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Il Fiscal Disfact? Le ragioni del referendum

Pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi.

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L’ottusa austerità imperante oggi in Italia ha una causa, ha un colpevole, dal nome e volto ben riconoscibile.  Qualcuno lo chiama formalmente Fiscal Compact, io lo chiamo “il Fiscal Disfact”. Non è mera ironia: “disfact” richiama disfatta, ricorda il verbo “disfare”, disfare quanto costruito in questi 60 anni di pace post-bellica europea, mettendo a rischio (ogni giorno che passa sempre di più) la coesione all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi dell’area euro.

E’ per questo che contro di esso, nella sua versione importata nell’ordinamento italiano, la legge 243 del 24 dicembre 2012, abbiamo promosso quattro quesiti referendari per i quali stiamo terminando di raccogliere le firme, entro il 30 settembre, in tutte le piazze d’Italia (il sito del Comitato Promotore è su www.referendumstopausterita.it). Un referendum per l’Europa dell’euro, ma anche per un’altra Europa: non a caso il logo della nostra iniziativa ha i colori blu e gialli della bandiera europea ma anche il motto “Stop Austerità”. Sono quattro quesiti che se la prendono con quelle parti – austere anch’esse – della legge 243 che sono state aggiunte in più dal Governo Monti rispetto a quanto l’Europa richiedeva di recepire, e quindi non suscettibili di accusa di impossibilità ad essere oggetto di referendum. Sono quattro quesiti contro gli eccessi di zelo dei Governi italiani, sussiegosi verso la Germania che, quando ad esempio la norma europea ci permette di raggiungere a regime lo 0,5% di deficit strutturale su PIL ci porta,  in un impeto masochistico senza pari, ad aggiungere la parola “almeno”, facendolo diventare “almeno  lo 0,5%”, così tarpando le ali alla ripresa delle aspettative e dell’economia. Uno dei quesiti mira dunque ad eliminare la parola “almeno” dalla legge, obbligandoci a raggiungere lo 0,5% di deficit e non lo zero.

Se dunque certamente l’effetto dell’azione del Comitato Promotore del Referendum non è quello di mirare direttamente al Trattato Internazionale, non vi è dubbio che la nostra azione è comunque volta ad avviare in tutto il Paese ed in tutto il continente europeo per la prima volta un dibattito aperto e democratico sulle ragioni della ottusa austerità che il Fiscal Compact impone senza se e senza ma. Non sarà infatti sfuggita ai più la data di approvazione della 243: la vigilia di Natale 2012, a conferma della rapidità e della segretezza con cui la norma fu approvata dal nostro Parlamento, quasi all’unanimità e senza alcun dibattito all’interno del Paese.

Una decisione, quella del mantenere il dibattito “proibito”, quanto mai enigmatica, verrebbe da dire, se non fosse che il termine  è stato coniato ormai tanti anni fa dall’economista francese Jean Paul Fitoussi proprio per questo deficit di democrazia che sembra accompagnare dalla sua nascita l’Europa dell’euro, come se ne fosse una caratteristica intrinseca. E che spiega anche l’enorme resistenza dei vertici UE al ricorso allo strumento referendario: basta ricordare la proposta di Papandreou  di lasciare al popolo greco la decisione del se tenere la moneta unica o tornare alla dracma, che comportò la fine politica del Premier ellenico,  ma anche sottolineare come, per la nostra iniziativa, abbiamo incontrato in questi mesi un incredibile muro di gomma da parte dei principali media e dei partiti governativi, a conferma che l’austerità può anche essere flessibile ma deve permanere e non essere, come vogliamo noi, cancellata. Un muro che comunque l’appoggio del Fatto Quotidiano  al referendum Stop Austerità aiuta a scuotere.

Perché 16 persone, i membri del Comitato Promotore, di diversissima estrazione culturale e politica, ed altri intellettuali e parlamentari che sostengono l’iniziativa referendaria, si battono con così granitica e comune convinzione contro il “Fiscal Disfact”?Perché il Fiscal Disfact ha dentro di sé i prodomi della morte europea, e questo ce lo rende intollerabile.

Il Fiscal Disfact non permette di costruire quei ponti tra generazioni, chiamati investimenti pubblici, con i quali sono cresciute le precedenti generazioni dal dopoguerra. E questo checché ne dica Draghi: il Documento di Economia e Finanza prevede purtroppo che dal 2010 al 2018 questi calino da 51,8 a 41,5 miliardi, un calo del 31,3% in termini reali. Con questi investimenti avremmo potuto ristrutturare tutte le nostre scuole fatiscenti, dando lavoro a tantissime piccole imprese di costruzione e manutenzione, oggi soffocate dalla crisi, e avremmo aumentato la produttività di maestri e studenti, che in ambienti più consoni insegnano e studiano meglio. Se non lo possiamo fare è perché il Fiscal Disfact, senza se e senza ma, non lo autorizza.

Parrà curioso, ma il Fiscal Disfact non permette nemmeno di fare le riforme. Per esempio non permette di mettere fine al divario di remunerazione tra maestri di scuola tedeschi ed italiani, di un terzo inferiori, così bloccando quella che Draghi ha chiamato la sola riforma del lavoro capace di renderci competitivi nella sfida globale con i Paesi emergenti, una sfida da basare su istruzione e competenze, e non, utopisticamente, sul ribasso del costo del lavoro.

E sia chiaro che con la nostra iniziativa non stiamo chiedendo di diventare bruscamente degli spendaccioni, né di schierarci contro una vera spending review che ci pare anzi essenziale. Ma uno dei problemi più evidenti del Fiscal Disfact è che non permette di trovare le risorse per finanziare le necessarie spese per investimenti pubblici senza generare un’oncia di debito in più: con i suoi assurdi target numerici di riduzione del debito e del deficit in una situazione di recessione, infatti, mette una fretta isterica ai Governi. La fretta – si sa – è cattiva consigliera e ci costringe a mortali tagli lineari che sottraggono risorse a casaccio nell’economia, ai bravi e ai meno bravi.

E’ tempo di mandare a casa il Fiscal Disfact, firmate in tutte le piazze d’Italia il nostro referendum, c’è tempo fino al 25 settembre!

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Il trucco dei conti europei: pagano solo le popolazioni, non i colpevoli

Da Repubblica, pagina 2, tanto per non dimenticare, si cita Barroso a Cernobbio:

Qui si accusa la Grecia di aver truccato i conti, ma a bloccare i controlli di Eurostat fu proprio la Germania perché non si voleva che si svelassero i suoi, di segreti contabili“.

Al di là di ammirare il coraggio veramente leonino di Barroso che rivela segreti una volta fuori dalla Commissione europea da lui presieduta fino a qualche giorno fa, sarebbe facile ricordargli come, essendo stato Presidente dal 2004, avrebbe potuto tranquillamente forzare Eurostat lui stesso a effettuare i controlli sui derivati del Tesoro greco con Goldman Sachs, che scoppiarono in faccia all’Europa solo nel 2010.

La verità è che quando il mio libro sui derivati dei governi uscì (lo trovate su questo sito), nel 2001, denunciando le transazioni via derivati dei Tesori europei per imbellettare i conti pubblici, si sarebbe già potuto mettere fine a questa pantomima, risparmiando all’Europa molta parte dell’austerità che Draghi (a torto) ritiene sia stata necessaria per chetare i mercati finanziari.

Sarebbe interessante se Barroso sostanziasse e tirasse fuori le prove di quanto sostiene, ma non avverrà perché probabilmente coinvolgerebbe ancora oggi una fetta troppo grande di chi è al potere in Europa.

La verità di Barroso, per quanto ipocrita, serve tuttavia a confermare per l’ennesima volta l’assenza di una componente “morale” di questa crisi, con i buoni da una parte, i tedeschi, ed i cattivi dall’altra, l’area Sud dell’euro. L’avevamo detto in occasione delle rivelazione sugli acquisti greci dei sottomarini tedeschi, lo ribadiamo ora.

L’immoralità è stata bi-partisan, certamente, ma ha riguardato i dipendenti e i dirigenti delle tre istituzioni preposte al controllo dei conti europei (BCE, CE, Eurostat) nonché i diversi politici coinvolti, assieme alle banche d’affari che si lanciarono allegramente e senza scrupoli nel business dei derivati. La loro scriteriata dissennatezza ha causato sofferenza e miseria in tante famiglie, del Sud e anche del Nord d’Europa. Non pagheranno per questo, ma ricordiamolo.

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Scaldiamo le fredde riforme: quale istruzione?

Riforme. Che brutta parola, così vuota e fredda. Non la sopporto più. Provo ad attaccarmi a un briciolo di visione più ambiziosa per scaldarla.

Mario Draghi sostiene che la vera riforma del lavoro non è quella dell’art. 18 ma quella dell’investimento in istruzione. Concordiamo.

Romano Prodi sul Messaggero di oggi sostiene la necessità di imitare il modello formativo dei tedeschi, basato sulla scambio tra impresa e mondo della formazione, dando peso alle conoscenze tecniche. Ma il Premio Nobel per l’economia Ned Phelps aggiunge una dimensione a mio avviso essenziale e assolutamente marginalizzata oggi nelle scuole e nelle università italiane: quella del ruolo materie umanistiche.

I mercati del lavoro non hanno solo bisogno di maggiori competenze tecniche, ma richiedono sempre più “soft skills” come la capacità di pensare in modo fantasioso, di elaborare soluzioni creative per risolvere problemi complessi, di adattarsi a circostanze mutevoli e a vincoli nuovi.

E’ questo che l’istruzione deve trasmettere ai giovani. Gli studenti, in particolare, devono avvicinarsi e imparare ad apprezzare i valori moderni legati all’individualismo che sono emersi verso la fine del Rinascimento e hanno continuato a essere trainanti fino all’inizio del 900. Questi valori possono rinvigorire le economie di oggi esattamente come hanno alimentato il dinamismo passato.

Un primo passo necessario è quello di reintrodurre le materie umanistiche al liceo e nei corsi di studio universitari. Studiare letteratura, filosofia e storia sarà d’ispirazione ai giovani che aspirano ad una vita ricca, una vita che permetta loro di offrire dei contributi creativi, innovativi alla società. Studiare il “canone” sarà più importante che impartire a questi giovani una serie di competenze strettamente specifiche, plasmerà le loro percezioni, ambizioni e capacità in modi nuovi e corroboranti.

L’ascesa del mondo moderno è stata segnata dalle discipline umanistiche. Tutti i paesi del mondo possono sfruttarle per sviluppare o risollevare le economie che hanno guidato quell’ascesa, aiutando le persone a condurre vite più produttive ed appaganti.”

Ned Phelps, Premio Nobel per l’economia, tradotto dal Sole 24 Ore di oggi, da http://www.project-syndicate.org/commentary/edmund-s–phelps-argues-that-restoring-humanities-education-is-the-key-to-building-innovative-economies

E allora? Come la mettiamo? Qual è il disegno complessivo legato a questa parola così vuota e fredda, “riforme”? Dove vogliamo arrivare con la più importante di tutte, quella della crescita dei giovani in un mondo così aperto e così diseguale, così bisognoso di persone che lascino una traccia di bello nel mondo? Vogliamo lavorare per aiutarli?

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L’ambulanza in ritardo e mal diretta della BCE e le porte sbarrate del pronto soccorso europeo

Quasi mai si è felici al suono della sirena di un’ambulanza, tranne se la si aspetta con ansia perché chi sta male ci sta a cuore. Ecco, davanti a questa Europa malata, siamo felici di sentire la sirena dell’ambulanza di Mario Draghi avvicinarsi per portare soccorso. Paradossale.

Ma è una magra consolazione. E non solo perché l’ambulanza è arrivata in ritardo – viste le continue revisione tardive al ribasso delle stime di crescita e dell’inflazione da parte della BCE, che, come ha ammesso lo stesso Mario Draghi, sono errori sulla gravità della carenza di domanda e della crescita della disoccupazione – ma anche perché l’ambulanza da sola non può salvare un malato così grave: l’intervento della BCE non aiuterà la domanda di credito a risalire, non essendoci la fiducia di famiglie ed imprese per tornare a spendere.

Tre giorni fa parlavo con un banchiere che mi raccontava come un cliente importante gli aveva proposto di depositare presso la banca 500 milioni di euro, non una bazzecola. La banca dopo qualche momento di riflessione ha deciso di rifiutare tale deposito. “Perché non sapevamo a chi dare questa liquidità”, ha raccontato, e se “l’avessimo dovuta tenere parcheggiata sui conti della BCE avremmo pagato tassi d’interesse negativi, rimettendoci”. A dimostrazione che l’ambulanza serve a poco. Serve che funzioni l’ospedale dove verrà portato il paziente.

Perché arrivati all’ospedale ci potrebbero essere gli strumenti giusti per operare il paziente: quelli di una politica fiscale che stimoli la domanda interna via minori tasse e soprattutto maggiori investimenti pubblici. Ma c’è un altro problema: le porte del pronto soccorso sono sbarrate, dall’ottuso Fiscal Compact che impedisce dal 2011 ad imprese e famiglie di sperare nella ripresa e tornare a scommettere sul futuro investendo. E questo perché bisogna fare austerità nefasta.

Un’ultima annotazione: l’ambulanza sa bene che si sta dirigendo verso un pronto soccorso chiuso e sbarrato. Con la qual cosa intendo dire che le dichiarazioni di Draghi sono scientemente sbagliate: ogni volta che si dichiara, come ieri, http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140904.en.html , a favore del Fiscal Compact, neutralizza la validità dei suoi annunci monetari, deprimendo le aspettative di ripresa. Perché se con una mano si dà, via moneta, e con l’altra si toglie, via maggiore austerità, il risultato netto è che si resta dove si è, peggiorando le condizioni del malato che ha bisogno di aiuto subito.

Il referendum contro la legge 243 che importa il Fiscal Compact in Italia è la nostra unica possibilità per far sentire la voce dell’Italia in Europa, una voce che potrà salvare non solo noi, ma tutta la costruzione europea. www.referendumstopausterita.it 

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La contabilità della solidarietà europea

Uno strano ma interessante dell’articolo dell’Istituto Bruno Leoni, http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=15313, quanto meno ansioso di dimostrare l’enorme generosità dell’Unione europea verso l’Italia e quindi, implicitamente, la bontà dell’attuale costruzione continentale e dunque, sempre implicitamente, la non necessità di fare qualcosa per migliorarla. E se non c’è da migliorare l’Europa, sequitur, tutto quello che c’è da fare è a casa nostra, con le riforme.  Di cui senza dubbio l’Istituto è diventato il paladino, spesso con merito.

Ma non in questo caso, come vi dirò. Non c’è bisogno, per essere paladini delle riforme, di negare il ruolo della solidarietà. A meno che non si sia solo liberisti e non liberali.

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Argomenta, il pezzo citato, come l’Italia, grazie all’azione della BCE, abbia negli anni di crisi goduto di una somma largamente eccedente l’entità del contributo italiano (peraltro non a fondo perduto) ai programmi europei.

A favore di tale argomentazione viene citato uno studio del Fondo Monetario Internazionale in cui si mostrerebbe come “nei sei anni intercorsi fra il 2008 ed il 2013 i trasferimenti impliciti all’economia italiana conseguenti agli interventi della Banca Centrale Europea sono stati pari, in media, a circa 60 miliardi di euro all’anno (qualcosa come quattro punti di prodotto interno lordo all’anno) … Nel complesso il trasferimento implicito a favore dei paesi della periferia dell’area dell’Euro (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna) si è aggirato – al netto delle loro contribuzioni – intorno all’1% del prodotto interno lordo di questi paesi.”

In realtà il Fondo (a pagina 25, Box 4) parla di tutti i Paesi messi assieme: l’Italia con la Spagna essendo il Paese che tra quelli citati ha sofferto di spread più bassi di Irlanda, Grecia e Portogallo, la cifra in percentuale del PIL per il nostro Paese è probabilmente più bassa, del circa 0,5% di PIL.

https://www.imf.org/external/pubs/ft/sdn/2013/sdn1309.pdf

L’aiuto all’Italia ha preso la forma di prestiti per più di 300 miliardi da parte della BCE. Capiamoci: non è che la BCE abbia acquistato titoli italiani in asta. Ha, invece, finanziato le banche italiane con prestiti a basso costo rispetto al tasso a cui queste sarebbero riuscite ad indebitarsi (alti perché i tassi delle obbligazioni delle banche italiane seguono l’andamento del costo della Repubblica italiana). Così facendo la BCE ha ottenuto due risultati: a) permettere alle banche straniere che possedevano BTP italiani di uscire dal mercato trovando dei compratori (le banche italiane) e quindi senza subire perdite, b) così calmierando gli spread, far sì che per finanziarsi il Tesoro italiano si trovasse di fronte ad un contesto di tassi più bassi.

E infatti, soprattutto nei mesi della crisi più acuta una buona quota del debito pubblico italiano passò in mano … italiana.

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Dobbiamo ringraziare l’Europa per questo “regalo”? Dipende da chi si crede abbia scatenato questa crisi: siamo sicuri che siano stati i cattivoni del Sud? Discorso ormai abbondantemente trito e ritrito su cui non voglio tornare. Mi basterà qui ricordare tre aspetti già svariate volte citati in questo blog.

Primo, che la crisi dei derivati greci (la famosa miccia della crisi dei debiti sovrani europei) fu dovuta ad una volontà politica di chiudere gli occhi di fronte a transazioni che imbellettavano i conti pubblici a partire già dalla fine degli anni 90, che furono denunciate nel mio libro nel 2001 e che nessuna autorità preposta a vigilare (né la BCE, né Eurostat, né la Commissione europea), malgrado ne fossero al corrente, cercarono di scoraggiare, sanzionare, vietare.

Mi basterà ricordare, per secondo, che gli spread cominciarono a scendere nella fine agosto del 2012 quando la Merkel rese nota a mezza bocca l’intenzione di tenere la Grecia dentro l’euro “a tutti i costi” (già, non fu Draghi…), a dimostrazione che quegli extra costi di spread potevano essere evitati tranquillamente con una Europa migliore, e che gran parte della loro esistenza è stata dovuta ad errori macroscopici della leadership europea, non dei brutti anatroccoli neri del Sud.

E infine mi basterà ricordare, come abbiamo già fatto notare in opposizione a quanto detto da Draghi nel recente discorso di Jackson Hole, che lo spread odierno, tuttora alto, è dovuto al persistere del Fiscal Compact e dell’austerità, che rendono sempre più rischioso detenere titoli di Stato di Paesi in cui sempre più forte è la disillusione sul valore del progetto dell’area euro, privo di solidarietà come invece sono altre aree monetarie uniche tra stati, quali ad esempio gli Stati Uniti d’America, dove gli spread tra Mississippi e Massachusetts è pari a zero.

In tal senso possiamo dire che è l’Europa ad avere imposto e a continuare ad imporre costi eccessivi ai paesi del Sud dell’area euro. In primis per quanto riguarda il costo del loro finanziarsi, in quanto per le politiche sbagliate gli spread sono stati e continuano ad essere superiori a zero come invece dovrebbero essere in ogni Unione monetaria tra Stati che funziona bene perché gestita in maniera vigile ed accorta. In realtà il Fondo giustamente ricorda che questi non sono i soli costi per l’Italia, sostenendo che questo tipo di aiuto “ex-post” della BCE, dopo che la crisi è avvenuta, ha comportato disoccupazione e recessione in assenza di uno schema migliore che era a portata di mano.

Ma gli amici del Bruno Leoni non sembrano notarlo. Il Fondo sì. Per il Fondo avrebbe potuto essere un sistema federale all’americana tra Nord e Sud. Per questo blog che crede che un governo federale europeo è qualcosa a cui dovremo aspirare solo quando avremmo una cultura europea decisamente più omogenea (tra 50 anni?) e che oggi sarebbe piuttosto una iattura, l’ennesima, anti democratica, la mossa sarebbe quella che rivendichiamo col referendum www.referendumstopausterita.it, ovvero una politica fiscale espansiva in ogni dove dell’area euro, di più in Germania, meno in Italia, con la fine dell’ottusa austerità. Una politica di solidarietà “realistica” date le differenze culturali ancora insuperabili, una politica che dà sia alla Germania che all’Italia, che permette di rimanere assieme e avvicinarci culturalmente, rafforzando il progetto di pace, sviluppo e coesione europeo.

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Ma c’è qualcosa di più che proprio non mi pare essere pienamente compreso da chi pensa che tutto va bene in questa Europa.

La parola “trasferimento” implicito è un’arma a doppio taglio se usata male. Il trasferimento deve essere inteso come quello che ogni anno avviene nel sistema federale statunitense, dove ogni anno il “progressista” Massachusetts viene incontro al “retrogrado” Mississippi con sussidi del 10% circa del PIL del secondo.

Siccome questo trasferimento avviene via bilancio federale con complessi meccanismi ormai automatici che dai più ricchi danno ai più poveri, potremmo chiamarlo “implicito”, nel senso che non è così visibile. Faremmo tuttavia meglio a chiamarlo esplicito, tanto è chiaro ai cittadini statunitensi, che magari non sanno come si calcola questo trasferimento, ma che lo considerano parte fondante del loro “contratto sociale” e che spiega anche il miracolo di avere finalmente, con grande fatica, avvicinato tra loro Stati così culturalmente diversi in partenza. Un po’ come tra Germania dell’Ovest e dell’Est dopo il 1989 o tra l’Italia meridionale e settentrionale.

Ecco come funzionano i trasferimenti espliciti: qualcuno decide di perderci, qualcuno sa di vincere, ma ad ambedue sta bene. Per un obiettivo spesso più alto, politico e culturale.

I trasferimenti di cui parla il Fondo, ma anche l’Istituto Leoni, sono “impliciti” per due ordini di motivi. Primo perché sono molto più invisibili e meno comprensibili di quelli di cui vi ho parlato poche righe sopra, secondo perché nessuno ci perde. E già. Non c’è un’Europa che dà e una che riceve, come vuol far intendere la nota dell’Istituto, che fa la contabilità della generosità, una pratica rara, ritenuta sconveniente, negli Usa dei trasferimenti espliciti.

Come è possibile direte voi? Abbiamo già detto che quando la BCE presta alle banche italiane a tassi bassi (permettendole di comprare i titoli di stato italiani dalle mani delle banche straniere), questa è una politica subottimale per il Sud dell’area nel senso che è tardiva e dominata da politiche migliori che non sono state effettuate. In realtà però è una politica vantaggiosa per il Nord.

Oddio, e come è possibile? Semplice. Per due ordini di motivi. Primo, perché sono somme – quelle della BCE – che aiutano a salvare le banche straniere dal rischio Italia. Nei limiti in cui alcune di queste banche erano olandesi, finlandesi, belghe, tedesche … ecco che l’operazione è certamente a loro vantaggio.

Ma c’è di più. La BCE non avrebbe emesso questi finanziamenti alle banche se non ci fosse stata la crisi degli spread. Effettuandoli, ha di fatto prestato a tassi bassi alle banche italiane che hanno promesso di restituire a questa gli interessi, bassi ma positivi. Siccome questi prestiti verranno di fatto tutti restituiti dalle banche italiane (perché queste non sono fallite), la BCE ha guadagnato somme non piccole anche su questa forma di finanziamento poco caro. E questi profitti della BCE a chi sono stati distribuiti? All’Italia certo, ma anche alla Germania.

Che ha finito per non perderci, ma guadagnarci.

Avete mai sentito di trasferimenti dalla Germania all’Italia che danno alla prima e tolgono alla seconda? Ecco, sì, sono il contrario dei trasferimenti espliciti dell’unica area monetaria che ha capito come funzionare, quella degli Stati Uniti. Forse per questo li chiamano “impliciti”. Farebbero meglio a chiamarli “illeciti”, almeno moralmente, almeno se il tuo scopo è quello di crescere grazie alla coesione che viene dalla solidarietà.

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Perché l’Europa non vuole combattere la disoccupazione pur sapendo come fare?

La semantica del Draghi americano, con la Buba a distanza di sicurezza grazie alle onde dell’Atlantico, è stata assai nuova e diversa. E questo non tanto per l’assenso ad una minore austerità da tutti fatta notare, quanto per l’avversione alle più rilevanti e pericolose conseguenze dell’austerità: disoccupazione ed emarginazione. Atteggiamento nuovo, da accogliere favorevolmente, specie per un rappresentante di una istituzione, la BCE, che per motivi misteriosi non deve per mandato preoccuparsi dell’occupazione, come invece la Fed, concentrandosi solo sull’inflazione.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html

L’enfasi sulla “tragedia con effetti duraturi” della disoccupazione, la comprensione – senza richiami alla sacralità dell’indipendenza del banchiere centrale – per quelle “pressioni politiche” che crescono quando la disoccupazione cresce, il richiamo finale al fatto che la minaccia vera alla “coesione di lungo termine dell’area euro” deriva dalla possibilità di non raggiungere alti livelli di occupazione ovunque nell’Unione.

Tutto giusto. Eppure.

Eppure del discorso di Draghi porterò a casa soprattutto due conclusioni, legate tra di loro indissolubilmente: la pochezza delle soluzioni da lui proposte per uscire dalla crisi e l’assoluta contraddittorietà della sua analisi rispetto ai dati da lui stesso generosamente forniti.

Il che porta in ultima analisi a chiedersi perché Draghi, e soprattutto con lui l’Europa che “decide”, voltino il loro sguardo altrove per non porre fine a questa assolutamente assurda recessione europea. E la risposta che mi do è semplice e devastante ed in piena contraddizione con l’apparente nuova benevolenza di Francoforte sul tema: questa Europa, l’Europa che decide intendo, non è interessata a combattere la disoccupazione. Il perché sarà presto detto, di nuovo grazie ai dati forniti da Draghi stesso.

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Come suggerisce Draghi di porre fine a questa mattanza europea? Oltre che grazie alle solite riforme, l’enfasi dei giornali si è concentrata su quella che Draghi ha chiamato “la spinta (boost) alla domanda aggregata”.

Peccato che quelli di Draghi siano 4 strumenti pressoché inutili per uscire da questa crisi: 1) ulteriori margini di flessibilità, cioè meno austerità ma sempre austerità, inutile per generare meno disoccupazione ed emarginazione là dove questa cresce; 2) il Piano Juncker di 300 miliardi investimenti pubblici nell’Unione europea in 3 anni, 0,75% di PIL dell’area, utile per rallentare il declino, non per arrestarlo; 3) un passaggio al finanziamento con maggiori tasse di una riduzione del cuneo fiscale, su cui commenterò più avanti e 4)  “una discussione sulla posizione fiscale complessiva dell’area euro”, che parrebbe essere l’ennesimo richiamo ad avviare una lenta cessione di poteri fiscali (tassazione e spesa) ad un governo europeo. Lenta, appunto, e dunque capace solo di distrarci dal lavoro odierno.

Le soluzioni di oggi di Draghi sono errate, ancorché più benevolenti di ieri, perché tradiscono una voglia di non guardare in faccia alla realtà. Chi lo dice? Credeteci o no è Draghi stesso, che con la sua analisi smonta una per una la rilevanza delle sue stesse proposte. Ed è di nuovo Draghi, con un contorsionismo affascinante, a rifiutarsi di prendere atto delle logiche conclusioni a cui i suoi dati e le sue affermazioni inevitabilmente conducono per mano il lettore sbigottito.  Le chiameremo le quattro negazioni di Draghi, che crede siano fantasmi irreali i quattro convitati di pietra di questa mancata ripresa.

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La prima negazione: il fantasma del Fiscal Compact, che conta eccome.

Il grafico che Draghi propone all’inizio del suo discorso mostra l’andamento della disoccupazione dal 2008 negli Stati Uniti e nell’area euro. Notate due cose: l’andamento simile fino ad un certo punto e poi il brusco separarsi delle curve, con la disoccupazione statunitense che crolla e quella europea che schizza verso l’alto. E quando avviene questa divergenza? Toh, guarda caso, a primavera del 2011, quando viene annunciato in Europa dal Consiglio europeo (la data esatta è il 15 marzo 2011) l’accordo trovato sul Fiscal Compact. Casuale mi direte? Forse. Ma forse no. Perché se credete, come il Premio Nobel Sims, che le decisioni di imprese e famiglie dipendono dagli annunci politici e dal quadro istituzionale a riguardo della futura austerità, beh, ci vuole poco a capire che imprese e famiglie abbiano cominciato a percepire proprio allora un clima avverso al sostegno nei loro confronti in caso di avversità. Ed abbiano rinunciato a spendere. Ad investire.Ma Draghi non fa mai cenno a questo evidente correlazione. Ne cita invece un’altra per spiegare la crescita della disoccupazione.

La seconda negazione: il fantasma dello spread, che non è causa ma effetto della crisi

Beh, ognuno sceglie le sue correlazioni. Io la mia ve l’ho fatta vedere, Draghi la sua la fa vedere subito dopo. Con questo strano grafico qui, che mostra come i paesi che hanno avuto un crollo occupazionale nell’area euro (Spagna, Grecia, Portogallo Irlanda e Italia) sono gli stessi che hanno subito una crisi di fiducia nei mercati dei titoli di Stato (vedasi negli spread).

Le correlazioni possono spesso essere lette in due direzioni: Draghi pare scegliere la sua, spiegando la disoccupazione con la crisi di fiducia dei mercati (con quali canali? forse pensando che là dove gli spread salgono crolla il credito all’investimento). Il che porta poi Draghi a spiegare, lo vedremo meglio dopo, come la sola soluzione possibile per combattere la disoccupazione fosse quella di rassicurare i mercati, con un’austerità accelerata. Peccato che alla fine del suo discorso, come già dicevo prima, sostenga proprio il contrario: che è dalla disoccupazione alta che provenga la più seria minaccia alla sopravvivenza dell’area euro, il che farebbe pensare che il suo grafico non faccia altro che confermare come mercati preoccupati della mancanza di crescita e occupazione fossero quelli considerati più a rischio di uscita dall’euro e dunque colpiti da spread maggiore. Il bell’articolo di Boitani e Landi oggi sul Fatto Quotidiano illustra bene come gli spread sono scesi di più là dove l’austerità è stata minore!

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/23/austerity-piccoli-effetti-indesiderati/1095488/

Se così fosse, allora è evidente che si sarebbe dovuto fare il contrario di quel che si fece, espansione invece di austerità, via minori tasse, maggiori investimenti pubblici e maggiori deficit. La crescita avrebbe poi aiutato a ridurre il rapporto debito PIL di ognuno dei paesi, al contrario di quanto non abbia fatto con l’austerità.

La terza negazione: il fantasma degli stipendi pubblici e della spesa corrente, che contano eccome

Draghi testualmente ammette che dalla prima fase della crisi se ne uscì, in tutta l’area dell’euro, creando occupazione via “pubblica amministrazione, istruzione, sanità”, ammortizzando lo shock. Ma, secondo Draghi, dal 2011 in poi ci si fermò dal fare questo per “le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito”, avviando la “necessaria austerità per ridare fiducia ai mercati, creando una … riduzione verso il basso delle assunzioni nel settore pubblico che si è aggiunta alla già avanzata contrazione dell’occupazione in altri settori”. Così è stato per l’Italia. Ricordo che la spesa nominale per stipendi della pubblica amministrazione è calata dal 2010 al 2014  da 172 a 163 miliardi, del 5%, circa, in termini reali dunque del 12%. Il Ragioniere Generale dello stato ed il DEF di Padoan prevedono che la spesa nominale per stipendi si arresti a 163 miliardi da qui al 2018, con un calo reale ulteriore per qualsiasi livello di inflazione positiva.

Se ne deduce che per arrestare questa crisi non è il cuneo fiscale a cui volgere l’attenzione, né tanto i piani di Juncker, quanto la ripresa dell’occupazione nel settore pubblico. Lo dice lo stesso Draghi. Leggere più avanti per credere.

La quarta negazione: il fantasma dell’istruzione, che non può esistere senza fondi pubblici

Oltre a riprendere la domanda aggregata (ma abbiamo visto, con soluzioni proposte irrilevanti) ci vogliono, secondo Draghi, “le riforme”. E anche qui il Presidente della BCE si è spinto un po’ più in là dei suoi grigi colleghi, italiani ed europei, che invocano riforme senza sapere quali.  

Mario Draghi al termine del suo discorso ha infatti ricordato senza se e senza ma quale sia la vera riforma necessaria per riprendere il cammino di lungo termine: “il livello insufficiente delle competenze aumenterà il tasso di disoccupazione naturale facendo crescere il numero di lavoratori che scompariranno dalla “zona di competitività” e divenendo non più occupabili. Aumentare le competenze è chiaramente prima di tutto e soprattutto una questione di istruzione, dove vi è molto che può essere ancora fatto.”

Esatto. E siccome l’istruzione in Europa è prevalentemente pubblica, la riforma principale per Draghi passa per … più spesa pubblica per scuole ed università, per maestri, professori, attrezzature, ricerca. Tutto quello che la sua austerità, più o meno flessibile, impedisce.

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Rimane l’ultima domanda.

Perché allora non si è voluto e non si vuole cessare la stupida austerità? Perché Draghi, capendone le cause e gli effetti, fa finta di non vedere e propone l’esatto opposto di quanto la sua stessa analisi suggerisce? Perché l’Europa che “comanda”, ancor più di Draghi, fa finta di non vedere, visto che poi è a lei che spetta di combatterla istituzionalmente prima ancora che alla BCE?

Ho una sola risposta. E di nuovo, non dovrebbe stupirvi, me la fornisce l’analisi di Mario Draghi con quello che è certamente il grafico più drammatico di questa crisi. Ovvero quello che indica chi ha perso più occupazione di tutti da questa crisi, in funzione del proprio titolo di studio. Guardatelo bene: sono i rossi, non i blu. I rossi sono i lavoratori con scarsa istruzione, i più deboli e presumibilmente i più poveri dunque. I blu sono quelli con maggiore istruzione, i più protetti ed i più ricchi dunque.

Questa crisi non ha colpito che di striscio i benestanti, la cui occupazione ha continuato a marciare, ha colpito i meno abbienti. Questa crisi ha acuito la disuguaglianza sociale in Europa.

La colpa? La crescente assenza di rappresentanza nei processi decisionali europei. E’ ovvio che se sono i tecnocrati a dettare le regole del gioco della politica, nei loro salotti ovattati di Bruxelles o Francoforte, nelle riunioni protette con cena a seguire del Consiglio europeo o dell’Ecofin, lontani dai rumori delle pernacchie e delle trombette con cui fino a pochi anni fa i lavoratori più disagiati si difendevano sotto le mura dei tanti Ministeri nazionali, è ovvio che l’esito delle politiche non potrà essere che questo.

La soluzione? Riprendersi l’Europa con strumenti democratici, come il referendum o il sostegno a forze politiche che vogliano l’Europa ma non questa Europa. In attesa che i salotti buoni lo capiscano, noi andiamo avanti, venite a firmare il referendum anti austerità c’è tempo fino a fine settembre. www.referendumstopausterita.it

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The day that Europe collapsed, the Fiscal Compact was born

Take two unrelated events, one in Lindau, Germany, the other in Jackson Hole, United States, taking place in the same days.

You have the chance to listen to a Nobel Prize winner and the Chairman of a key Central Bank.

The former, Chris Sims, argues that when deflation-risk arises and monetary policy is powerless because interest rates are alredy minimal at the zero bound, deflation and recession materialize in those countries where fiscal policy also is perceived by consumers and firms never to be able to generate for extended periods deficits and debt, supporting internal demand.

Europe fits perfectly this description: an area where the Fiscal Compact – Europe’s constitutional rule against debt accumulation – forbids deficits to mount, even in a recession, does not allow optimistic beliefs for the future to arise. Investment and consumption are postponed, a recession arises, reinforcing deflation.

The Fiscal Compact was formally announced to markets, consumers and frms on March 15, 2011.

http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/ecofin/119888.pdf

Now, look at the following slide put forward by Mario Draghi, European Central Bank President, at the Federal Reserve of Kansas meeting in Jackson Hole. It shows euro area and US unemplyment dynamics since the Lehman crisis.

What do you notice?

Yes, you got it. As Mario Draghi himself remarked, unemployment followed similar dynamics in both areas in the first years after the crisis, decoupling afterwards, with US unemployment collapsing and the euro area’s one rising.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html

And guess when the decoupling started? Yes, you got it, exactly when the Fiscal Compact was announced. In that same period, that is, when private sector actors in Europe lost the hope that internal demand would be sustained in the years to come by, what Prof. Sims aptly called, ”the kind of fiscal expansionary commitment” that was and is still needed to end the recession and the deflation simultaneously in Europe.

Frankly speaking, why would you want to invest and spend in a geographic area where, in the face of extremely negative shocks, you are told that the public sector will never intervene to lighten the burden with lower taxes and greater public spending?

I know, many other factors might explain the decoupling. But it is hard to resist the temptation to share with you this one also thanks to the brilliant explanations of Prof. Sims and the stylized facts proposed by President Draghi.

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Il Nobel Sims e la stupidità europea del Fiscal Compact

Ho ascoltato la lezione del Nobel Sims all’incontro di Lindau. Bella, capace di incidere (assieme al lavoro dei due giovani ricercatori italiani di cui vi ho parlato poco tempo addietro) sul dibattito sul futuro dell’Europa. Capace di farci capire anche quanto le parole di Yellen, president della Fed statunitense, e Draghi ieri a Jackson Hole siano capaci di influenzare l’andamento delle loro economie. http://www.mediatheque.lindau-nobel.org/videos/33961/christopher-sims/meeting-2014-eco

Nel suo mondo, nel mondo di Sims, non è la moneta a spiegare l’andamento dell’inflazione, quanto, l’assieme de:

a) l’interazione tra autorità monetaria (la BCE, responsabile del governo della moneta) e le autorità fiscali (i governi europei, responsabili di quando tassare e spendere, ovvero del livello dei deficit e del debito), cioè la loro capacità di andare d’accordo, o nel caso contrario, la valutazione di chi la spunta tra i due agli occhi del mercato, chi è considerato più potente, tra i due.

b) l’aspettativa nella testa di famiglie ed imprese di se e quando sarà ripagato nel futuro un eventuale deficit pubblico odierno.

Se il debito sale, per esempio a causa di una diminuzione odierna delle tasse, e gli individui non credono o non tengono conto che nel futuro le tasse dovranno tornare a crescere per ripagare il debito, aspettandosi piuttosto che deficit nel presente continueranno nel futuro, si sentiranno più ricchi, spenderanno di più, mettendo pressione verso l’alto sui prezzi.

Tema importante, non fosse altro che per il fatto che stiamo entrando in Europa in una pericolosa deflazione e non sembra che stiamo riuscendo, con la BCE, a evitare questa discesa dei prezzi. Secondo Sims dunque l’inflazione dipende in maniera decisiva dalle aspettative di famiglie, banche ed imprese sulle politiche fiscali che verranno intraprese dai governi oggi, ma anche e forse soprattutto domani. Ma anche, lo dicevamo, dal rapporto di forza tra governi e banca centrale.

Immaginate per esempio che le autorità fiscali abbiano convinto il pubblico che non intendono mettere a posto i conti pubblici dopo aver abbassato oggi le tasse: debito e prezzi continuano a crescere. Se la banca centrale cercasse di bloccare questa crescita dei prezzi alzando i tassi d’interesse, in questo mondo, l’unico risultato che otterrebbe sarebbe far sì che i deficit crescano maggiormente a causa della maggiore spesa per interessi, accelerando e non rallentando l’accumulazione di debito, l’inflazione e la spirale perversa col debito, sostenendosi a vicenda. E tutto questo solo perché le autorità fiscali sono ritenute più “politicamente” forti delle autorità monetarie.

Ma oggi secondo Sims viviamo in un mondo, perlomeno quello occidentale, completamente diverso: secondo lui le famiglie e le imprese sanno bene che i deficit odierni saranno compensati da più tasse e meno spese domani. Cita interessanti sondaggi per gli Stati Uniti da cui emerge che le dinamiche di invecchiamento demografico della popolazione, non gestito da governi lungimiranti, stanno portando alla crescente convinzione nei cittadini che in futuro vi saranno forti tagli alle pensioni o aumenti generalizzati delle tasse per far fronte ai futuri maggiori oneri. La crescente incertezza di chi dovrà ripagare domani i deficit oggi aggiunge un ulteriore elemento nella testa di consumatori ed imprese: in questo caso i deficit ed i debiti diventano addirittura deflazionisti, le famiglie decidendo di risparmiare e le imprese di non investire temendo che il carico fiscale futuro per ripagare il debito ricadrà in gran parte su di loro.

L’Europa è in questa situazione? Non c’è il minimo dubbio. Abbiamo creato una legislazione, il Fiscal Compact, che non è altro che un legare le mani strettissime agli attuali Governi: nessuna maggiore flessibilità oggi potrà convincere le famiglie a spendere, fino a quando i governi saranno obbligati costituzionalmente a immediatamente correggere subito domani i deficit odierni. E infatti, la deflazione impera in Europa.

Non negli Stati Uniti, dove non esistono regole così stupide come il Fiscal Compact, dove rimane uno spazio nella testa di famiglie ed imprese per credere che le politiche in aiuto all’economia, quando in difficoltà, non verranno smontate la mattina dopo.

Ma, potreste dire, in Europa il potere ce l’ha allora la Banca Centrale, i governi sono neutralizzati, perché non agisce per eliminare la deflazione? Perché la Banca centrale in situazioni come queste ha poteri limitati: al massimo può portare i tassi d’interesse a zero. Con il pubblico convinto che i deficit odierni implicano austerità domani, e con i prezzi che scenderanno, i tassi a zero implicano tassi d’interesse reali (al netto della deflazione) crescenti, accelerando la recessione oggi e accentuando la deflazione.

La soluzione di Sims per uscire da questa trappola? Ovvio, ridare potere ai governi ed alle politiche fiscali, vista la poca capacità delle banche centrali di aiutare l’economia. “Una politica fiscale espansiva oggi, con famiglie ed imprese convinte che questa politica espansiva non verrà abbandonata nel futuro (i deficit continuano, senza aumentare tasse o ridurre spese), per lottare contro la deflazione.”

Facile? Mica tanto. “Purtroppo la gente non è convinta che questo è quello che succederà alla politica fiscale: richiederebbe un cambiamento radicale nelle politiche e nei discorsi dei politici e delle banche centrali. Ed un sistema politico che permetta di mantenere tali promesse nel futuro, cosa difficilissima per i politici”.

Eppure negli Stati Uniti ci si è riusciti, per ora, ad evitare questa trappola. Come mai? Gli Stati Uniti non si sono legati le mani stupidamente come noi: non hanno il bilancio in pareggio senza se e senza ma e questo, paradossalmente aiuta anche la Fed, perché permette di evitare la deflazione in situazioni di grave recessione, uscendone con maggiore domanda interna via Stato.

La crisi europea è ripartita nel 2011, quando si è cominciato a scrivere l’ottuso Fiscal Compact, proprio mentre le gente cominciava far capolino con la testa fuori della porta di casa perché la tempesta pareva finita.

Come se ne può uscire? Paradossalmente partendo da quelli che per Sims sono i due più grandi impedimenti alla ripartenza europea:  

“L’UME è stata creata con l’erronea idea che politica fiscale e politica monetaria potessero essere completamente separate” e poi “nessun singolo governo nell’Unione Monetaria Europea  può fare un piano fiscale del tipo che ho descritto”. L’esito? “Deflazione e stagnazione per lungo tempo”.

Ecco, basterebbe dire alla BCE di sostenere i governi via dal Fiscal Compact, procedendo tutti uniti in un programma di reflazione europea guidato dalla Germania. Il nostro referendum (www.referendumstopausterita.it) è fatto apposta per questo, per avviare questo processo.

E non ditemi che ieri Draghi abbia detto ciò a Jackson Hole. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo domani.

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Wherever it aches, with economic policy and democracy

Il testo integrale della mia lettera al Financial Times pubblicato oggi in forma ridotta.

The full text of todays’ letter to the Financial Times, reduced for space reasons.

http://on.ft.com/1ohJuEl  (for subscribers only, solo per abbonati)

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Sir, Europe has managed to avoid a disastrous break-up of the euro. By doing so it has been able to remain a critical player in today’s global geopolitics, where size matters if you want to sit at the decision-makers’ table, rather than being on the menu.

“Whatever it takes” has been the key symbolic statement that German and other political authorities allowed Mr Draghi to make in order to save Greece, and in the process abate market fears, sovereign borrowers’ cost of funding and pressure on taxpayers’ money.

However daring, Europe’s actions have not represented so far a sufficient condition for a recovery, which would have also helped in stabilizing the expectations for a solid world economic growth. Indeed, Europe is now facing the risk of a “Japanese” syndrome of prolonged stagnation and deflation. Markets condemn such situation by pricing government bonds in the euro area at highly different real spreads, even if nominal ones remain stable, a symptom of the resilient fear that sovereign borrowers will not fulfill their repayment obligations with their scarcer and scarcer resources.

Positive expectations are lacking across Europe, leaving private internal demand timid or regressing. The European Central Bank’s and European Commission’s support for ailing economies on the condition of  further fiscal consolidation and long-term reforms explains why neither unconventional monetary policy announcements nor the declaration of pan-European investment programs really weaken the grip of pessimism on expectations.

It is therefore time for a new symbolic political announcement, one that will indicate a major shift in European economic policy: we suggest “wherever it aches”. Wherever, that is, a country of the euro-area is in pain as it faces harsh conditions for its employment and business conditions, European policy-makers will intervene. Their actions will consist of creating the conditions to allow the ECB to achieve its two per cent inflation mandate, and allowing for a decision to relent with the pressure of the Fiscal Compact through a moratorium on fiscal retrenchment so as to give oxygen instead of morphine to a patient still on the operating table. It is indeed hard to justify today, based on plain and simple economic theories, why Italy, in what is likely to become its record third consecutive year of a recession, should raise its primary surplus in 2015 and 2016 by a staggering 1.6% of GDP.

But more must be done while waiting for our European leaders to show some sense of direction and daring. A full debate on what is Europe and what is its purpose for the next generations needs to surround our daily lives. Too great a portion of the current European architecture has been accepted so far without the full involvement of citizens, in what has been aptly called, many years ago, “le débat interdit”: the term is unfortunately still informative today of the democratic gap within the continent.

The United Kingdom has shown the way by indicating the relevance of popular consultations on such critical matters. A month ago, a Committee of Italian lawyers and economists, which I chair, deposited four queries at the Italian Cassation Court, to be voted on in a national referendum, that would amend the Italian Law that transposes the “fiscal compact” into national legislation. To proceed with a vote in the spring of 2015, 500,000 signatures are needed by the end of September, together with the subsequent consent of the Italian Supreme Court. We hope our initiative will allow a greater halo of democracy to shine over a construction whose long-term sustainability we wish to strengthen.

The Fiscal Compact is an automatic pilot that during a storm needs to be de-blocked to avoid a crash against the mountain. This does not mean we do not recognize the need of the Italian economy to be reformed: an able pilot is needed to lead the plane to a safe landing and repair the plane from its structural defects and the damages from the storm. That skillfulness in removing the several illnesses that condemn Italy to a future of despair is what we need, starting with a spending review “British-style” that can generate the resources to fund a very much needed plan of pro-growth public investments without additional debt.

Gustavo Piga,

University of Rome Tor Vergata, Italy

The writer is chairman of the Referendum Committee against the law that transposes the fiscal compact into Italian legislation

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La deflazione di ieri è arrivata, quella di oggi non se ne andrà facilmente

La slide power point che vedete qui sotto fu mostrata alcuni anni orsono, nel 2009, ad un convegno di Villa Mondragone che Luigi Paganetto organizza da anni con successo. Da chi? Da Lorenzo Bini Smaghi, allora membro del Comitato Esecutivo della BCE (non lo è più dal 2011).

L’ho usata a svariati seminari ed incontri, questa slide.

Perché credevo e credo ancora che ben rappresenti l’atteggiamento conservativo dei rappresentanti BCE. Guardate il titolo: “i previsori suggeriscono che la deflazione non è un evento probabile”. A sinistra le previsioni sull’inflazione dei mercati per il 2009, a destra per il 2010.

Effettivamente i previsori che allora stimavano (erroneamente!) che vi sarebbe stata deflazione (a sinistra dello zero, nei cerchi rossi) erano pochi.

Il punto di Bini Smaghi allora era quello di giustificare la non necessità di espandere ulteriormente via politica monetaria.

Non scorderò facilmente il momento in cui il grande economista francese, Jean-Paul Fitoussi, terminato il discorso di Lorenzo, alzò la mano per commentare la slide. Disse qualcosa del tipo: “penso che la sua slide dimostri esattamente il contrario di quanto lei sostiene. Mostra che molti ancora non sono convinti della sua affermazione che la deflazione è un evento altamente improbabile. E dato che la deflazione è qualcosa di terribile che non deve accadere – altrimenti partirà un circolo vizioso fatto di disoccupazione e recessione – dovete essere più espansivi con la moneta, mostrando ai mercati che temete la deflazione così tanto da essere inflessibili nel combatterla appena il suo spettro si materializzerà.”

La deflazione allora non si materializzò. Ebbe ragione Bini Smaghi allora? O ebbe ragione Fitoussi?

Bini Smaghi ritornò sulla questione alla fine della sua esperienza a Francoforte con un’intervista al Financial Times, due anni dopo, nel 2011. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/8cbffcae-2c80-11e1-8cca-00144feabdc0.html?siteedition=intl#axzz1hNIt8oqc

E lì, reiterando nuovamente che non vedeva pericoli di deflazione, affermò che qualora questi segnali di deflazione fossero apparsi all’orizzonte, allora la BCE sarebbe passata ad un modello di “quantitative easing”, ovvero di straordinaria gestione attiva della moneta in supporto dell’economia.

2014. La deflazione c’è, moltissimi operatori oggi se l’aspettano, e la BCE probabilmente dall’alto della sua torre l’ha vista arrivare mesi fa, forse addirittura un anno fa. Ma, contrariamente a quanto pronosticò Bini Smaghi, non ha deciso nulla di straordinario.

Rigirando l’argomento di Fitoussi, oggi forse è troppo tardi per fermare la deflazione in tempo. Il 2015 dell’area euro forse, anzi più che forse, sarà ricordato come un anno terribile, di deflazione, licenziamenti per gli alti salari reali che questa ha causa (i salari non scendono, i prezzi sì, le aziende devono licenziare), fallimenti di imprese e famiglie debitrici per gli alti tassi reali che non riusciranno a pagare (i tassi d’interesse fissi a fronte di vendite dei loro beni a prezzi sempre più bassi).

Il 2016? Nelle mani della politica di oggi, solo se si vorranno usare tutti i cannoni disponibili. Fine del Fiscal Compact fino all’uscita della crisi, pieno appoggio della BCE a tale fine, acquisto di titoli pubblici in asta da parte della BCE fino a quando gli spread non siano portati finalmente a zero, annuncio che non sarà più tollerata un’inflazione inferiore al 2% medio nell’area euro, annuncio con tutti i canali comunicativi possibili.

Impossibile? Peggio per loro, prima ancora che peggio per noi.