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La fine dell’inizio o l’inizio della fine? Brexit e la sconfitta UE

E così con Brexit un divorzio in piena regola ha avuto inizio: si è deciso sui soldi (i finanziamenti del Regno Unito (RU) alla UE), sulle proprietà (i confini), sui figli (i diritti dei cittadini UE e RU residenti in RU ed UE rispettivamente).

La stampa italiana (e immagino dell’Europa continentale) sarcasticamente sottolinea la sconfitta negoziale britannica, non rendendosi conto della gravità di questo suo (ennesimo) errore di valutazione.

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Ci sono due modi di analizzare quanto avvenuto ieri.

Il primo, utilizzando l’efficace espressione del Primo Ministro irlandese – “è la fine dell’inizio” –  che si concentra sull’(importante) dato di fatto che il processo di divorzio è avviato e si è evitato di arenarlo. Un’ottica di breve periodo con cui guardare alla Brexit, ma certamente legittima, dalla quale effettivamente l’UE sembra uscire abbondantemente vincente rispetto al RU.

In realtà non è proprio così. Per il Regno Unito le 15 pagine sottoscritte dalla Premier May un (solo) vantaggio evidente, ma essenziale, di breve periodo lo hanno: quello di dare certezze al mondo imprenditoriale britannico, permettendo dunque una ripresa o il mantenimento degli investimenti previsti. Generare garanzie sull’apertura delle frontiere irlandesi e, soprattutto, nei confronti dei dipendenti UE residenti nel RU si dimostrerà efficace economicamente e politicamente. Cittadini UE che potranno rimanere ed addirittura spostarsi al di fuori del RU per 5 anni e non perdere il loro status di residenti nel RU, aspetto questo essenziale all’interno di aziende globali, in cui la forza lavoro è costantemente in movimento, per non smettere di attrarre capitale umano di qualità.

Ma rimane il fatto che sia l’Unione europea ad aver stravinto la causa di separazione: portando a casa tutta una seria di successi per i prossimi 5-8 anni, in particolare sia sul finanziamento britannico del budget UE fino al 2021 sia sulla protezione dei diritti dei residenti UE nel Regno Unito. E politici europei e giornalisti a deridere i britannici con cori di “avete visto?” oppure di “vi sta bene!”, nel tentativo di mettere paura a altri Stati membri che dovessero pensare di fare quanto ha osato fare il RU. Ma hanno ragione?

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No. Perché rimane infatti sempre l’altro modo di vedere Brexit: quello dell’“inizio della fine”, ormai confermata. Rimane cioè agli atti una vittoria notevole per tutti coloro che volevano la Brexit, e una sconfitta amara per tutti coloro che ad essa si opponevano.

Fanno male gli analisti continentali a non dare conto di come, certo non nel breve periodo, ma nel medio sì, i Brexiters portano a casa quanto voluto (o buona parte di ciò che era stato richiesto). In fondo il Regno Unito si riappropria dei propri tribunali (allontanando lo spettro della burocrazia UE), delle proprie politiche di immigrazione e si sgancia definitivamente da una costruzione pericolosa in termini di politiche fiscali come quella del Fiscal Compact, mai desiderato per il suo rigido approccio alle politiche di sostegno all’economia.

E’ così lineare e chiaro: il disagio profondo che era sorto nel RU in alcuni strati della popolazione, mai pienamente ascoltato a Bruxelles, ha portato a perdere un attore dell’Unione europea.

E che attore. Il Regno Unito non è un Lussemburgo qualsiasi, la sua visione pragmatica, se vogliamo a volte commerciale ed anti-burocratica, era un potente integratore di energie per un Continente troppo spesso preda di mancanza di dinamismo. E se chi oggi si dice veramente europeo deve solo ammettere che ieri si è firmato l’inizio della fine e la sconfitta di quell’Europa che abbiamo sognato, deve anche riconoscere che le nostre future generazioni saranno orfane di quell’Europa, che guarderanno al RU come noi oggi guardiamo agli USA, un alleato ma non un pezzo di noi. Siamo più deboli: è l’Europa delle diversità che da ieri è stata certificata come sconfitta.

E non interrogarsi sulle ragioni di questa sconfitta è preludio di altre, ecco il nuovo pericolo. Abbiamo altri confini tremolanti, come ad esempio la Polonia: vogliamo perdere anche lei, per mancanza di attenzione e di ascolto, come è successo di fronte al disagio britannico? Quanto ancora prima che tutto si dipani e misteriosamente finisca senza nemmeno avere avuto il tempo di chiedersi “perché”?

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Quella piccola Italia che non fa crescere le piccole imprese

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 Ore.

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Dal 22 al 24 novembre scorso si è svolta, quest’anno a Tallin, la consueta settimana della piccola impresa. In tale occasione la Commissione europea presenta l’importante rapporto (anche questo annuale) sulle PMI europee, che contiene gli allegati con l’approfondimento sulla valutazione per ogni Stato membro delle politiche adottate al riguardo delle proprie piccole e medie imprese e del loro stato di salute. La lettura dell’analisi del Fact Sheet sull’Italia non può che destare grave preoccupazione e i dati in esso contenuti dovrebbero suscitare un dibattito nazionale ben più ampio di quello che (non) leggiamo sui giornali.

La contraddizione fondamentale dalla quale il nostro Paese sembra incapace di estricarsi è nota: come può un Paese tanto dominato dalle piccole imprese non aiutarle a crescere? Come può non adoperarsi per rimuovere le barriere che le ostacolano? Rispondere a queste domande equivale ad andare alla radice dei mali della mancanza di competitività del nostro Paese rispetto a quella di altre nazioni con le quali ci paragoniamo frequentemente e con crescente dose di frustrazione.

Alcuni dati mettono in luce il nostro “tesoro” e quanto sia abbandonato. La percentuale di valore aggiunto proveniente dalle PMI è di due terzi, che va paragonata al 56.8 % medio della UE, con un 78.6 % dell’occupazione che proviene da queste, contro i due terzi UE. Tuttavia, tra il 2012 ed il 2016 le PMI italiane hanno visto contrarsi del 4.3% l’occupazione (26,1% nel solo settore delle costruzioni), contro la crescita del 3.7% delle grandi imprese. Malgrado la ripresina del 2016, l’occupazione nelle PMI è ancora del 12.9% inferiore al livello del 2008.

Vero è che viene riconosciuto ai vari Governi italiani di essersi impegnati, dal 2012, in una strategia di sviluppo mirata a incrementare il numero di imprese innovative, le c.d. start-up: a metà luglio del 2017 queste risultavano essere 7.480. Ancora poche rispetto agli standard europei, ma soprattutto un numero infinitesimale rispetto al numero complessivo di PMI presenti in Italia, pari a più di 3,7 milioni. Evidentemente non possiamo accontentarci di una politica delle PMI per lo 0,2% di esse e la domanda che sorge spontanea è: cosa è stato fatto sinora per il rimanente 99,8%?

La risposta che la Commissione europea consegna agli atti è chiarissima: poco, visto che sono solo 6 gli stati membri dove le PMI non hanno ancora ritrovato la performance pre-crisi su tre indicatori chiave come numero d’imprese, occupazione e valore aggiunto: Croazia, Cipro, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Non è vero che “niente” è stato fatto: sul tema dell’imprenditorialità, ad esempio, si riconosce che all’interno delle scuole, ai livelli di istruzione secondaria, grazie alla riforma scolastica, e con lo strumento oggetto di recenti polemiche della scuola-lavoro, ci si è migliorati, avvicinandosi agli standard medi europei.

Mentre le buone notizie si distillano col contagocce, la penna rossa per l’Italia è usata pressoché su qualsiasi tematica si voglia valutare lo sforzo prodotto per aiutare il sistema nazionale delle PMI. Si spazia dal settore creditizio, in cui la relazione tra il costo per piccoli e grandi prestiti si è continuamente allargata dal 2008 a svantaggio delle piccole imprese, alle politiche ambientali dove l’Italia è tra i tre peggiori stati membri quanto a supporto pubblico alle PMI per misure di efficientamento o per la produzione di prodotti “verdi” con un calo di tutti gli indicatori dal 2013 al 2015, alla crescente mancanza di una “seconda possibilità” per piccoli imprenditori onesti che hanno conosciuto in precedenza il fallimento. Nessun miglioramento poi dal Codice degli appalti dove, tra ritardati pagamenti e scarsa percentuale di appalti affidati alle piccole (20% in Italia, 29% altrove nell’UE), si potrebbe invece annidare una fonte essenziale di ossigeno per la ripresa di moltissime PMI italiane.

La ragione di tutto ciò? E’ facile rintracciare questa mancanza di successi nell’assenza di un disegno organico a supporto della PMI, tanto più stridente quando si considera la loro rilevanza all’interno della nostra economia. E’ la stessa Commissione a ricordare come l’obbligatoria legge annuale per le PMI, prevista dallo Statuto delle Imprese del 2011, sia ancora – scandalosamente – da attuarsi per la prima volta. E’ prevista, annuncia la Commissione, la relazione del Garante delle PMI per il 2018. Sul sito del Ministero dello Sviluppo italiano è rintracciabile solo quella del 2014, segno inequivocabile del perché il rapporto europeo 2017 condanna senza troppi giri di parole un’Italia che non protegge né valorizza il suo tesoro.

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The Square: l’Europa a due velocità

Uscito da qualche ora dalla proiezione del film svedese The Square, confessione cinematografica del senso di colpa scandinavo per avere messo fuori dal “quadrato degli uguali” i nuovi migranti (e i vecchi emarginati).

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The Square. Io che di svedese ho poco, mi interrogo su quale sia lo Square europeo. Ma certo! Dedicato a tutti quelli che, come Macron, “l’Europa a due velocità”… Pfui, che pena.

Perché l’Europa a due velocità altro non è che la non-Europa, ovvero il contrario, l’esatto contrario di quello che l’Europa si prefiggeva di essere. Con quelli più bravi e che possono di qua, dentro il quadrato, tutti belli uguali, e quelli brutti e che non ce la fanno, fuori dal quadrato.

L’Europa a due velocità della non solidarietà, della non diversità, dei “noi” e dei “voi”, la lasciamo a loro.

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La bomba a orologeria catalana e l’occasione da non perdere

Cosa ci sta dicendo la Catalogna?

Che i valori fondanti europei, quei valori che l’Unione europea si vanta in ogni dove essere i tratti dirimenti e distinguenti, storici e politici, che accomunano gli Stati membri, sono oggi a rischio di vedersi rinnegati.

Valori di democrazia, di rispetto dei diritti umani basilari. Come dice Juncker: “European integration was always a project created by the people, for the people“. Per la gente? Siamo sicuri?

Il Ministro belga non pare d’accordo se arriva ad affermare ”Quando vediamo la situazione, la repressione da Madrid e le condanne che si rischiano, ci si può domandare se ci sarà un processo equo” e a di fatto suggerire a Carles Puigdemont, Presidente (destituito!) della Catalogna, una richiesta di asilo politico: da dentro l’Europa, non da fuori dei confini continentali!

La gravità di quest’affermazione sta nel suo ricordarci potentemente come qui non trattasi più di un contrasto interno all’Europa, come quello con Polonia ed Ungheria, in cui ai “reietti” viene ricordato di attenersi ai valori fondanti dell’Unione rispetto a diritti umani e democrazia; qui, piuttosto, si ricorda all’Unione europea come questa si sia distratta a riguardo proprio di quel rispetto così essenziale che ci definisce, noi e la nostra Unione!

Né qui, in Catalogna, trattasi di una nuova Brexit, dove un Paese vuole “uscire” da quei valori europei: piuttosto a questi valori ci si appella per “restare” e per venire in aiuto!

Si lascino perdere le fondate ragioni spagnole sulla illegalità e la non democraticità dell’azione dell’amministrazione catalana: ciò non toglie che tutto quanto sopra, che interroga l’Europa e la sua identità, rimanga pregnante di significato quanto il silenzio che circonda l’Europa al riguardo.

5 anni fa su questo blog sostenemmo come andava preso il toro per le corna e affrontata la questione catalana nella sua pienezza, o altrimenti saremmo arrivati alla questione della secessione. E’ un punto importante, questo dell’esistenza di una soluzione praticabile, che sottende una verità paradossale alla luce della situazione odierna: stiamo parlando di due Paesi che vogliono restare nell’Europa, che si identificano con un sostrato di valori comuni, non come Scozia e resto del Regno Unito.

E questa soluzione praticabile derivava e deriva tuttora (seppure in un ambiente reso ben più instabile dagli eventi che si sono dipanati in questi anni, fino al referendum) da una semplice constatazione: quando un progetto di federazione democratica è vissuto come troppo poco basato sulla sussidiarietà, troppo centralistico, qualcosa deve arrestarsi, tornare indietro, per rispettare i valori della rappresentanza e della res publica. L’Italia pare, con una sua saggezza tutta storica, aver compreso ciò ben meglio degli spagnoli.

5 anni fa (vedi pezzo su blog citato sopra) la Catalogna chiedeva più autonomia fiscale per fronteggiare al meglio la crisi che la toccava. Più sussidiarietà. Non gli fu accordata. Madre di questa scellerata e miope decisione di Madrid fu un’altra capitale, Bruxelles, essa stessa preda della malattia della centralizzazione eccessiva e dell’austerità che ci ha portati a non (potere? volere?) ascoltare durante la crisi economica il grido di dolore di alcune aree geografiche specifiche, più colpite di altre e più bisognose di altre.

Ora l’Europa ha un’occasione per riscattarsi, anzi, per salvarsi. Torni a rappresentare la gente, come dice Juncker, e ponga le basi per un accordo Madrid-Barcellona basato su maggiore autonomia fiscale per la Catalogna. Senza temere che a ciò segua una Lombardia, un Veneto, o chissà cos’altro, perché lontana è in quelle aree la voglia di indipendenza, imparagonabili alla Catalogna.

In questo modo l’Unione Europea disinnescherà la bomba ad orologeria della cancellazione dei suoi valori fondanti ed avvierà al suo interno quel dibattito sulle esigenze di una Federazione di diversi che ha sinora sempre evitato, finendo per diventare il contrario di quello che pretendeva essere. Altro che Macron e le sue proposte di riforma europea: la Catalogna ci sfida con la forza delle passioni e dei valori della gente a creare nel concreto quell’Europa federale che tanti di noi sognano un giorno di vedere realizzata.

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Dalla Politica: un solo mandato per la Bankitalia e un nome

Il mio articolo oggi sul Sole 24 Ore

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E’ complesso pronunciarsi da tecnico in una materia, come quella del rinnovo del Governatore della Banca d’Italia, divenuta ormai quasi squisitamente politica. Eppure qualcosa possiamo dirlo.

Primo. Da fonti autorevoli come il Quirinale si chiede giustamente la salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della Banca. Ora questa indipendenza deve essere ben delimitata: in particolare non significa né irresponsabilità, da un lato, né onnipotenza.

La Banca d’Italia ed il suo Governatore non sono onnipotenti nel senso che la legge del 2005 prevede che non sia il Consiglio superiore della Banca d’Italia a nominare il Governatore ma il Presidente della Repubblica con un suo decreto, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. Dunque certamente non si può qualificare come “eversiva” la mozione approvata della Camera dei Deputati che impegna il Governo «ad individuare nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto».

Secondo. L’indipendenza della Banca deve piuttosto intendersi come libertà di muoversi operativamente per raggiungere l’obiettivo previsto dalle norme: per esempio un’efficace vigilanza bancaria. E qui è piuttosto paradossale che nel suo comunicato la Banca d’Italia si sia espressa affermando che “nella sua azione l’Istituto ha sempre agito in contatto con il governo”. Questa affermazione andrebbe qualificata per rimuovere le perplessità che essa genera nel lettore.

Terzo. E’ vero anche che un Governatore, a fronte di questa indipendenza operativa, non può dirsi nemmeno irresponsabile. Se è di fatto impossibile per la politica licenziare un Governatore non efficace durante il suo mandato, un suo non rinnovo – là dove di rinnovo si può parlare (per esempio non nel caso della BCE) – non è questione astratta ma può ben essere messa sul tavolo. Un processo di conferma e quindi di possibile revoca non è d’altronde nemmeno un’anomalia tutta italiana né una minaccia assoluta all’indipendenza dell’istituzione: in questo momento Trump sta decidendo se a febbraio revocare l’incarico al Governatore della Fed, Janet Yellen, e tutto questo non mina assolutamente la credibilità e l’indipendenza della banca centrale più potente al mondo.

Certo si corre un rischio che ha del paradossale: che il potere che la legge dà alla politica di non rinnovare per un secondo mandato un Governatore che non si è dimostrato all’altezza del suo compito possa essere usato per non rinnovare per un secondo mandato un Governatore che non si è piegato a eventuali voleri impropri della politica stessa. Il coltello come sempre può essere usato per uno scopo giusto, tagliare il pane, ma anche come arma impropria.

Nel caso di specie, se avessimo informazioni certe sulle colpe della vigilanza bancaria da parte della Banca d’Italia in quest’ultimo sessennio la cosa sarebbe semplice. Certamente vi sono stati nell’azione della vigilanza di questi anni momenti che hanno generato perplessità rispetto all’efficacia dell’azione. 2 esempi? Fino al 2013 si è minimizzata la situazione di dissesto dei bilanci delle banche italiane. I problemi sono emersi solo dopo l’intervento dell’EBA e della BCE con l’introduzione degli stress test. Questo ha ritardato il processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, avendo effetti negativi sulla crescita economica del paese. Si è poi permesso alle banche di collocare presso il pubblico i titoli subordinati che sarebbero stato oggetto del bail-in. Si trattava di titoli ad alto rischio non adatti al pubblico retail. I regulators avrebbero potuto prevenirne il collocamento?

Eppure, anche tenuto conto di tutto quanto sopra, non è così facile attribuire una responsabilità alla Banca quando si aggiungono a ciò gli interessi di parte politica, non sempre trasparenti (o perlomeno non sempre percepiti come tali) e quel potenziale agire “in contatto” tra Governo e Banca d’Italia, menzionato sopra.

Forse quanto ci insegna tutto ciò è che un mandato unico (come per la BCE) di 6 anni, senza l’opzione del rinnovo sarebbe lo stratagemma per risolvere questo problema in avvenire, rafforzando anche l’indipendenza operativa del Governatore. Ciò permetterebbe alla Banca d’Italia di mantenere una sua credibilità rispetto alla politica, a cui essa riporterebbe periodicamente come per la BCE, e a cui essa si sottometterebbe, come è giusto che sia, solo nel momento topico della nomina del suo vertice apicale nella figura di un Governatore con mandato unico non rinnovabile.

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La vestale è a Roma, non a Francoforte

Paradosso: proposizione filosofica logicamente coerente ma che parte da premesse false.

Dizionario.

Le (nostre) proiezioni prevedono una crescita reale del PIL del 2.2% nel 2017, dell’1.8% nel 2018 e dell’1.7% nel 2019 … e una crescita annuale dei prezzi (HICP) all’1.5% nel 2017, 1.2% nel 2018 e 1.5% nel 2019”.

Mario Draghi, ieri.

http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2017/html/ecb.is170907.en.html

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C’è qualcosa di paradossale in questa Europa che affida a Mario Draghi, vestale di un Continente che stenta esso stesso a considerarsi eterno, la protezione del proprio fuoco.

Che di protezione l’Europa abbia ancora bisogno lo dimostrano non solo le proiezioni di minore crescita e inflazione citate dallo stesso Draghi per gli anni a venire, ma la preoccupazione aggiuntiva per un ulteriore deprezzamento del dollaro, che frenerebbe le nostre esportazioni al di fuori dell’area dell’euro.

E dunque eccola qui, la fragile Europa che si affida nuovamente alla BCE ed alla politica monetaria per salvarsi dai rischi che bussano alle nostre porte, dal resto del mondo. Con due paradossi. Il primo: se l’Europa fosse veramente così fuori dalle secche della crisi grazie alle politiche seguite sinora, perché preoccuparsi? E se invece siamo ancora fragili, malgrado il famoso “whatever it takes” di Draghi di ormai 5 anni fa, come sperare che possa essere la politica monetaria a salvarci? Qualche premessa deve essere falsa.

In fondo, si dirà, c’è una logica nel ragionamento di Draghi: una politica monetaria espansiva dovrebbe arrestare l’apprezzamento dell’euro, aiutando dunque le nostre esportazioni, il nostro PIL e facendo ripartire i prezzi, evitando un ritorno alla deflazione.

Se non fosse … Se non fosse che il tasso di cambio ha molti padroni e non segue obbediente i voleri di questo o di quell’attore: c’è, a influenzarlo, la BCE, ma anche i singoli governi nazionali, e i mercati finanziari … E, fattore forse più decisivo, non va dimenticato che il tasso di cambio in questa fase serve a poco per paesi, come l’Italia, in cui chi soffre (le PMI ed il Meridione) non esportano poi tantissimo. Come ha detto lo stesso Draghi, lui la politica la fa per tutti, non certo per un singolo Paese!

Servirebbe, per far ripartire prezzi e PIL lì dove stentano veramente, in Italia, una politica nazionale, controllabile e impattante per le zone dove maggiore è la sofferenza. Ebbene sì, c’è una sola vera soluzione logica e non paradossale: una politica fiscale di maggiori investimenti pubblici in Italia, 10 volte più efficace di una politica del cambio decisa a Francoforte. E che andrebbe anche a tutto vantaggio della Germania, che ha interesse a mettere l’Italia in sicurezza.

In fondo, la vestale è romana, non tedesca, basta leggersi i libri di storia.

Ma non la si vuole usare, la vestale romana, perché si teme, a causa di un’ampia dose di ideologia liberista che pervade i corridoi europei, il suo afflato basato sulla maggiore spesa pubblica. Così facendo, si lascia l’Europa alla mercé del resto del mondo e dei suoi umori: e a quel punto sì, il fuoco sacro potrà spengersi, per sempre, e con lui tutte le vestali.

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Il torto di chi non pensa ai giovani

Oggi sul Sole 24 Ore a mia firma.

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Se è vero che la gioventù non ha sempre ragione, la società che la disconosce e la colpisce ha sempre torto”, esclamava François Mitterand, 50 anni fa, davanti all’Assemblea Nazionale francese. Mezzo secolo dopo, è nelle aule parlamentari italiane che il dibattito sulle politiche per i giovani sembra dover ritrovare spazio.

Il cosiddetto “Piano Marshall per i giovani” ha tuttavia bisogno, per funzionare, di ben altro che dei 2 miliardi di euro a regime (0,1% del PIL) proposti in questi giorni da alcuni ministri del Governo Gentiloni e atti a finanziare un ipotetico dimezzamento dei contributi per i primi due o tre anni per chi assume under 29. Come non essere infatti d’accordo con quanto sostenuto dal Direttore su queste pagine: “più che la scossa per dare un futuro di lavoro vero ai giovani si vede all’orizzonte la campagna elettorale, dove la ricerca del consenso distribuisce più mance che terapie utili per rafforzare la ripresa”?

Certo, c’è anche chi sostiene come non vi sia bisogno di un tale Piano. Alcuni affermano che non faremmo che rafforzare un presunto conflitto intergenerazionale; altri sono presi dal consueto fastidio che provano di fronte a qualsiasi proposta specifica per questo o quel settore.

Eppure Mario Draghi, a Jackson Hole, ha chiuso il proprio discorso argomentando come la nostra società può e deve aprirsi maggiormente alla globalizzazione, ma solo “proteggendo” le parti più “vulnerabili”; facendo poi riferimento esplicito al ruolo dell’istruzione, ha messo al centro di tali schemi di protezione proprio i giovani.

Non dovrebbe stupirci una simile analisi, per due ordini di motivi. Primo perché i giovani, quando colpiti da una crisi economica delle drammatiche proporzioni sperimentate in questo decennio, si ritraggono e scompaiono per sempre dalla nostra società: lasciano il Paese, o abbandonano la forza lavoro, causando non solo perdita di PIL potenziale, ma dissipazione di un’eredità culturale. In secondo luogo perché i giovani, quando vengono adeguatamente stimolati e messi di fronte a nuove opportunità, generano potenzialità senza pari di crescita e innovazione per il Paese e per la sua sostenibilità di lungo periodo. Nel patto intergenerazionale tra giovani ed anziani, questi timori e speranze sono condivisi da un’ampia maggioranza di persone di tutte le età.

Un Piano per i giovani degno di questo nome, richiederebbe tuttavia un approccio sistemico. A cominciare dalle risorse, che dovrebbero essere moltiplicate rispetto ai numeri fatti circolare. Al Meeting di Rimini il Presidente di Confindustria ha detto che per i giovani servono 10 miliardi di decontribuzione totale per creare 900mila posti di lavoro in più in 3 anni. Sono risorse che non sarebbero difficili da mettere a disposizione, per un Governo che abbia la capacità di avviare e programmare al contempo una vera spending review, in tal modo convincendo anche l’Europa della bontà e improrogabilità dei propri intenti. Risorse per rendere credibili le possibilità di assunzione a un ampio numero di giovani nel settore privato, ma senza dimenticare la Pubblica Amministrazione italiana, ormai la più vecchia d’Europa.

Eppure anche questo non basterebbe. Non è sufficiente dire “ecco la porta, entrate”. Molti giovani vanno accompagnati a quella porta e, una volta varcata, non devono trovarsi in una stanza vuota. Il che significa in primis rivoluzionare il nostro sistema universitario. Parte di quelle risorse andranno destinate a invertire il velenoso trend che vede la laurea come strumento inidoneo a fungere da scala sociale. Risorse atte ad eliminare la piaga anomala dei fuori corso e degli abbandoni (si può fare, con maggiori investimenti sul personale!), formando i giovani con competenze ben più trasversali di quelle odierne, preparandoli e assicurandoli dai mutamenti tecnologici.

Significa anche prendere atto con coraggio che il tessuto industriale del nostro Paese è fatto di PMI spesso restie ad assorbire i nostri laureati e nulla di quanto sopra può realizzarsi pienamente se non all’interno di un quadro di cooperazione continua e allargata tra il nostro sistema delle imprese (specie le più piccole) e quello formativo di scuole e università, in cui le prime imparino ad aprirsi a profili specialistici e innovativi, a fronte di una formazione più mirata alle loro esigenze essenziali da parte delle seconde.

Deve essere chiaro che non sarà mai un solo Ministro ad attivare con successo un Piano simile. Né più Ministri senza il sostegno fattivo e i suggerimenti precisi delle parti sociali e del mondo della formazione. Ma se non lo attiveremo, con entusiasmo e determinazione, ci indeboliremo al punto da condannarci all’oblio.

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Grazie a GC.

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Il veleno è nella coda

Come previsto, dopo la vittoria della Merkel si prepara il cambio di passo tedesco. L’occasione è dunque vicina, dopo tanti errori e esitazioni? Siamo alla fine dell’epoca dell’austerità e dell’egoismo ed all’inizio dell’espansione e della solidarietà reciproca?

Sembrerebbe di sì. “Un fondo per il Sud Europa”, titola il Sole 24 Ore: “anche per migliorare la congiuntura in periodi negativi e in caso di catastrofi naturali”, è la proposta del Ministro dell’Economia tedesco Schäuble.

La governance di questo fondo sembrerebbe doversi localizzare presso l’Esm, il Meccanismo di Stabilità Europeo, che in cambio acquisirebbe maggiore influenza nelle politiche di bilancio dell’Eurozona, a scapito della Commissione europea, ritenuta troppo politica e troppo poco oggettiva e tecnica.

Tonia Mastrobuoni su Repubblica, anch’ella come l’articolista del Sole citando come fonte il quotidiano tedesco Bild, sminuisce la novità, argomentando come il tutto sia solo il segno, già manifestato, di una volontà tedesca di creare un Ministro europeo dell’Economia.

Pur sempre, nuova e generosa, solidarietà?

Mica tanto. Contrariamente al Fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari che non perde occasione per perorare la causa di un tale cambiamento nella governance europea,  la corrispondente chiude con un monito sulle ragioni che spingono la Germania (i.e. Schäuble) a un tale progetto: egli “sogna un Ministro del Tesoro comune con possibilità di intervento sui conti pubblici dei singoli Paesi. In cauda venenum“.

In cauda venenum. Nella coda il veleno.

Notissima locuzione ispirata allo scorpione che ha il pungiglione nella coda e quindi in fondo al corpo. È un detto che oggi viene utilizzato con vari significati; lo si usa per esempio per far notare che molte volte la parte finale di un’impresa è quella che crea maggiori difficoltà; talvolta per dire che il peggio viene per ultimo, ma soprattutto è utilizzata in riferimento a un discorso mellifluo, cominciato con finta benevolenza, che termina in modo offensivo, con una stoccata finale, rivelando l’astio che è stato fin lì ipocritamente nascosto. È paragonabile, in sostanza, alla morale della famosa favola di Fedro nella quale la volpe loda il candore del corvo e la sua bella voce per strappargli il formaggio di bocca.”

Dunque niente solidarietà? Solita ipocrisia germanica?

Per quanto possa essere facile additare la Germania come uno scorpione velenoso, voglio trarre qui invece un senso positivo al detto, per i mesi a venire, così importanti, dopo l’elezione della Merkel: “la parte finale di un’impresa è quella che crea maggiori difficoltà”.

Io spero che l’Italia abbia chiaro infatti quanto si giochi in questo autunno del suo futuro: si disegnerà un’Europa “finale”, per le prossime generazioni, e non possiamo commettere l’errore più grande di tutti, quello di non rappresentare i nostri interessi nazionali al tavolo comune che verrà e non portare a casa un compromesso che li veda ampiamente rappresentati. Un compromesso che a tutti gli effetti faccia di questa Europa un continente dove la solidarietà venga a essere designata come un principio fondante delle politiche europee.

Non farlo, accontentarsi di qualsiasi altra cosa, vuol dire segnare a breve termine l’addio italiano all’Unione europea. E’ successo ai britannici, potrà succedere a noi.

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Riprende la lotta al Fiscal Compact, con 1 alleato in piu’

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 ore.

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La posizione di Matteo Renzi sul Fiscal Compact, meritevolmente ripresa dal Sole 24 Ore, rappresenta una mossa nuova e dirompente che aiuta anche a meglio comprendere quale sarà il contributo italiano alla complessa dinamica negoziale sul futuro dell’Unione europea, che avrà inizio all’indomani della conferma elettorale della Signora Merkel in autunno.

Non è da escludere che dietro tale mossa del segretario del PD si celi l’aspettativa che proprio l’attuale Cancelliera intenda imprimere una svolta politica verso una minore dose di austerità, convinta (come pare ora essere) che l’Europa debba ormai cavarsela da sola e non possa permettersi di perdere ulteriore tempo con beghe e rallentamenti interni quando ci si attende invece dal Vecchio Continente un contributo di supplenza, a fronte di un’America che pare almeno in parte voler ritrarsi dallo scacchiere mondiale.

Eppure non può sfuggire come in questi stessi giorni il Movimento 5 Stelle e la Lega stiano anch’essi giocando con l’idea di ridirigere i loro consueti strali anti-europeisti verso il Fiscal Compact, abbandonando la battaglia – irrealistica ma non per questo meno pericolosa – di uscire dall’euro.

La domanda sorge allora spontanea: è possibile conciliare una posizione chiaramente europeista con una di lotta al Fiscal Compact? La sfida che attende l’ex Premier in tal senso è triplice: avere una posizione di politica economica difendibile nella sostanza prima e nella forma poi e convincere infine i suoi alleati europei (e con loro i mercati).

Paradossalmente la parte più facile sarà quella che alcuni anni orsono sarebbe parsa a molti la più complessa: argomentare come il Fiscal Compact stia contribuendo non alla ripresa ma al rallentamento ciclico del nostro Paese ed al peggioramento dei nostri conti pubblici. Eppure non vi sono molti più dubbi ormai a tal riguardo: non è pensabile che annunci ripetuti e periodici nel tempo di riduzione di spesa (spesso produttiva, basta vedere al crollo degli investimenti pubblici in questi anni) ed aumenti di tasse di 40 miliardi nel giro di tre anni (a tanto ammontano le richieste incorporate dal Fiscal Compact all’Italia) non abbiano tagliato le gambe anche al più ottimista degli imprenditori. Da qui nasce la lentissima ripresa degli investimenti privati, depressi da un pessimismo imperante sullo stato dell’economia nazionale, in assenza non solo di sostegno della mano pubblica, ma anzi di ritirata precipitosa di questa proprio quando più è necessaria; con in più un debito pubblico che si ostina a non diminuire a causa della mancata crescita. Piuttosto, sarebbe bene che Renzi guardasse con attenzione all’evidenza empirica su cosa funziona in casi di crisi da domanda come quella che attanaglia il nostro Paese: scoprirebbe che gli investimenti pubblici, in questa fase, sono un cannone ben più potente della riduzione delle tasse, perché attivano immediatamente la domanda alle imprese – specie nel settore delle costruzioni – e la loro produttività – con il supporto alla scuola, alla ricerca e allo sviluppo.

All’accusa formale che gli verrà certamente rivolta di porsi in antagonismo con i Trattati europei, non potrà che opporre di voler rimanere invece fedele al padre nobile del Fiscal Compact, ovvero il Trattato di Maastricht. Tenersi all’interno (2,9%) di quella forchetta del 3% del PIL per il deficit che rispettammo miracolosamente nel 1998 per entrare nell’euro gli permette astutamente di fare una seconda richiesta, che ha a che vedere con la durata della politica del deficit al 2,9%: visto che “non sforiamo” (il 3%), sarà essenziale rimanervi il più a lungo possibile per abbattere una volta per tutte il pessimismo. Il Premio Nobel Sims aveva esclamato, riferendosi all’Europa: «si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future… Si richiede al sistema politico che prenda impegni per periodi lunghi e che vi aderisca senza cambiare idea, cosa veramente difficile per i politici.» Non per Renzi, che sembra aver accettato la sfida e lanciato il guanto di sfida al Fiscal Compact?

Rimane una questione più difficile da gestire: come convincere i nostri partner europei ed i mercati della bontà di una politica volta così fortemente alla ripresa degli investimenti pubblici e dunque della spesa?  Solo affiancando all’abbandono del Fiscal Compact una seria politica di spending review, mai avviata nei fatti e strategica anche per rassicurare i nostri partner europei sulla qualità della nuova spesa per investimenti. Saprà Renzi cambiare idea sulla necessità di una vera spending? Avendolo lui già fatto – e gliene va reso atto – contro il Fiscal Compact, non dubitiamo che possa rinnovarsi anche in tale campo.

Insomma, una proposta dirompente sì, ma che, se ben attuata e comunicata, può rivelarsi la cartina al tornasole di un’Europa che vuole proseguire il suo cammino unita dalla solidarietà.

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Flat tax? Se ci tenete, ma è la spesa della spending la cosa seria

Il mio pezzo di ieri sul Sole 24 Ore.

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La proposta di una riforma fiscale con “flat tax” non è certamente nuova. L’idea di un’aliquota unica si combina tipicamente con una deduzione per i redditi bassi per replicare una qualche forma di progressività impositiva coerente con esigenze di giustizia sociale. Quando è costruita così da mantenere costante il gettito complessivo dello Stato, qualcuno finisce sempre per pagare più tasse e qualcun altro meno (di solito le persone a reddito alto).

L’Istituto Bruno Leoni, coordinato da Nicola Rossi, ha sviluppato una nuova proposta coraggiosa, presentata sul Sole 24 Ore, di una flat tax del 25% applicata a tutte le principali imposte del nostro sistema tributario. Una proposta che, innanzitutto, si preoccupa di non essere percepita come iniqua ed a vantaggio dei soli ricchi. I grafici pubblicati mostrano come l’aliquota media dopo il passaggio alla flat tax sia più bassa per tutte le categorie di reddito, condizione certamente necessaria affinché non vi siano opposizioni politiche alla proposta. Vi è un’incongruenza tra questa caratteristica della proposta dell’Istituto (“tutti ci guadagnano”) con quanto da noi sostenuto (“qualcuno ci perde sempre”)? No, se consideriamo che la seconda affermazione è legata all’ipotesi che il gettito complessivo dopo la riforma non muti mentre nella proposta di Rossi l’obiettivo è quello di un abbattimento di gettito e di pressione fiscale. In tal modo è certamente possibile che la flat tax e le deduzioni siano calibrate così da far sì che tutti paghino meno tasse.

Se questo è vero, non va tuttavia nemmeno nascosto che il vantaggio in termini di riduzione percentuale dell’imposizione è ben più ampio per le categorie ricche che per quelle meno abbienti: dal 40 al 20% per i percettori di reddito superiori a 200.000 euro, dal 20 a 10% per quelli con 50.000 e immutata per i redditi più bassi. Un individuo con un reddito di 200.000 euro risparmierebbe dunque circa 40.000 euro di tasse, uno con 50.000 euro solo 5.000 euro circa. Pare politicamente arduo, in un’epoca di difficoltà per le classi più povere e di aumento delle disuguaglianze, far passare tali guadagni così asimmetricamente distribuiti. Basterebbe però modificare la proposta, tramite un aumento delle deduzioni per i redditi più bassi accompagnato da una seconda aliquota più alta solo per i redditi alti (una “quasi flat tax”), per ridurre la percezione di possibile iniquità della distribuzione dei vantaggi della proposta, che rimarrebbero comunque diffusi a tutti i nuclei soggetti ad imposta.

Ma il merito vero e proprio della proposta dell’Istituto non sta tanto nel suggerire una mera riforma della tassazione, ma piuttosto di definire una strategia “ambiziosa” che si occupa, come dovrebbe essere sempre per questo tipo di analisi, di tasse, spese, debito e deficit. Nella loro visione, è ideale immaginare una riduzione del perimetro dello Stato tramite una coraggiosa e condivisibile spending review fatta di addirittura 27 miliardi di tagli di sprechi, che permetterebbe di garantire che la flat tax non generi maggiore deficit.

E’ questo quello di cui oggi abbiamo bisogno? E’ noto che, in questa fase di crisi, diminuzioni delle imposte non sbloccano il pessimismo dominante e si tramutano in timidi risparmi e non in maggiore domanda.

Mi permetto allora di mettere sul tavolo una proposta alternativa: anch’essa parte da una vera spending review, e magari anche da una “quasi-flat tax”, una che tuttavia replichi (e non riduca) l’attuale gettito totale dello Stato, forse con un’aliquota fissa al 30% che sale al 40% solo per i redditi alti. E cosa fare dei risparmi così ottenuti dalla spending? Un aumento di 27 miliardi degli investimenti pubblici, in particolare ad alto contenuto infrastrutturale, efficaci visto che parliamo di uno Stato che avrà imparato a spendere bene. Così facendo, senza aumentare il deficit, si sosterrà la produttività delle imprese, l’occupazione delle persone con basso grado di istruzione, la riduzione delle disuguaglianze, la ripresa dei consumi e della fiducia.

La (quasi) flat tax non è dunque né liberista né keynesiana, ma cosa facciamo dei risparmi della spending review sì. Il dibattito è aperto.