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Piu’ flessibilità in cambio del sì al nuovo MES

Oggi il mio articolo sul Sole 24 Ore.

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E’ difficile comprendere cosa sia avvenuto nell’ultimo anno attorno alla questione della riforma del fondo Salvastati, il c.d. MES (“Meccanismo Europeo di Stabilità”). E per ricostruirlo l’informazione pubblica a disposizione è sufficiente, difficilmente interpretabile, incompleta. Un cocktail micidiale non solo per chi vi si addentra ma anche per la percezione della democraticità dei processi europei, che proprio sulle questioni essenziali (si pensi alla famigerata approvazione del Fiscal Compact, che in Italia fu approvata dal parlamento addirittura il giorno della vigilia di Natale) si avvolge spesso in un mantra di segretezza o vaghezza che non fa bene certamente bene all’Europa, dando spago alla deriva populista. Se quest’ultima infatti si nutre di fake news, l’Unione europea è responsabile certamente di alimentarle con questo timore di discutere nell’agorà pubblica tutto ciò che riguarda i suoi più fondamentali aspetti di governance e di costituzionalità.

Il confronto tra i testi 2012 del trattato che istituisce il MES e di quello della proposta revisione dello stesso datata 14 giugno 2019, ambedue disponibili in rete, non può che essere il punto di partenza per un’analisi rigorosa di quanto avvenuto sinora.

Nel testo originale, approvato nel 2012, all’articolo 13 si può leggere come si debba procedere per la concessione del sostegno alla stabilità ad un determinato Paese che presenti domanda in tal senso al presidente del consiglio dei governatori del MES. Questi, una volta ricevuta la domanda, assegna alla Commissione europea di concerto con la BCE il compito tra le altre cose di “valutare la sostenibilità del debito pubblico”. Se ne intende chiaramente come un Paese ritenuto dagli organi succitati come instabile non potrà accedere al finanziamento. Ciò smentisce tra l’altro l’opinione di coloro che hanno sostenuto che la riforma 2019 introduce un nuovo legame tra concessione del prestito al Paese in difficoltà e sostenibilità del debito: questo legame c’era già dal 2012 come ha correttamente ricordato il Ministro Gualtieri in suo Comunicato Stampa.

Cosa si legge nel nuovo testo di riforma al proposito? Riportiamo la nostra traduzione (non abbiamo trovato versioni in italiano):

“valutare se il debito pubblico è sostenibile…” (p.s.: finora nulla di nuovo) “… e se il sostegno alla stabilità sia rimborsabile (p.s.: una mera conferma della sostenibilità).” Si aggiunge tuttavia come “questa valutazione dovrà essere condotta in modo trasparente e prevedibile pur lasciando un margine di giudizio sufficiente”. E’, quest’ultima, una introduzione del tutto nuova, che di fatto apre le porte ad una definizione meno vaga di sostenibilità, lasciata tuttavia sempre all’autonomia di Commissione europea e BCE. Quando l’ex Ministro Tria, in un’intervista, ricorda come l’Italia abbia spuntato un compromesso a fronte di una richiesta dell’Olanda, affermando come “i parametri fissi sono stati eliminati. Dunque dalle bozze è scomparso qualsiasi automatismo tra valutazione del debito e la sua ristrutturazione”, probabilmente si riferisce proprio al testo di cui sopra: al posto di parametri fissi per giudicare se un debito sia sostenibile o no si deve essere chiuso il compromesso sulle parole “margine di giudizio sufficiente”, sufficientemente flessibile per tutti.

Qual era il timore delle autorità italiane e in cosa consisteva con tutta probabilità il fallito tentativo olandese? Nel rendere oggettiva la valutazione di sostenibilità (una certa soglia di rapporto debito-PIL?) avrebbe potuto portare alla dichiarazione automatica di insostenibilità del debito italiano, oltre che alla negazione del prestito richiesto. Un problema certo. Eppure, un problema fino ad un certo punto. Non va dimenticato che tale dichiarazione di eventuale insostenibilità avverrebbe solo dopo una richiesta del Governo italiano di concessione di un prestito. Quindi, in assenza di richiesta, nessuna valutazione di sostenibilità o meno. Non vi è dubbio tuttavia che se tali valori oggettivi di insostenibilità fossero stati comunicati pubblicamente e fossero stati significativamente vicini all’attuale livello del debito pubblico italiano avrebbero ben potuto scatenare un attacco speculativo sulla mera base semantica di cosa sia un debito insostenibile per Commissione europea e BCE. Così comunque non sarà e merito va reso alla nostra delegazione per averlo evitato.

E dunque? Avendo scongiurato il pericolo, ed essendo tutto apparentemente come prima, perché la grande polemica politica?

Da alcuni è stato ricordato come la riforma preveda come, in casi eccezionali, “si prende in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni sotto forma di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Tradotto: se non sei ritenuto sostenibile e quindi non hai ottenuto un prestito come previsto dall’articolo 13, puoi ancora sperare in un prestito del MES a due condizioni: che rinegozi il debito con i creditori e che accetti un programma di austerità gestito dall’Europa (la c.d. Troika).

Questa clausola ha fatto apparentemente gridare grandemente all’allarme, sostenendo come sia di fatto capace di accelerare la sfiducia nel debito pubblico italiano e di causare una sua crisi, autorealizzando le aspettative dei mercati di un fallimento delle nostre obbligazioni.

Eppure non se ne capisce il perché. Prima di tutto perché questa previsione era … già contenuta nel precedente Trattato approvato nel 2012. Secondo poi perché, per chiedere un prestito al MES, che ragiona come un organismo bancario, o lo si fa come ente il cui debito è sostenibile (e lo si ottiene) o lo si fa come ente il cui debito è insostenibile ed allora è evidente che per prestare il MES richieda che tale debito torni … sostenibile e nella sua ottica i due modi più ovvii sono: a) verificare che hai ristrutturato il debito con i creditori e quindi devi loro meno soldi e b) verificare che ti impegni a fare politiche di bilancio austere in futuro.

Ma questa semplice deduzione porta anche ad un altro punto evidente: l’Italia non ha nessuna convenienza a ricorrere al MES. Quando, Presidente del Consiglio, Mario Monti ricordò con orgoglio di non avervi fatto ricorso, diceva al contempo una cosa esatta ma anche lapalissiano, proprio perché l’Italia dal ricorso al MES non può trarre, mai, alcun giovamento. Non avrebbe nessun senso ricorrervi quando le cose vanno bene, ovviamente: chi va a chiedere un prestito quando non ne ha bisogno? Ma non ha senso nemmeno ricorrervi quando le cose vanno male: quando le cose vanno male non solo devo ristrutturare le cose col settore privato (cosa che avrei fatto comunque visto che le cose vanno male) ma devo pure sottomettermi ad una cura di cavallo della Troika, in termini di maggiore austerità, per avere accesso al prestito? La Grecia ha dimostrato, col suo decennio di terribile crisi post-Troika, che questa via non è percorribile. Tanto vale ristrutturare il debito e essere libero di effettuare politiche di crescita o comunque politiche con maggiore autonomia e democrazia interna.

Tanto rumore dunque per nulla? Non esattamente. La polemica sul MES ci ricorda che, sia nel 2012 che nella proposta di riforma del 2019, esso rimane (al di là dei suoi discutibili aspetti di non accountability rispetto alle istituzioni politiche, europee e nazionali) uno strumento inerentemente anti-europeo perché anti-solidale. Perché? Semplice. Quando serve un prestito? Quando si è in difficoltà, ovviamente. Ma, nel caso del MES, quando si è in difficoltà come l’Italia a causa delle politiche di austerità europee che hanno fatto aumentare il rapporto debito-PIL del 20% in questi ultimi anni, cosa avviene? Si viene dichiarati insostenibili, il prestito è negato e vengono rafforzate quelle politiche di austerità che hanno generato la mia insostenibilità di partenza. Ci si aspetterebbe che se le politiche dell’austerità, che abbiamo attuato seguendo le richieste europee, non abbiano funzionato si venga in nostro aiuto, e invece no, si viene ancor più messi in difficoltà.

Il MES, invece di essere strumento di solidarietà interna è una mera banca. E, come si sa, non si possono fondare unioni sulla base di rapporti bancari, ma solo su basi di solidarietà. Questo almeno era quello che pensavano i padri fondatori dell’Europa che ne sapevano qualcosa delle ragioni per costruire un’Europa unita e solidale.

Eppure non può sfuggire, a livello politico, la grande occasione che può essere la riforma del MES per l’Italia. A fronte di una richiesta di una sua firma sul solito MES, l’Italia può coraggiosamente minacciare il suo veto a meno che non siano finalmente rimossi i vincoli austeri alle politiche fiscali in Europa, chiedendo la concessione della golden rule sugli investimenti pubblici in deficit. Il messaggio è chiaro: l’Italia accetta il principio di no bail-out secondo il quale non sarà aiutata dal MES quando in difficoltà ma, a fronte di questa accettazione, richiede che le sia concessa – non solidarietà ma – autonomia nelle sue politiche di bilancio (rispettando comunque un deficit del 3% del PIL tutto dedicato esclusivamente a investimenti pubblici). Spetterà all’Italia convincere i mercati che tali manovre portano, come portano se fatte bene, ad un abbassamento del debito pubblico via crescita economica, quella che è mancata negli ultimi 15 anni a causa delle errate politiche europee.

Un do ut des che potrà salvare non l’Italia, sia chiaro, ma l’Europa tutta.

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Costruire la Casa Europea a forza di costruzioni

Oggi il mio pezzo sul Sole 24 Ore.

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E’ passata sui giornali troppo in sordina, rispetto all’importanza che ha avuto per tastare il polso a un segmento decisivo dell’economia e della società italiana, l’Assemblea annuale dei costruttori edili.

E non tanto per le proteste dalla platea che hanno portato il Presidente del Consiglio Conte, intervenuto a chiudere l’evento, a promettere di rivedere l’ennesima assurda incombenza, questa in capo sia alle imprese che alle stazioni appaltanti, prevista dal DL fiscale del versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori dipendenti impiegati nei lavori, da farsi secondo quanto previsto direttamente da parte del committente. Fischi che costituiscono un sintomo di un disagio più profondo rispetto all’ennesimo governo che, dal 2011 a oggi, non è riuscito a dare una soluzione al dramma del crollo del settore, che trascina con sé il Paese. Una crisi che colpisce sia i piccoli imprenditori edili (più che quei pochi grandi in difficoltà a cui viene inspiegabilmente riservato un trattamento di favore, con il Progetto Italia, come ha ricordato il Presidente dell’ANCE Buia) che i tanti lavoratori del settore stesso, in una morsa che spiega perfettamente cosa è avvenuto in Italia dal 2008 ad oggi.

Un settore, quello delle costruzioni, con più di 500.000 occupati in meno dall’avviarsi della crisi – in gran parte lavoratori che hanno conseguito al massimo la licenza media (-37,7%), seguiti dai diplomati (-11,6%) e dai laureati (-1,8%),  in cui la percentuale di perdita di lavoro è più accentuata nel Meridione, con la maggiore flessione in termini percentuali dei giovani occupati dove si perde in nove anni oltre la metà degli addetti (-55,6%) –  che non è soltanto rappresentativo della forma che ha assunto questo decennio di stagnazione italiana e dei suoi conseguenti sommovimenti politici, ne è la vera e propria causa. A tale proposito stupisce ampiamente, anche alla luce del fallito impatto sulla crescita del Paese – certificato dalle stesse previsioni triennali sul PIL della già defunta colazione gialloverde – che si sia voluto prediligere una misura come il reddito di cittadinanza per venire giustamente incontro alla crescente disuguaglianza di questi anni di crisi ad una ben più meritevole ed efficace specifica politica di investimenti pubblici nelle costruzioni che avrebbe avuto il merito di generare crescita ed occupazione proprio là dove se ne sentiva più il bisogno.

Ma le cose non paiono volgere al bello nemmeno con questa nuova coalizione giallorossa. Al di là del fatto che i provvedimenti presi sinora a riguardo dell’accelerare la celerità della realizzazione delle opere non paiono andare nella giusta direzione – dimostrazione eloquente ne è quella che il Presidente Buia ha definito l’idra a sette teste costituita dalle ora sette strutture che a vario titolo dovrebbero occuparsi di sbloccare le infrastrutture e che dopo più di un anno non sono nemmeno operative – a preoccupare maggiormente è che i maggiori stanziamenti per gli investimenti pubblici continuano a non trasformarsi in erogazioni di liquidità per i cantieri.

Sarebbe miope continuare a sostenere che ciò avviene perché “non sappiamo spendere” (anche se lo spaventoso blocco del turn over che in questi anni sta colpendo specialmente il Meridione non può non giocare un ruolo) o a causa del “contenzioso amministrativo” (che riguarda per il biennio 17-18 solo l’1,5% complessivo dei bandi di lavori, secondo i dati del Consiglio di Stato): no, è evidente che sono le regole europee che limitano la possibilità per l’Italia di effettuare deficit maggiori (anche quando contenuti entro il 3% del PIL) a spiegare il crollo costante degli investimenti pubblici di questo decennio e la mancata ripresa attuale, malgrado i maggiori stanziamenti dedicati proprio a questi.

Che siano i vincoli a mordere si vede anche in fase di stanziamento: se il Governo annuncia a gran voce un apprezzabile grande piano di investimenti sostenibili di 55 miliardi e poi aggiunge “per i prossimi 15 anni” (dunque poco più di 3 miliardi l’anno in media) e poi aggiunge ancora che per il 2020 se ne stanziano solo 690 milioni (l’1,1%) è evidente che il problema è l’oggi ed i vincoli europei che sull’oggi vanno ad incidere. E sia chiaro: quei 690 milioni, 0,033% di PIL, una briciola rispetto a quanto necessario, saranno i primi a saltare ed a essere bloccati nel momento in cui si dovesse notare che mancano le risorse per raggiungere quel deficit del 2,2% di PIL sciaguratamente promesso all’Europa.

Perché sciaguratamente? Perché è evidente ormai anche ad un bambino che il famoso motto clintoniano “it’s the economy, stupid!” che il Presidente americano usò per rammentare a tutti che è l’economia a trainare i risultati politici, sia quanto mai attuale per riassumere lo stato di ebetudine in cui poggiano i nostri leader nazionali ed europei, che nel distruggere l’edilizia italiana e gli investimenti pubblici ad essa connessi non stanno solo distruggendo le tante costruzioni utili ai cittadini, ma la costruzione della casa più importante di tutte, quella Casa Europea che avevamo sognato con i Padri Fondatori alla fine della seconda guerra mondiale per dare un futuro di pace e prosperità alle future generazioni del nostro continente. E’ soprattutto per questa casa che dobbiamo fare presto, prestissimo, rilanciando il ruolo degli investimenti pubblici e acconsentendo ora e non in futuro remoto, la golden rule che riserva il 3% del Pil ad essi acconsentendo ad un deficit dello stesso ammontare.

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Quella manovra 2020 che tra 20 anni chiameranno restrittiva e recessiva

Il mio pezzo sul Sole 24 Ore di oggi.

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Quando gli economisti del futuro studieranno le politiche fiscali dell’Italia, come guarderanno alla manovra finanziaria per il 2020? La considereranno espansiva o restrittiva? Responsabile di aver contribuito alla crescita o alla contrazione di produzione e occupazione nel Paese? Per rispondere si baseranno sui numeri a loro disposizione nelle svariate banche dati di organismi nazionali e sovranazionali, come quelle della Banca d’Italia, della Banca centrale europea oppure del Fondo monetario internazionale.

Vi saranno coloro che noteranno come il deficit italiano del 2019 fosse arrivato al 2% del Pil, mentre quello dell’anno successivo chiuse al 2,2%, così come previsto dalla Nota di aggiornamento al Def dell’autunno 2019. Una manovra dunque apparentemente espansiva, quella per il 2020, capace di far crescere il deficit, a supporto dell’economia.

In realtà, a tali economisti potrebbe venir fatto notare che per comprendere la posizione effettiva del governo dell’epoca riguardo al 2020 ci si doveva piuttosto chiedere quale sarebbe stato il deficit 2020 in assenza di misure governative. «Ah, il tendenziale!», esclameranno questi, richiamando un dato molto particolare, calcolato da sempre dagli uffici del Tesoro di Via XX Settembre. Ebbene, andando a scovarlo, quel dato di deficit tendenziale, si scoprirà che per il 2020 si attestava addirittura all’1,4 per cento. Insomma, il governo di allora con la sua manovra apparentemente portò il deficit dall’1,4% al 2,2% del Pil, una mossa ancora più espansiva, ancora più a supporto dell’economia!

Tuttavia, leggendo in polverosi manuali dell’epoca, qualche economista avrebbe potuto scoprire che le regole di calcolo del tendenziale del 2020 prevedevano – per motivi certamente poco comprensibili ai più – che questo comprendesse al suo interno le famigerate, per il tempo, “clausole di salvaguardia”, per le quali il governo, qualsiasi esso fosse, si impegnava ad aumentare l’Iva di 23 miliardi di euro (1,3% di Pil) per raggiungere, appunto, quota 1,4% di Pil. Dunque, in assenza di quelle politiche di aumento dell’Iva, ancora non attuate, il deficit si era inizialmente stabilizzato, sempre per il 2020, all’1,4% + 1,3% ovvero al 2,7% del Pil!

Qualsiasi economista assennato si sarebbe immediatamente convinto che questo solo era il dato rilevante e logico da utilizzare per comprendere la posizione dell’esecutivo. Ecco che il deficit 2020 dal 2,7% del Pil a cui si sarebbe ancorato in assenza di politiche governative si andò a stabilizzare, a causa di queste, al 2,2%. Una riduzione significativa, quella che qualsiasi economista chiamerebbe “una politica restrittiva” di 0,5 punti di Pil, circa 9 miliardi netti di maggiori entrate o minori spese. Netti, perché la scelta di allora del governo di ridurre il peso del cuneo fiscale di 3 miliardi implicò la ricerca di ben 12 miliardi di risorse da maggiori entrate o minori uscite.

Queste politiche restrittive da sempre hanno un solo effetto, commentò l’economista alle prese coi suoi dati finalmente corretti: riducono Pil e occupazione; e, nel caso dell’Italia di allora, da livelli di partenza già stagnanti anche in assenza di politiche di contenimento del deficit.

Trovare quei 12 miliardi non fu facile e, come spesso accadeva in quegli anni, l’economista notò come si fosse registrata anche nel 2020 una stasi significativa degli investimenti pubblici che, al contrario, sarebbero dovuti aumentare, dati i maggiori stanziamenti deliberati negli anni precedenti. Qualcuno al tempo parlò di lentezze burocratiche legate al nuovo Codice degli appalti, ma altri sui giornali dell’epoca segnalarono maliziosamente come i fondi stanziati per gli investimenti pubblici si trasformino in spesa solo quando sono effettivamente erogati e può ben darsi che la liquidità per avviare o continuare i cantieri non si materializzò proprio per ridurre il deficit dal 2,7% al 2,2% del Pil, finendo per bloccare quell’unica componente di bilancio pubblico a favore della quale le sue sole beneficiarie, le future generazioni, non possono manifestare perché ancora non nate.

Sarebbe stato possibile fare altrimenti ed evitare quella politica restrittiva che rischiava di far saltare il consenso per le forze moderate ed europeiste e per l’intero progetto federale europeo? Certo che sì. Sarebbe bastato far comprendere all’Unione europea come la recessione che sarebbe seguita a una manovra restrittiva di quel tipo avrebbe acuito le tensioni sociali, alimentando il populismo antieuropeo, e che ben meglio sarebbe stato portare il deficit al 3% del Pil, aumentando sì le tasse dell’1% del Pil, ma per dedicarle appunto all’erogazione di un pari ammontare di spese e di liquidità per l’avvio di ambiziosi programmi di investimenti pubblici che avrebbero dato lavoro e dignità a tantissime persone nei tanti cantieri che l’Italia avrebbe visto spuntare come funghi (prelibati) lungo tutta la penisola.

Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

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Salvare l’Europa rinnegando se stessi

Oggi sul Sole 24 ore, il  mio pezzo.

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Nell’attuale dibattito tra le forze parlamentari, la dimensione politica del “cosa fare” viene esaltata: tra chi spinge verso le elezioni subito, chi tra poco e chi predilige lasciar che la legislatura abbia il suo naturale, seppur travagliato, corso. Il convitato di pietra di questo dibattito, l’economia, marcia nelle retrovie: se non fosse per i turbamenti dello spread che ricevono qualche attenzione si direbbe che sia quasi assente.

Ed è ben paradossale se si pensa che la crescita travolgente nei sondaggi della Lega di Matteo Salvini in questo ultimo anno si spiega solo con due cavalli di battaglia della retorica del suo leader con evidenti implicazioni economiche: immigrazione e politica fiscale, dove l’enfasi è stata posta sui vincoli europei, addirittura portando il partito a negare il voto alla candidata, poi eletta, von der Leyen per la presidenza della Commissione europea, reputata evidentemente a favore dello status quo.

Per la verità in questi giorni la Lega, tramite il suo leader, è stata l’unica forza a comunicare ripetutamente cosa va cambiato nella gestione dell’economia: sforamento dei parametri di finanza pubblica europei, flat tax, investimenti pubblici, IVA stabile, lasciando per ora alle scorribande della base sui social e ai tweet di alcuni rappresentanti del partito la questione più delicata della permanenza nell’euro.

Gli altri partiti si sono distinti più che altro per una serie di dichiarazioni su cosa, per l’economia, “non” va fatto. Non si deve aumentare l’IVA, non si devono abbandonare i parametri europei, non bisogna tornare indietro sul reddito di cittadinanza. Troppo poco, verrebbe da dire. Una coalizione PD-5 Stelle, se mai possibile, dovrebbe interrogarsi rapidamente su che impostazione comune di politica economica dovrebbe caratterizzare l’alleanza, alquanto instabile di suo, per riuscire ad arginare la crescita del consenso sovranista in Italia e altrettanto rapidamente comunicarlo.

E’ evidente che ciò richiederebbe un’inversione ad U ad ambedue i partiti, ben maggiore di quella sottolineata sinora sulla stampa, legata alla reciproca antipatia così pubblicamente manifestata in quest’ultimo anno di lavori parlamentari. Un’inversione ad U rispetto alle politiche sinora abbracciate dai due movimenti, che hanno avuto in comune un evidente fallimento: la mancata ripresa della crescita rispetto al resto d’Europa.

Mentre Salvini propone in effetti un approccio nuovo, cosa portano 5 Stelle o PD se non ricette che quasi tutti giudicano nei fatti fallimentari come rispettivamente il reddito di cittadinanza – capace di generare (parole dello stesso Documento di Economia e Finanza del Governo Conte!) una misera crescita del PIL di 0,8% nel prossimo triennio o come il ritorno alla convergenza verso il bilancio in pareggio fatto di manovre austere che condannarono Renzi alla sconfitta politica del 2018?

Errare è umano, perseverare è diabolico, ed astenersi dall’elaborare una nuova piattaforma, diversa da quelle presenti nel DNA tradizionale di questi due partiti, è masochistico: se anche riuscissero ad arginare temporaneamente il ricorso alle urne autunnali, anche tra due anni il conto che presenterebbe un elettorato stanco di stagnazione, declino, mancanza di ripresa sarebbe inequivocabilmente favorevole a Salvini, al sovranismo e alla fine di qualsiasi sogno europeo.

E questo è ben chiaro anche a qualunque analista o politico europeo che si rispetti: il futuro dell’Europa passa per Roma e tirare la corda ulteriormente non farebbe che portare munizioni alla retorica di Salvini. Questo banale dato di fatto costituisce tuttavia anche un’opportunità per i due partiti: un’Europa terrorizzata dalla prospettiva sovranista è oggi disposta a concedere molto di più alle forze pro-europee italiane di quanto non abbia fatto sinora, rimuovendo l’alibi del “ce lo chiede l’Europa”.

Diventa dunque essenziale conoscere se esista una terza via per la politica economica, diversa da quella sovranista ma al contempo lontana da quella europea del Fiscal Compact che ha caratterizzato in maniera nefasta l’ultimo decennio, e tale da poter essere sposata da ambedue i partiti. E la risposta è sì, esiste.

Richiede innanzitutto un rispetto formale di alcune regole europee non negoziabili, in particolare quelle legate al deficit su Pil del 3% come linea Maginot degli sforamenti di bilancio in tempo di difficoltà. In cambio di questa concessione all’Europa, l’Italia di questa insolita coalizione dovrebbe richiedere di poter rimanere al 3% fino all’uscita definitiva dalla stagnazione, un’eccezione significativa al Fiscal Compact che richiede comunque e sempre una convergenza al bilancio in pareggio nel giro di tre anni. Nuovamente in cambio, l’Italia garantirebbe due ulteriori condizioni: che le risorse così liberatesi verrebbero usate solo per fare investimenti pubblici che stimolano al contempo domanda “per” e produttività “delle” nostre aziende e che ulteriori aumenti di spesa o diminuzioni di imposte avverrebbero via spending review.

Cosa implicherebbe questo patto per le manovre di finanza pubblica? Con un deficit-PIL, come quello odierno, già attorno al 3% in assenza di aumento dell’IVA, praticamente nulla: non vi sarebbe in effetti spazio per ulteriori investimenti pubblici (una spending review seria richiede tempo), e il vantaggio di questo accordo si limiterebbe solo ad escludere ulteriori danni da austerità, non a generare benefici, troppo poco per sconfiggere i sovranisti. Una soluzione c’è: lasciar aumentare l’IVA, guadagnando ben 23 miliardi di risorse che potrebbero essere usate per gli investimenti pubblici in tutto il Paese. L’impatto di questa manovra, chiamata anche del “moltiplicatore in pareggio”, è noto e positivo per la crescita: se è vero che la domanda privata sarebbe in parte depressa dall’aumento delle imposte indirette, l’impatto positivo dei maggiori investimenti pubblici lo sovrasterebbe, sia nel breve che nel medio periodo. E due anni sono quanto bastano a questa anomala coalizione per dimostrare la bontà di questa scelta all’elettorato, in termini di ripresa e sviluppo.

Europa o non Europa? Tertium non datur, ai partiti l’ardua scelta.

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Mentre gli Usa difendono le PMI, l’Europa (e l’Italia) che fanno?

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 Ore.

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E’ passata sotto silenzio la notizia che il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha emesso il 15 luglio un c.d. “ordine esecutivo”, il numero 13881, in tema di appalti pubblici federali. Tale decisione rafforza l’enfasi protezionistica statunitense nella galassia dei suoi appalti ed acquisti pubblici, all’interno della più ampia politica di regolamentazione “Buy American” (compra americano), dando ulteriore, maggiore, preferenza a beni, servizi e lavori con contenuto “domestico”.

Già prima di questa nuova regola, se quanto offerto alla Pubblica Amministrazione veniva prodotto negli Stati Uniti e conteneva un appropriato livello di valore aggiunto proveniente da ditte statunitensi, l’azienda americana otteneva un c.d. “preferenza di prezzo” di un certo ammontare, ovvero potevo risultare vincitrice anche in presenza di offerte di ditte non americane più competitive.

Le novità introdotte dal 13881 sono di due tipi: da un lato, la diminuzione della soglia critica di valore aggiunto creato in America per essere qualificato come “non statunitense”, che è stata abbassata dall’attuale amministrazione dal 50% al 5% per acciaio e ferro e al 45% (ma con la possibilità nel tempo di scendere al 25%) per tutto il restante degli acquisti; dall’altro l’aumento della preferenza di prezzo per l’azienda statunitense che sale dal 6 al 20% (dal 12 al 30% per le PMI americane), favorendole ulteriormente in fase di gara.

In realtà a ben guardare, come fa il giurista statunitense Christopher Yukins in una sua recente analisi, l’ordine esecutivo ha meno impatto di quanto non possa sembrare: primo, non si applica per acquisti sopra la soglia di 180.000 dollari né per quella dei micro-acquisti sotto i 10.000 dollari e, secondo, stenta ad essere applicata al settore strategico della difesa a causa di accordi di reciprocità con gli alleati americani. Sta di fatto che, dei 500 circa miliardi di dollari di acquisti statunitensi, meno del 2% sarà toccato dall’ordine esecutivo, venendo ad essere esclusi i grandi contratti dove agiscono le grandi imprese. Di fatto parrebbe più l’ennesimo provvedimento a favore delle PMI americane che un vero e proprio rigurgito protezionistico di cui preoccuparci immediatamente a casa nostra. In attesa che si materializzi la tanto (e inutilmente finora) attesa operatività del “Buy American” all’interno del disegno di legge sulle grandi infrastrutture, ancora bloccato politicamente, verrebbe da chiedersi se non si tratta solo che di tanto rumore per nulla.

Forse sì, per un analista statunitense che guarda all’impatto sul proprio Paese, ma forse no, se paragoniamo l’attivismo americano in termini di politica industriale tramite gli appalti a quello europeo e quello nostro nazionale.

E’ infatti dal 1953, con l’amministrazione Eisenhower, che gli Stati Uniti d’America con lo Small Business Act utilizzano le preferenze per le PMI negli appalti pubblici come terreno di politica industriale per far crescere e maturare le proprie piccole aziende, una quota delle quali imparerà a sopravvivere nel complesso mondo aperto della competizione globale, e si affermerà nel tempo grazie proprio alla protezione ricevuta nei primi anni di attività tramite la domanda pubblica ad essa riservata. Trump non fa eccezione a questo comune sentire, è soltanto il più recente dei Presidenti americani che sostiene l’idea che dalla protezione delle piccole nel mondo degli appalti nascerà più, e non meno, concorrenza. In realtà queste politiche sono attive in quasi tutte le aree geografiche del mondo, meno che nel nostro continente. L’Europa infatti su questo tema della protezione negli appalti alle PMI fa da tempo orecchie da mercante e si priva di un’arma potente per rivitalizzare l’imprenditorialità nel continente.

Ma siamo anche noi, la culla delle PMI, che mostriamo di non comprendere la portata rivoluzionaria che avrebbe per il nostro Paese, le cui piccole imprese sono state devastate dalle crisi di questo inizio di secolo, una politica degli appalti seriamente mirata ad esse. Si pensa, tipicamente, solo alle grandi imprese, specie quando già in crisi. Lo dimostra l’ultima decisione, il c.d. “Progetto Italia”, nuovo gigante delle grandi opere sostenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti e creato per salvare alcune delle nostre più grandi imprese di edilizia, che secondo Ance “così come congegnato” può avere “effetti distorsivi sulla concorrenza”, a danno ovviamente delle piccole e medie imprese del settore.

Gli Stati Uniti lo insegnano chiaramente: non pensando per le piccole, smettiamo di pensare in grande.

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Italy needs no solidarity: just flexible rules vs. no bail-out

My translation of my today’s op-ed  in the Sole 24 ore.

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At the last Trento Economics Festival, the economist Lars Feld, a member of the German Council of Economic Experts, expressed his opinion on the Italian situation: “if Italy does not abandon part of its fiscal sovereignty, it will never get the solidarity it wants  from Europe”.

It was a significant statement, which highlighted a typical stereotype about the Italian position regarding fiscal rules in the face of our ongoing and intense crisis that has been dragging on for years.

I found myself at the table of the debate arguing that there was certainly a misunderstanding, because Italy is not asking for solidarity; it is asking for greater fiscal autonomy, which is quite different.

Italy does not ask for solidarity for two different reasons. The first is because it knows it will not be granted. And not because Germany is not capable of giving solidarity: the greatest exercise of it from the post-war period onwards in Europe was precisely what the West Germans carried out in favor of the brothers (or at most cousins) of the Eastern side, following the fall of the Berlin Wall. The problem is that today Italians (or Greeks) do not have a similar degree of kinship: they are at most distant fourth-grade cousins. Of course, the European Union was created precisely in order to bring these degrees of kinship closer; it ideally evolves in fact exactly to the reverse of a family nucleus, with the children of the children of my children who will become brothers of the children of the children of the children of my fellow German economist. That this is not yet a time of mutual solidarity in Europe (as it was not in the states of the nineteenth-century «not so United» States of America) is proved by the total European political disinterest that generally accompanies what are fundamentally solidarity proposals such as: the Eurobonds or a European subsidy for unemployment, which (today) are nothing more than a transfer from German tax payers to Italian (or Greek) citizens.

The second reason, more subtle, has to do with the fact that – especially in the absence of explicit brotherhood – solidarity, even when granted, has something paternalistic and condescending embedded in it, and Italians would hardly bend to request it.

When Italy does not obey the European fiscal rules (as this Government did, presenting now twice already economic and financial documents which explicitly do not converge toward a balanced budget in the following three years), it rather manifests another request: to get rid of those rules that do not allow it to exercise an autonomous policy in support of its economy.

At a time when European rules have been questioned even by the very orthodox European Fiscal Board (an institution generated by the Fiscal Compact itself) in its latest report, and in which certainly a reform of these will soon land on the table of reforms of the new European Parliament and of the new European Commission, Italy must not feel a pariah in pushing for its own reform proposals. This is all the more true if we consider that the Fiscal Compact has clearly failed only for the countries (like Italy and Greece) most in difficulty and that therefore a reform is nowadays more urgent and indispensable precisely to help countries like Italy and Greece to get out of a crisis in which the current austere rules have done nothing but enmesh them even more, putting Europe at risk.

Now, if we look at the history of the nineteenth-century American and its path as far as fiscal rules are concerned, we find fitting analogies with today’s Europe (after all, one could venture, the United States states of that time were as different from one another as are the member states of the European Union today): in particular, we note how individual states were responsible for their spending levels, taxes, deficits and debt; in short, they had fiscal policy sovereignty. But that flexibility was no free-ride: when in the mid-nineteenth century Tennessee, having badly spent the money borrowed from the markets to make unnecessary spending on pharaonic projects, asked Washington DC to be helped to repay the banks, it heard a ringing “no way, no bail-out ”. It ended up that Tennessee decided to default, with reckless banks and local citizens who paid the price. It was only when America became truly united and solidaristic across states, in the 1930s, that the balanced budget fiscal rules were imposed in the individual states. But this was only possible because there was a new actor, the centralized federal state, which operated itself in deficit when necessary, for the good of those who needed it in times of crisis.

A union of different people, this is the lesson of the past, cannot be left without the possibility of using deficits in moments of difficulty: either these are done centrally (but in Europe it is too early today, we will have to wait for the much-needed brotherhood in a single federal political community, which only time can hopefully generate) or they msut be left at the local (sovereign) level. But on one condition: that the bail-outs of national governments by the European Union are to be strictly prohibited. It will be then up to the various Italian governments on duty to convince the markets of the goodness of their deficits (and it would not surprise us if they would succeed in convincing them only if they abandoned useless projects such as the recent mere transfers like pensions and unemployment subsidy, in favor instead of massive doses of public investments) and i twill be up to the German and French banks to convince themselves that the bailouts obtained during the early Greek crisis will never be repeated again.

It is evident that in the negotiation phase this position could find a final compromise in the much-coveted golden rule that allows for balanced budget for current expenditures and space for public investments financed in deficit up to a maximum of 3% of GDP. An Italian negotiating position of this kind could have much more attention than the follies of the recently proposed Mini-Tbills (mini Bot) that are akin to the creation of a parallele currency.  It would also have the merit of restoring vital oxygen for the continued construction of a United States of Europe space.

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Autonomia fiscale? Qualità della spesa allora cercasi.

Oggi, il mio pezzo sul Sole 24 Ore.

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All’ultimo Festival dell’economia di Trento l’economista Lars Feld, membro del Consiglio tedesco degli esperti economici, così si è espresso a riguardo della posizione italiana: “se l’Italia non abbandona parte della sua sovranità fiscale, non potrà mai ottenere la solidarietà che desidera”.
E’ stata un’affermazione rilevante, che ha messo in evidenza un tipico stereotipo sulla posizione italiana a riguardo delle regole fiscali a fronte della nostra perdurante ed intensa crisi che si trascina da anni.
Mi sono trovato al tavolo del dibattito a sostenere come ci dovesse essere un equivoco, perché l’Italia non sta chiedendo solidarietà; sta chiedendo maggiore autonomia fiscale, che è tutt’altro.
L’Italia non chiede solidarietà per due diversi ordini di motivi. Il primo, è perché sa che non le verrà concessa. E non perché la Germania non sia capace di dare solidarietà: il maggior esercizio di questa dal dopoguerra in poi in Europa è stato proprio quello che i tedeschi dell’Ovest hanno effettuato a favore dei fratelli (o al massimo cugini) dell’Est all’indomani della caduta del muro di Berlino. Il problema è che italiani (o greci) ad oggi non hanno un grado di parentela simile: sono al massimo lontani cugini di quarto grado. Certo, l’Unione europea è stata creata proprio nell’intento di avvicinare questi gradi di parentela; essa idealmente si evolve infatti esattamente all’inverso di un nucleo familiare, con i figli dei figli dei miei figli che diverranno fratelli dei figli dei figli dei figli del mio collega economista tedesco. Che non sia ancora tempo di solidarietà reciproca in Europa (come non lo era negli Stati ancora poco Uniti d’America del XIX secolo) è provato dal totale disinteresse politico europeo che generalmente si accompagna a proposte fondamentalmente solidali come gli eurobond o il sussidio europeo di disoccupazione, che non sono altro che un trasferimento (oggi) dai contribuenti tedeschi a quelli italiani (o greci).
Il secondo motivo, più sottile, ha a che vedere col fatto che – specie in assenza di esplicita fratellanza – la solidarietà anche qualora concessa ha un che di paternalista e indulgente e un popolo come quello italiano difficilmente si piegherebbe a richiederla.
Quando l’Italia non obbedisce alle regole fiscali europee (come ha fatto questo Governo presentando per ben due volte documenti di economia e finanza che non convergono al bilancio in pareggio nel triennio successivo) manifesta piuttosto un’altra richiesta: quella di liberarsi di regole che non le permettono di esercitare una politica autonoma a sostegno della propria economia.
In un momento in cui le regole europee sono state messe in discussione addirittura dall’ortodossissimo European Fiscal Board (figlio dello stesso Fiscal Compact) nel suo ultimo rapporto e in cui certamente una riforma di queste arriverà presto sul tavolo delle riforme del nuovo Parlamento europeo e della nuova Commissione europea, l’Italia non deve dunque sentirsi un pariah nel portare avanti delle proprie proposte di riforma, tanto più se si considera che il Fiscal Compact ha fallito in maniera evidente solo per i paesi più in difficoltà e che quindi una riforma si rende più urgente ed indispensabile proprio per aiutare paesi come l’Italia e la Grecia a uscire fuori da una crisi in cui le attuali regole austere non hanno fatto altro che invischiarle ancor di più, mettendo a rischio l’Europa tutta.
Ora, se guardiamo alla storia del percorso del XIX secolo statunitense quanto a regole fiscali, scopriamo calzanti analogie con l’Europa odierna (in fondo, si potrebbe azzardare, gli stati degli Stati Uniti di allora erano diversi tra loro come lo sono gli stati membri dell’Unione oggi): in particolare si nota come i singoli stati erano responsabili per i loro livelli di spesa, tasse, deficit e debito; insomma avevano sovranità di politica fiscale. Onori ed oneri tuttavia: quando a metà dell’Ottocento il Tennessee, avendo speso male i soldi ricevuti a prestito dai mercati per effettuare spesa inutile su progetti faraonici, chiese a Washington DC di essere aiutata a ripagare le banche, si sentì rispondere un suonante “no, nessun bail-out”. Finì che il Tennessee decise di fare default, con banche imprudenti e cittadini locali che ne pagarono il prezzo. Fu soltanto quando l’America divenne veramente unita e solidale, negli anni 30 del secolo scorso, che le regole fiscali di bilancio in pareggio si vennero ad imporre nei singoli stati. Ma questo poté essere fatto perché c’era un nuovo attore, lo stato federale centralizzato, che operava esso stesso in deficit quando necessario, per il bene di chi ne avesse avuto bisogno in momenti di crisi.
Una unione di diversi, questa è la lezione del passato, non può essere lasciata senza una possibilità di usare i deficit in momenti di difficoltà: o questi si fanno a livello centrale (ma in Europa è oggi troppo presto, dovremo aspettare la tanto agognata fratellanza in una unica comunità politica federale, che solo il tempo potrà sperabilmente generare) o si lasciano a livello locale. Ma a una condizione: che i bail-out, i salvataggi dei governi nazionali da parte dell’Europa, siano strettamente vietati. Spetterà ai vari governi italiani di turno convincere i mercati della bontà dei propri deficit (e non ci sorprenderebbe se ci riuscissero solo qualora abbandonassero progetti inutili come i recenti provvedimenti di quota 100 e reddito di cittadinanza a favore invece di dosi massicce di investimenti pubblici) e alle banche tedesche e francesi di convincersi che i salvataggi ottenuti in occasione della crisi greca non si ripeteranno più.
E’ evidente che in fase di negoziazione questa posizione potrebbe trovare un compromesso finale nella tanto agognata golden rule che permette bilanci correnti in pareggio e spazio per investimenti pubblici in deficit fino ad un massimo del 3% del PIL. Una posizione negoziale italiana di questa fattura potrebbe avere ben maggiore ascolto che le follie dei Mini-Bot e avere il merito di ridare ossigeno vitale per la continuazione della costruzione europea.

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Il Governo fa politica economica, non previsioni

Il mio articolo di oggi sul Sole 24 Ore.

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Il Rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria ha il pregio di mettere il Paese di fronte ad un trivio: due opzioni chiarissime che portano dirette al precipizio ed una alla salvezza, dell’Italia e dunque dell’Europa, anche se la ingiustificata presenza di Juncker, Presidente della Commissione europea, all’incontro di Parigi tra due leader nazionali assieme al Presidente cinese Xi Jinping, fa presumere che non sia sufficientemente chiaro quanto l’intero progetto europeo si regga solo e soltanto, sempre, sulla solidarietà al partner in quel momento più debole e non sull’assenso verso i più forti.

Se le due strade del disastro sono ben descritte da chi – come un prestigioso centro studi – ha il compito di prevedere le conseguenze di azioni teoriche dannose nella speranza di contribuire a prevenirle, è anche giusto che questo non si dilunghi più di tanto sull’unico cammino , seppur impervio, che spetta alla Politica, e solo ad essa, realizzare, ovvero quello della ripresa della crescita economica e dell’occupazione (anch’essa attesa ferma per il 2019) e del rientro del rapporto debito-PIL verso una traiettoria di decrescita felice. Dare a Cesare quel che è di Cesare: ai centri studi le previsioni, alla Politica il governo dell’economia. E’ bene scongiurare infatti il rischio paradossale che lo stesso Governo si unisca al gruppo di previsori, lanciando allarmi piuttosto che risolverli: vi sono armi potenti che questo possiede, in particolare la politica fiscale, per influenzare (positivamente) le aspettative degli operatori, i loro piani di investimento e di assunzione, creando nuovi scenari di crescita che nessun previsore potrebbe aver mai ipotizzato, essendo questi sprovvisto del potere di disegnarli liberamente.

Ciò chiarito, è bene riassumere rapidamente i due sentieri verso cui, il Rapporto ammonisce, non si deve nemmeno per un attimo pensare di andare. “La scelta sarà tra aumentare l’IVA (come previsto dalle clausole) o far salire il deficit pubblico”, così vi si legge . Nel primo caso, il deficit su PIL si terrà sotto la soglia simbolica e chiave del 3%, ma al prezzo di una crisi di domanda interna dovuta all’impatto negativo su di essa dell’aumento nel 2020 e 2021 delle aliquote IVA : impatto sia diretto, sui consumi, che indiretto, sui piani di investimento che si basano preminentemente sulle stime da parte delle imprese di crescita di una economia. Nel secondo caso, senza aumenti dell’IVA, “il rapporto tra deficit pubblico e PIL (si porterebbe) pericolosamente oltre il 3 per cento e nelle attuali condizioni di credibilità e fiducia non sarebbe sostenibile”.  Assolutamente vero.

E allora, che fare? Il Rapporto, come detto, si limita giustamente a chiedere d’imperio una ritrovata via verso la crescita economica che, va ricordato, questo Governo si era potenzialmente creato quando, con la nota d’aggiornamento autunnale al DEF aveva scelto – contrariamente a quanto raccomandato dagli esecutivi precedenti – di ripudiare il diabolico Fiscal Compact, che obbliga i conti pubblici a transitare in tre anni al bilancio in pareggio con manovre di una insensata e drammatica portata recessiva sulla debole economia italiana. Purtroppo quell’opportunità positiva è stata incredibilmente vanificata con provvedimenti di spesa volti a sostenere trasferimenti come quota 100 e  reddito di cittadinanza invece di investimenti pubblici. Nel Rapporto, non a caso, si suggeriscono maggiori investimenti pubblici ma senza sforare il deficit: come fare? Una possibilità, quella di tornare indietro sui provvedimenti redistributivi di cui sopra è, ad avviso di chi scrive, pia illusione: i giallo-verdi hanno reso quella strada politicamente impossibile facendo di quelle misure una cifra identitaria.

Ecco dunque che spetta a questo Governo indicare, auspicabilmente nel DEF di prossima uscita, come intende sciogliere i dubbi di famiglie ed imprese e ridare loro ottimismo e fiducia, imboccando quella terza via della crescita, impervia certamente – tra vincoli posti dall’Europa, dai mercati e dalle proprie convinzioni partitiche – ma salvifica. A chi scrive spetta ricordare che la politica economica che viene insegnata da anni nelle università, a giovani pieni di interrogativi e bisognosi di certezze e risposte autorevoli,  da decenni mostra inequivocabilmente una soluzione, per qualsiasi economia di mercato alle prese con una crisi di domanda di proporzioni notevoli, come in questo caso quella italiana, ma anche vincoli di bilancio evidenti. Si chiama moltiplicatore di bilancio in pareggio e si basa sull’evidenza che un aumento di investimenti pubblici finanziato non in deficit ma da un aumento di tasse (o ancor meglio da un taglio di veri sprechi) abbia comunque una portata netta decisamente espansiva sull’economia grazie al fatto che proprio gli investimenti via appalti pubblici hanno un effetto diretto  e certo sull’economia che sovrasta quello negativo di pari aumenti della tassazione.

Sarà bene una volta per tutte, dunque, dire che questa spada di Damocle chiamata clausola di salvaguardia che da anni frena investimenti privati e pubblici, va esercitata, ridando certezza agli operatori sulle misure future del Governo. Ad una condizione tuttavia: che le risorse derivanti dall’aumento di IVA non vadano, come ricorda giustamente il Rapporto del Centro Studi di Confindustria, follemente e masochisticamente indirizzati alla riduzione del deficit. Ma, piuttosto, al finanziamento di opere, piccole e grandi, necessarie per il paese, al produttività della sua economia e per l’occupazione di tante persone con gravi difficoltà economiche. E’ solo percorrendo questa via che possiamo rimettere sul binario della speranza il destino del nostro paese e, con esso, dell’Europa tutta.

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Salviamo l’Europa con una nuova Costituzione fiscale

Il mio articolo oggi sul Sole 24 Ore.

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Nella nota congiunturale dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio spicca una tabella che riassume le condizioni attuali al ribasso della congiuntura mondiale. A fronte di una crescita 2019 del 3,5%, sempre trainata dai paesi emergenti (+ 4,5%), sono i paesi avanzati a segnare come da decenni a questa parte il passo, con una crescita minore al 2%. Eppure all’interno del mondo sviluppato la condizione del convalescente è variegata: si passa dal 2,5% statunitense al solito 1% in meno dell’area euro, al solito 1% in meno addizionale dell’Italia.

Non si pensasse tuttavia che questa particolare congiuntura europea al rischio di ribasso, la terza nel giro di 10 anni, non abbia una sua caratura speciale e diversa. Non è sfuggita agli occhi più attenti il curioso parallelismo continentale tra Francia e Italia, in cui la prima, secondo la Corte dei Conti transalpina, fronteggia significativi rischi di finanza pubblica con un deficit vicino al 3%, un debito alto e poco spazio di ulteriore manovra a seguito degli 11 miliardi stanziati per venire incontro alle richieste di pensionati e lavoratori a basso reddito. Come non dedurne che in Europa è lo stato dell’economia con le sue prorompenti esigenze di maggiore equità a dettare la linea delle politiche di bilancio? In fondo, lo stesso avviene negli Stati Uniti, con la differenza che Trump si permette deficit pubblici ben più alti di quelli del Vecchio Continente e per il tramite della politica fiscale espansiva sorregge la sua economia ed il suo consenso elettorale, equilibrismo ben più instabile dall’altra sponda dell’Atlantico.

Abbandonato quel globalismo che non ha saputo coniugare alla crescita l’equità ed è risultato perdente e divisivo, il pendolo del mondo occidentale si sposta oggi verso forme di sovranismo che paiono tuttavia spesso specializzarsi nel dare più equità senza maggiore crescita, esito altrettanto politicamente rischioso, perché redistribuisce la stessa torta dando di più a qualcuno e meno ad altri, senza invece permettere alla torta di crescere dando di più a tutti. Eppure che sia proprio un maggiore deficit pubblico a doversi far carico in questa fase di aumentare la torta distribuendola meglio non è solo evidente dal caso statunitense. Nel suo recente discorso al Forex anche il Governatore Visco ha richiamato l’esigenza di sospingere la leva degli investimenti pubblici, capace a parere di chi scrive di effetti moltiplicativi superiori e effetti distributivi analoghi a quelli di reddito di cittadinanza e quota 100. Ma, come il suo collega Draghi a Francoforte, lo fa all’interno di un auspicato percorso di rientro verso il bilancio in pareggio, che può conciliarsi solo con aumenti di IVA di 20 miliardi annui o tagli lineari di spesa equivalenti: se con la mano degli investimenti diamo e con l’altra togliamo è impossibile pronosticare un’uscita dal circolo vizioso della stagnazione in cui ci siamo impantanati da quasi un ventennio.

La soluzione è a portata di mano e non può che essere discussa, democraticamente, innanzitutto durante la campagna elettorale per il Parlamento europeo, chiedendo alle forze politiche di pronunciarsi al riguardo di quale sia la nuova costituzione fiscale che ogni partito, nel rispetto dell’aderenza alla valuta comune dell’euro come simbolo di un progetto federativo condiviso, propone di sostenere per l’Europa, finito il periodo di prova (con esito disastroso) di 5 anni del Fiscal Compact. Vi sarà certamente una coalizione paneuropea che sosterrà l’esigenza di utilizzare, come fa ogni grande area economica, Stati Uniti e Cina in primis, una maggiore flessibilità di bilancio per i momenti di difficoltà economica. Se questo insieme di partiti risulterà vincitore o perlomeno influente nell’aula di Strasburgo, potremo forse finalmente entrare in un’epoca dedicata alla crescita economica di un Continente che deve porsi come obiettivo ambizioso quello di tornare a essere la locomotiva del mondo.

E l’Italia? Che il Fondo Monetario Internazionale ricordi a tutti, forse esagerando, che una crisi globale può partire dal nostro Paese è comunque un segnale che ci spetta assumerci delle responsabilità, specie se in cambio di queste ci verrà finalmente permessa quella politica fiscale espansiva che combini investimenti pubblici e deficit (una “golden rule”) così da poter ripartire in una fase di crescita equa ed un clima politicamente sostenibile. E quale è questo segnale di responsabilità? Semplice, è quello di finalmente realizzare la madre di tutte le riforme: una spending review che dimostri finalmente a tutti che sappiamo spendere bene (non meno!) le maggiori risorse di cui un’Europa intelligente e coesa ci permetterà di disporre.