Permalink

Forti coi deboli, deboli coi forti: la cifra del nuovo Governo

L’articolo di Dario Di Vico sul Corriere, uno dei pochi giornalisti attenti a quel tesoro italiano che sono le piccole imprese ha il merito di ricordare come “i Piccoli di fronte al rallentamento dell’economia reale scoprono di aver bisogno di una politica orientata al «per» e non la trovano”, nemmeno, cosa clamorosa, con questa coalizione, in teoria ad essi molto sensibile.

Di Vico fa male a non ricordare esplicitamente come questa politica orientata al “per” ha un suo strumento nobile, di programmazione, il c.d. “disegno di legge per le PMI”, da presentare obbligatoriamente ogni 30 giugno alle Camere dal 2011 (grazie alla famosa legge detta “Statuto delle imprese”) e finora sempre scandalosamente “dimenticato” dai vari Calenda e predecessori al Ministero dello Sviluppo Economico, prede facili delle grandi imprese mentre le PMI, a Via Veneto, sede del Ministero, non le hanno mai fatte entrare, nemmeno dalla porta di servizio, riempiendosi la bocca della parola di moda del momento, le c.d. “start-up”, quota parte infinitesimale delle PMI.

Ma questa programmazione, ecco la sorpresa, l’hanno evitata anche i giallo-verdi! E si è visto, come fa notare De Vico, nel caso del decreto dignità, dove bisognava pensare prima in piccolo (mai fatto!) e poi complessivamente prima di scrivere la legge, e dove il confronto con le rappresentanze delle PMI avrebbe dovuto essere intensissimo (non risulta), molto più che per le grandi, più capaci di ammortizzare con altri strumenti, quali l’internazionalizzazione, la maggior rigidità introdotta con la norma.

La cifra che appare è quella di un Governo forte coi deboli, incurante delle loro lamentele e dei loro problemi. Come tutti i Governi passati. Ma c’è di più.

Forti con i deboli, deboli con i forti.

Perché c’è un’altra programmazione che è clamorosamente sfuggita di mano ai giallo-verdi: quella quinquennale del Documento di Economia e Finanza (DEF), dove ancora a giugno il Governo avrebbe potuto coraggiosamente andare all’attacco dell’Europa e delle sue stupide politiche contabilistiche dell’austerità, fissando per i prossimi 4 anni il deficit al 3% dl PIL. Era un’Europa debole quella di giugno, fatta di una Merkel debole ed una Commissione in scadenza, che poco avrebbe potuto dire di fronte ad un piano a 4 anni che rispettava il Trattato di Maastricht ma rifiutava la logica della convergenza al bilancio in pareggio dell’idiotico Fiscal Compact. E? E questo Governo è invece l’unico, di mia memoria, che non ha ancora avuto il coraggio di elaborare il c.d. piano programmatico, anche’esso, come il disegno per le PMI, obbligatorio per legge, facendo finta di approvare quello che DEF non è, il mero tendenziale per gli anni a venire, numeri comunque costruiti dal… precedente Governo di centro sinistra!

Che occasione persa da Di Maio e Salvini! Oggi non aver voluto programmare sull’onda del voto un Piano A rende molto più difficile che a fine di settembre, quando si porterà in Europa la Nota di Aggiornamento al DEF (DEF che non c’è, sic!),  si possa giungere al deficit al 3%, che avrebbe permesso molte più politiche espansive a vantaggio della nostra economia. L’aver parlato solo e soltanto di Piano B ha generato critiche e incartato la coalizione in una posizione negoziale difensiva, da pari a pari con la Commissione europea, ed è praticamente certo come  non si riuscirà a spuntare nulla di più di un 2% di deficit su PIL per il 2019, con il solito profilo di convergenza austero per gli anni successivi: numeri incapaci di aiutare l’economia, perché basteranno solo a mantenere l’IVA dove già sta oggi senza alzarla: bel risultato!

Un governo incapace di programmare? Forse. Ma, più probabile, perché se avessero voluto avrebbero potuto, un Governo forte coi deboli, le PMI, e debole coi forti, la famosa Europa che tanto aveva spavaldamente attaccato.

Uno scenario gattopardesco, ma che pena.

Permalink

Già perso troppo tempo

Il mio articolo di oggi sul Sole 24 Ore.

*

Cinque anni. Periodo che può sembrare un’eternità per alcuni, un nonnulla per altri. E’ anche quanto può al massimo durare una legislatura parlamentare, è la durata dello spazio temporale a disposizione di una coalizione di governo per portare avanti le proprie politiche economiche così da massimizzare le probabilità di rielezione in caso di un guadagnato consenso elettorale a fronte di risultati tangibili ed apprezzati.

Ecco allora che se esaminiamo quanto avvenuto in questi ultimi mesi, ci troviamo di fronte ad un evidente paradosso. Una delle poche coalizioni della storia repubblicana italiana arrivate a guadagnarsi un mandato grazie all’elaborazione di un programma di governo congiunto, al ritorno dalle ferie non sarà ancora in grado di dire ai suoi cittadini quali sono i suoi piani programmatici di finanza pubblica per il quinquennio di legislatura. Con l’eccezione di un decreto lavoro che ha raccolto le critiche di tutte le imprese, grandi medie e (soprattutto) piccole, sarà solo con la legge di bilancio che verrà approvata a fine 2018 che cominceranno ad entrare in vigore ed a impattare l’economia italiana i primi provvedimenti economici, a circa un anno dalle elezioni. Detto in altri termini, per quanto riguarda la politica economica, questa coalizione ha effettivamente già oggettivamente perso un anno, il 20%, del tempo a disposizione.

E non pesano poco, questi rinvii. Ne è certamente conscio il Ministro dell’Economia Tria quando, intervistato da questo giornale, correttamente ricorda come “i rinvii generano incertezza”. E’ un’incertezza, quella che regna ancora oggi, che ha una sua origine specifica. Resta infatti un mistero, al di là della violazione formale di quanto richiesto dalla normativa, del perché i due leader della coalizione, ancor prima del Presidente del Consiglio, non abbiano voluto metter mano sin da subito al Documento di Economia e Finanza il cui solo tendenziale, è bene rammentarlo, era stato già elaborato dal governo Gentiloni. L’Italia è priva infatti a tutt’oggi dell’obbligatorio quadro programmatico di finanza pubblica per il prossimo quinquennio. Così i mercati giornalmente si chiedono se devono scommettere su un deficit gialloverde al 5% del PIL che finanzi flat tax e reddito di cittadinanza, un deficit al 3% che finanzi investimenti pubblici o un deficit europeo inferiore all’1% fatto di addizionale austerità. Dalle parole di ieri sul Sole 24 ore del Ministro sembra emergere anche un quarto scenario di una “non eccessiva correzione” che, dato il deficit del circa 2% del 2018 e quello del (nuovo) tendenziale dell’1,2% per il 2019 dovrebbe fermarsi attorno all’1,5%.

Non aver permesso al Ministro Tria di ragionare sin dai primi di giugno sul che fare all’interno di un quadro programmatico pluriennale prefissato ha già generato costi addizionali che stiamo pagando, al di là di quelli dovuti alla maggiore incertezza. Sarebbe stato prima di tutto possibile trovare lo spazio politico e finanziario per avviare sin dal 2018 una serie di piccole opere pubbliche edilizie per scuola, dissesto idrogeologico, carceri, care anche al Ministro Tria, che avrebbero avuto sin da fine anno un impatto reale sull’occupazione, specie quella nel Meridione e nei comparti meno istruiti della nostra forza lavoro, che stanno soffrendo maggiormente l’attuale fase ciclica. Con tale documento programmatico si sarebbe poi potuto chiarire sin da subito come attuare la riforma numero uno ancora inattuata, la spending review, così da, da un lato, evitare tagli lineari e blocchi nominali della spesa, mosse recessive che altro non sono che tipiche conseguenze del muoversi in ritardo e, dall’altro, aumentare i fondi a disposizione per maggiori investimenti pubblici non in deficit, capaci purtuttavia di generare crescita economica.

Con tale documento si sarebbe infine potuto avviare concretamente, con una posizione italiana di forza sull’onda del voto primaverile, un negoziato eventuale con la Commissione europea sui deficit a venire. Negoziato che utilmente il Ministro Tria sta svolgendo ora, ma che rischia di finire per far sì che, come sempre è accaduto coi passati Governi, il DEF venga scritto all’europea e non all’italiana, e sappiamo bene come questo nel passato abbia portato la nostra economia ad invilupparsi in un circolo vizioso di austerità, bassa crescita e debito crescente: non un buon auspicio.

Non è il caso di piangere sul latto versato, ma è evidente come, al di là delle dichiarazioni di agosto, la Nota di Aggiornamento di settembre del “DEF che non c’è” risulterà già essere l’ultima stazione utile per questo Governo, se desidera lasciare una traccia e sopravvivere alle future elezioni. E se questa Nota sarà stata scritta da altri o conterrà proposte irrealizzabili o nuovamente tardive nel tempo, non sarà tanto il caso di preoccuparsi ancora di un assurdo e dannoso piano B quanto piuttosto di una definitiva retrocessione in serie B del nostro Paese all’interno del campionato mondiale della crescita dello sviluppo economico e sociale.

Permalink

Piccolo è vomitevole? Solo in Italia

La figura 7.9 evidenzia, inoltre, come nello stesso quinquennio 2013-2017, l’importo medio dei lotti per tipologia di contratto veda una crescita rilevante dell’importo medio per le forniture che aumenta, rispetto al 2013, del 101% e, rispetto al precedente anno, del 33,4%. Analogamente per l’importo medio dei servizi, che registra un aumento del 52,3% rispetto al 2013 e del 12,6% rispetto all’anno precedente. Tali dati sono sostanzialmente coerenti con le evidenze degli ultimi anni nei quali il numero delle procedure di affidamento che, ad eccezione dell’anno precedente, è sostanzialmente invariato nel quinquennio in esame, è associato ad un maggior importo a base di gara, per effetto soprattutto di appalti banditi da soggetti aggregatori/centrali di committenza o da stazioni appaltanti di grandi dimensioni.“  (p. 132, relazione annuale 2017 dell’ANAC).

*

Sono straordinariamente penose le parole che uno è costretto a leggere nella relazione annuale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione di quest’anno a riguardo della dimensione media delle gare d’appalto in questi ultimi anni in Italia.

A causa della tremenda e a questo punto colpevole pervicacia della politica a mettersi nelle mani (e chissà cos’altro) delle grandi imprese, ha criminalmente adottato il modello di politica industriale volto a escludere le piccole imprese dalla domanda pubblica aumentando – ricorrendo alla famosa centralizzazione – il valore delle gare a tal punto da rendere impossibile qualsiasi loro partecipazione.

Non si sentirebbe Cantone di chiedere alle autorità giudiziarie, a questo punto, di indagare se esistono dei legami tra politica, grandi stazioni appaltanti e grandi imprese volti a spartirsi la vincita della maggior parte delle gare pubbliche?

Quale altra spiegazione può ormai esserci? Quale è il motivo per cui negli Stati Uniti si vieta l’aggregazione delle gare in nome della concorrenza, per favorire la crescita delle PMI e del tessuto competitivo del Paese, e in Italia all’opposto si scoraggia in tutti i modi alle piccole stazioni appaltanti di fare bandi sul territorio? Per quale motivo l’Italia risulta sempre ultima nell’Unione europea quanto a attivismo nelle gare pubbliche a favore delle PMI secondo quanto previsto e raccomandato dallo Small Business Act europeo? Per quale motivo ogni singolo Governo che si è succeduto in questi ultimi anni si è rifiutato di adempiere all’obbligo di portare alle Camere entro il 30 giugno il disegno di legge annuale per le PMI?

Perché piccolo è vomitevole solo in Italia, quando è bello altrove?

Non resta a questo punto che una risposta. Sarebbe bene che qualche giudice penale aprisse un ampio fascicolo per individuare e condannare i colpevoli per corruzione sistemica.

Permalink

3% ed euro: la sola ricetta vincente

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 ore.

*

“La posizione del governo è netta e unanime. Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro.” Erano necessarie, attese e fondamentali le parole pronunciate dal Ministro dell’Economia Tria al riguardo della posizione della coalizione giallo-verde sulla permanenza nell’area valutaria comune.

Vedremo ora cosa avverrà allo spread. Se questo non muterà, attestandosi al nuovo livello strutturale superiore ai 200 punti base non è assolutamente detto che l’intervento del Ministro non sia stato fondamentale: in assenza di esso avremo facilmente potuto toccare nei giorni a venire una quota stabilmente sopra i 300. Rimane tuttavia il problema di come far entrare lo spread sotto quota 100 e quindi di quali siano a tal fine non solo le condizioni necessarie, ben affrontate da Tria, ma anche quelle sufficienti.

Non vi è dubbio che parte dell’incertezza dei mercati che si riflette sui nostri tassi sia dovuta alle domande che si pongono gli operatori sullo sforamento del deficit pubblico, potenzialmente molto ampio se vi includiamo tutte le proposte finora messe in agenda tra flat tax, investimenti pubblici, clausole di salvaguardia dell’Iva eliminate, esodati e reddito di cittadinanza, a seguito della prossima manovra finanziaria autunnale. Mentre ci si aspettava con ansia, a valle della decisione del duo Gentiloni-Padoan di uscire con un Documento pluriennale di Economia e Finanza con le sole grandezze tendenziali, di vedere subito pubblicato il piano programmatico a 5 anni, il Ministro ha reso invece noto nell’intervista come “i nuovi conti saranno presentati con la nota di aggiornamento del Def in settembre”. Ovviamente i mercati non possono aspettare così a lungo per conoscere nei dettagli la posizione fiscale di questo Governo, ed è quindi ovvio che, anche se non detto, Tria dovrà portare la posizione del Paese al riguardo della politica fiscale la prossima settimana all’Ecofin dei Ministri economici e finanziari, suo primo banco di prova, probabilmente decisivo per fissare i paletti della negoziazione futura.

Ma quale potrebbe essere una posizione capace al contempo di tranquillizzare gli alleati europei ed i mercati e soddisfare gli elettori della coalizione, proteggendo gli interessi nazionali? Partiamo dal tendenziale lasciato in eredità da Padoan: con le clausole di salvaguardia attive, il deficit su PIL passerebbe dallo 1,6% di quest’anno ad uno 0,8% nel 2019. Dando ormai per scontato, visti anche gli impegni pubblici presi da Di Maio, che l’IVA non aumenterà, il deficit 2019 sale di circa 1% (senza tener conto tuttavia di un positivo impatto sulla crescita economica di tale provvedimento), all’1,8%.

Visti i timori che circolano su sforamenti verso il 4 o 5% del PIL del deficit, se Tria presentasse a Bruxelles un DEF che bloccasse il valore del disavanzo al 3% per i prossimi anni, valore simbolico perché pari a quello ideato per il Trattato di Maastricht, il governo giallo verde avrebbe a disposizione un altro 1,2% di PIL, 20 miliardi circa, per manovre moderatamente espansive da subito, capaci di aiutare la crescita e soddisfare gli elettori. 5 miliardi per “agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”, 2 miliardi per i centri di impiego, 3 miliardi per un inizio di flat tax e 10 miliardi di quegli investimenti pubblici così correttamente richiamati dal Ministro Tria nella sua intervista sarebbero sufficienti. E’ probabile che la crescita che seguirebbe permetterebbe anche al debito su PIL di cominciare finalmente ad imboccare quella traiettoria discendente che con l’austerità non si è mai generata.

Restano infine aperte due domande.

La prima: e gli spread, cosa farebbero? E’ noto che gli spread seguono la Politica, e non viceversa. Un messaggio forte dall’Europa, guidata dalla Merkel e Macron, che l’Unione europea è vicina all’Italia in questo momento di difficoltà e che il 3% è un valore accettabile per ripristinare la crescita, genererebbe entusiasmo e fiducia che il progetto europeo ha un lungo futuro davanti a sé, contribuendo ulteriormente al miglioramento dei conti pubblici italiani e alla stabilità dell’area continentale.

La seconda: per quanto tempo andrebbe tenuto al 3% il deficit dopo il 2019? Il trend tendenziale previsto da Padoan indicava già ulteriori miglioramenti sensibili del deficit nel 2020: si genererebbero cioè spazi ulteriori per più investimenti pubblici e un rafforzamento della riduzione delle imposte, nonché l’avvio di una prima forma di reddito di cittadinanza senza sforare il 3%. Dal 2021, poi, ulteriori forme espansive di supporto all’economia verrebbero dai primi effetti di quella spending review che tutti auspichiamo possa avviarsi sin da ora, lasciando che i suoi primi effetti strutturali si possano effettivamente far sentire, realisticamente, entro due anni, permettendo al taglio degli sprechi e non più ad ulteriori deficit di finanziare gli aiuti all’economia.

Tutto questo il Governo dovrebbe portare subito, al prossimo Ecofin, sostenendo pienamente il suo Ministro dell’Economia: solo così potremmo sperare di avviare quel circolo virtuoso della ripresa economica, sociale e politica del nostro Paese e con esso dell’Europa intera.

Permalink

Gramsci, Europa ed euro

Il mio pezzo uscito oggi su sito Micromega

*

Sono state ore drammatiche quelle che ha vissuto  la nostra Repubblica poco prima del 2 giugno. Momenti in cui si è arrivati a preoccuparsi dell’ordine pubblico, visto che nel giro di poche ore un’intera e ampia classe di persone, con l’apparente abbandono del programma del cambiamento giallo-verde a seguito della rinuncia del premier incaricato Prof. Conte, aveva visto sfumare davanti ai propri occhi la possibilità di ottenere un reddito di cittadinanza sostanzioso nonché una riforma fiscale di riduzione delle imposte altrettanto sostanziosa, basata sulla flat tax. Come non pensare che questo scenario non avrebbe potuto  generare tensioni e sfociare addirittura nella rivolta?

I rischi di sommovimenti dell’ordine pubblico sono spesso figli di una qualche patologia nell’ordine sociale, inteso anche, a monte, come legittimità e autorevolezza delle nostre classi dirigenti. Come scrisse Gramsci, nei suoi “Quaderni del carcere”, in tali momenti di crisi si verificano delle transizioni, che danno vita a un “interregno”: “se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più “dirigente”, ma unicamente “dominante”, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” A distanza di quasi 100 anni, queste parole risuonano pregnanti e attagliate alla condizione della nostra Italia. Ovviamente in un contesto diverso: nello specifico in un contesto altamente globalizzato, per noi europeistico, perché legato a istituzioni di stampo europeista.

Come frenare questi fenomeni morbosi e riuscire a garantire come minimo una transizione serena?

Certamente molto ha fatto il Presidente della Repubblica Mattarella al riguardo quando ha rifiutato di siglare la nomina del pur competente Prof. Savona. Come d’altronde immaginare si potesse allocare allo scranno più alto della politica nazionale un economista di prestigio che scriveva solo tre anni orsono “il grado di riuscita del Piano B è in funzione del livello di segretezza che si riesce mantenere” per “…lasciare la zona euro in fretta”, senza che la popolazione italiana si fosse esplicitamente pronunciata al riguardo come, a questo punto, potrà fare nel dibattito verso  le prossime elezioni politiche che vedrà due schieramenti contrapposti sul tema euro?

Per proseguire nell’alveo democratico che garantisce la minimizzazione dei rischi di un interregno “morboso”, è stato bene procedere nella stessa direzione, non accontentandosi di un competente governo tecnico inviso alla maggioranza degli elettori. Sarebbe stato come mettere benzina sul fuoco. Le alternative chiare che rimanevano erano quelle di un governo politico subito, come è stato, che confermasse a parole e nei fatti la permanenza nell’area dell’euro senza se e senza ma; oppure di nuove elezioni politiche nelle quali, appunto, il tema dell’euro doveva finire per divenire il nostro referendum, a valle del quale e solo a valle del quale un Governo anti euro sarebbe stato legittimato popolarmente a stampare carta moneta intitolata lira.

In ambedue i casi si poneva comunque la questione, per chi desidera perorare la causa della moneta comune europea come chi scrive, di come convivere nell’euro nella crescita e non nello scontento: nel primo caso un Governo giallo-verde nell’euro dovrà essere capace di ottenere dall’Europa politiche che rimettano in piedi quelle zone dell’Italia in cui il disagio è più immediato; nel secondo il partito pro-euro avrebbe dovuto saper argomentare in campagna elettorale, per non essere destinato alla sconfitta, come si può restare dentro l’euro e non  vivere strozzati dalle decisioni di Bruxelles.

La risposta in ambedue casi è una sola: pretendere dall’Europa la non applicabilità per l’Italia del Fiscal Compact, che ha impedito in questi anni la ripresa degli investimenti privati (chi mai li avrebbe fatti sotto la mannaia delle varie clausole di salvaguardia di aumento dell’IVA, più o meno credibili non importa?)  e l’utilizzo della leva degli investimenti pubblici tanto cara sia a Roosevelt negli anni 30 che a Obama nel post 2008 di fronte a problemi simili, di ordine economico e sociale.

Facendone cosa, di questa “libertà fiscale”? La soluzione ottimale anche a livello politico rimane quella di bloccare il deficit al 3% del PIL per 5 anni, non obbligando al bilancio in pareggio, e utilizzando le risorse così liberate per un Piano Straordinario di Solidarietà via appalti pubblici là dove più necessari, ovvero dove la disoccupazione è più alta, in Meridione certamente, ma soprattutto presso quelle classi della popolazione che sono a basso titolo d’istruzione.  Il Piano Straordinario di Solidarietà dovrà applicarsi prima di tutto agli appalti nel settore edilizio: scuole, carceri, abitazioni in zona sismica 1. Questi appalti dovranno partire in tempi rapidissimi, con legislazione straordinaria che garantisca che i controlli ANAC avvengano a valle sui cantieri e non a monte sulle procedure.   Come per i terremoti? Certamente, perché di questo trattasi: di un terremoto sociale che merita il massimo dell’attenzione.

Un’Europa e un’Italia che comprendessero la portata della sfida non si farebbero bloccare dagli inutili vincoli contabili che mai caratterizzarono la prima fase dell’Europa che sognava e garantiva solidarietà. Un’Europa e un’Italia che fossero all’altezza di questa sfida vedrebbero gli spread annullarsi, nella certezza della forza del progetto comune europeo.

Se un nuovo deve nascere, che nasca sulla base dei valori condivisi del passato che sembriamo aver dimenticato: solo la solidarietà può mettere al centro delle future generazioni un progetto di pace sostenibile e duraturo fatto di sviluppo, tolleranza reciproca ed equità.

Il primo segnale lo avremo da subito, con il programmatico previsto per i prossimi 5 anni dal Documento di Economia e Finanza del nuovo Ministro dell’Economia e del nuovo Presidente del Consiglio: sarà facile capire da subito se tira aria di Europa vera o di una di gattopardiana memoria.

Grazie per spunto Gramsci!

Permalink

Più deficit, nell’euro, ma speso bene

Il mio articolo oggi sul Sole 24 ore.

*

Il Presidente Jimmy Carter, premio Nobel per la Pace per il suo sforzo nei negoziati di pace internazionale, ebbe modo di rimarcare come “a meno che ambedue le parti non vincano, nessun accordo potrà essere permanente.” Non dovrebbe dunque sorprendere che Movimento 5 Stelle e Lega si siano uniti in un contratto che contiene ambedue le proposte che più caratterizzano le richieste del proprio elettorato, rispettivamente reddito di cittadinanza e flat tax: qualsiasi altro accordo contenente solo una o nessuna delle due avrebbe avuto vita breve.

E’ pur vero, tuttavia, che anche gli accordi monitorati dall’ex Presidente Usa non avrebbero avuto lunga vita in assenza di un beneplacito assenso della comunità mondiale che ne osservava da vicino, per suoi interessi geopolitici o per qualsiasi altra ragione, i contenuti.  Analogamente è difficile pensare che la nuova coalizione che si appresta a governare il Paese possa procedere senza tener conto del contesto internazionale, e più specificatamente europeo, in cui si trova a operare. Non a caso, già lo stesso “programma di coalizione” contiene una prima importantissima concessione a tali aspettative esterne quando non menziona in alcun rigo delle sue fitte 58 pagine la possibilità di un’uscita dalla moneta unica, dall’eurozona. Tale assenza marca un’evoluzione ragguardevole dei programmi delle due forze politiche rispetto alle loro posizioni passate al riguardo, e andrebbe ribadita con forza da tutte le forze parlamentari italiane, sia quelle del (prossimo) Governo che quelle di opposizione, quando coinvolte in qualsiasi sede di confronto internazionale con istituzioni di altri paesi dell’Unione europea e non, affinché le esigenze di stabilità del Sistema Paese non vengano ad essere messe in dubbio da strumentali posizioni di alcuni per mero opportunismo politico interno.

Una tale rinuncia ovviamente apre tuttavia nuovi sfide per la coalizione in pectore. Questa è stata infatti eletta per supplire ai fallimenti di un certo tipo di politica economica tutta basata su annunci di convergenza pluriennale “senza se e senza ma” verso il bilancio in pareggio, che crescita non solo non hanno saputo generare ma, anzi, solo decurtare e tarpare: ad oggi l’Italia è, sola in Europa, inviluppata in una crisi più lunga e più profonda di quella della Grande Depressione degli anni Trenta. Rinunciando alla dubbiosa espansione via uscita dall’euro, non resta dunque che la leva dell’espansione fiscale per venire incontro alle promesse elettorali. La dimensione di questa leva apparentemente poggia su tre assi: quanto ridurre la pressione fiscale, quanto aumentare la spesa pubblica e come finanziare, in (extra) deficit, con tagli di sprechi e/o riduzioni di detrazioni fiscali tali due componenti. Quest’ultima dimensione, quella del finanziamento di minori tasse e maggiori spese, è quella su cui l’Europa sta concentrando la sua attenzione, ed è difficile che il nuovo Governo potrà spuntare uno spazio di deficit maggiore del 3% del PIL. Tenuto conto della resistenza politica che genererebbero i tagli delle detrazioni e la lentezza con cui si potrebbero ottenere i fondamentali tagli degli sprechi (che richiedono una riforma strutturale della qualità delle stazioni appaltanti di cui la coalizione non pare conscia), tutto ciò porterà ad avere a disposizione risorse che permetteranno di ottenere al massimo, oltre ai 17 miliardi del reddito di cittadinanza, una flat tax ben meno aggressiva di quanto non promesso sino ad oggi. La famosa crescita, con cui la Lega e i 5 Stelle contano di consolidarsi, anche riducendo il rapporto debito-PIL, stenterà dunque a crearsi, affidandosi solo ai consumi dei meno abbienti.

Ben più potente sarebbe affidarsi all’unico meccanismo di utilizzo di risorse che garantisce al contempo un incremento certo della domanda alle imprese e loro maggiore competitività: un deciso aumento degli investimenti pubblici, mai menzionato chiaramente nel programma di 58 pagine. Bloccare il deficit al 3% del PIL e riavviare, specie al Meridione ma non solo, gli investimenti in costruzioni, scolastiche, carcerarie, antisismiche e nelle infrastrutture critiche avrebbe permesso al Paese di lanciare veramente all’Europa un segnale di stabilità ed al contempo di garantire la crescita dell’occupazione, specie presso le fasce più deboli della popolazione, richiesta dall’elettorato.

Non resta che attendere il primo passo del Governo, il DEF programmatico, prima di abbandonare ogni speranza.

Permalink

L’autorevolezza della democrazia

«La risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia». Macron.

“Autore”, etimologia: che accresce, che fa prosperare.

*

Sarebbe meglio parlare piuttosto di autorevolezza della nostra democrazia.

Ecco cosa ha reso in Italia poco autorevole la nostra democrazia: la mancanza di crescita (grafici dal discorso del Governatore Visco per il trentennale della Facoltà di Economia all’Università di Roma Tor Vergata) .

Impressionante come l’Italia abbia smesso dal 2008 di crescere e prosperare in un’Europa che sempre ha assistito indifferente, festosa della propria ripresa e pervicace nel raccomandarle le politiche sbagliate.

Impressionante. La causa? Un periodo di politiche sbagliate come mai prima.

Sì, avete letto bene, peggio della Grande Depressione del 1929, che durò meno, come mostra questo ultimo grafico.

Dopo 9 anni di crisi l’Italia del 1929 era tornata a produrre i livelli ricchezza precedenti alla stessa. Oggi all’11mo anno siamo ancora lontanissimi da rispristinare i livelli di benessere anti-crisi.

Si preoccupi il Presidente Macron e si preoccupino i prossimo governanti italici di far accrescere e prosperare quello che è uno dei Paesi più importanti al mondo. Fino ad allora questa democrazia non sarà autorevole: semplicemente non sarà. Come farlo, è noto: si rimetta in moto il volano degli investimenti pubblici di qualità, piantandola di riempirsi la bocca delle inutili e vacue parole come “riforme”, “flat tax”, “4.0″.

Permalink

Salvare l’Europa dalla sua fine

Da “I demoni” di Dostoevskij, una traccia per capire il bivio dell’Europa di oggi?

*

Sciatov: “Nessun popolo s’è ancora mai ordinato secondo i principi della scienza e della ragione; non c’è mai stato un simile esempio, se non per qualche momento, per stoltezza… La ragione e la scienza hanno sempre avuto nella vita dei popoli, ora e dal principio dei secoli, un solo compito secondario e servile; e così sarà sino alla fine dei secoli. I popoli si compongono e si muovono con un’altra forza che comanda e domina, ma l’origine della quale è sconosciuta ed inspiegabile. Questa forza è la forza dell’insaziabile desiderio d’arrivare alla fine mentre allo stesso tempo si nega la fine. E’ la forza della continua ed incessante affermazione della propria esistenza e della negazione della morte. (…)
Lo scopo di ogni movimento popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del proprio Dio, di un Dio, assolutamente proprio e la fede in lui come nel solo vero. Dio è la personalità sintetica di tutto il popolo, preso dalle sue origine sino alla fine. Non è ancora mai successo che tutti o molti popoli avessero un Dio comune, ma sempre ciascuno ha avuto un Dio particolare. E’ indizio della decadenza delle nazionalità, quando gli dèi cominciano a diventar comuni. Quando gli dèi diventano comuni, muoiono gli dèi e la fede in essi e muoiono insieme gli stessi popoli. Quanto più forte è un popolo, tanto più particolare è il suo Dio. Non c’è ancora mai stato un popolo senza religione, cioè senza una nozione del bene e del male. Ogni popolo ha la propria nozione del bene e del male e un proprio bene e male. Quando presso molti popoli cominciano a farsi comuni le nozioni del bene e del male, allora i popoli si estinguono, e allora la stessa distinzione tra il bene e il male comincia a scomparire. Mai la ragione è stata in grado di definire il bene e il male, od anche di separare il male dal bene, sia pure approssimativamente; al contrario, li ha sempre confusi in modo vergognoso e meschino; mentre la scienza ha dato soluzioni brutali (…)”

Stavroghin: “Ne dubito (…) voi riducete Dio a un semplice attributo della nazionalità… (…)”

Sciatov: “Riduco Dio a un attributo della nazionalità? … Al contrario, innalzo il popolo a Dio. Ed è forse mai stato altrimenti? Il popolo è il corpo di Dio. Ed ogni popolo è popolo solo finché possiede il suo dio particolare; finché esclude tutti gli altri dèi del mondo senza nessuna conciliazione finché crede che col proprio dio vincerà e scaccerà dal mondo tutti gli altri dèi. Così hanno creduto tutti i popoli dal principio dei secoli, tutti i grandi popoli, almeno, tutti quelli che si sono in qualche modo segnalati, tutti quelli che sono stati alla testa dell’umanità. Non si possono negare i fatti. Gli ebrei non vivevano che per aspettare il vero Dio, ed hanno lasciato al mondo il vero Dio. I greci divinizzavano la natura ed hanno legato al mondo la loro religione, cioè la filosofia e l’arte. Roma ha divinizzato il popolo nello Stato ed ha lasciato ai popoli lo Stato. La Francia durante tutta la sua lunga storia non è stata che l’incarnazione e lo sviluppo dell’idea del dio romano, e se ha precipitato, infine, nell’abisso il suo dio romano e si è data all’ateismo, che si chiama per ora da loro socialismo, l’ha fatto unicamente perché l’ateismo è più sano del cattolicesimo romano. Se un grande popolo non crede che la verità sia in lui solo (proprio in lui solo ed esclusivamente in lui), se non crede di esser lui solo capace di risuscitare e salvar tutti con la sua verità, e di esser chiamato a farlo, esso si converte subito in materiale etnografico, e non è più un grande popolo. Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a una parte secondaria nell’umanità e nemmeno a una parte principale, ma vuole assolutamente ed esclusivamente la prima. Se perde queste fede non è più un popolo(…)
Voi siete ateo, perché siete un signorotto, l’ultimo signorotto. Voi avete perduto la distinzione del bene e del male, perché avete cessato di conoscere il vostro popolo. Una nuova generazione va sorgendo, direttamente dal cuore del popolo, e non la conoscete affatto, né voi… né io (…) Sentite procuratevi Dio col lavoro; tutto l’essenziale sta qui, altrimenti voi scomparirete, come una vile muffa; procuratevelo col lavoro.”

Stavroghin: “Dio col lavoro? Con quale lavoro?”

Sciatov: “Con quello del contadino. Andate, abbandonate le vostre ricchezze…Ah voi ridete, temete che sia tutto un gioco di bussolotti?”

Ma Stavroghin non rideva.

Permalink

Il coyote di Bruxelles, la vacca a 5 stelle e l’uccellino europeo

Eccoci qui a parlare di Documento di Economia e Finanza (DEF), il piano quadriennale che ogni aprile il nuovo Governo dovrà presentare alle Camere, decidendo come e quanto tassare e spendere, se finanziarsi via deficit per spendere di più o piuttosto non farlo e decidere invece di provare a ridurre il debito. Che noia direte. Ma no, altro che noia!

Tutto è DEF. Sono i DEF che decidono le elezioni e chi le vince.

Perché pensate che il PD sia crollato? Perché ha totalmente sbagliato i suoi ultimi 5 anni di DEF: eliminando investimenti pubblici essenziali per il Meridione, e rinunciando a fare spending review essenziali per identificare sprechi odiati al Nord e trovare risorse per ulteriormente finanziare investimenti. Ha fatto austerità, suicidandosi, ma soprattutto mettendo in ginocchio il Paese.

E questi errori hanno modificato gli equilibri politici portando l’Italia ad una maggioranza diversa, che ora l’Europa sente come una potenziale minaccia. Ma l’Europa deve solo biasimare se stessa per avere imposto all’Italia ed a un PD timoroso ed incompetente le sue ricette. E deve fare attenzione, quest’Europa. Perché così come il PD è sparito, rischia di sparire pure l’Europa, ma non solo quella masochista e sadica di questi ultimi anni, ma assieme ad essa anche quella che tanti di noi sognano da anni, un’Europa di pace, fratellanza, sviluppo.

Come evitare che sparisca? Semplice. Bisogna capire finalmente per bene qual è il nemico dell’”Europa che vogliamo” e qual è il suo alleato ed amico.

Non sempre facile: basterà guardare questo video tratto dal meraviglioso “Il mio nome è nessuno” dove Terence Hill ricorda ad un perplesso e magnifico Henry Fonda la storiella dell’uccellino e della sua morale, dove “non sempre chi ti mette nei guai vuole il tuo male, e non sempre chi te ne tira fuori vuole il tuo bene”. Ottima sintesi per capire la sfida del DEF.

Si potrà infatti di nuovo dare retta a questa Europa falsamente benevolente, che ci ha per anni propinato ricette di finta crescita da raggiungere tramite austerità e riforme, ambedue disattente alla sofferenza delle persone, che ci ha giurato di toglierci dai guai, come il coyote della favola di Terence Hill.
Oppure?
Oppure si potrà dare fiducia al DEF dei 5stelle, terrorizzante per quest’Europa, così deciso a non obbedire al Fiscal Compact e a non ridurre il deficit a zero con manovre suicide di 30 miliardi in due anni di aumenti di imposte e riduzione a casaccio di spese. Un DEF convinto che dobbiamo riprendere lo stimolo della domanda per il tramite di investimenti pubblici, un DEF che solo se si ascolta la narrativa dell’idiotica Europa si può giudicare capace di metterci nei guai.

Ben venga il DEF che terrorizza l’Europa della vacca della favola del signor Nessuno: forse saprà finalmente salvarla e salvarci.

Permalink

Dateci un Governo operativo 1.0

Sbaglia due volte Juncker a dire che il Governo italiano rischia di non essere operativo. Uno perché i governi non operativi funzionano alla grande: Germania, Spagna e Belgio lo dimostrano.

Due perché i Governi di questi 5 ultimi anni sono stati largamente non operativi. Non basta dire 4.0 perché il Paese si riprenda. Anzi, abbiamo bisogno di cose basilari, altro che 4.0, abbiamo bisogno di un Governo 1.0 che faccia tutte quelle cose veramente essenziali che servono al Paese.

Un esempio per tutti è emerso durante la discussione due giorni fa del rapporto dell’Osservatorio sulle costruzioni dell’ANCE, sulla famigerata e drammatica questione dei ritardati pagamenti delle pubbliche amministrazioni che tagliano le gambe ai fornitori della P.A., specie ai più piccoli che si finanziano (quando ci riescono) a costi ben peggiori delle grandi, e con esse ai fornitori dei fornitori ecc. ecc.

Ovviamente luccicano gli occhi quando vediamo i grafici che ci propinano da anni al Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui i tempi di pagamento sono in picchiata, con un ritardo medio di 84 giorni (sempre superiore a quanto reso obbligatorio dall’Europa).

Ma tutti sappiamo qual è il trucchetto per abbassarli, in presenza di fattura elettronica: basta chiedere (e il potere di ricatto delle P.A. sui fornitori è in questo senso ovviamente enorme) di posticipare l’emissione della fattura. Basterà citare quanto contenuto nel sondaggio alle imprese Ance per capire la dimensione dell’inganno.

Il 92% delle imprese segnala di avere subito almeno una prassi gravemente iniqua da parte della P.A. (richiesta di ritardare l’emissione dei SAL o l’invio delle fatture: richiesta di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; richiesta di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo) nel corso del secondo semestre 2017. In particolare, più dei due terzi delle imprese (il 69%, la percentuale più elevata dall’entrata in vigore della direttiva; una percentuale in costante crescita nelle ultime rilevazioni) segnalano che le Amministrazioni chiedono di ritardare l’emissione degli Stati di Avanzamento Lavori (S.A.L.) o dell’invio delle fatture; il 60% delle imprese segnala che le Pubbliche Amministrazioni chiedono di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; al 37% delle imprese viene chiesto di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo”.

Ma che razza di Governi possono essere così incompetenti e indifferenti dal consentire ciò? Governi che pensano 4.0 e non 1.0.

Governi che non hanno la capacità di portare a 0, come in Corea, o a 7, come in India, i giorni effettivi per il pagamento delle fatture dei propri fornitori. Governi che hanno il coraggio di dire: da domani tu sarai pagato in 1 ora da una banca, ed il debito con la banca lo assumiamo noi, Pubblica Amministrazione. Paura che cresca il debito pubblico perché da debiti commerciali invisibili diverrebbero debiti conteggiabili ai sensi del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact? Appunto. Una serie di governi paurosi che non hanno avuto il coraggio di dire all’Europa, “io pago, perché la mia priorità è la crescita, non le finzioni contabili”, logica che, ne son certo, avrebbe convinto pure i tanti europei stanchi dei trucchetti italiani dei Governi 4.0. Compreso Juncker.

Dateci un Governo 1.0, addetto alle cose basilari che servono al Paese. Grazie.