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Dopo la ricostruzione, avviamo la Costruzione

Ieri abbiamo scritto, prima della tragedia del terremoto, della necessità di rimettere mano agli appalti nelle costruzioni per ridare un senso di speranza a questo Paese e garantire occupazione a chi è meno tutelato, i lavoratori meno istruiti.

Dopo che questo Governo avrà, grazie anche allo straordinario lavoro delle nostre forze dell’ordine, dell’esercito, dei vigili del fuoco e della protezione civile e di tutti i volontari, ben coordinato – come siamo sicuri che farà - gli aiuti alle popolazioni colpite e avviato la macchina della ricostruzione, verrà il tempo di avviare un dibattito operativo sulla monumentale domanda che questo Paese ha, per la sua conformazione geologica e per il suo essere il museo all’aperto del mondo, di prevenzione anti-sismica. E di come soddisfarla.

Decine di miliardi potrebbero essere ogni anno stanziate per mettere in sicurezza nelle zone a rischio 1 e 2, alcuni tra i nostri capolavori più fragili, alcune strutture più strategiche, come ospedali e scuole, e poi alcuni dei tantissimi edifici belli o funzionali di quei paesi e paesini che sono case, case di persone che devono vivere in ambienti sostenibili, anche rispetto al terremoto. Con un ordine di priorità e con un esplicita dispensa europea.

1% di PIL l’anno, 16 miliardi, per 10 anni.

Sono convinto che Renzi sia all’altezza di questa missione. Di costruire, oltre che ricostruire, un nuovo futuro per questo Paese.

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La gara della vita per il Paese

Qualcuno si è accorto che se gli appalti diminuiscono il PIL crolla. E’ Lorenzo Codogno che correttamente afferma su Repubblica:

L’effetto positivo delle costruzioni, private e pubbliche, è amplificato da un elevato moltiplicatore, insomma sono uno stimolo formidabile per l’economia nel suo complesso“.

http://bit.ly/2btn2g8

Non è solo il moltiplicatore a valle, ma anche a monte, in fase di approvvigionamento. Il Presidente ANCE nella sua relazione conferma i due effetti positivi per il Paese: “In Italia, il settore effettua acquisti di beni e servizi dall’88% dei settori economici – 31 settori su 36 sono fornitori delle costruzioni – rivolgendosi quasi esclusivamente alla produzione interna. Rilevanti anche gli effetti moltiplicativi innescati dalle costruzioni: una domanda aggiuntiva di un miliardo di euro nel settore genera una ricaduta complessiva nell’intero sistema economico di oltre 3 miliardi e mezzo di euro e quasi sedicimila nuovi posti di lavoro.

E’ tuttavia singolare che la preoccupazione di Lorenzo Codogno nasca solo ora che il Codice degli Appalti ritarda l’attuazione delle gare, senza che menzioni che da anni queste gare sono andate declinando – anche con un Codice che “funzionava” – per colpa dell’austerità. Basta guardare il grafico ANCE e il trend che esso disegna, proprio negli anni della crisi, quando più sarebbero servite le gare pubbliche per non infognarci in questa crisi:

La questione dunque non è solo di “bandire le gare già pronte basate sulla vecchia disciplina“  ma di far ripartire, col vecchio o nuovo Codice, la macchina degli investimenti pubblici, con risorse che possono, nel lungo periodo, provenire da una vera spending review che questo Governo non avvia ma che, nel breve periodo, non possono che essere recuperate tramite una moratoria sul Fiscal Compact ed una esenzione degli investimenti pubblici dalla regola del deficit al 3% del PIL.

E poi si investe, si investe, si investe. Quanto? Dove? Lo faccio dire al Presidente ANCE, che avrà i suoi giusti conflitti d’interesse, che in questo caso non sono in conflitto con gli interessi del Paese e dell’occupazione di tanti lavoratori con basso grado di istruzione.

Quanto? “Secondo le nostre valutazioni sarebbe possibile mettere in campo 30 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, attraverso l’utilizzo delle risorse esistenti e una rinnovata flessibilità per gli investimenti a livello europeo.”

Dove? “Il programma si dovrebbe basare su 5 priorità. La manutenzione ed il miglioramento delle infrastrutture esistenti per garantire il mantenimento di adeguati livelli di servizio e di sicurezza. L’accelerazione e l’ampliamento del piano di riqualificazione degli edifici scolastici. L’assegnazione delle risorse necessarie alla realizzazione del piano pluriennale di riduzione del rischio idrogeologico annunciato a novembre 2014. L’investimento sui beni culturali e sul turismo, come risorse da utilizzare al meglio per avviare, soprattutto nel Mezzogiorno, nuovi progetti di crescita economica. Ma è il quinto capitolo di questo piano quello che oggi assume una valenza fondamentale: il recupero e il risanamento infrastrutturale e sociale delle periferie delle nostre città. Siamo infatti ormai tutti consapevoli che è nelle periferie che oggi rischia di perdere la sua partita non solo l’Europa ma anche, forse, la stessa speranza che il modello di società occidentale, così come oggi lo conosciamo, vinca la sua guerra contro le forze uguali e opposte della xenofobia, dei nazionalismi e del fanatismo religioso. Se restano i luoghi dell’esclusione, del degrado e della povertà, le nostre periferie diventeranno la miccia da cui partirà la spallata finale al nostro modello di vita. Restituire dignità alle periferie deve diventare la vera emergenza del nostro come degli altri Paesi europei. Deve diventare, per usare le parole di Roberto Saviano “affare di Stato, centralità ossessiva della pratica della politica”. Un pensiero che condividiamo e che a nostro parere si deve tradurre in un grande Piano nazionale per le periferie da almeno 5 miliardi di euro gestito da una cabina di regia governativa che, insieme ai Comuni, individui non solo le aree a maggior rischio, ma anche le modalità di intervento da mettere in atto. È evidente che, in questa prospettiva, il settore delle costruzioni è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale.

Ma se il Governo non si muove, nessuna gara partirà e il paese perderà il suo futuro.

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5 ovvietà per far ripartire il Paese

Questo Governo appare in stato confusionale. Preda dei venti del PIL e delle regole di bilancio europee, che non riesce a contrastare, veleggia a casaccio con una serie di proposte che denotano contemporaneamente sbigottimento di fronte all’ostinazione dell’economia a non obbedire in alcun modo agli stimoli ideati sinora e la mancanza di un corretto modello di comprensione dell’economia italiana nel contesto europeo.  

Abbiamo bisogno di rigenerarci. Come? Partendo da 5 ovvietà.

Ovvietà numero 1: se hai bisogno di cambiare l’Europa, non sprecare tempo a farlo nel modo sbagliato. Non serve a nulla, al contrario di quanto raccomanda oggi Scalfari su Repubblica, il Ministro dell’Economia europeo se prima non abbiamo capito cosa questo Ministro debba fare, quali sono i valori che deve rappresentare. Altrimenti Palazzo Chigi si troverà a chiedere non più a Padoan ma a un austero Ministro finlandese scelto dai tedeschi più flessibilità che certamente otterrà con ancor meno probabilità.

Ovvietà numero 2: se hai bisogno di risorse, non sprecare tempo a chiederle all’Europa nel modo sbagliato. A poco serve all’economia italiana ottenere con grandi sforzi diplomatici un deficit pubblico per il 2017 che rimanga stabile al 2,4% del PIL (nessuna aggiunta di austerità ma nemmeno nessuno stimolo all’economia) se poi si conferma la promessa austera, richiesta dal Fiscal Compact, di abbattere il deficit di più di 30 miliardi nei prossimi 4 anni: è come dare una carezza da davanti e una martellata da dietro alle aspettative (pessimiste) di imprese e consumatori. Chiedi piuttosto, magari sulla nave di Ventotene, una moratoria del Fiscal Compact fino a quando l’Europa non si sarà ripresa.

Ovvietà numero 3: se hai poche risorse, non sprecarle. Inutile in una crisi come questa stimolare l’offerta e/o la domanda privata. Lascia perdere superammortamenti per chi investe, detassazione dei premi di produttività, vantaggi per le partite IVA: sono strumenti che funzionano quando c’è voglia di investire ed ottimismo, quando prevale il pessimismo sono un buco nell’acqua.  E altrettanto deve dirsi di quelle scelte che mirano a sostenere la domanda dei consumatori, come per le pensioni minime: non si traducono in maggiori consumi, ma maggiori risparmi, inutili in questa fase a sostenere l’economia. E’ evidente che l’unica cosa che va fatta è spendere quei soldi che oggi i cittadini non vogliono spendere, con investimenti pubblici a go go. La ricetta, ben nota ai più, è l’unica mai provata sinora in questi 7 anni di crisi: è tempo di farlo.

Ovvietà numero 4: se vuoi trovarti più risorse da solo, bravo ma non aumentare le tasse su questo o quello e non tagliare spesa pubblica a casaccio. Mettiti in testa che la spending review è una cosa seria che richiede sforzo costante, provvedimenti precisi e specifici, investimenti (e dunque risorse) per professionalizzare stazioni appaltanti e aumentare gli ispettori, e soprattutto una presa di posizione del Primo Ministro quasi quotidiana, come quella adottata per Costituzione e bonus da 80 euro, perché il pesce puzza o profuma dalla testa e la Pubblica Amministrazione si adegua o adagia a seconda di cosa dice il Capo. E poi ci pensi a quanto ti aiuterà una spending fatta bene per ottenere la moratoria del Fiscal Compact di cui sopra in Europa?

Ovvietà numero 5: se hai voglia di generare risorse e non hai soldi, fai la riforma più giusta non quelle inutili. Nelle sue più recenti dichiarazioni il nuovo Ministro dello Sviluppo Economico ha lanciato un ennesimo Piano industriale, ambiziosamente denominato “Industria 4.0”. Nel descriverlo, il nostro Ministro, mostrando la stessa mancanza di sensibilità dei suoi predecessori, non menziona mai, dico mai, la risorsa industriale principale per il Paese, la piccola impresa. Piccola impresa che questa crisi sta uccidendo e che ben più della grande impresa, che se la può sbrigare da sola, ha bisogno di aiuto e protezione. Da 5 anni il Ministro incaricato di turno si dimentica di presentare al Parlamento entro il 30 giugno il disegno di legge per la Piccola Impresa. E’ un dovere di legge, certo, ma è soprattutto un modo di rigenerare un Paese che fa delle piccole imprese la sua risorsa numero 1: pensare in piccolo per ripartire alla grande!

5 ovvietà, nulla di più. Caro Presidente, pensa di farcela?

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I professionisti dell’anticorruzione che uccidono il Paese

Un caso di corruzione e tangenti su un appalto, un’opera pubblica da rendere più bella e il problema degli stipendi incredibilmente bassi dei nostri uomini e donne dell’Arma de Carabinieri. Cosa c’entrano tra loro? A leggere Gian Antonio Stella ieri sul Corriere sono argomenti molto legati.

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_17/i-671mila-euro-opere-d-arte-scuola-carabinieri-marescialli-f8c1b808-64b5-11e6-8281-0851fdf23454.shtml

Il nostro professionista dell’anticorruzione, infatti, si chiede e ci chiede se fosse “proprio indispensabile” spendere 671.000 euro in opere d’arte per abbellire la nuova Scuola marescialli e brigadieri dell’Arma dei carabinieri di Firenze. La Scuola, che doveva costare 270 milioni di euro e ce ne è costata “almeno 450”, è stata oggetto di indagini e condanne in Cassazione per corruzione.

In questa scuola, però, andranno a studiare Scienze Giuridiche della Sicurezza i nostri giovani carabinieri, che non hanno alcuna colpa né coinvolgimento nella storiaccia in questione e che secondo Stella non dovrebbero studiare in un posto reso bello, perché troppo è già stato speso per quel palazzo. Quei soldi, infatti, se proprio si devono destinare all’Arma, si potrebbero usare secondo Stella per pagare un po’ meglio i carabinieri che – come la maggior parte dei dipendenti pubblici – hanno stipendi che sfiorano il ridicolo rispetto al valore del loro contributo al benessere del Paese.

Se è vero che la corruzione va combattuta in Italia (ma, come è noto e come questo blog ha spesso ripetuto, ben più di questa dovremmo lottare ed investire per migliorare le competenze delle nostre stazioni appaltanti, la cui carenza è la vera fonte dello spreco di spesa pubblica), che gli stipendi dei carabinieri vanno alzati e che i fondi per la nostra cultura vanno stanziati invece che tagliati, è altrettanto vero che abbellire un luogo pubblico con opere d’arte non è uno spreco: è un’opportunità, anzi un investimento. Che darà quindi i suoi frutti. Lavorare e studiare in un luogo bello, dice la letteratura economica, aumenta la produttività: niente di più triste che spendere una vita in un luogo sciatto o non curato. Ma al di là di argomenti di efficienza, genera spesso orgoglio e senso di appartenenza nei confronti della propria istituzione, contribuendo ad una vita di soddisfazioni.

Quelle opere d’arte rimarranno lì, per i giovani carabinieri e per il nostro patrimonio culturale per sempre. Sono davvero così tanti 671.000 euro? Una cosa che dobbiamo augurarci e su cui bisogna attentamente vigilare è che i concorsi siano vinti da artisti davvero bravi. A tal fine, ancor più della probità delle nostre stazioni appaltanti, mi concentrerei – lo ripeto – a verificarne la loro competenza, visti i pochi soldi che spendiamo in Italia per accrescere la loro professionalità.

L’altra cosa che dobbiamo augurarci è che cessino per sempre di operare in questo Paese quei professionisti dell’anticorruzione che sistematicamente decidono di non vedere il bello nelle cose pubbliche e che così facendo disonorano lo sforzo quotidiano di tantissimi giovani e anziani, uomini e donne, che nel pubblico lavorano. Se questo Paese non riesce più a trovare il coraggio di investire su strade, scuole, università, territorio, cultura, protezione, difesa, giustizia, diplomazia, contribuendo al proprio affossamento, lo dobbiamo anche a questi professionisti dell’anticorruzione, che hanno tolto il coraggio alla nostra Pubblica Amministrazione di pensare, in maniera responsabile, in grande per questa e per le prossime generazioni.

Il 28% in meno in termini reali degli investimenti pubblici dal 2010 al 2015 è frutto infatti anche di questo braccino del tennista, di questa paura che ci attanaglia che ci fa credere che qualsiasi cosa faccia il pubblico sia per forza corrotto. Rileggiamo il mito di Gige, nella Repubblica di Platone, e quello che Socrate ci insegna: qualche mela marcia non può intaccare il lavoro col sudore della fronte della maggioranza. Non possiamo smettere di costruire un mondo attorno a noi più bello e dignitoso solo perché qualcuno non sa fare altre battaglie se non quelle che gli fanno più comodo.

Grazie a Paperone.

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Moneta e bandiera: il se e quando degli Stati Uniti d’Europa

L’Europa di Maastricht, pur con tutte le sue contraddizioni e esitazioni, è stata pensata dai suoi ideatori e realizzatori come un’alternativa alla globalizzazione selvaggia, che si predica e si pratica da oltre Atlantico, così come la predicò e la praticò l’Inghilterra dal 1820 al 1890. […] Un edificio, anche se non esteticamente eccelso […] eretto per difendere la ragionevolezza del sistema socio-politico europeo. […] Di unità monetaria, infatti, c’è assoluto bisogno perché non inizi e progredisca a velocità crescente l’opera di demolizione dell’unione doganale ed economica raggiunta in Europa con quarant’anni di sforzi”.

Marcello De Cecco, L’oro d’Europa, Donzelli, Roma 1999, p. 27.

Citazione estratta da “Marcello De Cecco 1939 – 2016” di Paolo Paesani.

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Questo blog ha sempre difeso l’importanza dell’euro come collante per i paesi dell’Unione europea per procedere verso quegli Stati Uniti Europei che, se e quando si affermeranno, ci permetteranno di partecipare al tavolo delle decisioni globali con i nostri valori, unici, e non essere sul menù, come avverrebbe in caso contrario.

“Se e quando”. Sul “se” ho avuto modo di esprimere in questi 5 anni su questo blog una crescente disillusione al riguardo, a causa delle scellerate politiche di austerità che, in una crisi così grave e asimmetrica come questa, che colpisce violentemente alcuni stati membri e non altri, rappresentano l’opposto di quanto andrebbe fatto, con un esercizio di solidarietà verso quei paesi che soffrono maggiormente.

L’austerità e non l’euro come colpevole. L’euro è un collante, ho detto. Niente di più, niente di meno. Si può mettere tutta la colla che volete ma se la superfice non è porosa, non attacca nulla. Quando però trova la superficie adatta incolla benissimo. Date all’euro la fine dell’austerità e vedrete che la colla funzionerà. Lasciatelo preda dell’austerità e contate i giorni per le fine del progetto di unione. Su questo tornerò alla fine del post.

Poi c’è il “quando”. E’ un po’ di tempo che non scrivo sul quando si affermeranno gli Stati Uniti Europei. Vi torno, sollecitato dalla scoperta di uno stimolante saggio di Hugh Rockoff della Rutgers University intitolato “How Long Did it Take the United States to Become an Optimal Currency Area?”, ovvero “Quanto ci hanno messo gli Stati Uniti a divenire una Area Valutaria Ottimale”?

http://www.nber.org/papers/h0124

Che si pone una domanda chiave: guardando alla storia degli Stati Uniti dalla loro nascita politica – fine del XVIII secolo – a quanto ammontano i costi che gli stati degli Stati Uniti hanno dovuto sopportare per aver adottato una moneta ed una politica monetaria comune?

E la risposta è chiarissima: costi decisamente significativi. Tanto da far dubitare della convenienza economica di questa scelta.

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Una premessa. Prima della Rivoluzione ogni colonia degli Stati Uniti aveva valute diverse: la sterlina inglese e il peso spagnolo erano accettati pressoché ovunque, ma le singole colonie cercarono di stampare anche la loro moneta legale per sostenere le loro entrate fiscali o a supporto dei debitori locali. Con la promulgazione della Costituzione si proibì ai singoli stati di emettere valuta e venne dato al Congresso il diritto esclusivo di coniare moneta, stabilendo di fatto una unione monetaria tra i diversi stati.

Perché si decise in questa direzione? L’esperienza dei primi anni dopo la Rivoluzione mostrava come l’esistenza di autonomia monetaria dei singoli stati avrebbe messo a repentaglio la stabilità politica (da ora in poi mie le traduzioni dall’inglese): “la rapida deflazione dopo la Rivoluzione aveva lasciato i contadini con debiti pesanti. In quegli stati in cui predominava l’agricoltura, crebbero con insistenza le domande per moratorie sui debiti e sulle imposte. Gli Stati cercarono di fronteggiare il problema in vari modi. Alcuni, come il Massachusetts, seguirono una politica dura contro quei contadini che si rifiutavano di pagare. In molti di questi stati i contadini presero le armi. La più seria di queste crisi eruppe con violenza proprio nel Massachusetts dove la Rivolta di Shay fu repressa nel 1787. Altri stati, come il Rhode Island, tentarono di aiutare i contadini emettendo moneta legale, insistendo affinché i creditori l’accettassero, anche se erano residenti di altri stati. Mentre politiche di questo tipo pacificarono i contadini dell’ovest, aumentarono le tensioni tra stati.” Instabilità politica, dunque. Da qui l’inserimento nella Costituzione di un solo emittente monetario per tutti: una condizione necessaria, quella della moneta unica, per raggiungere la desiderata unione politica. Ma non sufficiente.

Le cose non furono infatti tutto rose e fiori, anzi. Il parallelo con la storia sofferta di questi primi anni dell’euro, a rileggerli, è straordinario: “Lungo l’arco (almeno) dei suoi primi 150 anni di unione monetaria, gli Stati Uniti sono stati sconvolti ripetutamente da gravi dispute tra stati o regioni sulla politica monetaria e le sue istituzioni. In più di un’occasione tali dispute contribuirono a creare incertezza sul futuro delle politiche e delle istituzioni che, a sua volta, esacerbò i disturbi economici e contribuì agli errori nella politica monetaria nazionale. Queste dispute regionali sulla politica monetaria nacquero a causa di divergenze reali negli interessi tra stati o regioni: quella che poteva essere una buona politica monetaria dal punto di vista di uno stato o di una regione era a volte la politica sbagliata dal punto di vista di altri. Le dispute più aspre avvennero allorquando relazioni monetarie avverse si svilupparono in uno stato/regione che già soffriva di uno shock reale. Un declino nella domanda di prodotti agricoli, ad esempio, deprimeva i redditi, portando a sua volta a una serie di crisi bancarie e corse ai depositi, e ad un declino statale/regionale nell’offerta di moneta, che rafforzava l’effetto dello shock iniziale. Riassumendo, uno storico economico che sia alla ricerca di prove del costo di cedere la propria sovranità monetaria può trovarne in abbondanza nella storia monetaria degli Stati Uniti”.

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Dopo aver documentato un numero notevole di casi di questo tipo nel XIX secolo statunitense, Rockoff si chiede se l’unione monetaria tra questi stati debba essere ritenuta ottimale. Per avere vantaggi da una moneta in comune gli stati unitisi avrebbero dovuto essere: relativamente “piccoli”, non specializzati nella produzione di certi beni e non soggetti a shock asimmetrici, con ampia mobilità del lavoro e del capitale con gli altri stati e con la possibilità di ricevere trasferimenti fiscali da altri stati.

Ma, argomenta lo storico, gli stati USA erano tutto il contrario: erano economie piccole, soggette a shock regionali specifici, in cui quanto a “mobilità del lavoro il Sud fu un mondo a parte fino alla seconda guerra mondiale” e, soprattutto, per le quali nel XIX secolo il governo federale di Washington era “semplicemente troppo piccolo come quota di PIL per compensare shock regionali tramite trasferimenti fiscali”. Vi ricorda qualcosa? Già, gli stati dell’Europa dell’euro in cui a Bruxelles mancano le risorse di bilancio per aiutare i singoli stati in difficoltà.

E’ solo nel 1930 – con l’introduzione di politiche di solidarietà verso gli stati più in difficoltà, ideate da Franklin Delano Roosevelt tramite trasferimenti fiscali dagli stati ricchi a quelli più poveri – che nascono gli Stati veramente Uniti d’America e il dollaro può dirsi un collante di successo economico. Ma anche allora, 150 anni dopo la nascita dell’Unione, qualcuno ebbe modo di rimpiangere l’assenza di autonomia monetaria: “certe regioni degli Stati Uniti esibirono chiaramente molti dei segni che posseggono i candidati ideali per monete separate, almeno fino agli anni Trenta …la soluzione ottimale, fosse stata fattibile politicamente, avrebbe potuto essere quella di monete separate tra Est, Ovest, Sud and la Costa del Pacifico”. In realtà, anche nella crisi degli anni 30, una banca centrale autonoma della grande regione del Midwest avrebbe fatto meglio per se stessa, sotto la pressione degli interessi locali, con una politica ancor più inflazionistica di quella che fece la Fed nell’epoca di Roosevelt: svalutando la mai nata moneta locale avrebbe aiutato maggiormente il suo settore manifatturiero, “il più colpito di tutta la Nazione”; “riassumendo, l’unione monetaria, che in tempi stabili era una fonte di forza per gli Stati Uniti, appare essere stato un peso negli anni Trenta”.

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Fate le vostre analogie con la nostra crisi europea di questi anni: sono analisi che ci portano ad essere a favore del ritorno alla liretta? Mica così semplice. Continua Rockoff, guardando agli Usa, malgrado i costi della valuta unica, affermando: “ovviamente valute separate erano escluse da considerazioni politiche. Una valuta è il simbolo della sovranità, come la bandiera, ed è difficile immaginare un qualsiasi Paese che scelga deliberatamente di adottare valute diverse”.

Un “ovviamente” che vale meno per un’Europa dell’euro che ancora non sa qual è il valore della sua bandiera a stelle gialle. E l’Europa non è ancora un “Paese”; noi non siamo l’America degli anni trenta, con alle spalle quei 150 anni di lento ma continuo convivere insieme degli stati.

Il paragone che noi dobbiamo fare non è con l’unione del dollaro odierna ma con l’unione monetaria di quegli Stati Uniti del XIX secolo, appena nata, con stati diversissimi tra loro, in cui l’ambizione politica di unirsi si scontrava con i costi economici dello stare insieme per l’incapacità ancora di esercitare solidarietà reciproca.

E che lezioni trae il nostro autore da tutto ciò per l’Europa? Correva, al momento della scrittura del suo saggio, il 2000. Un anno in cui l’unione monetaria europea non aveva ancora messo a nudo le debolezze che ora è facile riconoscere. Quindi è ancor più interessante analizzare le sue conclusioni, non indebolite da quel “senno di poi” tipico di tanti analisti che diventano saggi dopo il fatto.

Per un paese che sta valutando se entrare a far parte di una unione monetaria la lezione è che l’argomento superficiale, che siccome gli Stati Uniti hanno avuto una unione monetaria allora le unioni monetarie sono una cosa buona, non regge ad uno scrutinio più accurato. Bisogna pensarci un po’ di più. Per paesi invece già convintamente parte di una unione monetaria, la lezione è che è estremamente importante adottare quelle istituzioni che gli Stati Uniti hanno adottato negli anni Trenta – un sistema di trasferimenti interstatali e qualche forma di assicurazione dei depositi… – così che shock asimmetrici reali non vengano aggravati da crisi bancarie.”

Certamente, tutto vero, ma quanto tempo ci misero gli Stati Uniti a convincersi a fare le politiche giuste per tutti loro? “Quanto ci misero gli Stati Uniti d’America a diventare un’area valutaria ottimale? Una stima ragionevole minima è di 150 anni! Sperabilmente non ci vorrà così tanto per l’Unione Monetaria Europea”.

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Ma forse sì. E dobbiamo essere pronti a imparare, da questa ottima analisi, due cose. Primo, che se le vogliamo capire e prevederne il destino, dobbiamo accettare l’evidenza che le unioni monetarie seguono logiche diverse da quelle che gli vogliono affibbiare gli economisti con il loro limitato concetto di efficienza, sviluppandosi esse attorno a progetti ben più complessi politicamente, come acutamente faceva notare il compianto maestro Marcello De Cecco nella citazione all’inizio di questo post. Secondo, visto che prima che si creino le istituzioni giuste per sostenere una unione monetaria ottimale che non generi danni economici ci vuole tanto tempo, se veramente si intende sperare che il progetto politico dell’euro resista e non si sfaldi prima o che magari lo si “salvi” con una drammatica guerra civile interna all’Europa, bisogna fare dei realistici ma continui passi in avanti.

I lettori di questo blog sanno bene che non crediamo nella possibilità di vedere nei prossimi trent’anni nascere trasferimenti fiscali diretti tra tedeschi e greci o italiani. Come per l’America del XIX secolo, non vi sono le basi culturali per permetterlo, ancora troppo diversi i cittadini di ogni Stato europeo e troppo eterogenei i loro interessi economici.

E allora dobbiamo trovare degli elementi di minore ambizione che permettano di guadagnare tempo, dando al collante culturale il tempo di agire. L’abolizione del Fiscal Compact, una politica fiscale ancora decentrata a livello di stati nazione ma più espansiva di quella odierna è quello che può servire: più modesto del progetto di Roosevelt, ma destinato con maggiore probabilità a non fallire. Per un Roosevelt europeo, c’è tempo, speriamo meno di 150 anni.

Muoviamoci dunque in questa direzione, contro l’austerità, gettando le basi di una vera costruzione comune europea. Così che un giorno i figli dei figli dei nostri figli possano vivere in un mondo sì iper-globalizzato ma dove i valori dell’Europa siano rappresentati con forza e autorità, e non dominati da una concezione culturale a noi estranea – selvaggia, come direbbe De Cecco – che soffoca le nostre aspirazioni.

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Il Paese piatto ed il Governo suicida

E’ straordinario il titolone di prima di Repubblica di oggi: “il PIL fermo costa 6,5 miliardi… più lontani i tagli di Irpef e cuneo”. L’avessero scritto invece così, il “il deficit zero costa XX miliardi … più lontana la ripresa del PIL”, avrebbero perlomeno fatto capire agli ignari lettori del perché il loro Paese non cresce. Diseducativo.

In uno spirito simile, ma più istruttivo, va letto questo pezzo del Sole 24 Ore di ieri che così commenta la logica della Legge di Stabilità che il Governo si appresta a varare in autunno: “una parte della nuova legge di bilancio, grazie all’incremento del target del deficit nominale del 2017 dall’1,1% all’1,8% servirà a disinnescare le clausole di salvaguardia pronte a scattare dal prossimo anno (aumento di Iva e accise per 15,1 miliardi). Con la frenata del PIL che ridimensiona nei dintorni dell’1% (rispetto al precedente 1,4%) anche la stima di crescita del prossimo anno, andrà rivisto di conseguenza il target del deficit. Non più l’1,8% ma un valore che oscillerà tra il 2 ed il 2,2%. Difficile spuntare di più perché comunque un segnale di riduzione rispetto al 2,3-2,4% atteso quest’anno occorrerà comunque darlo. Ecco allora che essendo preclusa la strada di un’ulteriore incremento del deficit, il finanziamento delle misure per la crescita in agenda per la prossima manovra di bilancio dovrà poter contare su risorse provenienti sia dai tagli della spesa corrente primaria, sia da aumenti di entrate… Incrementi del gettito da non utilizzare per coprire aumenti di spesa, ma a beneficio dei conti pubblici…”.

Ricapitoliamo: il Governo ci dirà a ottobre che ha lottato contro l’austerità portando il deficit dall’1,1% che gli chiedeva per il 2017 l’Europa al 2% o 2,2%, ma anche che per il 2017 dovrà diminuire le spese ed aumentare le imposte, cioè fare manovre austere e restrittive per l’economia. Come si spiega questa contraddizione?

Semplice: come afferma lo stesso articolista del Sole, in realtà l’unica cosa che realmente farà questo Governo sarà di portare il deficit su PIL (sempre che l’Europa non chieda di più) dal 2,3-2,4 di quest’anno al 2-2,2% del 2017.

L’economia italiana non avrà dunque nessun supporto, in una fase di crescita zero, dal bilancio pubblico. Anzi, ogni imprenditore si dovrà aspettare per l’anno prossimo meno appalti pubblici e più tasse. E ovviamente anche per il 2018, per il 2019 e per il 2020 come scriverà la Nota di Aggiornamento al DEF che Padoan sta stilando per il nostro ritorno dalle vacanze.

Già, gli imprenditori. E’ istruttivo leggere anche le opinioni di chi li rappresenta per comprendere pienamente lo stato di confusione mentale che regna sovrano, non solo nelle redazioni dei giornali delle élite, sul significato delle politiche economiche italiane in questa Europa.

A pagina 3 di Repubblica trovate dunque l’intervista al vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche industriali, Pedrollo. Il titolo mi incuriosisce, appare rivoluzionario rispetto alle politiche renziane e europee: “obbligatorio sforare il deficit”. Oddio, addirittura sopra il 3%? Che forse si sia capito cosa va fatto per sollevare il Paese Piatto?

http://www.repubblica.it/economia/2016/08/14/news/pedrollo_su_crescita_zero-145956788/?ref=HREC1-14

Leggo avidamente: “credo che a questo punto per il governo sforare il rapporto dell’1,8% sia una via obbligata, per ritrovare la forza di convincere l’Europa che siamo sulla strada giusta anche se il rapporto tra disavanzo e prodotto si allarga al 2,3-2,4%”.

Sono basito. Qual è dunque lo sforamento di cui si parla? Ma ovvio, richiedere – come sottolinea anche il Sole 24 ore – che il deficit del 2016 (2,3-2,4% del PIL) sia sì ridotto, nel 2017, ma non all’1,8%, ma meno, tipo al 2-2,2%.

Cioè Confindustria richiede un coraggioso sforamento chiedendo … una riduzione del deficit pubblico per il 2017. Ma non esagerata. E questo è l’epocale segnale che rivoluzionerà le aspettative degli operatori obbligandoli ad investire?

Pedrollo non si capacita che gli imprenditori, i suoi associati, continuino a non investire: “certamente alcuni imprenditori non hanno saputo buttare il cuore oltre all’ostacolo, e presi dalla paura e dal timore di questa fase hanno ridotto o bloccato gli investimenti in azienda.” Ma guarda un po’. E chissà perché questi imprenditori sono presi dalla paura e dal timore: forse perché l’Europa e Renzi, al massimo del loro coraggio, l’unica cosa che gli sanno dire con PIL piatto è “tranquilli, le tasse le aumentiamo, ma poco” oppure “tranquilli, gli appalti per voi li diminuiamo, ma poco”?

Pedrollo chiama a raccolta e, non chiede più domanda pubblica per ridare vitalità all’economia, ma si aggrappa a iperammortamenti e crediti di imposta per progetti di digitalizzazione. Non è chiaro con quali soldi, visto che Renzi -Pedrollo devono trovarne già alcuni per ridurre il deficit a bocce ferme; ma, al di là di questo, come fa a pensare che questi suoi associati “presi dalla paura e dal timore” facciano investimenti in digitalizzazione e altro senza avere la garanzia che queste spese, seppure tassate di meno, diano dei ritorni? Come non capire che il binomio per far passare questa paura è più investimenti pubblici e più deficit?

E’ incredibile come i nostri governanti in Europa ed in Italia, assieme ai giornali delle élite e ai suoi rappresentanti, vivano ormai in un mondo dove si finge di aver perso anche il concetto anche minimo di cosa sia la politica economica e quali siano i suoi effetti. Facendo finta di stupirsi da anni del perché il PIL è piatto.

Ma questa finzione nasconde sempre meno un fatto evidente: questo governo è suicida. Avrebbe sì due alternative a disposizione, per cercare di sopravvivere: rifiutarsi di aderire al Fiscal Compact rimanendo nell’euro (e sostenendo, come raccomandava ad esempio il Nobel Sims, di dichiarare che il deficit sarebbe rimasto al 3% di PIL fino a quando l’economia italiana non avrebbe ripreso un cammino sostenuto di crescita) oppure uscire dall’euro.

Chi vi scrive sostiene da tempo che la prima alternativa domina (nel senso più strategico del termine) la seconda. Ovvero, che in qualsiasi situazione di dominio politico-ideologico ci si potrà trovare in futuro – una dove trionfino gli interessi del capitale, ed una dove trionfino gli interessi dei lavoratori – stiamo sempre meglio nell’euro.

Ma al di là di ciò, una cosa è certa: questo Governo che con le sue politiche rappresenta una quota sempre più piccola del Paese sta segnando la sua rapida fine. Il Paese sarà piatto economicamente, ma politicamente dà segni di vitalità. Cosa ci sarà dopo di esso non potrà a quel punto che fare meglio di questo scempio, dovuto (si badi bene) non a miopia ma a una scandalosa e precisa volontà in cui prevale la mancanza del senso etico della solidarietà. E quando avviene ciò, il filo tirato troppo si spezza e si va a casa.

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La morte delle élite liberali o del Fiscal Compact?

Il mio pezzo di oggi su Formiche.

Viviamo in tempi interessanti. Che Fukuyama si sbagliasse, che la Storia non fosse finita, lo sappiamo da tempo. Forse che bussasse nuovamente e così presto alle porte della nostra Europa, facendone saltare in pochi mesi i confini effettivi ad Occidente ed Oriente con l’uscita di scena di Regno Unito e Turchia, ci pare ancora irreale ed irrazionale. Ma invece è reale, è avvenuto. E, come ci ricorda Polito nel suo bel pezzo sul Corriere di ieri, ciò che è reale è razionale.

http://www.corriere.it/opinioni/16_luglio_25/sbagliato-sottovalutare-de2fc384-51cf-11e6-a1bb-4fa8da21b0a1.shtml

Viviamo tuttavia anche tempi angoscianti. Perché la Storia si ripete. Basterà (ri)leggersi l’Uomo Senza Qualità di Musil che dipinge un’Europa del primo 900 (chiamata Cacania) “incapace di andare d’accordo con se stessa” o le Conseguenze Economiche della pace di Keynes che si dispera della “stoltezza politica dei nostri statisti” del primo dopoguerra, per ritrovare in quegli anni lo stesso clima che avrebbe condotto poco dopo ad una crisi economica piena di pessimismo imperante che così tanto assomiglia a quella odierna da cui non riusciamo a districarci. Che la Storia si ripeta dovrebbe essere rassicurante: avremmo a disposizione l’esempio degli errori passati per non ripeterli. Eppure, siccome abbiamo dimenticato, da rassicurante questa sensazione di ripetizione si tramuta in angosciante, perché sappiamo bene, almeno questo lo ricordiamo, dove finirono gli anni Trenta nati con una crisi economica. Lo stesso Polito non riesce a non ricordare che siamo già allo “stato d’emergenza” in Francia.

Polito invita (implora?) le élite liberali a comprendere la posta in palio, solleticando non il loro senso etico della solidarietà verso chi soffre ma ricordando che i loro interessi particolari sono a rischio di “sconfitta” se non “prendono sul serio i loro nemici” interni, il cosiddetto “popolo”. Potrà sembrare cinico, e lo è, ma è necessario: sono anni che la richiesta di maggiore solidarietà in tempo di crisi verso le classi sociali più in difficoltà viene delusa e anzi respinta con crescente disinteresse. Tanto vale fare appello agli interessi più bassi dell’attuale classe dirigente per farle elaborare una strategia “per curare le ferite” di chi soffre. Farle capire che l’onda della rivoluzione non pacifica è vicina più di quanto non si creda e che val la pena rinunciare a qualcosa pur di sopravvivere.

Ma quale strategia? L’opinionista del Corriere sostiene che il tema non sia la disuguaglianza e che “scambieremmo tutti volentieri dieci anni di crescita sostenuta dei nostri redditi con un po’ di più di disuguaglianza”.  Gli direi che la sua frase è vera ma un po’ meno di questa qui: “vorremmo tutti volentieri dieci anni di crescita dei nostri redditi con un po’ meno di disuguaglianza”, visto che quest’ultima è cresciuta proprio in questi anni di crisi insieme alla stagnazione dei redditi.

Polito ci lascia però sul più bello con l’acquolina in bocca: quale sarebbe questa strategia che le attuali élite liberali dovrebbero mettere in atto per salvare il paese, così da salvare anche se stesse, generando quella crescita sostenuta così effettivamente essenziale? Non è dato sapere. Strano: un pudore incoerente con la sua lucida analisi. Tanto più che egli debutta ricordando (onestamente e subito) che la classe giornalistica appartiene di diritto alle élite liberali di Occidente che devono definire ed attuare questo piano strategico di crescita. Che delusione vedere che lui per primo si astiene dal farlo!

Sarebbe importante che proprio dal Corriere partisse l’ammissione che questa Strategia esiste, da tempo. E’ già stata elaborata, più di due anni fa, da una ventina di persone di varia estrazione – di centro, di destra e di sinistra – per abolire con un referendum quella idiotica Costituzione Fiscale chiamata Fiscal Compact approvata nel 2011 che ha impedito all’Italia e all’Europa di far ripartire l’economia abbattendo al contempo le disuguaglianze, come fece Obama appena arrivato alla guida del suo Paese, con una massiccia iniezione di domanda pubblica che ha rimpiazzato quella privata congelata come negli anni Trenta dal pessimismo pervasivo.

Scendemmo con un qualche coraggio in piazza, raccogliemmo “solo” 350.000 firme, nel silenzio generale dei media controllati dalla stampa delle élite liberali, assolutamente convinte che l’austerità ci avrebbe salvati, e con la totale opposizione del Governo Renzi che appena arrivato a Palazzo Chigi aveva tuonato a parole contro l’Europa austera, al contempo sottoscrivendo documenti di economia e finanza coerenti con il Fiscal Compact, capaci solo di perpetuare pessimismo e stagnazione.

Non è più tempo, care élite liberali, di nascondervi dietro riforme e austerità. Se veramente volete salvare voi stesse, fateci un favore: ammettete che è improrogabile fare investimenti pubblici e dare occupazione a manovali e restauratori, spendere in stipendi per maestri, giovani, ricercatori, poliziotti, aggiudicare gare alle piccole imprese piuttosto che alle grandi multinazionali.

Ecco il Piano strategico che ci aspettiamo da voi. Non c’è più bisogno di un referendum, basta ritirare la firma sul Fiscal Compact. Una exit? No un’uscita di sicurezza. Il resto è solo sterile compiacimento di una élite destinata a uscire di scena. 

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Abolire il Fiscal Compact per combattere la paura

Gli effetti macroeconomici del terrore ci sono, malgrado la probabilità oggettiva che avvenga qualcosa nelle nostre vite sia molto minore di quella soggettiva. Dati e studi ce ne sono, anche di più di quanto non sospettassi.

Toccano il turismo (non locale), in particolare, ma anche tutte quelle attività della nostra vita che non riteniamo indispensabili. I media (ed i loro titoloni cubitali) poi giocano un ruolo significativo nell’influenzare al ribasso la reazione di consumi, risparmi, investimenti e dunque di produzione ed occupazione.

E’ ovvio che dato questo scenario l’impatto finale sui nostri tenori di vita dipenda da come si pone la domanda pubblica rispetto a questo ritrarsi della domanda privata.

Non parlo solo della politica della difesa e della sicurezza che senza dubbio in Europa, sia a livello simbolico, sia a livello di efficacia, sia a livello di impatto occupazionale, può giocare un ruolo.

Parlo di investimenti pubblici in generale, che stabilizzano il reddito dei cittadini quando questi ultimi incartano l’economia nazionale con il loro braccino del tennista, pauroso e pessimista, non consumando e non investendo.

C’è bisogno ora più che mai di abolire il Fiscal Compact e spendere pubblicamente. Spendere nelle scuole, nelle università, nei giovani, nelle infrastrutture fisiche e nella conoscenza pubblica dei dati (non lasciandola in mano a Google), nelle strutture per l’accoglienza e il controllo dell’immigrazione, nella gestione dei rischi naturali e finanziari, nella protezione e valorizzazione non solo del patrimonio artistico ma della cultura in generale. Tutto quello che abbiamo smesso di fare da almeno un decennio.

Quando l’economia italiana ed europea avevano appena cominciato a riprendersi dalla prima recessione, nel 2010, ecco che nel 2011 ci siamo inventati il Fiscal Compact e la nostra economia è crollata all’indietro in una devastante seconda recessione. Ci manca solo che anche questa minuscola e insufficiente ripresina sia uccisa per la seconda volta dall’idiozia del terrorismo. Aboliamo il Fiscal Compact ora per combattere la paura e ridare forza e fiducia al nostro Paese.

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La Turchia ed il muro dei quaquaraquà europei

Perché è nato Erdogan?

Rileggendo la sua recente affermazione, “per 53 anni abbiamo bussato alla porte dell’Unione europea e ci hanno lasciato fuori, mentre altri entravano” mi è tornata alla mente la mia lettera al Corriere del 2004, al Dott. Mieli, che così recitava:

Caro Mieli, leggo sulla sua rubrica lettere scettiche sull’allargamento alla Turchia dell’Unione Europea. Grecia, Portogallo e Spagna, quando uscite da un periodo buio quanto al rispetto delle norme democratiche, furono accettate nella Comunità Europea – pur con redditi nazionali relativamente modesti – sulla base del ragionamento «vi aiuteremo a crescere». Alla Turchia, anch’essa uscita da un periodo oscuro, opponiamo invece il «crescete ancora, diventate più democratici e vi accetteremo». Un trattamento alquanto diseguale nonché sospetto. Ma soprattutto un trattamento così miope da lasciare stupefatti.

Forse solo chi ha viaggiato in quel magnifico Paese e conosciuto i suoi straordinari abitanti può capire la portata per il mondo occidentale di questa occasione, forse irripetibile: utilizzare la Turchia come chiave di volta per una pacificazione duratura con il mondo islamico. (Gustavo Piga – Università di Roma Tor Vergata)

Conoscevo la Turchia dal 1999, avendoci lavorato come consulente. Nel 1999 il Paese era pronto ad entrare, entusiasta, nell’UE. Già nel 2004 il mio disagio cresceva per i troppi NO inspiegabili per la popolazione turca: la porta andava chiudendosi.

Oggi l’ultimo spiraglio si è chiuso e con esso è svanita la luce della speranza. Abbiamo perso per sempre la Turchia e poco vale consolarci con le barbarie e le violazioni dei diritti umani a cui assistiamo per dire “abbiamo fatto bene a non ammetterli”. No, sbagliammo allora e i responsabili di quell’errore – quaquaraquà della politica europea – sono ormai spariti, inghiottiti da note a pié di pagina dei libri di storia.

Quello che questi 20 anni con la Turchia ci insegnano è che il nostro destino è nelle nostre mani e che una serie di impercettibili errori – da parte di una leadership che ha eretto muri invece che ponti – ha conseguenze infinitamente più drammatiche e permanenti di quanto non riusciremmo mai a sospettare.

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L’emorragia dei giovani non si arresta

Ecco l’evoluzione dal dopoguerra della percentuale di studenti diplomati presso la scuola superiore che accedono al primo anno di università.

Me li ricordo quegli anni verdi della mia università, quando in tanti, tantissimi, ci spingevamo la mattina presto ai cancelli per entrare per primi ed apprendere. Tra il 1982 ed il 1995 l’accesso dei maturati all’università sale dal 48,5% a 76%: oh sì se ci credevamo nell’università italiana e nel suo miracolo!

Certo potremmo notare (cerchio blu) che nell’immediato dopoguerra quel numero era ancora più alto, superando quota 80%: vero, ma molti meno erano i diplomati. Quei pochi che terminavano la scuola in quegli anni sicuramente sarebbero finiti sui banchi universitari, figli delle élites abbienti.

Ma guardate all’oggi: al crollo (cerchio rosso) della percentuale dal 2000 al 55,7% odierno (vedi anche mini riquadro). I giovani diplomati non credono più nell’università italiani e vi si iscrivono sempre meno. Per la prima volta dall’unità d’Italia (quasi 160 anni!) il numero d’iscritti è in calo. No, non è come negli anni 50 (cerchio viola) quando il calo drammatico della percentuale fu dovuto al crescente numero di diplomati, non al crollo degli iscritti universitari come oggi.

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Queste statistiche drammatiche hanno una loro spiegazione, ovviamente. Una università che non si raccorda col mondo del lavoro e dell’impresa e viceversa (il tasso di occupazione dei laureati italiani ad 1 anno dalla laurea è di poco più del 40% contro il 75% dei paesi OCSE). Una università esausta senza risorse, uccisa da anni di austerità (dal 2004 ad oggi, docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%), il fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) che diminuisce, in termini reali, del 22,5%). Una rivoluzione organizzativa che non si materializza mai all’interno dei nostri Atenei.

Questo Governo non è diverso dagli altri, nella sua politica indifferente all’emorragia di giovani in fuga, via dalle nostre università verso quelle del resto del mondo. Si può arrestare questa emorragia? Certo, ma ci vuole la volontà politica di farlo, ci vogliono le risorse per farcela, ci vuole la competenza per non sbagliare. Il nostro destino è sempre nelle nostre mani.

Grazie a Francesca Sica per le sue elaborazioni e analisi, a breve pubblicate sulla Rivista di Politica Economica.