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Università: ma quale valore legale, qui c’è da far entrare (quasi) tutte e premiare la qualità

Non avevo terminato su quanto asserito dai miei colleghi Fabiani e Giavazzi sul Corriere, che  si ritrovano dalla stessa parte della barricata quando chiedono anzi “sperano” che le università telematiche non vengano accreditate. E’ uno strano modo di vedere le cose per un liberale (lontano cioè dalla visione di Einaudi che diceva sul tema: “intendo indagare quale ordinamento rispetti meglio il principio di libertà”). Se ci sono progetti che superano un livello minimo di qualità, perché non approvarli, ed anzi perché non approvarli e basta, lasciandogli alcuni anni di tempo per verificare se hanno stabilito corsi di una certa qualità? Ci sono così tanti corsi di laurea nelle università normali (non telematiche) che probabilmente meriterebbero di essere “ispezionati” e “chiusi”, che abbiano pochi o tanti studenti che sia: perché non cominciamo da lì i divieti?

Perché sarebbe comunque poco intelligente. Prima di tutto, chiariamo subito che la questione va ben al di là del se dire sì o no alle “telematiche”. Anche perché abbiamo bisogno di molte e molte università per recuperare il nostro gap di laureati rispetto al resto dell’Europa. E abbiamo bisogno di università tecniche dove formare futuri lavoratori, in sintonia con le organizzazioni imprenditoriali, private o pubbliche che siano. Capirete dunque che assieme all’aumento del numero di università si pone urgentemente la questione delle “licenze” alle università per operare, come per i commercianti. Decisione da prendere in maniera meditata. Perché una decisione sbagliata su di ciò potrebbe divenire ostacolo alla crescita del nostro numero di laureati (come la situazione odierna, avendo noi in Italia un bel cartello di una qualche settantina di atenei). Come comportarsi?

Vietare di operare in caso di “scarsa qualità”? E’ veramente opera complessa. Sulla base di quali criteri? Mi vengono in mente i film americani dove si deve selezionare la giuria per giudicare l’accusato e gli avvocati si danno da fare per escludere giurati che paiono partire già prevenuti. Ecco non lascerei mai a Giavazzi e Fabiani in una commissione a valutare le università telematiche: hanno già un’opinione a prescindere.

Ma anche  un giudice “obiettivo”, a quale università dovrebbe dare il suo OK? C’è chi dice, lasciamole entrare tutte che poi le famiglie “votano” con i piedi, spostandosi verso le migliori. Non è esattamente così. Sia perché esiste il valore legale del titolo di laurea che riduce il valore di studiare nelle università migliori (e non le segnala al pubblico) sia perché, come dicevano tempo fa sul blog noise from amerika, “una frazione della domanda è principalmente interessata ad una formazione accademica vicino a casa; un’altra frazione della domanda non è proprio in grado di valutare la qualità della formazione né mai lo sarà; una ulteriore frazione della domanda teme la qualità del servizio didattico, invece che desiderarlo. … Propongo quindi di capire meglio quali siano le effettive caratteristiche della domanda. Se però la domanda non reagisse come immaginato, verrebbero a cadere le indicazioni di policy.”

OK, allora aboliamo pure il valore legale della laurea là dove possibile. Fatto ciò o non fatto ciò, resta però la questione chiave di come identificare la qualità (altra questione, diversa ma legata, è quella di come “incentivare” la qualità, ma ne parliamo solo un poco alla fine di questo post) per aiutare coloro che vorrebbero inviare il loro figlio ad una buona università.

Qualcuno dice: facciamo fare al Ministero (o all’Agenzia Anvur) il pagellino alle università e pubblichiamolo, così renderemo note le classifiche alle famiglie che si orienteranno meglio. E’ un’idea. Ma vi immaginate voi le pressioni politiche su quei poveri burocrati?

Una soluzione, menzionata nella bella intervista da Daniele Bertolini, è quella di delegare la valutazione della qualità a organi indipendenti a cui si rivolge la singola università (tipo agenzie di rating regolate) per essere sia accreditata con un livello minimo sia valutata nel tempo, per salire (o scendere) nella valutazione dopo essere stata accreditata.

Soluzione, direte voi, che soffre del problema di come identificare le buone università. Bertolini menziona come “la molteplicità dei criteri consentirebbe di formare innumerevoli classifiche a  seconda del peso relativo da dare a ciascun elemento. Dietro ogni classifica c’è  sempre una scelta circa l’importanza da dare ai vari elementi presi in  considerazione. In questo modo, ciascuno sarebbe libero di scegliere a quale  ranking affidarsi o quale sia l’ente valutatore più prestigioso o più  affidabile”. Vero, ma le famiglie hanno bisogno di messaggi chiari, non confusi. La prima cosa più importante che mi viene in mente: come è noto molto spesso i professori bravi nella ricerca insegnano poco agli studenti agli studenti delle lauree triennali (quelle che si affrontano usciti da scuola, per capirci) e molto spesso professori bravi nella didattica, capaci di trasmettere tanta conoscenza, non sono necessariamente i migliori ricercatori. Come catturare questo aspetto?

Negli Stati Uniti la questione è stata risolta creando di fatto due canali universitari: uno per la didattica (tantissimi piccoli college dove  importante più di tutti è la didattica) ed uno per la ricerca (alcuni college di grande reputazione dove conta molto la qualità della ricerca). Con il vantaggio aggiuntivo di concentrare presso pochi atenei di qualità i migliori nostri ricercatori, oggi dispersi presso tanti atenei diversi, con possibilità di interagire meglio tra loro.

C’è un vantaggio in un sistema a prevalenza pubblico come quello italiano di lavorare verso un sistema di questo tipo. A queste università, qualora pubbliche, potrebbero essere associati schemi di finanziamento diversi. Più soldi alle università di ricerca per meglio remunerare i suoi docenti/ricercatori, meno soldi a quelle più di didattica, ma sempre legati alla loro qualità.

Insomma, con o senza valore legale del titolo di laurea, un mondo ideale sarebbe costituito (forse) da tre fasce di università: fascia A, di università che conferiscono solo la laurea triennale e master specialistici (specie tecnici, ma non solo); fascia B che conferiscono lauree biennali e master specialistici e fascia C di atenei di ricerca con programmi avanzati e dottorati. Si potrebbero prevedere 15 atenei di qualità, 5 al Nord, 5 al centro e 5 al Sud. Ogni 5 anni il migliore ateneo di fascia B in ogni area geografica si candida, se lo desidera, per sostituire il peggiore ateneo di fascia C di quell’area, così da non far diventare un “cartello impigrito” il gruppo di top 5.

Ogni università di fascia A e B viene accreditata per i (diversi) requisiti minimi (possibilmente non troppo stringenti) e ottiene un rating da una serie di certificatori che si cercherà essa stessa tra quelli autorizzati.

Altro che  valore legale o meno del titolo di studi, qui c’è da rialzare la posta in gioco. C’è in ballo il chiudere una volta per tutte il nostro gap strutturale di laureati e incentivare la qualità della ricerca in maniera credibile. E il tutto, in un colpo solo.

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A volte (ri?)tornano

Incredibile. Dopo una serie infinita di articoli “va tutto bene, continuiamo così”, Eugenio Scalfari ha mutato linea. Cosa è successo? Non importa entrare nei suoi pensieri, spesso distorti da tattiche politiche.

Importante è che un opinion-maker importante scriva che:

Il vero tema che riguarda il lavoro è la creazione di nuova occupazione. Per realizzare questo risultato occorre che vi sia un rilancio della domanda interna ed estera. Quest’ultima dipende dall’andamento dell’economia internazionale e quindi è fuori dal nostro controllo, ma il rilancio di quella interna dipende dalla politica economica e fiscale del governo, dalle imprese e dai sindacati. Gli ultimi due – sindacati e imprese – possono anzi debbono darsi carico del problema della produttività e della competitività. Il governo dal canto suo deve trovare le risorse per accrescere il potere d’acquisto dei consumatori, senza di che le imprese non sono indotte a investire. Non si investe se i prodotti restano in magazzino. Il governo ha poi un altro strumento per creare nuovi posti di lavoro: lanciare un piano sostanzioso di lavori pubblici. Esiste una mole enorme di lavori pubblici non solo utili ma necessari: l’edilizia scolastica, l’edilizia carceraria, la modernizzazione delle strutture portuali, quella della rete ferroviaria, gli argini fangosi dei fiumi e dei torrenti, lo “sfasciume pendulo” delle montagne.
Anche qui il problema è quello delle risorse. A costo zero fu il mantra di Tremonti e si è visto dove ci ha portato: all’immobilismo più disastroso. 

Ci sono quattro modi per procurare risorse: 1. Tagliare la spesa pubblica dai suoi sprechi dovuti a disorganizzazione e a benefici clientelari. 2. Recuperare i miliardi evasi. 3. Alienare la parte più facilmente vendibile del patrimonio pubblico. 4. Imporre una tassa ai ricchi e sgravare le imposte ai redditi bassi e alle imprese lasciando così invariata la pressione fiscale.
Potenzialmente le cifre in discussione sono molto ingenti, ma per fermare la recessione e volgere in positivo il “trend” dell’economia reale occorre che la loro disponibilità sia utilizzata entro i prossimi mesi e allora le dimensioni si riducono molto. Dall’evasione è realistico aspettarsi quest’anno 15-20 miliardi, altrettanti dalla spending review e altrettanti ancora dalla vendita di beni pubblici.
Dall’utilizzazione immediata e senza alcuna nuova imposta ci si può dunque aspettare 50-60 miliardi. L’imposta patrimoniale, se riservata alle fasce più elevate di ricchezza, non darebbe un gettito significativo. Estenderla a fasce più basse è possibile se si tratta d’una patrimoniale ordinaria con aliquota non superiore all’1 per cento, visto che, almeno in parte, il ripristino dell’Ici contiene già un prelievo “progressivo”.
Sessanta miliardi utilizzabili costituiscono comunque una massa di manovra non trascurabile. Le condizioni per rilanciare la crescita dunque ci sono, tanto più se alle poste sopra indicate si aggiungano gli introiti derivanti dalla riforma pensionistica e dalle liberalizzazioni, che dovrebbero fornire alcuni effetti già nel 2013.

Adesso riposo in pace. Buona domenica.

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Quando lo spread Germania-Italia è a 52 ed è un disastro.

144 a 92. Sono i detenuti italiani e tedeschi per 100 posti letto nelle carceri.

A dirlo era Ascanio Celestini stasera al bel teatro Palladium della bellissima Garbatella. Ma non mi va di mettervi il video di Nanni Moretti che gira per le sue strade.

Più importante ricordare che continuiamo a non avere carceri decenti ed umane. Sarebbe così facile ottenerle. Sembra così difficile, piuttosto, volerlo.

Michel Foucault ebbe a dire una volta (mia traduzione): “di che ci meravigliamo se le prigioni rassomigliano alle … scuole, alle caserme, agli ospedali, che tutti assomigliano alle prigioni?”. Ecco, il simbolo potentissimo di carceri decorose ed umane: quello di uno Stato decoroso e umano che saprà anche rendere decorosi e umani ospedali, caserme, scuole.

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News from Spain: random correlations?

So here goes quarterly GDP in Spain for 2010 and 2011:

A press realease just came out in Italy, saying that (my translation):

“… SEOPAN data indicate a very negative trend in public procurement in Spain. In 2011 they were worth 13,754 bn euro, with a 47,5%  decline with respect to 2010, a year in which a decline had already occurred of 33%.

Central administrations had a positive increase of 18,5%, while local and regional public administrations were hit hard by a liquidity crisis, reducing public procurement by 61,4% (the regions) and 68% (local entities). The decline was largest for works in schools, hospitals, sports centers.”

Maybe there is some link between GDP performance and public procurement spending? Just maybe?

See the interesting indirect exchange that occurred between the New York Times correspondant Suzanne Daly regarding waste in local procurement in Spain with Edward Hugh that commented it as follows:

“I started to smell a rat when I saw the example she chose to highlight in her article – the prison at Puig de Les Bases, Figueres (which just happens to be located only a few kilometers from where I live). What worried me is that the prison you can see in the photo above is NOT an example of something that isn’t needed, like a phantom airport, or a golf course where no one will ever play golf. The problem with Puig de Les Bases is not that there aren’t prisoners waiting to be moved there from the two outdated prisons which are scheduled to close (there are, 300 of them, to which can be added an additional 450 once the new one is open). No, the problem here is that there isn’t enough money to run the place after it opens. This situation is not untypical, since many town halls and regional governments, not to mention the central government itself with its new high speed train network that the country can ill afford, find that they invested money on projects using the extraordinary income they were receiving during the years of “excess” but that now they don’t have the current revenue to keep the facilities created operating. In fact Suzanne Daly does notice this, but she seems to get so carried away with the force of her own rhetoric that she doesn’t catch the significance of the point.

“Evidence of the regional profligacy dots the countryside. On the top of a hill here in the birthplace of Salvador Dalí, in northeastern Spain sits a giant, empty penitentiary. But even without a single prisoner in residence, the prison is costing Spain’s heavily indebted regional government of Catalonia $1.3 million a month, largely in interest payments. If prisoners were actually moved in, it would cost an additional $2.6 million a month. So it sits empty, an object of ridicule around here, often referred to as the “spa.” “

So the question is, is this an example of regional profligacy, or an example of cuts which are biting, and a country which is coming to terms with its new reality?”.

So this was a good debate.What matters, when dealing with public spending in a recession is: 1) identify needs, 2) prevent waste, 3) boost the economy.

The austerity-driven speakers instead argue: 1) cut funding, 2) reduce waste and needs, 3) … get the GDP that comes out of it, 4) rejoice in stability, 5) wonder why stability did not come after all.

Which game does Europe want to play?

Thanks to Daniele.

The Dali Museum in Figueres.

I enjoyed this summer Figueres (not the prison, the Salvador Dalì musem, see picture). I recommend the museum (a bit less the food and the flies, says Chiara).

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Investimenti e protezione del lavoro. O delle banche?

Una maggiore protezione del lavoro riduce gli investimenti in capitale da parte delle imprese, mostra un rigoroso studio scientifico, nei settori naturalmente ad alto tasso di creazione e distruzione di occupazione, ovvero quelli dove la protezione del lavoro rischia in effetti di creare danni all’economia.

Questo impatto specifico sugli investimenti è tuttavia ridotto laddove esistono minori problemi di razionamento del credito per l’azienda. Quindi sembra che la nostra normativa, che prevede la non applicazione dell’art. 18 per le aziende più piccole – che sono tipicamente più razionate nel credito - abbia una sua logica su questo aspetto.

E soprattutto saembra proprio che un settore bancario più liberalizzato ed efficace nel prestare alle aziende possa essere un’ottima alternativa ad una minore protezione del lavoro.

Liberalizziamo il mercato finanziario piuttosto che il mercato del lavoro? Sembrerebbe proprio così. Se è vero infatti che là dove i mercati finanziari sono poco efficienti per le imprese è più utile per loro “aiutarsi” con meno protezione del lavoro, è proprio in quei paesi che i lavoratori necessitano di maggiori protezioni dai danni della disoccupazione perché non ricevono aiuto dalle banche nei momenti difficili della loro vita.

Ma, soprattutto, è importante ricordare che l’Italia non spicca tra quei paesi dove la protezione del lavoro è alta. Forse lo era, ma il grafico (estratto dal lavoro citato) chiaramente mostra che siamo stati il Paese con uno dei maggiori tassi di aumento della precarizzazione.

La freccia verde a sinistra mostra il livello di protezione del lavoro in Italia (istogramma scuro), chiaramente intermedio, mentre è il Paese ad avere avuto (istogramma chiaro, freccia rossa) la maggiore diminuzione (1997-2003) di protezione.

Non spicca infatti come paese a basso livello di investimenti o capitale per lavoratore (grafico in alto o in basso a destra).

Fornero e Passera dovrebbero dunque concentrarsi sulla riforma bancaria piuttosto che su quella del lavoro? Così parrebbe.

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Senza parole. Basta la stupida austerità, abbiamo la ricetta giusta.

La migliore risposta agli articoli di tanti colleghi malamente innamorati dell’utopica austerità espansiva proviene proprio da … Banca d’Italia.

Francesco Caprioli e Sandro Momigliano raccontano una storia che – lo dico io, non loro, interpretando i loro importanti risultati, sia chiaro – vale la pena trasformare in realtà per uscire da questa recessione e salvare l’euro. Più spesa pubblica, anche non per investimenti,ma semplicemente per acquisti di beni e servizi, ripaga a breve termine con la crescita di PIL, pari debito e minore rapporto debito-PIL.

Quanto segue è preso verbatim dalla sintesi del lavoro. Si spiega da solo, senza parole aggiuntive. Il grassetto è mio.

Un aumento della spesa pubblica per consumi finali pari all’1 per cento del prodotto del settore privato induce un significativo aumento delle entrate nette (calcolate come differenza tra le entrate e le spese, escludendo i consumi finali, gli interessi e le spese per investimenti).

Tale aumento persiste anche dopo il venir meno dello shock alla spesa, determinando il riassorbimento in 3 anni dell’aumento iniziale del debito.

Gli effetti sul prodotto del settore privato  sono positivi e significativi per oltre 2 anni,  con un picco pari a 0,45 punti percentuali nel  quarto trimestre. Il moltiplicatore (ossia il rapporto tra gli effetti cumulati sul PIL e la maggiore spesa per consumi finali) raggiunge un valore massimo, pari a 2,7, dopo circa tre anni, per poi ridursi gradualmente.
Dinamiche analoghe si ottengono per le  due principali componenti dei consumi finali: i  redditi da lavoro e gli acquisti di beni e servizi; questi ultimi hanno un effetto maggiore sull’attività produttiva….

L’impatto sui prezzi è trascurabile, quello sui tassi di interesse è positivo. L’insieme dei risultati è robusto a varie specificazioni alternative del modello.
Restringendo l’analisi al periodo successivo al Trattato di Maastricht del 1992, il riassorbimento del debito è più rapido, i tassi d’interesse non aumentano e il moltiplicatore è più elevato.

Un aumento delle entrate nette pari all’1 per cento del prodotto ha un effetto depressivo  sull’attività privata, che raggiunge 0,2 punti percentuali nel quarto trimestre. L’effetto è statisticamente significativo per circa un anno. Il moltiplicatore (ossia il rapporto tra gli effetti  cumulati sul PIL e le maggiori entrate nette) è inferiore all’unità. Tali risultati sono meno robusti e stimati con minore precisione rispetto a quelli relativi a uno shock ai consumi finali.

Prof. Monti, la palla è nel suo campo. Proceda senza esitazione!

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You need a Greek to go to China.

The leader of Greece’s Orthodox Church warned on Thursday that rising poverty could trigger a “social explosion” amid deep austerity and record-high unemployment, as the country enters a fifth year of recession.  “Homelessness and even hunger — phenomena seen during (World War Two) — have reached nightmare proportions,” Archbishop Ieronymos wrote in a letter to Papademos.  “Patience among Greeks is running out, giving way to a sense of anger,” he said. “The medicine we are taking has proved fatal for the nation. More painful, and more unjust measures are now set to follow along the same, hopeless course.” The Greek church has stepped up a charity drive this week, during a cold snap that left much of the country in subfreezing temperatures and a growing number of homeless people at risk. Unemployment in Greece has surged to 19.2 percent, with the jobless rate for people under age 25 at 47.2 percent, according to figures for October from the EU statistics agency, Eurostat. The Washington Post, today.

In the meantime Mrs. Merkel is in China, as documented for example by this article. Where she is working, as she should, for promoting German exports like German leaders have done for the past 20 years and other euro nations have not, which perfectly explains the huge increasing divergence that has taken place in trade performance of ants (Germany?) and crickets (Greece?) in the euro area.  Paradoxically, the more she goes to China while other euro leaders do not, the greater the chances that a euro break-up will occur as competitiveness divergence increases and devaluation of crickets will become inevitable.

She advertises her currency, the euro. She means well, trying to attract Chinese lending for a cash-thirsty euro area. She does that by trying to convince Chinese authorities that other euro members are making the right adjustments, of the recessionary kind, the ones Germany has been increasingly asking for.

She further acts as potential mediator between the Usa and China on the Middle East delicate scenario.

Mrs. Merkel has a conflict of interest. She pursues the German interest, while her bargaining position and her prestige is strengthened by the euro. She represents the euro, while imposing the view that its stability is protected by dubious German pro-austerity measures imposed on other euro counties.

But here is the catch. Her position in the world is weak, because she acts alone: she is therefore hardly credible when she speaks on behalf of the other euro countries. Her position would be strengthened if she were able to be perceived as representing the interests of all euro countries. But so it is: we are not united. And we are not united because we do not share together the pains of one another, like it should be in any Nation made of different states. We are not yet the United States of Europe. And if we are not the United States of Europe we can forget of its symbol, a unique currency.

Time is running out.

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Il conflitto d’interessi di Frau Merkel

Che impressione paradossale mi fa leggere questo articolo sul viaggio della Cancelliera Merkel in Cina. C’è, dentro queste scarne righe, tutta la storia della nostra Europa, il nostro dramma, la nostra speranza.

C’è la Merkel che va in Cina per aprire ulteriormente le vie commerciali per le sue imprese, confermando che la formica tedesca è sempre viva e vegeta, formidabilmente conscia della sua forza e della bontà di un’etica del lavoro indefesso, anche presso i suoi governanti. E’ la Germania che in 20 anni di sacrifici si è meritata la crescita ed il benessere che ha generato per se stessa ed anche per gli altri, con le sue esportazioni e le sue importazioni, anche di beni prodotti da aziende italiane. E’ la Germania che ora ha un surplus commerciale straordinario a fronte di quei paesi cicala che non hanno saputo organizzare al loro interno un Sistema paese coordinato e voglioso di sopravvivere grazie all’unità delle sue parti. Quei paesi cicala che ora mettono a repentaglio, con la loro inevitabile tentazione di svalutare per recuperare la competitività persa, la costruzione stessa dell’euro.

C’è la Merkel che va in Cina per difendere la reputazione dell’euro, per aprire ulteriore spazio per il nostro sistema finanziario, largamente dominato da banche tedesche non sempre floride, all’interno del portafoglio delle riserva valutarie della grande formica cinese. La Merkel che garantisce della stabilità della nostra valuta perché i conti pubblici delle economie dell’euro verranno messi a posto.

C’è la Merkel che si pone come interlocutore privilegiato tra Stati Uniti e Cina nello scacchiere planetario della geopolitica medio-orientale.

C’è la Merkel dunque che viaggia da sola per il mondo, con questo enorme conflitto d’interessi nella valigia, rappresentando la sua nazione dall’alto dell’euro, rappresentando l’euro dall’alto della posizione austera tedesca. E’ tutta qui la crisi dell’euro, il paradosso dell’euro: la Germania senza l’euro sarebbe poca cosa, così come l’euro senza la formica tedesca; ma il lavorare separati e disuniti porta a non comprendere questa fondamentale e salvifica sinergia.

Sono certo che i Cinesi, con il loro senso della storia, dietro il loro imperscrutabile sguardo hanno dovuto pensare a questo quando ascoltavano la Merkel perorare la sua (o la nostra?) causa, percependo l’inevitabile debolezza della sua posizione.

Qualcuno, diverso dalla Merkel, forse un leader greco, deve accompagnare la Merkel nei suoi viaggi, per convincere interlocutori così potenti che si è decisi nel volere vincere la partita come Stati Uniti d’Europa. Ma per avere gli Stati Uniti d’Europa bisognerà, come ogni Stato-nazione, avere nel frattempo messo in piedi accordi di solidarietà per fronteggiare i momenti di difficoltà per i singoli compagni di viaggio, non clausole di espulsione. Anche se i compagni di viaggio sono stati monelli e indisciplinati. Insomma un compagno di viaggio greco non accondiscendente, ma indipendente e alleato.

Bisogna farsi forti delle proprie differenze e non ambire all’omogeneità. L’Europa delle differenze e della solidarietà ha un potenziale ben più solido e duraturo di questa Europa della solitaria Merkel.

“Il genio dell’Europa è … il genio di una diversità linguistica, culturale, sociale, di un mosaico ricchissimo che spesso trasforma una distanza irrilevante, una ventina di chilometri, nella frontiera tra due mondi … l’Europa morirà se non combatte per difendere le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomia sociali. Perirà se dimentica che “Dio si trova nei dettagli” “. George Steiner