazioni come queste ha poteri limitati: al massimo può portare i tassi d’interesse a zero. Con il pubblico convinto che i deficit odierni implicano austerità domani, e con i prezzi che scenderanno, i tassi a zero implicano tassi d’interesse reali (al netto della deflazione) crescenti, accelerando la recessione oggi e accentuando la deflazione.

La soluzione di Sims per uscire da questa trappola? Ovvio, ridare potere ai governi ed alle politiche fiscali, vista la poca capacità delle banche centrali di aiutare l’economia. “Una politica fiscale espansiva oggi, con famiglie ed imprese convinte che questa politica espansiva non verrà abbandonata nel futuro (i deficit continuano, senza aumentare tasse o ridurre spese), per lottare contro la deflazione.”

Facile? Mica tanto. “Purtroppo la gente non è convinta che questo è quello che succederà alla politica fiscale: richiederebbe un cambiamento radicale nelle politiche e nei discorsi dei politici e delle banche centrali. Ed un sistema politico che permetta di mantenere tali promesse nel futuro, cosa difficilissima per i politici”.

Eppure negli Stati Uniti ci si è riusciti, per ora, ad evitare questa trappola. Come mai? Gli Stati Uniti non si sono legati le mani stupidamente come noi: non hanno il bilancio in pareggio senza se e senza ma e questo, paradossalmente aiuta anche la Fed, perché permette di evitare la deflazione in situazioni di grave recessione, uscendone con maggiore domanda interna via Stato.

La crisi europea è ripartita nel 2011, quando si è cominciato a scrivere l’ottuso Fiscal Compact, proprio mentre le gente cominciava far capolino con la testa fuori della porta di casa perché la tempesta pareva finita.

Come se ne può uscire? Paradossalmente partendo da quelli che per Sims sono i due più grandi impedimenti alla ripartenza europea:  

“L’UME è stata creata con l’erronea idea che politica fiscale e politica monetaria potessero essere completamente separate” e poi “nessun singolo governo nell’Unione Monetaria Europea  può fare un piano fiscale del tipo che ho descritto”. L’esito? “Deflazione e stagnazione per lungo tempo”.

Ecco, basterebbe dire alla BCE di sostenere i governi via dal Fiscal Compact, procedendo tutti uniti in un programma di reflazione europea guidato dalla Germania. Il nostro referendum (www.referendumstopausterita.it) è fatto apposta per questo, per avviare questo processo.

E non ditemi che ieri Draghi abbia detto ciò a Jackson Hole. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo domani.

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Wherever it aches, with economic policy and democracy

Il testo integrale della mia lettera al Financial Times pubblicato oggi in forma ridotta.

The full text of todays’ letter to the Financial Times, reduced for space reasons.

http://on.ft.com/1ohJuEl  (for subscribers only, solo per abbonati)

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Sir, Europe has managed to avoid a disastrous break-up of the euro. By doing so it has been able to remain a critical player in today’s global geopolitics, where size matters if you want to sit at the decision-makers’ table, rather than being on the menu.

“Whatever it takes” has been the key symbolic statement that German and other political authorities allowed Mr Draghi to make in order to save Greece, and in the process abate market fears, sovereign borrowers’ cost of funding and pressure on taxpayers’ money.

However daring, Europe’s actions have not represented so far a sufficient condition for a recovery, which would have also helped in stabilizing the expectations for a solid world economic growth. Indeed, Europe is now facing the risk of a “Japanese” syndrome of prolonged stagnation and deflation. Markets condemn such situation by pricing government bonds in the euro area at highly different real spreads, even if nominal ones remain stable, a symptom of the resilient fear that sovereign borrowers will not fulfill their repayment obligations with their scarcer and scarcer resources.

Positive expectations are lacking across Europe, leaving private internal demand timid or regressing. The European Central Bank’s and European Commission’s support for ailing economies on the condition of  further fiscal consolidation and long-term reforms explains why neither unconventional monetary policy announcements nor the declaration of pan-European investment programs really weaken the grip of pessimism on expectations.

It is therefore time for a new symbolic political announcement, one that will indicate a major shift in European economic policy: we suggest “wherever it aches”. Wherever, that is, a country of the euro-area is in pain as it faces harsh conditions for its employment and business conditions, European policy-makers will intervene. Their actions will consist of creating the conditions to allow the ECB to achieve its two per cent inflation mandate, and allowing for a decision to relent with the pressure of the Fiscal Compact through a moratorium on fiscal retrenchment so as to give oxygen instead of morphine to a patient still on the operating table. It is indeed hard to justify today, based on plain and simple economic theories, why Italy, in what is likely to become its record third consecutive year of a recession, should raise its primary surplus in 2015 and 2016 by a staggering 1.6% of GDP.

But more must be done while waiting for our European leaders to show some sense of direction and daring. A full debate on what is Europe and what is its purpose for the next generations needs to surround our daily lives. Too great a portion of the current European architecture has been accepted so far without the full involvement of citizens, in what has been aptly called, many years ago, “le débat interdit”: the term is unfortunately still informative today of the democratic gap within the continent.

The United Kingdom has shown the way by indicating the relevance of popular consultations on such critical matters. A month ago, a Committee of Italian lawyers and economists, which I chair, deposited four queries at the Italian Cassation Court, to be voted on in a national referendum, that would amend the Italian Law that transposes the “fiscal compact” into national legislation. To proceed with a vote in the spring of 2015, 500,000 signatures are needed by the end of September, together with the subsequent consent of the Italian Supreme Court. We hope our initiative will allow a greater halo of democracy to shine over a construction whose long-term sustainability we wish to strengthen.

The Fiscal Compact is an automatic pilot that during a storm needs to be de-blocked to avoid a crash against the mountain. This does not mean we do not recognize the need of the Italian economy to be reformed: an able pilot is needed to lead the plane to a safe landing and repair the plane from its structural defects and the damages from the storm. That skillfulness in removing the several illnesses that condemn Italy to a future of despair is what we need, starting with a spending review “British-style” that can generate the resources to fund a very much needed plan of pro-growth public investments without additional debt.

Gustavo Piga,

University of Rome Tor Vergata, Italy

The writer is chairman of the Referendum Committee against the law that transposes the fiscal compact into Italian legislation

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La deflazione di ieri è arrivata, quella di oggi non se ne andrà facilmente

La slide power point che vedete qui sotto fu mostrata alcuni anni orsono, nel 2009, ad un convegno di Villa Mondragone che Luigi Paganetto organizza da anni con successo. Da chi? Da Lorenzo Bini Smaghi, allora membro del Comitato Esecutivo della BCE (non lo è più dal 2011).

L’ho usata a svariati seminari ed incontri, questa slide.

Perché credevo e credo ancora che ben rappresenti l’atteggiamento conservativo dei rappresentanti BCE. Guardate il titolo: “i previsori suggeriscono che la deflazione non è un evento probabile”. A sinistra le previsioni sull’inflazione dei mercati per il 2009, a destra per il 2010.

Effettivamente i previsori che allora stimavano (erroneamente!) che vi sarebbe stata deflazione (a sinistra dello zero, nei cerchi rossi) erano pochi.

Il punto di Bini Smaghi allora era quello di giustificare la non necessità di espandere ulteriormente via politica monetaria.

Non scorderò facilmente il momento in cui il grande economista francese, Jean-Paul Fitoussi, terminato il discorso di Lorenzo, alzò la mano per commentare la slide. Disse qualcosa del tipo: “penso che la sua slide dimostri esattamente il contrario di quanto lei sostiene. Mostra che molti ancora non sono convinti della sua affermazione che la deflazione è un evento altamente improbabile. E dato che la deflazione è qualcosa di terribile che non deve accadere – altrimenti partirà un circolo vizioso fatto di disoccupazione e recessione – dovete essere più espansivi con la moneta, mostrando ai mercati che temete la deflazione così tanto da essere inflessibili nel combatterla appena il suo spettro si materializzerà.”

La deflazione allora non si materializzò. Ebbe ragione Bini Smaghi allora? O ebbe ragione Fitoussi?

Bini Smaghi ritornò sulla questione alla fine della sua esperienza a Francoforte con un’intervista al Financial Times, due anni dopo, nel 2011. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/8cbffcae-2c80-11e1-8cca-00144feabdc0.html?siteedition=intl#axzz1hNIt8oqc

E lì, reiterando nuovamente che non vedeva pericoli di deflazione, affermò che qualora questi segnali di deflazione fossero apparsi all’orizzonte, allora la BCE sarebbe passata ad un modello di “quantitative easing”, ovvero di straordinaria gestione attiva della moneta in supporto dell’economia.

2014. La deflazione c’è, moltissimi operatori oggi se l’aspettano, e la BCE probabilmente dall’alto della sua torre l’ha vista arrivare mesi fa, forse addirittura un anno fa. Ma, contrariamente a quanto pronosticò Bini Smaghi, non ha deciso nulla di straordinario.

Rigirando l’argomento di Fitoussi, oggi forse è troppo tardi per fermare la deflazione in tempo. Il 2015 dell’area euro forse, anzi più che forse, sarà ricordato come un anno terribile, di deflazione, licenziamenti per gli alti salari reali che questa ha causa (i salari non scendono, i prezzi sì, le aziende devono licenziare), fallimenti di imprese e famiglie debitrici per gli alti tassi reali che non riusciranno a pagare (i tassi d’interesse fissi a fronte di vendite dei loro beni a prezzi sempre più bassi).

Il 2016? Nelle mani della politica di oggi, solo se si vorranno usare tutti i cannoni disponibili. Fine del Fiscal Compact fino all’uscita della crisi, pieno appoggio della BCE a tale fine, acquisto di titoli pubblici in asta da parte della BCE fino a quando gli spread non siano portati finalmente a zero, annuncio che non sarà più tollerata un’inflazione inferiore al 2% medio nell’area euro, annuncio con tutti i canali comunicativi possibili.

Impossibile? Peggio per loro, prima ancora che peggio per noi.

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Poche storie, niente debito!

L’articolo di oggi sul Garantista del Consigliere di Stato Paolo De Ioanna, membro dei Viaggiatori in Movimento e uno degli ideatori dei 4 quesiti del referendum Stop Austerità, e membro del Comitato Promotore dello stesso referendum.

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Cari concittadini la  vostra sovranità  è limitata dalla enorme massa dei vostri debiti pubblici fatti in passato dalla vostra cattiva politica, e dal potere oggettivo, quasi naturale, dei cd mercati finanziari che limitano la vostra democrazia; quindi, grazie ai  benedetti  vincoli europei, tradotti nella nostra  Costituzione da bravi soldatini del rigore, preparatevi a fare altri  duri sacrifici: poi si aprirà il sole dell’avvenire della ripresa. Spagna, Grecia ed Irlanda sono la prova di tutto ciò; che importa la disoccupazione al 24%, questi paesi stavano assai peggio prima, al 25 – 26%; dunque  ci sono chiari segni che il rigore paga, basta saper attendere…. per qualche generazione.

Non si tratta di barzellette macabre, di macelleria sociale, ma del leitmotiv della grande stampa italiana, letta bene tra le righe dei commentatori che esprimono le vere linee editoriali; naturalmente ci sono distinguo e sfumature, ma al fondo la tenuta dei conti europei è sacra; anche se pensate di fare un grande piano di dismissioni per abbattere il debito (et similia), sia chiaro che i vincoli numerici  europei sono intoccabili.

Eppure eravamo entrati in Europa e poi nella area monetaria unica convinti di poter migliorare la convergenza di tutte le economie, in un quadro di valutazione realistica delle specializzazioni relative e della costruzione di un telaio istituzionale rispettoso delle regole democratiche; altrimenti che senso avrebbe avuto tutto questo. Ma, si osserva, voi italiani non avete fatto le riforme di struttura, come i bravi tedeschi; dunque che volete!

Eppure in questo approccio ci sono evidenti illogicità che ora anche i cittadini normali, non specializzati in economia dei mercati finanziari, capiscono bene. Che razza di regole sono quelle che mi impongono, con dure sanzioni, limiti fiscali pensati in una fase (1992) in cui l’Europa cresceva al 5%  nominale e al 3% reale, mentre prevedono deboli raccomandazioni (con carezze e buffetti) per i paesi che fanno surplus commerciali incoerenti con un’area monetaria comune? E che non prevedono investimenti comunitari e politiche di bilancio anticicliche, finanziate con risorse, anche a debito, dell’Unione? E difendono i ratios di equilibrio delle banche in modo da preservare le grosse intraprese  tedesche e centro europee? E legano le mani alla Banca centrale europea che è l’unica istituzione tecnica comunitaria in condizione di influire sull’andamento dell’economia; tant’è che doveva comunque far navigare l’inflazione sul filo del 2%. 

Sono regole dettate da un rapporto leonino di forza; ma l’Europa non si può costruire così. Ormai basta fare qualche confronto tra la crescita dell’eurozona e delle altre aree durante la crisi, per avere dati di realtà difficilmente oppugnabili. Molti lo avevano osservato da anni, ma ora anche alcuni non ciechi difensori del rigore  cominciano ad ammetterlo. Il punto vero e duro della discussione in corso è questo: ha un valore profondo aprire finalmente un grande cantiere di innovazione e rilancio della nostra economia, ma tutto ciò richiede coesione sociale, visione e partecipazione democratica;  se dobbiamo salvare l’integrazione futura europea, il cuore della discussione sta nella revisione delle regole numeriche stupide, del fiscal e del six Pact; fare le riforme per rispettare le regole numeriche è un non-sense economico e politico, che nessun cittadino di buon senso capirà.

“Basta con i muscoli dei parametri UE, servono meno tasse ed investimenti”, avverte in piena calura estiva un grande economista nord americano, il Premio Nobel Spence. Fare le riforme per aumentare produttività, merito e partecipazione democratica ha senso in se: ma perché siano efficaci occorre liberarsi della idiozia dei vincoli numerici decimali (che non filtrano nulla perché sono tecnicamente sbagliati e praticamente arbitrari) e discutere nel merito le cose da fare e farle insieme in tempi certi ma coerenti con la necessità di costruire e di imboccare le strade giuste.

“E’ la politica, bellezza”, che torna alla grande, in Europa ed in Italia; altrimenti continueremo ad osservare da testimoni impotenti il nostro lento declino; ed anche gli amici tedeschi e francesi  non possono sfuggire a questa temperie: da soli non vanno da nessuna parte. Oppure devono fare alleanze extra europee, dove però rischiano di contare  pochino. Ma per fare politica oltre la moneta unica ci vuole il nucleo di una struttura federale, che in Europa può essere solo democratica. Il referendum per l’Europa e contro l’austerità che abbiamo avviato e per il quale stiamo in queste settimane continuando a raccogliere le firme in tutta Italia (www.referendumstopausterita.it) serve a tenere aperta questa prospettiva che se gestita dagli ideologhi dell’austerità sempre e comunque porta inevitabilmente nella situazione attuale.

 

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The ECB’s dramatically erroneous fiscal policy

After the release of this week’s GDP figures, the debt dynamics of Europe – above all Italy – once again look ominous. Italy has the eurozone’s biggest debts and is the biggest loser from the arrangement whereby Germany profits from everyone else’s inefficiency. Without recovery, not only do its debts look unsustainable; it also becomes yet another candidate for imposed austerity and technocratic government.

It is possible that, at some point, there will be a replay of summer 2011, in which a bond market crisis has to be averted by concerted global action, but this time with Italy rather than Greece and Spain needing the bailout. Such action will be all the harder in a world where trade and financial markets have become weapons of diplomatic war, in which anti-globalist parties of the right and left have significantly more support, and where the global order looks much more worn and frayed.

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/17/peaches-propaganda-helping-shape-new-world-order-paul-mason?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

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A growing debate is surfacing in Italy. Related to how Italy will bring about in a very short time the reduction of its ballooning debt to GDP ratio.

It is amazing that while many seem to agree that the causes for its recent damaging growth are all related to the ratio’s denominator, nominal GDP that is, the solutions seem all related to its numerator, public debt that is.

A wealth tax on bondholders, a public debt default, a miraculous reduction via the sale of public real estate, an extraordinary agreement with taxpayers’ for a one-off payment in exchange for a 4-year  break from tax inspections. All the above solutions do not have the power to make the sovereign borrower appear, to investors,  sounder in terms of its capacity to repay the remaining debt. Spreads will thus remain high. Some of them, like default or wealth taxes, would even generate profound instability in Italian society.  

It would seem natural to argue instead in favor of raising European nominal GDP from its ashes. Sooner, rather than later, simply because the more time passes the more the chances that other suboptimal solutions as the ones described above would become inevitable. Which means that while structural reforms are a possible long-term solution for Italy, they do not represent the vital short-term solution  Europe is seeking before it sinks.

How to raise nominal GDP, the product of prices and the amount of goods and services effectively delivered, requires a two-fold strategy, argue two Italian researchers, Francesco Bianchi and Leonardo Melosi working at Duke University and the Chicago Fed who model intelligently the workings of a theoretical economy risking a persistent deflationary and recessionary trap after a first violent negative shock that has made public debt over GDP rise.

http://public.econ.duke.edu/~fb36/Papers_Francesco_Bianchi/BianchiMelosi_Escaping.pdf

First, get monetary authorities and fiscal authorities to agree on a clearly and jointly announced expansionary plan made of budget deficits and monetary expansion to support aggregate demand and prices. Second, have them announce that once the debt-GDP ratio is back where it used to be before the shock occurred (year 2007 in our case, before the Lehman collapse) governments will comply with central banks’ stability concerns.

Now, is Europe ready for this phase? Some governments might agree on this plan, but the ECB thinks otherwise (certainly backed by some governments, like the German one, who do not feel the pain of the crisis yet). Its stubbornly failing policy, which has lead price inflation to deviate sensibly from its target value of 2%, has been one of arguing that it will do “whatever it takes” to fight the crisis (which is good!), as long as governments will do their fair share. But what is the ECB asking governments to do? Exactly the opposite of what Mssrs. Bianchi and Melosi: not to push forward with stimulating aggregate demand with active expansive fiscal policy, but to keep on fostering consolidation and deficit reduction.

See the following message contained in the last Monthly Bulletin editorial of the ECB to believe it:

As regards fiscal policies, comprehensive fiscal consolidation in recent years has contributed to reducing budgetary imbalances … These efforts now need to gain momentum to enhance the euro area’s growth potential… To restore sound public finances, euro area countries should proceed in line with the Stability and Growth Pact and should not unravel the progress made with fiscal consolidation. Fiscal consolidation should be designed in a growth friendly way. A full and consistent implementation of the euro’s area existing fiscal ad macroeconomic surveillance framework is key to bringing down high public debt ratios, to raising potential growth and to increasing the euro area’s resilience to shocks.”

The result? Operators perceive that the temporary expansion needed to come out of the crisis is NOT in the making. The moratoria on the so called Fiscal Compact is far from happening. The result: as forecasted by the two researchers, stagnation and deflation. The ECB conditioning of monetary expansion on fiscal consolidation is the reason for this sorry state of affairs.

A vast change is needed in Europe’s economic policy  if Europe is not to accelerate rather than terminate the global instability dynamics that pervade the world nowadays.

Our proposed referendum aiming at modifying the Italian law that imports the Fiscal Compact in Italy is exactly that: our contribution to changing the debate in Europe, thereby pushing institutions to change their obtuse policies and hopefully save Europe.  www.referendumstopausterita.it

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La lettera che Renzi ha pronta per la BCE?

… Per quanto riguarda le finanze pubbliche, in anni recenti un complessivo risanamento ha contribuito alla riduzione degli squilibri di bilancio…  È ora necessario che questi sforzi acquisiscano slancio per incrementare il potenziale di crescita dell’area dell’euro … Al fine di ripristinare finanze pubbliche sane, i paesi dell’area dell’euro dovrebbero procedere in linea con il Patto di stabilità e crescita senza vanificare i progressi conseguiti nel riequilibrio dei conti pubblici. Il risanamento di bilancio va impostato in modo da favorire l’espansione economica. La piena e coerente applicazione dell’attuale quadro di sorveglianza macroeconomica e dei conti pubblici dell’area dell’euro è indispensabile per ridurre gli elevati rapporti debito/PIL, aumentare la crescita potenziale e rafforzare la capacità di tenuta dell’area agli shock.

Questa frase, tratta dall’editoriale introduttivo dell’ultimo bollettino mensile della Banca Centrale Europea, spiega perfettamente perché questa Banca Centrale sta contribuendo attivamente al fallimento del raggiungimento dell’obiettivo a cui deve dedicarsi, il 2% d’inflazione, spingendo l’Europa verso la deflazione, il crollo della produzione e la crescita del rapporto debito PIL.

Come abbiamo avuto modo di dire negli ultimi due post, la ripresa dell’area euro da questa crisi – che è in gran parte da domanda aggregata – passa per un accordo (chiarissimo e diffuso a tutti gli operatori) tra politica fiscale nelle mani dei governi e politica monetaria nelle mani della BCE. Ma non un accordo qualsiasi: un accordo che preveda una espansione da domanda nei singoli Paesi (più forte nei Paesi con conti pubblici ed esteri migliori) via minori tasse e maggiori investimenti pubblici (più i secondi nei Paesi in grave crisi) e un pieno sostegno a tale mossa da parte della BCE, che senza se e senza ma applicherebbe in tal caso a pieno il cannone della politica monetaria, acquistando titoli pubblici di tutti i Paesi in asta, finanziando di fatto il loro deficit. I governi si impegnerebbero a loro volta a far cessare tale espansione non appena ripresa e inflazione abbiano riportato i debiti pubblici al loro livello ante crisi del 2007.

La BCE è lontana mille miglia dal sottoscrivere un approccio di questo tipo: il testo che potete ora rileggere sopra denota chiaramente come questa pretenda, per mobilitarsi a sostegno dei singoli Stati, un impegno a continuare nel consolidamento fiscale fatto di meno spese pubbliche e più tasse. Lo potete imbellettare come volete questo messaggio (favoloso il: Il risanamento di bilancio va impostato in modo da favorire l’espansione economica, come se fosse possibile!). E’ un messaggio ad imprese, famiglie e governi tanto chiaro quanto contraddittorio: noi aiutiamo la domanda se voi continuate a deprimerla. Deflazione e depressione continueranno: nessuna impresa investe, nessuna famiglia consuma.

E si badi: non sarà certo un mero allentamento delle manovre di austerità che dovrebbero fare certi Governi, come menziona oggi Repubblica, che aiuterà, perché qui non si tratta di ridurre l’austerità, si tratta di rovesciarla in anti-austerità.

Renzi deve dunque, per salvare l’Europa, scrivere una lettera alla BCE, che la aiuterà ad avere successo là dove a finora fallito. In essa il nostro Premier dirà:

Cara BCE,

voi vi obbligate a sottoscrivere titoli di Stato, senza se e senza ma, fino a quando il nostro debito su PIL non sarà tornato al livello del 2007, prima della crisi, il 103%.

Noi ci impegniamo a rimanere al livello di deficit su PIL del 3%, coerente col Trattato di Maastricht, fino a tale momento, sospendendo il Fiscal Compact. Ogni vostra dichiarazione sosterrà la nostra scelta.

Quando saremo al 103% e fuori dalla recessione noi ci obblighiamo sin da ora a ridurre il nostro deficit pubblico su PIL allo 0%”.

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Inflazione è bello. Ecco come.

Il debito pubblico è troppo alto, va ridotto. Come?

Non via avanzi primari, la via del Fiscal Compact è stata fallimentare. Non via fondi immobiliari, è pia illusione.

Via inflazione o consolidamento? La prima, grazie.

E perché dei tanti modi di abbattere il debito oggi l’inflazione è il migliore?

a) Perché da sempre, specie se l’inflazione non è enorme, è metodo socialmente ben più invisibile e digerito rispetto al consolidamento esplicito: genera dunque il minimo di instabilità sociale successiva.

b) Perché la vera ingiustizia che sta avvenendo ora nel contratto sociale europeo, via deflazione, è quello dell’arricchimento “eccessivo” dei creditori degli Stati rispetto ai contribuenti che pagano la spesa per interessi. Eccessivo nel senso che quando furono sottoscritti quei titoli si riteneva giusto il compenso nominale promesso dallo Stato per un’inflazione attesa molto maggiore di quella che poi si è verificata. Mi direte, beh allora anche il consolidamento ha lo stesso effetto. Non interamente: c’è chi ha sottoscritto titoli indicizzati, all’inflazione in primis, che non sta guadagnando dalla deflazione, perché colpire anche loro?

c) Perché un taglio del debito pubblico in un singolo Paese genera instabilità sociale soprattutto in quel Paese, mentre la crescita del debito di quel Paese è stata dovuta in larga parte a politiche esterne sbagliate, come Fiscal Compact e deflazione via BCE. L’inflazione colpisce tutti i creditori europei, non solo quelli di uno Stato.

Rimane un problema, di cui abbiamo parlato ieri: come convincere Draghi a generare questa inflazione. Che richiederebbe, ovviamente, annunci espliciti – simili a quelli degli anni 30 negli Stati Uniti, del tipo “Inflazione è bello” – per influenzare le aspettative degli operatori e portarli a rendere l’inflazione auto-realizzantesi. Basterebbe a mio avviso annunciare che il Fiscal Compact è sospeso fino alla riduzione del debito pubblico su PIL al livello pre-crisi (103% per l’Italia), con il ritorno alla sana e democratica regola del non sforamento del 3% del deficit-PIL del Trattato di Maastricht - l’unica veramente sottoscritta nell’ordinamento europeo, via Trattato di Maastricht (ricordo a tutti, se ce ne fosse bisogno che il Fiscal Compact è un accordo tra Stati, non è legge comunitaria in quanto non sottoscritta da Regno Unito e Repubblica Ceca) – a fare da ancora minima di stabilità.

Il silenzio di Draghi al riguardo sarebbe segnale di accordo politico istituzionale, segnale che sarebbe entusiasticamente recepito dai mercati, che finalmente vedrebbero la crescita europea a portata di mano, senza tuttavia temere per la fine della stabilità monetaria, comprendendone la natura temporanea. Questo accelererebbe il rientro del debito e la stabilità del deficit via minori spread. La maggiore inflazione, inoltre, lo ribadiamo, abbatterebbe i crescenti tassi reali che la deflazione sta generando.

Come ottenere il silenzio della Buba? Semplice, ordinandoglielo. E’ la politica bellezza.

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Il Piano Marshall per l’Italia delle PMI

oggi sul Foglio, con Patte Lourde.

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L’Italia sembra stretta in una morsa mortale tra parametri europei, riforme strutturali e stagflazione. Cosa fare allora? E’ ancora possibile rispettare i criteri di spesa e di deficit imposti dall’Unione europea e rilanciare l’economia?

 

In attesa che si definiscano nuovi parametri di flessibilità, magari legati agli investimenti pubblici, proponiamo una mossa in linea con la politica monetaria della BCE per stimolare la ripresa degli investimenti privati, quelli che Draghi correttamente identifica come mancanti all’appello in Italia.

 

Esattamente come quando il Governo è intervenuto per ricapitalizzare le banche italiane con i Tremonti bond e i Monti bond e come ha fatto andando in aiuto della Grecia emettendo debito, proponiamo di utilizzare nuove risorse prese a prestito esplicitamente ed esclusivamente per sollecitare la ripresa interna e europea.

 

Un Piano Marshall italiano per l’Italia, a favore dell’Europa e della sua sopravvivenza, che preveda l’emissione di debito sul mercato per fare prestiti alle piccole e medie imprese che desiderano avviare, in Italia, programmi di sviluppo, ricerca e investimenti produttivi. Prestiti che, in questo momento, nemmeno la BCE con la sua politica riesce a far pervenire al sistema imprenditoriale via banche, dati i tassi troppo alti e la carenza di domanda interna. 

 

Per questo proponiamo di emettere fino a 16 miliardi di titoli (1% del PIL) indicizzati all’andamento del PIL stesso – e dunque attualmente con un costo estremamente basso per le imprese vista la deflazione e la recessione in cui siamo intrappolati – ed indirizzati esclusivamente a raccogliere risorse per finanziare investimenti privati realizzati da PMI che intendono innovare ed esportare. E’ dunque un’emissione di debito destinata non a finanziare la spesa pubblica corrente, come avviene con le consuete emissioni, ma per far ripartire la crescita oggi e a sostenerla in futuro, esattamente là dove par essersi incagliata. I denari si renderebbero disponibili a tutte quelle imprese che, senza troppe condizioni, sono disposte a crescere investendo sul loro futuro, che è poi quello del Paese. Sono evidenti i riflessi positivi sull’occupazione.

 

Ecco il patto con i cittadini: nuovo debito per investimenti. E se le imprese li scelgono bene (di solito lo fanno), cresce il PIL, ed il loro debito è ripagato con gli interessi.

 

Ovviamente è importante capire come potrebbe reagire ad un piano di questo tipo la Commissione europea, che ne valuterebbe l’impatto contabile sulle grandezze di finanza pubblica ancor prima che sulla crescita economica.

 

L’impatto sul deficit pubblico sarebbe nullo, perché la spesa per interessi dello Stato sarebbe coperta dalle entrate degli interessi pagati dalle imprese. Addirittura, inizialmente, essendo i bond indicizzati ala crescita del PIL che è oggi nulla o negativa, Stato ed imprese non pagherebbero interessi. L’impatto sul deficit potrebbe nascere successivamente, per eventuali perdite dovute a quelle imprese che non restituiscono i prestiti. Le imprese con crediti non ancora pagati da parte della pubblica amministrazione pagherebbero gli interessi ed il capitale nella misura in cui questi superano l’ammontare del loro credito. E quando l’economia riprenderà ed il costo del debito salirà, le imprese saranno in grado di ripagarlo, in quanto sono cresciute loro stesse.

 

Nella posizione finanziaria netta del settore pubblico non si avrebbero sostanziali modifiche: tanto prendo a prestito, tanto presto. Tuttavia, siccome il debito in Europa è contabilizzato al lordo degli attivi, si avrebbe un peggioramento statistico del debito nominale, ma nella misura in cui i prestiti riavviano la produzione industriale, l’impatto dell’emissione verrà riassorbita dal rapporto debito/PIL grazie alla crescita del prodotto interno via investimenti, oggi al lumicino.

 

Questa misura, oltre ad avere un impatto neutro sul deficit pubblico, ha il vantaggio di essere operativa con i tempi tipici di una decisione dì investimento del mondo privato; ed aiuterebbe in ultima analisi anche il sistema bancario visto che genererebbe la ripresa di tanti suoi clienti, disincagliando credito bloccato ed avviando un circolo virtuoso di sviluppo.

 

La misura potrebbe essere ritenuta un “aiuto di Stato” da parte dell’Unione Europea? Ci sono ampi margini discrezionali della Commissione per giudicare quest’intervento come compatibile con il mercato comune; esso persegue obiettivi di interesse europeo (la formazione, la lotta alla disoccupazione, l’incremento delle attività di ricerca, sviluppo e innovazione, la tutela delle PMI) in un Paese fondamentale per la tenuta dell’Unione e dell’euro. L’Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Tutti valori che non possono essere soddisfatti se non attraverso lo sviluppo economico. Il rischio di non far nulla non è forse peggiore?

 

Secondo l’Istituto Piepoli, in una ricerca presentata nella sala Nassirya del Senato della Repubblica il 6 Agosto scorso, gli Italiani sarebbero disposti a dare credito (ulteriore) al Paese. Sfruttiamo quest’apertura.

 

Jacta alea esto.