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La rivoluzione del 2017 con le mani libere di Keynes

Ero al primo anno di Economia alla Sapienza. Arrivavo presto per tenere i posti. Finii per ascoltare, studente di I anno, le seconde ore di Fausto Vicarelli, docente del II anno. Cominciai ad innamorarmi dell’economia grazie a un docente con cui non sostenni mai un esame. Due ricordi: le sue lavagnate di appunti, chiarissime; e poi è incredibile ma credo di ricordare ancora il timbro della sua voce, con una sua musica, convinta, schietta, pulita. 20 anni dopo divenni direttore, per due anni, del Laboratorio Vicarelli all’Università di Macerata grazie al sostegno di Mauro Marconi: come dice Mauro, lasciai un deficit di cassa, ma ci impegnammo tanto a costruire dibattito. Ieri la Sapienza ha voluto onorarne il ricordo con un Convegno pieno di interventi scientifici di grande levatura (Paolo Paesani tra questi ma anche Tancioni e Cedrini) e di interventi a braccio appassionati, commossi, divertenti, profondi. Una bella giornata. Ecco il testo del mio intervento.

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“Lo stimolo per l’analisi di Keynes fu sempre un qualche momento di crisi capitalistica.” Così Vicarelli nell’ultima pagina del suo libro su Keynes, Instabilità del Capitalismo.

Quale momento migliore dunque, per ritrovarci qui! E di ricordarlo. Nel bel mezzo di una gravissima crisi economica.

Senonché una crisi capitalistica, nell’accezione che vi dava Vicarelli, non è una mera crisi economica. E’ una crisi che interroga i nostri valori. Che vede all’orizzonte una rivoluzione.

Preciso subito che nel volume di Vicarelli la parola rivoluzione è frequente. Tuttavia nella prima parte del volume – che si occupa dei primi anni di Keynes e della sua opera scientifica – ha un significato molto diverso da quello della seconda, legata agli anni della Teoria Generale. Vi è una cesura, che forse riflette l’evoluzione degli interessi e dunque del pensiero di Keynes, forse l’interpretazione di Keynes. Sta di fatto che le ultime pagine abbondano di riferimenti alla questione se quella di Keynes fu o non fu rivoluzione teorica, tema su cui tornerò. Ma nelle prime pagine Rivoluzione è quel moto, appunto, che minaccia di sconfiggere il capitalismo. Non facile a priori trovare un legame tra quelle due parti della vita di Keynes; deve essere stata una delle sfide principali, vinte, dell’opera di Vicarelli.

Rivoluzione dicevo. Come quella comunista a cui si interessava il primo Keynes, oppure come quella del suo saggio del 1930, Economic Possibilities for our Grandchildren, rinviata di 100 anni, al 2030, dove l’accumulazione di capitale cessa di esistere per lasciare spazio al dare valore “ai fini più che ai mezzi, preferendo il bello all’utile”.

Che forme caratterizzano queste rivoluzioni in Keynes secondo Vicarelli? Una forma religiosa. Perché il capitalismo secondo Keynes era “assolutamente irreligioso, senza unione interna, senza troppo spirito pubblico, spesso, fatto di grette congerie”, mentre il comunismo a cui guardava con sospetto e simpatia aveva la forza di una religione, la forza “di amalgamare le diverse componenti della società mostrandole un futuro verso cui impegnarsi”. Non a caso in Possibilità Economiche dice espressamente “ci vedo liberi di tornare ad alcuni dei più certi e sicuri principi religiosi” (sempre nel 2030!). Una mancanza di religione che, forse, costituisce la fonte più potente d’instabilità del capitalismo per come lo descriveva Keynes, così privo di valori.

Dunque l’attuale crisi economica, particolarmente priva di amalgama, può essere classificata come crisi capitalistica. Comunque sia, queste crisi, leggiamo in Vicarelli, secondo Keynes possono essere aggirate pacificamente, qualcuno potrebbe dire con una rivoluzione pacifica, “agendo sulla fragilità delle relazioni sociali, modificando le principali motivazioni morali dietro l’attività economica”. Tuttavia Vicarelli sostiene che questa non sarebbe una rivoluzione perché non eliminerebbe il capitalismo ma lo renderebbe più stabile. Ma non ne sono certo: un capitalismo amalgamante forse non può essere più chiamato capitalismo, certamente non quello scuro e gretto del Keynes di “Economic Possibilities”.

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Ma arriviamo al presente: siamo vicini a una rivoluzione? Non comunista, non anti-capitalista ma amalgamante? Che lavori sulla fragilità delle relazioni sociali, agendo su di esse, mostrando un futuro comune verso cui impegnarsi? E che forma, per la politica economica, deve assumere questa rivoluzione?

Un altro inciso, qui si impone. Non è tanto questione di parlare di rivoluzione operativa, di politica monetaria o fiscale, di IS-LM, ma di rivoluzione istituzionale, riguardo alle istituzioni che ci regolano e che plasmano la nostra vita, morale e sociale, direbbe il Keynes di Vicarelli. Vicarelli lamenta nel libro come vi sia stata, da parte degli studiosi keynesiani, una “sistematica eliminazione di qualsiasi parte del pensiero di Keynes che non fosse possibile rendere in un modello stilizzato del sistema economico, privo di qualsiasi complessità e riferimento socio-istituzionale” che invece Keynes prediligeva (“altro che Hicks!” ha sbottato Pierluigi Ciocca nella sua relazione di qualche minuto fa, ribadendo che Keynes fu ben più rivoluzionario di quanto non sia emerso dai suoi esegeti). Ecco, le istituzioni.

Arrivo dunque alla domanda senza risposta, che mi pongo continuamente in questi anni: come avrebbe analizzato Keynes l’istituzione del Fiscal Compact? Come lo avrebbe analizzato il Keynes di Vicarelli?

Non ci sono risposte, ma posso dirvi cosa sospetto: che gli avrebbe rivolto una lotta senza quartiere. Sono quasi certo che se fosse stato un funzionario di stato oggi si sarebbe subito dimesso per “avere le mani libere”; come fece il 5 giugno del 1919, informando Lloyd George, premier britannico e membro del Consiglio dei Quattro alla Conferenza di Pace di Parigi che doveva preparare quel Trattato che portò alla distruzione della Germania europea ed all’esplosione della follia nazista e a cui Keynes collaborava.

Perché il Fiscal Compact è agli antipodi del Keynes di Vicarelli. Un’istituzione che congela le aspettative degli operatori, dicendogli che anche se oggi ci sarà flessibilità di bilancio per aiutare chi soffre da domani, da subito, questa dovrà essere più che cancellata. Come ci ricorda l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che obbliga Renzi a dire che nel 2017 il deficit sarà più alto del previsto ma al contempo che “… il quadro per il 2018 e 2019 risente del mantenimento della disposizione di aumento delle aliquote IVA nel 2018 e dalla previsione di un ulteriore aumento di 0,9 punti dell’aliquota base nel 2019. Nell’insieme, il gettito associato ammonta a 19,6 miliardi nel 2018 e 23,3 miliardi nel 2019, corrispondenti rispettivamente al 1,1 e all’1,3 per cento del PIL”. 20 miliardi!  

E a poco serve dire che ogni anno il Fiscal Compact viene rinnegato, perché, come ricordava proprio Keynes, lo “stato delle aspettative di lungo periodo dipende non solo da cosa è visto come più probabile ma anche dalla fiducia (confidence) che attribuiamo a queste previsioni”. Nessun imprenditore minimamente saggio investirebbe nel clima sociale ed economico creato dal Fiscal Compact.

Il Fiscal Compact avrebbe anche fatto il miracolo di mettere a tacere un dibattito teorico sull’assenza di lungo periodo nella Teoria Generale, su cui Kregel ha avuto modo ben più di me modo di ragionare con efficacia, perché è l’unico caso in cui aspettative costanti nel tempo coincidono con aspettative date in ogni momento del tempo.  Perché con il Fiscal Compact il presente si ripete uguale a se stesso in ogni periodo, come nel giorno della marmotta, il film “Ricomincio da capo”, con Bill Murray, condannato a ripetere lo stesso giorno ogni giorno: il breve periodo coincide come in incubo col lungo periodo, quando siamo tutti morti. In uno scenario di stagnazione che vieta la stabilizzazione degli investimenti privati, la ripresa dell’occupazione, la coesione e nutre di fragilità le relazioni sociali, levando amalgama e generando polarizzazione.

Sconfiggerlo, il Fiscal Compact, a fine 2017, non apponendo la firma richiesta per farlo diventare parte integrante del Trattato, sarebbe la vera rivoluzione keynesiana, nel senso propriamente istituzionale e che va al di là di quanto ha oggi sostenuto il Governatore Visco, pur encomiabilmente, di “chiudere la distanza” tra risparmio ed investimento. Sarebbe infatti la rivoluzione che non solo modifica la politica economica, ma che rimetterebbe al centro della nostra vita un altro modo di intendere l’economia ed i rapporti tra cittadini, basandoli nuovamente su solidarietà reciproca e unità di intenti; rilanciando l’ottimismo nelle aspettative e creando la gioia di un futuro … incerto, dove ogni giorno le aspettative possono finalmente mutare.

Son ben conscio che una rivoluzione ha bisogno di un popolo. Cominciasse intanto il popolo degli economisti, alleandosi durante il prossimo anno per farla attivamente e concretamente. Perché? Per un semplice motivo: perché, fino a prova contraria, anche noi “abbiamo le mani libere”.

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La Chimera del Fiscal Compact: in cerca di un leader

Questo impressionante grafico è stato meritoriamente pubblicato nel testo della Audizione di ieri del Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio nell’ambito dell’attività conoscitiva sul DDL recante bilancio di previsione dello Stato per l’anno 2017 e bilancio pluriennale 2017-2019.

http://www.upbilancio.it/audizione-sul-disegno-di-legge-di-bilancio-2017/

Mostra come si è evoluta nel tempo la posizione fiscale del Governo Renzi (in ordinata) in funzione dell’andamento del ciclo economico (in ascissa).

Nel primo grafico, la freccia arancione mostra come dal 2015 al 2017 la fase negativa dell’economia, pur rimanendo, si è andata a smorzare (“output gap” negativo ma sempre più piccolo in valore assoluto).

La freccia viola mostra il contendere con Juncker: Renzi chiede, nella manovra di bilancio appena proposta, di poter fare un deficit maggiore di quanto promesso con la Nota di Aggiornamento al DEF di poche settimane fa (“variazione del saldo primario strutturale” più grande) a parità di condizioni del ciclo economico.

 

Nel secondo grafico mettiamo in risalto un altro aspetto poco sottolineato dalla stampa in tutto questo dibattito: quello della follia europea e del velleitario tatticismo renziano. Nel cerchio verde vediamo come Renzi, che litiga per uno 0,1% di PIL di deficit in più (circa 2 miliardi di euro), si è comunque vincolato per il 2018 e 2019 ad una incredibile manovra di riduzione del deficit tramite un aumento enorme della tassazione. Con le parole dello stesso Presidente dell’Ufficio Parlamentare: “il quadro per il 2018 e 2019 risente del mantenimento della disposizione di aumento delle aliquote IVA nel 2018 e dalla previsione di un ulteriore aumento di 0,9 punti dell’aliquota base nel 2019. Nell’insieme, il gettito associato ammonta a 19,6 miliardi nel 2018 e 23,3 miliardi nel 2019, corrispondenti rispettivamente al 1,1 e all’1,3 per cento del PIL“. Altro che 0,1%! Immaginate esista qualche imprenditore in Italia che voglia oggi investire nella sua azienda in Italia di fronte al rischio che i suoi clienti, i consumatori, si becchino una tale botta di rialzo di IVA? Nessuno. Ecco forse spiegato perché comunque nel 2018 il Governo prevede che l’output gap permanga, con l’economia che si trascinerà in una fase di stanca stagnazione.

Nel grafico viene chiamata “restrizione fiscale prociclica“, un tecnicismo che possiamo così tradurre: “l’idiozia del Fiscal Compact”, che chiede alla politica di aumentare le tasse in una fase negativa dell’economia.

Quello che il grafico non ci dice, è cosa succederà l’anno prossimo quando il Governo presenterò il nuovo Documento di Bilancio (la vecchia Finanziaria, per capirci). Semplice: il Governo Renzi (stella in basso) non aumenterà le tasse nel 2018 (mica è pazzo Renzi in un anno di elezioni!) ma l’economia non migliorerà perché comunque le imprese nel dubbio non avranno investito di più. E per il 2019 cosa annuncerà l’anno prossimo? Oh, facile da prevedere (stella in alto): Renzi sicuramente prometterà di nuovo lacrime e sangue con una super manovra da 30 miliardi per raggiungere quel bilancio in pareggio che assomiglia sempre più a una chimera ma che continua a fare scorribande distruttrici in Europa. Vedremo dunque un triste grafico rosso come quello sotto, a rimpiazzare quello di sopra: segno evidente della fine di Renzi e forse dell’Europa. A meno che il Premier non decida, con coraggio da Bellerofonte, di uccidere la Chimera non firmando il malefico inserimento del Fiscal Compact nei Trattati Europei a gennaio 2018. Ma è facile essere eroi sotto elezioni, meno quando si tratta di salvare veramente l’Europa.

 

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Quali decimali sembrano piccoli ma alla fine pesano?

Ho letto l’articolo di Lorenzo Bini Smaghi, “I decimali sembrano piccoli ma alla fine pesano” sul Corriere della Sera.

http://bit.ly/2f185Sv

Due frasi mi hanno colpito e meritano un chiarimento.

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Se la BCE non avesse fatto scendere i tassi d’interesse oggi avremmo un disavanzo pubblico ancor più alto di tre anni fa, probabilmente superiore al 3%”.

Dubito. Le negoziazioni a livello europeo sono tutte basate sul cercare di costantemente ridurre il disavanzo pubblico nel tempo in percentuale del PIL. L’Europa ci tiene ai suoi decimali, ed è questa la follia che ci uccide. Basta guardare al dibattito attuale sui decimali: Renzi non osa chiedere più di 2,3% di deficit per il 2017 perché nel 2016 chiuderà al 2,4% e deve comunque diminuirlo. Se la BCE non avesse ridotto i tassi Renzi sarebbe stato obbligato a raggiungere gli stessi obiettivi di deficit di oggi con più spesa per interessi, avrebbe dunque fatto più avanzo primario (più austerità) per rimanere negli idiotici limiti del Fiscal Compact. E siccome ciò avrebbe depresso ulteriormente il PIL, il debito su PIL sarebbe cresciuto ancora di più di quanto non è cresciuto fino ad oggi, a causa delle idiotiche regole europee. Già perché, al contrario di quel che pare sostenere Lorenzo Bini Smaghi, in questa fase di crisi, maggiore avanzo primario non riduce il debito su PIL, lo aumenta tramite l’impatto negativo sul PIL. Dio se contano e pesano gli stupidi decimali rispettati!

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L’Europa può “interrogarsi sulla credibilità dell’obiettivo annunciato per il 2018, di far scendere il deficit all’1,2% attraverso una manovra restrittiva di circa 20 miliardi di euro nell’ultimo anno di legislatura”.

Ma l’Europa non si interroga mica! L’Europa sa benissimo che nell’anno di elezioni Renzi non ridurrà mai il deficit all’1,2%, sarebbe un suicidio che nemmeno la Cancelliera Merkel effettuerebbe in Germania, è l’ABC della politica. Proporrei piuttosto a Lorenzo Bini Smaghi di “interrogarci, noi europei, sulla credibilità di una costruzione, quella del Fiscal Compact, basata su evidenti accordi tra governi, sotto banco, di non rispettarlo”.

E’ una credibilità nulla per due ordini di motivi: perché, prima di tutto, focalizzando i nostri politici sul tessere accordi sotto banco, li distrae da quegli accordi di sostanza di politica economica di cui abbisognano veramente sia il nostro Paese che il Continente. E perché comunque le bugie che imprese e cittadini leggono ogni anno sui finti DEF che annunciano finti obiettivi e finti decimali che non verranno mai perseguiti creano una tale incertezza da far comunque desistere ogni parte sociale dall’investire nella propria vita e nella propria azienda. Così facendo, finiscono involontariamente per contribuire ad una stagnazione, quella europea, che uccide sì i governi ipocriti che non verranno più rieletti sia, ben più importante, le loro giuste ambizioni ed aspettative di benessere.

Pesano i decimali, eccome se pesano. Così tanto da schiacciare un intero Continente.

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1mo gennaio 2018: rifondare il Patto

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 Ore con Paolo De Ioanna

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L’esperienza di questi ultimi otto anni, a seguito della crisi finanziaria del 2008 che l’Europa ha finito per importare più intensamente degli Stati Uniti che l’avevano prodotta, ha creato una crescente convergenza tra studiosi e commentatori sulla necessità di superare l’attuale assetto istituzionale europeo.  Le posizioni si dividono tra coloro favorevoli ad un abbandono più o meno completo dell’euro, moneta comune senza Stato, e quelli desiderosi di avviare meccanismi fiscali e di bilancio idonei a incidere sul ciclo e sulla domanda globale. Gli scenari plausibili per un superamento tecnico dell’euro, salvando l’idea e la prassi di un processo di integrazione, sono politicamente impervi e tecnicamente assai controversi quanto agli scenari successivi. D’altro canto, la flessibilità fiscale che c’è, per come è congegnata, è un velo che nasconde in realtà intatti i rapporti di forza politici ed economici: gli effetti pratici della applicazione del Patto di stabilità e crescita e poi del Six e del  Two pact (regolamenti comunitari) e infine del Fiscal Compact (trattato internazionale agganciato al diritto comunitario) sono stati devastanti sul piano economico soprattutto per i paesi euromediterranei e l’Europa ha un senso solo se unisce tutti i paesi, le economie  e le culture che essi esprimono.

Chi scrive ritiene che gli Stati Uniti d’Europa fondati solo sulla lenta convergenza delle strutture economiche, rivista al margine sulla base di stati di necessità ed urgenza, sono una prospettiva destinata ad implodere, con effetti gravi e duraturi nel tempo: la Brexit ha mostrato quanto concrete e non teoriche siano tali preoccupazioni. Se si riconosce questa dura realtà delle cose, forse è possibile ripartire da un confronto pacato e approfondito sulle linee di riforma del Fiscal Compact, idonee a rilanciare la crescita.

L’occasione è offerta dall’art.16 del Fiscal Compact dove è stabilito che entro 5 anni dalla sua entrata in vigore (1/1/2013) le sue norme devono essere oggetto di un processo di inserimento nell’ordinamento comunitario. E’ dunque del tutto realistico utilizzare questa occasione per realizzare un confronto critico e una profonda revisione delle sue regole che abroghi tutte le norme a valle del Trattato di Maastricht (uniche queste a valenza” costituzionale”), riesamini gli errori commessi e metta in campo un nuovo Fiscal comunitarizzato. Il criterio di base di questo lavoro dovrebbe essere l’eliminazione dai vincoli di bilancio di tutte le spese pubbliche definite, con cura e precisione, di investimento, secondo regole e monitoraggi costruiti in modo rigoroso a livello comunitario e applicati da organismi comunitari del tutto indipendenti dai governi e dagli apparati nazionali. Per questa quota di investimenti nazionali riconosciuti come spese di investimento (e tra queste dovrebbero rientrare oltre le infrastrutture materiali anche l’istruzione e la ricerca) dovrebbe inoltre risultare agevole costruire forme di copertura comunitaria a debito e/o forme di garanzia diretta e indiretta del bilancio comunitario, a cui occorrerebbe garantire uno zoccolo fiscale europeo più significativo.

E’ evidente che i diversi punti di vista degli Stati si riproporrebbero anche in questa fase, ma un confronto politico e tecnico, riportato ad una sede solenne e formale che  ricrea le basi della convergenza delle politiche fiscali  e di bilancio potrebbe rendere  chiare le motivazioni e i punti di convergenza e potrebbe servire a trovare , nel fuoco del confronto pubblico,  nuove linee di alleanze e visioni che superano l’attuale blocco di controllo, fondato sulla inderogabile convergenza finale dei governi di Germania e Francia. Se appare realistico che gli sviluppi della integrazione non possono farsi contro la Germania e la Francia è infatti altrettanto chiaro che se questi paesi vogliono salvare questa prospettiva, che appare l’unica politicamente e culturalmente all’altezza delle sfide globali del presente, devono uscire da una situazione di mera difesa dell’esistente. Il tempo logora le cose e solo se si anticipano i nodi del futuro c’è speranza di ridare impulso al processo di integrazione. Immigrazione e sicurezza si possono gestire bene anche senza una vera unione politica; la crescita e il lavoro per le generazioni presenti e future hanno invece bisogno di un nuovo contesto regolatorio per le politiche fiscali e di bilancio. Anche perché ripresa dell’occupazione e centralità del lavoro sono la base del futuro possibile di una Europa che si tenga lontana da fiammate nazionaliste e autoritarie.

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Il calabrone vola, i suoi delatori no

All’ambasciata americana pochi giorni fa ho raccontato dell’evoluzione della lotta anticorruzione italiana di questi ultimi anni, in particolare sui testimoni di corruzione (whistleblowers). Tor Vergata è chiamata spesso a questi dibattiti per lo sforzo che sta facendo con i suoi progetti, siano essi www.anticorruzione.eu oppure il suo Master http://www.masteranticorruzione.it/ . Ho parlato, con particolare fierezza per quanto fatto dal nostro Paese, senza sostenere, come invece hanno fatto altri miei concittadini davanti a una platea di statunitensi, che il nostro Paese è sempre più corrotto.

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Da studente avevo un bravissimo docente di economia che mi raccontava come l’Italia è come un calabrone, tradotto da alcuni come bumblebee, con delle ali così piccole da non avere proprietà aerodinamiche per volare. Eppure vola. Qualcuno non capisce come l’Italia possa andare avanti malgrado i pesi che si trascina. Eppur si muove. Anche sulla lotta alla corruzione.

Ma in realtà ho appreso che non è esattamente così. Intanto il calabrone non è il bumblebee, si chiama hornet. Il bumblebee, di cui parlava il mio docente, in italiano si chiama bombo, un apide, mentre il calabrone è un vespide.

Ed è ormai dimostrato, attraverso una serie di riprese ad alta velocità sulla meccanica alare del calabrone, che il calabrone ha un battito d’ali pari a 230 battiti al secondo, molto più veloce di altri insetti di dimensioni minori, addirittura 5 volte superiore a quello di un colibrì. Ed è proprio questa velocità incredibile che gli consente di ottenere una spinta sufficiente a mantenerlo sospeso in aria, oltre che ad un movimento alare inconsueto che contribuisce a generare portanza.

http://www.invasionealiena.com/misteri/leggende-metropolitane/588-il-calabrone-puo-o-non-puo-volare-ecco-la-verita.html

Quindi siamo come un calabrone, come diceva il mio docente, ma non dovrebbe sorprendere che voliamo, perché ne abbiamo tutte le capacità. Niente di clamoroso.

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Lo dico perché non mi stupisce che siamo qui oggi a prendere atto di un costante progresso della legislazione del whistleblowing in Italia. Un progresso veloce, come le ali del calabrone: da quando alla Scuola della Pubblica Amministrazione dal 2010 al 2011 con Bernardo Mattarella formavamo i giovani e i funzionari pubblici con il progetto per una cultura dell’integrità nella pubblica amministrazione (unico progetto formativo, assieme a quelli del Formez, menzionato nell’allora rapporto Greco del Consiglio d’Europa nel resoconto piuttosto duro sullo stato dell’anticorruzione in Italia), solo 7 anni fa, e parlavamo di “whistleblowing che non c’era” e i dipendenti pubblici facevano un salto sulla sedia per le nostre proposte folli di avviarlo e per la difesa che facevamo di questi “eroi” e non “delatori” come molti li chiamavano, siamo oggi in un altro Paese, con il numero di segnalazioni inviate all’ANAC (Autorità Anti Corruzione) in costante aumento. In realtà siamo sempre nello stesso Paese, che va avanti, spesso velocemente, contro tutti gli stereotipi.

E così dal testo della norma anticorruzione del 2012 (dove la proposta della Commissione Garofoli di riservare il 20% della mazzetta recuperata ai whistleblower fu subito scartata) abbiamo avuto il testo del 2014 con maggiori dettagli sui segnalatori ed a loro tutela e oggi siamo qui a dibattere del testo di disegno di legge del 2016 in discussione al Parlamento, con sempre maggiori migliorie e capacità d’impatto e protezione per i testimoni di corruzione: l’estensione “ai collaboratori o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o di incarico, nonché ai lavoratori e ai collaboratori a qualsiasi titolo di imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzano opere in favore dell’amministrazione pubblica” è un grande successo per la quale la stessa Tor Vergata, con il suo Proxenter, si è battuta nella sua segnalazione all’ANAC ampiamente presa in considerazione nei commenti alle Linee Guida. Come il fatto che le denunce possono non passare più solo per il responsabile anticorruzione ma anche per il responsabile gerarchico o andare (meglio!) direttamente all’ANAC, come il fatto che si dovrà prevedere l’utilizzo di modalità anche informatiche e promuovere il ricorso a strumenti di crittografia per garantire la riservatezza dell’identità del segnalante e per il contenuto delle segnalazioni e della relativa documentazione. Tutti progressi decisivi.

Certo non c’è la premialità pecuniaria che tanto bene ha funzionato negli Stati Uniti. Ma posso dire? E allora? Lasciamo funzionare, la nuova legge, per 5 anni, diamole il temo di sedimentarsi nella cultura nostrana e tra 5 anni rivediamoci e valutiamo come è andata, ossia se si è diffusa o meno, senza premialità, la prassi del whistleblowing. Può darsi che nella nostra cultura si abbia meno bisogno di tale strumento. Altrimenti, come sempre, faremo nuovi passi da gigante. Anzi da calabrone.

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E perché non mi stupisce quanto fatto dal nostro paese in questi anni?

Un Paese può raggiungere uno di due equilibri nella protezione dei testimoni di corruzione, ambedue caratterizzati da 0 (zero) whistleblowing. Sono equilibri multipli, li chiamiamo noi economisti, e l’affermarsi di uno dei due dipende dal contesto culturale di riferimento che trova poi modo di generare spazio (o vuoto) nella norma.

Il primo equilibrio con 0 whistleblowing è quello buono, dove nessuno denuncia perché non vi è nulla da denunciare e le false denunce non sono convenienti per il calunniatore. E’ probabile che ci si trovi in un Paese con un forte DNA anticorruzione e una conseguente buona norma per la protezione dei testimoni o whistleblower. Perché la norma segue la cultura e non viceversa.

Il secondo equilibrio con 0 whistleblowing  è quello cattivo, dove nessuno denuncia malgrado vi sia tanto da denunciare e dove le sole denunce sono calunnie e non “vero” whistleblowing. E’ probabile che ci si trovi in un Paese con uno scarso DNA anti corruzione e una conseguente cattiva norma per la protezione dei segnalanti o whistleblower.

Dove si trova l’Italia ora? Tutto mi fa pensare che stiamo convergendo verso l’equilibrio buono. E non mi stupisce perché vedo nel Paese un DNA anti corruzione ormai non più modificabile. Da qui indietro non si torna. E sarebbe tempo che sia la stampa che gli iettatori se la piantassero di essere i veri delatori del nostro Paese e raccontassero le storie di un Paese che sa dire no, malgrado tutte le difficoltà di volo che incontra ogni calabrone a questo mondo.

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Spendere meno fa male, spendere male pure

Il mio pezzo su Panorama di questa settimana.

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Quando Matteo Renzi prese il bastone del comando nella primavera di due anni fa, nel suo primo Documento di Economia e Finanza dove esplicitava il progetto di governo pluriennale delle finanze pubbliche, era stato esplicito: il totale della spesa pubblica sarebbe cresciuto, da lì al 2016, di poco, da 802 miliardi di euro a 822 miliardi, del 2,5% in due anni, praticamente costante, se teniamo conto dell’inflazione.

A due anni di distanza come sono andate effettivamente le cose? Ha rispettato le promesse il Premier? Apparentemente sì: la nota di aggiornamento del DEF uscita il 27 settembre scorso sembra confermare che il totale della spesa 2016 si attesterà su 827 miliardi circa, quasi centrando il bersaglio previsto due anni prima.

Il diavolo tuttavia sta sempre nei dettagli. A guardare con più attenzione si scopre infatti che la stima fatta da Renzi nel 2014 prevedeva 85 miliardi di spesa per interessi nel 2016; il calo inatteso di questi, dovuto alla politica aggressiva di Draghi e della BCE, ha generato un guadagno inatteso che si è concretizzato in un crollo della spesa sui titoli di Stato, che per il 2016 si attesterà sui 66 miliardi, quasi 20 miliardi in meno del previsto.  Che fine ha fatto questo tesoretto?

Riepilogando: Renzi promette nel 2014 che la spesa pubblica al netto degli interessi a due anni di distanza si sarebbe fermata a 737 miliardi (822-85). Due anni dopo Renzi deve far retromarcia: tale spesa si attesta invece a 761 miliardi (827-66) di euro. Un aumento di 24 miliardi euro di spesa in 2 anni, circa l’1,5% del PIL. Un bel po’.

Si potrà dire, a difesa di Renzi, che negli ultimi due anni l’economia non è andata come previsto nel 2014 (Padoan stimava per il 2016 un tasso di crescita dello 1,6%, il doppio di quanto avvenuto) e che tale aumento di spesa pubblica si è reso necessario per fronteggiare la congiuntura negativa. Ma altri potrebbero replicare che è proprio il modo in cui si è fronteggiata la situazione di questo biennio che ha portato a una performance economica così scarsa, sia in assoluto che rispetto alle aspettative. Perché per avere un impatto tramite la spesa pubblica non basta spendere: bisogna che si spenda bene, seguendo un progetto di lungo periodo, che metta al centro della propria azione lo sviluppo delle competenze di chi nella Pubblica Amministrazione è delegato al controllo, all’acquisto, alla valorizzazione della cosa pubblica.

E’ un po’ quello che ha rinfacciato sui giornali all’incaricato del controllo della spesa Gutgeld l’economista Perotti, suo partner prima di rassegnare polemicamente le dimissioni: “mancanza di pianificazione e di coordinamento, assenza di un disegno organico, approccio superficiale” alla spending review, ha affermato. E’ difficile non dargli ragione: a guardare i numeri della manovra dove Renzi annuncia tagli per 3,3 miliardi di spesa per beni e servizi nel 2017 grazie a Consip, colpisce come questo sia esattamente lo stesso risparmio che Consip dice di aver realizzato nel 2015 grazie alle sue gare. Quindi il Governo solo due anni dopo (se tutto va bene) intascherebbe dei risparmi (non sostanziosi, poco più del 3,66% del totale) generati da una sua (valente) azienda. Sempre che poi la Ragioneria presso il Ministero di Padoan quei tagli ai capitoli di spesa li faccia sul serio, cosa che sapremo solo (se tutto va bene) nel 2018.

E come pretendere di avere più flessibilità dall’Europa nello spendere se non si sa dimostrare di saper spendere bene?

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Il dibattito Gutgeld Renzi:

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_03/spesa-pubblica-perotti-dalle-partecipate-troppi-sussidi-ecco-perche-riforme-hanno-fallito-7998c5de-7217-11e6-a5ab-6335286216cb.shtml

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_05/deficit-province-enti-inutili-numeri-spending-review-5fa9eefc-72d3-11e6-9754-0294518832f8.shtml

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_06/spesa-pubblica-perotti-veri-numeri-politica-economica-84cbd226-741e-11e6-b267-7b6340139127.shtml

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Quando il Tesoro crea la lobby per la decrescita

A tre grandi amici con cui ho sognato un’Italia migliore che non siamo riusciti a realizzare.

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Il mio amico e collega Riccardo, ormai scatenatissimo su Twitter, mi chiede se ho qualcosa da dire sul BTP cinquantennale emesso dal Tesoro. Certo che sì, anche se stasera non sono proprio dell’umore giusto per scrivere troppo a lungo, colpa di chi mi fa perdere tempo con cose irrilevanti.

Se volete sapere cosa penso, visto che qualche esperienza l’ho maturata nel mio indimenticabile periodo al Tesoro negli anni 90, in cui fummo coinvolti nella prima emissione del primo BTP a 30 anni, con Ciampi Ministro del Tesoro e Fazio Governatore della Banca d’Italia, dovete avere pazienza, chiamo il mio amico Stefano con cui condividemmo quegli anni meravigliosi in cui speravamo in una Italia diversa, e che di gestione del debito ne sa più di qualsiasi altro in Italia, e gli racconto la mia teoria. Lui mi ascolta in silenzio: se non dice nulla, tipo Gola Profonda, io pubblico.

Mi ha ascoltato in silenzio.

Quindi parlo.

Gli ho raccontato di quel bellissimo articolo che scrissi quasi 20 anni fa con un grande economista che solo in tardissima età ha deciso di regalare ai giovani sprazzi di saggezza nelle aule universitarie, Lorenzo. Cercavamo di capire cosa avessero combinato Ciampi e Fazio, mica due grandi amici, decidendo di emettere il BTP a 30 anni. E il nostro lavoro dimostrò una cosa nuova e poco creduta all’epoca ma oggi ben più certa: avevano contribuito in maniera sottile ma evidente a sconfiggere il mostro che dagli anni 70 andava spaventando i governi italiani: l’inflazione. Come, chiederete? Con un trentennale, ma dai… non è possibile!

Certo che lo era, possibile. Perché emettendo un titolo il cui potere d’acquisto era così altamente dipendente da una bassa inflazione (le cedole fisse in euro del trentennale perdono valore, sono mangiate, è ovvio, dalla crescita dei prezzi delle patate), Fazio e Ciampi erano riusciti a creare una potentissima lobby. Quella di tanti risparmiatori che non avrebbero tollerato di vedere cancellati i sacrifici di tanti anni, sacrifici fatti mettendo da parte ogni anno un po’ dello stipendio faticosamente guadagnato.  E così l’inflazione scomparve, grazie certo a Fazio ed alla sua rigorosa politica monetaria, ma aiutato dalla lobby anti-inflazionista dei creditori che era stata creata dal nulla con l’emissione dei BTP 30.

*

E che c’entra col BTP 50? Anch’esso è stato dunque utile come lo fu l’eroico BTP 30. Macché.

Ogni cosa ha il suo tempo. Il tempo dei BTP 30 era finito. Certo che era finito: perché quell’inflazione che volevamo allora sconfiggere è oggi sconfitta e non mette più paura.

Il nemico oggi si chiama il suo contrario: la deflazione, la diminuzione dei prezzi che, aumentando il reddito dei creditori in possesso di BTP a reddito fisso, contribuisce a impoverire i debitori e i contribuenti, che sono costretti a dover pagare maggiori tasse per restituire più interessi in patate ai detentori dei BTP.

Emettere BTP a 50 anni vuol dire, come alla fine degli anni 90, rafforzare (ulteriormente) la lobby dei creditori. Ma questo rafforzamento stavolta contribuisce a perpetuare una situazione sbagliata e non a farci uscire dalle sabbie mobili della crisi: proteggendo la deflazione, creiamo una più forte opposizione a politiche necessarie, di stimolo alla domanda e ai prezzi.

Ben meglio avrebbe fatto il Tesoro a emettere stavolta titoli non a reddito fisso ma indicizzati alla crescita economica, che avrebbero pagato di più i creditori dello Stato se l’economia si fosse ripresa. Se ci fossero stati Ciampi e Fazio, ne sono certo, avremmo avuto questo tipo di scelta lungimirante, con una lobby pro crescita che avrebbe aiutato l’Italia e l’Europa. Ma altro che Ciampi e Fazio.

Oggi il Tesoro emette un titolo che rende di più ai creditori quando le cose vanno peggio in Italia, con la maggiore deflazione. Creando cosi un Paese sempre meno unito sulla direzione da seguire, più pessimista e masochista.

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La timida cicala tedesca e la masochista formica italiana

Nel suo articolo di prima pagina sul Corriere della Sera Paolo Mieli ricorda come “non risulta— dai già citati sondaggi — l’esistenza di un elettore tedesco che abbia abbandonato la Cdu perché non incoraggia politiche europee che consentano a Grecia, Italia e Francia (e a quel punto chissà quanti altri Paesi) di rimettersi a spendere come facevano in passato”. Ha assolutamente ragione.

http://www.corriere.it/cultura/16_settembre_21/titolo-articolo-5e49d7be-7f5f-11e6-882b-8c36c80b948f.shtml

Non risulta coincidere invece con la realtà dei fatti, misurati con dati, la conseguente tesi di una Europa virtuosa che evita di spendere, rappresentata principalmente dalla Germania, e che cresce per tale ragione, e di una Europa spendacciona, rappresentata principalmente dall’Italia, ferma e sclerotizzata per colpa di sprechi e corruzione.

Per dimostrarlo non faremo riferimento ai numeri prescelti dal Dott. Mieli per suffragare la sua tesi, perché sono quelli sbagliati. Nel periodo analizzato (il 2010-2015, abbiamo ricostruito, perché il Dott. Mieli non lo specifica) l’Italia “ha addirittura incrementato la spesa dal 49,9 al 50,7%”, si legge. E’ evidente come i numeri citati non riguardino la spesa (un valore in euro e non una percentuale) ma il rapporto tra spesa pubblica totale e prodotto interno lordo del Paese. Il valore (disponibile anche sul sito di Banca d’Italia nel Supplemento al Bollettino Statistico del giugno scorso) passa in realtà dal 49,9 al 50,5%. In Germania nello stesso periodo (stessa fonte) il rapporto scende addirittura dal 47,3% al 43,9%.

Ha dunque ragione Mieli? A naso non necessariamente: quel rapporto in Italia è certamente potuto salire a causa della discesa del denominatore, il PIL colpito dalla recessione, ed in Germania scendere a sua volta per la crescita dello stesso a causa dell’espansione tedesca. Dunque, solo un controllo dei dati della spesa in euro potrà sciogliere questo dubbio su chi ha speso di più tra Italia e Germania.

Nelle Government Finance Statistics stilate annualmente da Eurostat, il Dott. Mieli avrebbe potuto trovare le risposte ai suoi dubbi. E sono risposte che, sono certo, l’avrebbero portato a rivedere alcune sue conclusioni azzardate.

La spesa pubblica totale in euro nel periodo indicato è cresciuta in ambedue i Paesi, ma molto più velocemente in Germania: al tasso medio dello 0,65% annuo in Italia (da 800,494 miliardi di euro a 826,429) e dell’1,7% in Germania (da 1219,219 miliardi di euro a 1328,701). Tuttavia questo paragone ha poco senso se non teniamo conto dell’inflazione, che erode il valore degli euro e che nel periodo in questione è stata superiore in Italia: dell’1,8% medio contro l’1,44% in Germania. La spesa reale (il “numero di auto blu comprate” o di “ponti costruiti”) è dunque diminuita, in Italia, di circa l’1,15% annuo (0,65-1,8) contro un aumento tedesco dello 0,26% annuo (1,7-1,44).

La differenza tra Italia e Germania è particolarmente significativa nella spesa corrente – dove a fronte di un aumento reale tedesco addirittura del 2,5% l’Italia ha visto una diminuzione annuale dell’1,5% circa – negli stipendi pubblici – dove l’Italia ha visto un decremento del 3% a fronte di un incremento annuo dell’1% in Germania -  e negli investimenti pubblici – che crescono di circa lo 0,5% annuo in terra tedesca e diminuiscono, tenetevi forte, di più del 6% annuo in Italia. Per chi ama di più i valori in euro, gli stipendi pubblici italiani sono scesi dal 2010 al 2015 da 172,5 miliardi a 161,7, mentre quelli tedeschi sono cresciuti da 203,5 a 230,7; gli investimenti fissi lordi pubblici in Italia sono scesi da 46,8 miliardi di euro a 37,2, mentre in Germania sono cresciuti da 59,6 miliardi di euro a 65,6.

Questi sono i fatti, i numeri. Mi direte: e come è possibile allora che nello stesso periodo il debito su PIL in Italia cresca, di 17 punti di PIL, e quello tedesco cali, di 10 punti di PIL? Per il semplice fatto che il PIL in Italia è crollato ed in Germania è aumentato; e parte di questa differenza di performance di crescita è dovuta, all’opposto di quanto sostenuto da Paolo Mieli, al fatto che la Germania ha aumentato le sue spese mentre l’Italia ha fatto austerità che ha distrutto occupazione e produzione.

Questo non vuol dire che non bisogna spendere bene: l’Italia sconta rispetto alla Germania una crescita inferiore anche in anni precedenti all’austerità a causa di un settore pubblico che aiuta meno, con la qualità della sua spesa, il suo settore privato ad operare con successo in un mondo globalizzato. Ma deve essere chiaro che questo divario si è ampiamente allargato a causa delle scriteriate politiche di austerità che la Germania ha imposto agli altri partner europei.

Concludendo, è utile rimarcare come i dati facciano emergere un’altra evidenza. E’ vero che la Germania ha speso di più e l’Italia di meno, ma è anche vero che questi aumenti sono minuscoli. Esiste con tutta probabilità dunque un elettore tedesco che ha abbandonato la Cdu perché non ha incoraggiato politiche tedesche più espansive che avrebbero potuto generare maggiore innovazione, occupazione e ricchezza in Germania: infrastrutture di trasporto, TLC di nuova generazione, smantellamento del nucleare, tanto per fare qualche esempio. Politiche che avrebbero reso felici anche gli elettori italiani per il loro impatto positivo sulla nostra economia, che avrebbe esportato di più verso l’Europa del Nord. E che avrebbero dunque generato maggiore stabilità politica, prosperità, sicurezza.

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Scommettiamo? Ecco il DEF di Renzi in anteprima

Scommettiamo che?

Tra pochissimi giorni il governo Renzi produrrà la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza di aprile. Tutti attendono con ansia di conoscere i suoi piani sul deficit pubblico rispetto al PIL dei prossimi 4 anni: la Merkel, Hollande, Juncker, ma soprattutto i cittadini italiani e specialmente gli imprenditori italiani che, sulla base di quanto scriverà il Premier, decideranno quanto investire dei loro denari in Italia generando sviluppo ed occupazione.

Fino ad oggi, leggendo i DEF che si sono succeduti, hanno deciso di non investire: le promesse manovre da 35 miliardi di euro in pochi anni (anche se non mantenute che conta? gli imprenditori vogliono certezze, non dubbi, prima di investire) avrebbero scoraggiato anche il più ottimista tra di loro. Massici aumenti di tasse e tagli di domanda pubblica, quanto basta per chiudere i battenti dell’azienda per andare all’estero o per rinunciare comunque a espandersi. Da qui la stasi del PIL e la crescita del rapporto debito-PIL che affliggono il Paese.

La tabella più sotto ben sintetizza le fallimentari politiche annunciate da Renzi in questi ultimi 2 anni, sempre caratterizzate da due aspetti: il costante rinvio del raggiungimento di quanto promesso all’Europa in termini di bilancio in pareggio a medio termine ed il costante rilanciare con nuovi programmi di austerità a 4 anni per rassicurare l’Europa.

Per esempio ad aprile dello scorso anno promise il bilancio in pareggio nel 2018. Un anno dopo lo rinvia al 2019. Lo rinvia, certo, ma al contempo lo conferma come obiettivo.

Scommettiamo che? Scommettiamo che il nostro Governo la settimana prossima proporrà qualcosa di molto simile a quanto previsto nella tabella sotto (la riga “prevedibile”) ovvero una conferma dell’ottusa austerità a 4 anni obbedendo all’idiotico Fiscal Compact? Non che lo speri, ma ormai questo Governo è riuscito nel convincere tutti che è quello che farà e non ripongo grandi speranze in alcuna novità. Sarà interessante vedere di quanto sbaglierò (non ho parlato con nessuno al Tesoro, giuro).

C’è un’alternativa? Certo che c’è, è quella che indico sotto, che ci fa risparmiare 35 miliardi di manovra austera, genera PIL e dunque spazio per ulteriori investimenti pubblici e prevede una sottostante spending review (con tutto il tempo necessario) che libera ulteriori risorse da spendere in investimenti pubblici: quella di lasciare il deficit al 3% di PIL per tutti gli anni a venire. Così facendo crolla il debito su PIL (che sale con l’austerità e scende dunque con il suo contrario).

La prego Presidente, ci stupisca con il suo coraggio, rispetti i Trattati europei (il Fiscal Compact non lo è) lasciando il deficit al 3% di PIL ma mandi a quel Paese Junker, Merkel ed il pavido francese. Scommettiamo che li lascerà talmente basiti che non avranno il coraggio di reagire ed, anzi, la imiteranno?

Scommettiamo?

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Ecco dimostrata l’idiozia degli inventori del Fiscal Compact

Ora lo dice anche nella sua collana di lavori, la Banca Centrale Europea.

http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecbwp1964.en.pdf?460911353d5004828df6a821de823788

“Una comunicazione chiara a riguardo della politica fiscale fa convergere le aspettative riducendo il disaccordo tra operatori privati.” E tramite il canale degli investimenti privati questa maggiore certezza impatta sul moltiplicatore della politica fiscale.

Moltiplicatore quasi nullo (0,5) in caso di mancanza di chiarezza sulla politica fiscale, pari addirittura a 2,7, potentissimo sull’economia, nel caso opposto di chiarezza.

Quindi se, mettiamo caso, una politica fiscale austera è comunicata con molta chiarezza, il suo impatto negativo sull’economia è molto maggiore che in assenza di chiarezza.

Ci siete vero? No?

Ma come, non ricordate? Il Fiscal Compact, che cosa fa? Fa “chiarezza”! Dice chiaramente a tutti gli imprenditori, senza se e senza ma, che la politica sarà austera per un lungo periodo (proiezioni a 4 anni) e di quanto.

E l’imprenditore che deve decidere se investire che fa? Rinuncia.

E’ tutto così semplice, ma fa piacere che complesse verifiche empiriche e modelli teorici confermino la nostra intuizione. Ma il piacere si arresta dopo due secondi, perché la disperazione ci prende e ci chiediamo come è possibile che l’idiozia abbia raggiunto questi picchi.

Perché anche se, come effettivamente è, il Fiscal Compact è un disegno conservatore liberista premeditato, esso è comunque destinato ad uccidere i suoi inventori, che sono dunque una banda di idioti patentati.