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Piccolo è vomitevole? Solo in Italia

La figura 7.9 evidenzia, inoltre, come nello stesso quinquennio 2013-2017, l’importo medio dei lotti per tipologia di contratto veda una crescita rilevante dell’importo medio per le forniture che aumenta, rispetto al 2013, del 101% e, rispetto al precedente anno, del 33,4%. Analogamente per l’importo medio dei servizi, che registra un aumento del 52,3% rispetto al 2013 e del 12,6% rispetto all’anno precedente. Tali dati sono sostanzialmente coerenti con le evidenze degli ultimi anni nei quali il numero delle procedure di affidamento che, ad eccezione dell’anno precedente, è sostanzialmente invariato nel quinquennio in esame, è associato ad un maggior importo a base di gara, per effetto soprattutto di appalti banditi da soggetti aggregatori/centrali di committenza o da stazioni appaltanti di grandi dimensioni.“  (p. 132, relazione annuale 2017 dell’ANAC).

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Sono straordinariamente penose le parole che uno è costretto a leggere nella relazione annuale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione di quest’anno a riguardo della dimensione media delle gare d’appalto in questi ultimi anni in Italia.

A causa della tremenda e a questo punto colpevole pervicacia della politica a mettersi nelle mani (e chissà cos’altro) delle grandi imprese, ha criminalmente adottato il modello di politica industriale volto a escludere le piccole imprese dalla domanda pubblica aumentando – ricorrendo alla famosa centralizzazione – il valore delle gare a tal punto da rendere impossibile qualsiasi loro partecipazione.

Non si sentirebbe Cantone di chiedere alle autorità giudiziarie, a questo punto, di indagare se esistono dei legami tra politica, grandi stazioni appaltanti e grandi imprese volti a spartirsi la vincita della maggior parte delle gare pubbliche?

Quale altra spiegazione può ormai esserci? Quale è il motivo per cui negli Stati Uniti si vieta l’aggregazione delle gare in nome della concorrenza, per favorire la crescita delle PMI e del tessuto competitivo del Paese, e in Italia all’opposto si scoraggia in tutti i modi alle piccole stazioni appaltanti di fare bandi sul territorio? Per quale motivo l’Italia risulta sempre ultima nell’Unione europea quanto a attivismo nelle gare pubbliche a favore delle PMI secondo quanto previsto e raccomandato dallo Small Business Act europeo? Per quale motivo ogni singolo Governo che si è succeduto in questi ultimi anni si è rifiutato di adempiere all’obbligo di portare alle Camere entro il 30 giugno il disegno di legge annuale per le PMI?

Perché piccolo è vomitevole solo in Italia, quando è bello altrove?

Non resta a questo punto che una risposta. Sarebbe bene che qualche giudice penale aprisse un ampio fascicolo per individuare e condannare i colpevoli per corruzione sistemica.

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3% ed euro: la sola ricetta vincente

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 ore.

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“La posizione del governo è netta e unanime. Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro.” Erano necessarie, attese e fondamentali le parole pronunciate dal Ministro dell’Economia Tria al riguardo della posizione della coalizione giallo-verde sulla permanenza nell’area valutaria comune.

Vedremo ora cosa avverrà allo spread. Se questo non muterà, attestandosi al nuovo livello strutturale superiore ai 200 punti base non è assolutamente detto che l’intervento del Ministro non sia stato fondamentale: in assenza di esso avremo facilmente potuto toccare nei giorni a venire una quota stabilmente sopra i 300. Rimane tuttavia il problema di come far entrare lo spread sotto quota 100 e quindi di quali siano a tal fine non solo le condizioni necessarie, ben affrontate da Tria, ma anche quelle sufficienti.

Non vi è dubbio che parte dell’incertezza dei mercati che si riflette sui nostri tassi sia dovuta alle domande che si pongono gli operatori sullo sforamento del deficit pubblico, potenzialmente molto ampio se vi includiamo tutte le proposte finora messe in agenda tra flat tax, investimenti pubblici, clausole di salvaguardia dell’Iva eliminate, esodati e reddito di cittadinanza, a seguito della prossima manovra finanziaria autunnale. Mentre ci si aspettava con ansia, a valle della decisione del duo Gentiloni-Padoan di uscire con un Documento pluriennale di Economia e Finanza con le sole grandezze tendenziali, di vedere subito pubblicato il piano programmatico a 5 anni, il Ministro ha reso invece noto nell’intervista come “i nuovi conti saranno presentati con la nota di aggiornamento del Def in settembre”. Ovviamente i mercati non possono aspettare così a lungo per conoscere nei dettagli la posizione fiscale di questo Governo, ed è quindi ovvio che, anche se non detto, Tria dovrà portare la posizione del Paese al riguardo della politica fiscale la prossima settimana all’Ecofin dei Ministri economici e finanziari, suo primo banco di prova, probabilmente decisivo per fissare i paletti della negoziazione futura.

Ma quale potrebbe essere una posizione capace al contempo di tranquillizzare gli alleati europei ed i mercati e soddisfare gli elettori della coalizione, proteggendo gli interessi nazionali? Partiamo dal tendenziale lasciato in eredità da Padoan: con le clausole di salvaguardia attive, il deficit su PIL passerebbe dallo 1,6% di quest’anno ad uno 0,8% nel 2019. Dando ormai per scontato, visti anche gli impegni pubblici presi da Di Maio, che l’IVA non aumenterà, il deficit 2019 sale di circa 1% (senza tener conto tuttavia di un positivo impatto sulla crescita economica di tale provvedimento), all’1,8%.

Visti i timori che circolano su sforamenti verso il 4 o 5% del PIL del deficit, se Tria presentasse a Bruxelles un DEF che bloccasse il valore del disavanzo al 3% per i prossimi anni, valore simbolico perché pari a quello ideato per il Trattato di Maastricht, il governo giallo verde avrebbe a disposizione un altro 1,2% di PIL, 20 miliardi circa, per manovre moderatamente espansive da subito, capaci di aiutare la crescita e soddisfare gli elettori. 5 miliardi per “agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”, 2 miliardi per i centri di impiego, 3 miliardi per un inizio di flat tax e 10 miliardi di quegli investimenti pubblici così correttamente richiamati dal Ministro Tria nella sua intervista sarebbero sufficienti. E’ probabile che la crescita che seguirebbe permetterebbe anche al debito su PIL di cominciare finalmente ad imboccare quella traiettoria discendente che con l’austerità non si è mai generata.

Restano infine aperte due domande.

La prima: e gli spread, cosa farebbero? E’ noto che gli spread seguono la Politica, e non viceversa. Un messaggio forte dall’Europa, guidata dalla Merkel e Macron, che l’Unione europea è vicina all’Italia in questo momento di difficoltà e che il 3% è un valore accettabile per ripristinare la crescita, genererebbe entusiasmo e fiducia che il progetto europeo ha un lungo futuro davanti a sé, contribuendo ulteriormente al miglioramento dei conti pubblici italiani e alla stabilità dell’area continentale.

La seconda: per quanto tempo andrebbe tenuto al 3% il deficit dopo il 2019? Il trend tendenziale previsto da Padoan indicava già ulteriori miglioramenti sensibili del deficit nel 2020: si genererebbero cioè spazi ulteriori per più investimenti pubblici e un rafforzamento della riduzione delle imposte, nonché l’avvio di una prima forma di reddito di cittadinanza senza sforare il 3%. Dal 2021, poi, ulteriori forme espansive di supporto all’economia verrebbero dai primi effetti di quella spending review che tutti auspichiamo possa avviarsi sin da ora, lasciando che i suoi primi effetti strutturali si possano effettivamente far sentire, realisticamente, entro due anni, permettendo al taglio degli sprechi e non più ad ulteriori deficit di finanziare gli aiuti all’economia.

Tutto questo il Governo dovrebbe portare subito, al prossimo Ecofin, sostenendo pienamente il suo Ministro dell’Economia: solo così potremmo sperare di avviare quel circolo virtuoso della ripresa economica, sociale e politica del nostro Paese e con esso dell’Europa intera.

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Gramsci, Europa ed euro

Il mio pezzo uscito oggi su sito Micromega

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Sono state ore drammatiche quelle che ha vissuto  la nostra Repubblica poco prima del 2 giugno. Momenti in cui si è arrivati a preoccuparsi dell’ordine pubblico, visto che nel giro di poche ore un’intera e ampia classe di persone, con l’apparente abbandono del programma del cambiamento giallo-verde a seguito della rinuncia del premier incaricato Prof. Conte, aveva visto sfumare davanti ai propri occhi la possibilità di ottenere un reddito di cittadinanza sostanzioso nonché una riforma fiscale di riduzione delle imposte altrettanto sostanziosa, basata sulla flat tax. Come non pensare che questo scenario non avrebbe potuto  generare tensioni e sfociare addirittura nella rivolta?

I rischi di sommovimenti dell’ordine pubblico sono spesso figli di una qualche patologia nell’ordine sociale, inteso anche, a monte, come legittimità e autorevolezza delle nostre classi dirigenti. Come scrisse Gramsci, nei suoi “Quaderni del carcere”, in tali momenti di crisi si verificano delle transizioni, che danno vita a un “interregno”: “se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più “dirigente”, ma unicamente “dominante”, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” A distanza di quasi 100 anni, queste parole risuonano pregnanti e attagliate alla condizione della nostra Italia. Ovviamente in un contesto diverso: nello specifico in un contesto altamente globalizzato, per noi europeistico, perché legato a istituzioni di stampo europeista.

Come frenare questi fenomeni morbosi e riuscire a garantire come minimo una transizione serena?

Certamente molto ha fatto il Presidente della Repubblica Mattarella al riguardo quando ha rifiutato di siglare la nomina del pur competente Prof. Savona. Come d’altronde immaginare si potesse allocare allo scranno più alto della politica nazionale un economista di prestigio che scriveva solo tre anni orsono “il grado di riuscita del Piano B è in funzione del livello di segretezza che si riesce mantenere” per “…lasciare la zona euro in fretta”, senza che la popolazione italiana si fosse esplicitamente pronunciata al riguardo come, a questo punto, potrà fare nel dibattito verso  le prossime elezioni politiche che vedrà due schieramenti contrapposti sul tema euro?

Per proseguire nell’alveo democratico che garantisce la minimizzazione dei rischi di un interregno “morboso”, è stato bene procedere nella stessa direzione, non accontentandosi di un competente governo tecnico inviso alla maggioranza degli elettori. Sarebbe stato come mettere benzina sul fuoco. Le alternative chiare che rimanevano erano quelle di un governo politico subito, come è stato, che confermasse a parole e nei fatti la permanenza nell’area dell’euro senza se e senza ma; oppure di nuove elezioni politiche nelle quali, appunto, il tema dell’euro doveva finire per divenire il nostro referendum, a valle del quale e solo a valle del quale un Governo anti euro sarebbe stato legittimato popolarmente a stampare carta moneta intitolata lira.

In ambedue i casi si poneva comunque la questione, per chi desidera perorare la causa della moneta comune europea come chi scrive, di come convivere nell’euro nella crescita e non nello scontento: nel primo caso un Governo giallo-verde nell’euro dovrà essere capace di ottenere dall’Europa politiche che rimettano in piedi quelle zone dell’Italia in cui il disagio è più immediato; nel secondo il partito pro-euro avrebbe dovuto saper argomentare in campagna elettorale, per non essere destinato alla sconfitta, come si può restare dentro l’euro e non  vivere strozzati dalle decisioni di Bruxelles.

La risposta in ambedue casi è una sola: pretendere dall’Europa la non applicabilità per l’Italia del Fiscal Compact, che ha impedito in questi anni la ripresa degli investimenti privati (chi mai li avrebbe fatti sotto la mannaia delle varie clausole di salvaguardia di aumento dell’IVA, più o meno credibili non importa?)  e l’utilizzo della leva degli investimenti pubblici tanto cara sia a Roosevelt negli anni 30 che a Obama nel post 2008 di fronte a problemi simili, di ordine economico e sociale.

Facendone cosa, di questa “libertà fiscale”? La soluzione ottimale anche a livello politico rimane quella di bloccare il deficit al 3% del PIL per 5 anni, non obbligando al bilancio in pareggio, e utilizzando le risorse così liberate per un Piano Straordinario di Solidarietà via appalti pubblici là dove più necessari, ovvero dove la disoccupazione è più alta, in Meridione certamente, ma soprattutto presso quelle classi della popolazione che sono a basso titolo d’istruzione.  Il Piano Straordinario di Solidarietà dovrà applicarsi prima di tutto agli appalti nel settore edilizio: scuole, carceri, abitazioni in zona sismica 1. Questi appalti dovranno partire in tempi rapidissimi, con legislazione straordinaria che garantisca che i controlli ANAC avvengano a valle sui cantieri e non a monte sulle procedure.   Come per i terremoti? Certamente, perché di questo trattasi: di un terremoto sociale che merita il massimo dell’attenzione.

Un’Europa e un’Italia che comprendessero la portata della sfida non si farebbero bloccare dagli inutili vincoli contabili che mai caratterizzarono la prima fase dell’Europa che sognava e garantiva solidarietà. Un’Europa e un’Italia che fossero all’altezza di questa sfida vedrebbero gli spread annullarsi, nella certezza della forza del progetto comune europeo.

Se un nuovo deve nascere, che nasca sulla base dei valori condivisi del passato che sembriamo aver dimenticato: solo la solidarietà può mettere al centro delle future generazioni un progetto di pace sostenibile e duraturo fatto di sviluppo, tolleranza reciproca ed equità.

Il primo segnale lo avremo da subito, con il programmatico previsto per i prossimi 5 anni dal Documento di Economia e Finanza del nuovo Ministro dell’Economia e del nuovo Presidente del Consiglio: sarà facile capire da subito se tira aria di Europa vera o di una di gattopardiana memoria.

Grazie per spunto Gramsci!

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Più deficit, nell’euro, ma speso bene

Il mio articolo oggi sul Sole 24 ore.

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Il Presidente Jimmy Carter, premio Nobel per la Pace per il suo sforzo nei negoziati di pace internazionale, ebbe modo di rimarcare come “a meno che ambedue le parti non vincano, nessun accordo potrà essere permanente.” Non dovrebbe dunque sorprendere che Movimento 5 Stelle e Lega si siano uniti in un contratto che contiene ambedue le proposte che più caratterizzano le richieste del proprio elettorato, rispettivamente reddito di cittadinanza e flat tax: qualsiasi altro accordo contenente solo una o nessuna delle due avrebbe avuto vita breve.

E’ pur vero, tuttavia, che anche gli accordi monitorati dall’ex Presidente Usa non avrebbero avuto lunga vita in assenza di un beneplacito assenso della comunità mondiale che ne osservava da vicino, per suoi interessi geopolitici o per qualsiasi altra ragione, i contenuti.  Analogamente è difficile pensare che la nuova coalizione che si appresta a governare il Paese possa procedere senza tener conto del contesto internazionale, e più specificatamente europeo, in cui si trova a operare. Non a caso, già lo stesso “programma di coalizione” contiene una prima importantissima concessione a tali aspettative esterne quando non menziona in alcun rigo delle sue fitte 58 pagine la possibilità di un’uscita dalla moneta unica, dall’eurozona. Tale assenza marca un’evoluzione ragguardevole dei programmi delle due forze politiche rispetto alle loro posizioni passate al riguardo, e andrebbe ribadita con forza da tutte le forze parlamentari italiane, sia quelle del (prossimo) Governo che quelle di opposizione, quando coinvolte in qualsiasi sede di confronto internazionale con istituzioni di altri paesi dell’Unione europea e non, affinché le esigenze di stabilità del Sistema Paese non vengano ad essere messe in dubbio da strumentali posizioni di alcuni per mero opportunismo politico interno.

Una tale rinuncia ovviamente apre tuttavia nuovi sfide per la coalizione in pectore. Questa è stata infatti eletta per supplire ai fallimenti di un certo tipo di politica economica tutta basata su annunci di convergenza pluriennale “senza se e senza ma” verso il bilancio in pareggio, che crescita non solo non hanno saputo generare ma, anzi, solo decurtare e tarpare: ad oggi l’Italia è, sola in Europa, inviluppata in una crisi più lunga e più profonda di quella della Grande Depressione degli anni Trenta. Rinunciando alla dubbiosa espansione via uscita dall’euro, non resta dunque che la leva dell’espansione fiscale per venire incontro alle promesse elettorali. La dimensione di questa leva apparentemente poggia su tre assi: quanto ridurre la pressione fiscale, quanto aumentare la spesa pubblica e come finanziare, in (extra) deficit, con tagli di sprechi e/o riduzioni di detrazioni fiscali tali due componenti. Quest’ultima dimensione, quella del finanziamento di minori tasse e maggiori spese, è quella su cui l’Europa sta concentrando la sua attenzione, ed è difficile che il nuovo Governo potrà spuntare uno spazio di deficit maggiore del 3% del PIL. Tenuto conto della resistenza politica che genererebbero i tagli delle detrazioni e la lentezza con cui si potrebbero ottenere i fondamentali tagli degli sprechi (che richiedono una riforma strutturale della qualità delle stazioni appaltanti di cui la coalizione non pare conscia), tutto ciò porterà ad avere a disposizione risorse che permetteranno di ottenere al massimo, oltre ai 17 miliardi del reddito di cittadinanza, una flat tax ben meno aggressiva di quanto non promesso sino ad oggi. La famosa crescita, con cui la Lega e i 5 Stelle contano di consolidarsi, anche riducendo il rapporto debito-PIL, stenterà dunque a crearsi, affidandosi solo ai consumi dei meno abbienti.

Ben più potente sarebbe affidarsi all’unico meccanismo di utilizzo di risorse che garantisce al contempo un incremento certo della domanda alle imprese e loro maggiore competitività: un deciso aumento degli investimenti pubblici, mai menzionato chiaramente nel programma di 58 pagine. Bloccare il deficit al 3% del PIL e riavviare, specie al Meridione ma non solo, gli investimenti in costruzioni, scolastiche, carcerarie, antisismiche e nelle infrastrutture critiche avrebbe permesso al Paese di lanciare veramente all’Europa un segnale di stabilità ed al contempo di garantire la crescita dell’occupazione, specie presso le fasce più deboli della popolazione, richiesta dall’elettorato.

Non resta che attendere il primo passo del Governo, il DEF programmatico, prima di abbandonare ogni speranza.

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L’autorevolezza della democrazia

«La risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia». Macron.

“Autore”, etimologia: che accresce, che fa prosperare.

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Sarebbe meglio parlare piuttosto di autorevolezza della nostra democrazia.

Ecco cosa ha reso in Italia poco autorevole la nostra democrazia: la mancanza di crescita (grafici dal discorso del Governatore Visco per il trentennale della Facoltà di Economia all’Università di Roma Tor Vergata) .

Impressionante come l’Italia abbia smesso dal 2008 di crescere e prosperare in un’Europa che sempre ha assistito indifferente, festosa della propria ripresa e pervicace nel raccomandarle le politiche sbagliate.

Impressionante. La causa? Un periodo di politiche sbagliate come mai prima.

Sì, avete letto bene, peggio della Grande Depressione del 1929, che durò meno, come mostra questo ultimo grafico.

Dopo 9 anni di crisi l’Italia del 1929 era tornata a produrre i livelli ricchezza precedenti alla stessa. Oggi all’11mo anno siamo ancora lontanissimi da rispristinare i livelli di benessere anti-crisi.

Si preoccupi il Presidente Macron e si preoccupino i prossimo governanti italici di far accrescere e prosperare quello che è uno dei Paesi più importanti al mondo. Fino ad allora questa democrazia non sarà autorevole: semplicemente non sarà. Come farlo, è noto: si rimetta in moto il volano degli investimenti pubblici di qualità, piantandola di riempirsi la bocca delle inutili e vacue parole come “riforme”, “flat tax”, “4.0″.

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Salvare l’Europa dalla sua fine

Da “I demoni” di Dostoevskij, una traccia per capire il bivio dell’Europa di oggi?

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Sciatov: “Nessun popolo s’è ancora mai ordinato secondo i principi della scienza e della ragione; non c’è mai stato un simile esempio, se non per qualche momento, per stoltezza… La ragione e la scienza hanno sempre avuto nella vita dei popoli, ora e dal principio dei secoli, un solo compito secondario e servile; e così sarà sino alla fine dei secoli. I popoli si compongono e si muovono con un’altra forza che comanda e domina, ma l’origine della quale è sconosciuta ed inspiegabile. Questa forza è la forza dell’insaziabile desiderio d’arrivare alla fine mentre allo stesso tempo si nega la fine. E’ la forza della continua ed incessante affermazione della propria esistenza e della negazione della morte. (…)
Lo scopo di ogni movimento popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del proprio Dio, di un Dio, assolutamente proprio e la fede in lui come nel solo vero. Dio è la personalità sintetica di tutto il popolo, preso dalle sue origine sino alla fine. Non è ancora mai successo che tutti o molti popoli avessero un Dio comune, ma sempre ciascuno ha avuto un Dio particolare. E’ indizio della decadenza delle nazionalità, quando gli dèi cominciano a diventar comuni. Quando gli dèi diventano comuni, muoiono gli dèi e la fede in essi e muoiono insieme gli stessi popoli. Quanto più forte è un popolo, tanto più particolare è il suo Dio. Non c’è ancora mai stato un popolo senza religione, cioè senza una nozione del bene e del male. Ogni popolo ha la propria nozione del bene e del male e un proprio bene e male. Quando presso molti popoli cominciano a farsi comuni le nozioni del bene e del male, allora i popoli si estinguono, e allora la stessa distinzione tra il bene e il male comincia a scomparire. Mai la ragione è stata in grado di definire il bene e il male, od anche di separare il male dal bene, sia pure approssimativamente; al contrario, li ha sempre confusi in modo vergognoso e meschino; mentre la scienza ha dato soluzioni brutali (…)”

Stavroghin: “Ne dubito (…) voi riducete Dio a un semplice attributo della nazionalità… (…)”

Sciatov: “Riduco Dio a un attributo della nazionalità? … Al contrario, innalzo il popolo a Dio. Ed è forse mai stato altrimenti? Il popolo è il corpo di Dio. Ed ogni popolo è popolo solo finché possiede il suo dio particolare; finché esclude tutti gli altri dèi del mondo senza nessuna conciliazione finché crede che col proprio dio vincerà e scaccerà dal mondo tutti gli altri dèi. Così hanno creduto tutti i popoli dal principio dei secoli, tutti i grandi popoli, almeno, tutti quelli che si sono in qualche modo segnalati, tutti quelli che sono stati alla testa dell’umanità. Non si possono negare i fatti. Gli ebrei non vivevano che per aspettare il vero Dio, ed hanno lasciato al mondo il vero Dio. I greci divinizzavano la natura ed hanno legato al mondo la loro religione, cioè la filosofia e l’arte. Roma ha divinizzato il popolo nello Stato ed ha lasciato ai popoli lo Stato. La Francia durante tutta la sua lunga storia non è stata che l’incarnazione e lo sviluppo dell’idea del dio romano, e se ha precipitato, infine, nell’abisso il suo dio romano e si è data all’ateismo, che si chiama per ora da loro socialismo, l’ha fatto unicamente perché l’ateismo è più sano del cattolicesimo romano. Se un grande popolo non crede che la verità sia in lui solo (proprio in lui solo ed esclusivamente in lui), se non crede di esser lui solo capace di risuscitare e salvar tutti con la sua verità, e di esser chiamato a farlo, esso si converte subito in materiale etnografico, e non è più un grande popolo. Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a una parte secondaria nell’umanità e nemmeno a una parte principale, ma vuole assolutamente ed esclusivamente la prima. Se perde queste fede non è più un popolo(…)
Voi siete ateo, perché siete un signorotto, l’ultimo signorotto. Voi avete perduto la distinzione del bene e del male, perché avete cessato di conoscere il vostro popolo. Una nuova generazione va sorgendo, direttamente dal cuore del popolo, e non la conoscete affatto, né voi… né io (…) Sentite procuratevi Dio col lavoro; tutto l’essenziale sta qui, altrimenti voi scomparirete, come una vile muffa; procuratevelo col lavoro.”

Stavroghin: “Dio col lavoro? Con quale lavoro?”

Sciatov: “Con quello del contadino. Andate, abbandonate le vostre ricchezze…Ah voi ridete, temete che sia tutto un gioco di bussolotti?”

Ma Stavroghin non rideva.

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Il coyote di Bruxelles, la vacca a 5 stelle e l’uccellino europeo

Eccoci qui a parlare di Documento di Economia e Finanza (DEF), il piano quadriennale che ogni aprile il nuovo Governo dovrà presentare alle Camere, decidendo come e quanto tassare e spendere, se finanziarsi via deficit per spendere di più o piuttosto non farlo e decidere invece di provare a ridurre il debito. Che noia direte. Ma no, altro che noia!

Tutto è DEF. Sono i DEF che decidono le elezioni e chi le vince.

Perché pensate che il PD sia crollato? Perché ha totalmente sbagliato i suoi ultimi 5 anni di DEF: eliminando investimenti pubblici essenziali per il Meridione, e rinunciando a fare spending review essenziali per identificare sprechi odiati al Nord e trovare risorse per ulteriormente finanziare investimenti. Ha fatto austerità, suicidandosi, ma soprattutto mettendo in ginocchio il Paese.

E questi errori hanno modificato gli equilibri politici portando l’Italia ad una maggioranza diversa, che ora l’Europa sente come una potenziale minaccia. Ma l’Europa deve solo biasimare se stessa per avere imposto all’Italia ed a un PD timoroso ed incompetente le sue ricette. E deve fare attenzione, quest’Europa. Perché così come il PD è sparito, rischia di sparire pure l’Europa, ma non solo quella masochista e sadica di questi ultimi anni, ma assieme ad essa anche quella che tanti di noi sognano da anni, un’Europa di pace, fratellanza, sviluppo.

Come evitare che sparisca? Semplice. Bisogna capire finalmente per bene qual è il nemico dell’”Europa che vogliamo” e qual è il suo alleato ed amico.

Non sempre facile: basterà guardare questo video tratto dal meraviglioso “Il mio nome è nessuno” dove Terence Hill ricorda ad un perplesso e magnifico Henry Fonda la storiella dell’uccellino e della sua morale, dove “non sempre chi ti mette nei guai vuole il tuo male, e non sempre chi te ne tira fuori vuole il tuo bene”. Ottima sintesi per capire la sfida del DEF.

Si potrà infatti di nuovo dare retta a questa Europa falsamente benevolente, che ci ha per anni propinato ricette di finta crescita da raggiungere tramite austerità e riforme, ambedue disattente alla sofferenza delle persone, che ci ha giurato di toglierci dai guai, come il coyote della favola di Terence Hill.
Oppure?
Oppure si potrà dare fiducia al DEF dei 5stelle, terrorizzante per quest’Europa, così deciso a non obbedire al Fiscal Compact e a non ridurre il deficit a zero con manovre suicide di 30 miliardi in due anni di aumenti di imposte e riduzione a casaccio di spese. Un DEF convinto che dobbiamo riprendere lo stimolo della domanda per il tramite di investimenti pubblici, un DEF che solo se si ascolta la narrativa dell’idiotica Europa si può giudicare capace di metterci nei guai.

Ben venga il DEF che terrorizza l’Europa della vacca della favola del signor Nessuno: forse saprà finalmente salvarla e salvarci.

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Dateci un Governo operativo 1.0

Sbaglia due volte Juncker a dire che il Governo italiano rischia di non essere operativo. Uno perché i governi non operativi funzionano alla grande: Germania, Spagna e Belgio lo dimostrano.

Due perché i Governi di questi 5 ultimi anni sono stati largamente non operativi. Non basta dire 4.0 perché il Paese si riprenda. Anzi, abbiamo bisogno di cose basilari, altro che 4.0, abbiamo bisogno di un Governo 1.0 che faccia tutte quelle cose veramente essenziali che servono al Paese.

Un esempio per tutti è emerso durante la discussione due giorni fa del rapporto dell’Osservatorio sulle costruzioni dell’ANCE, sulla famigerata e drammatica questione dei ritardati pagamenti delle pubbliche amministrazioni che tagliano le gambe ai fornitori della P.A., specie ai più piccoli che si finanziano (quando ci riescono) a costi ben peggiori delle grandi, e con esse ai fornitori dei fornitori ecc. ecc.

Ovviamente luccicano gli occhi quando vediamo i grafici che ci propinano da anni al Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui i tempi di pagamento sono in picchiata, con un ritardo medio di 84 giorni (sempre superiore a quanto reso obbligatorio dall’Europa).

Ma tutti sappiamo qual è il trucchetto per abbassarli, in presenza di fattura elettronica: basta chiedere (e il potere di ricatto delle P.A. sui fornitori è in questo senso ovviamente enorme) di posticipare l’emissione della fattura. Basterà citare quanto contenuto nel sondaggio alle imprese Ance per capire la dimensione dell’inganno.

Il 92% delle imprese segnala di avere subito almeno una prassi gravemente iniqua da parte della P.A. (richiesta di ritardare l’emissione dei SAL o l’invio delle fatture: richiesta di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; richiesta di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo) nel corso del secondo semestre 2017. In particolare, più dei due terzi delle imprese (il 69%, la percentuale più elevata dall’entrata in vigore della direttiva; una percentuale in costante crescita nelle ultime rilevazioni) segnalano che le Amministrazioni chiedono di ritardare l’emissione degli Stati di Avanzamento Lavori (S.A.L.) o dell’invio delle fatture; il 60% delle imprese segnala che le Pubbliche Amministrazioni chiedono di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; al 37% delle imprese viene chiesto di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo”.

Ma che razza di Governi possono essere così incompetenti e indifferenti dal consentire ciò? Governi che pensano 4.0 e non 1.0.

Governi che non hanno la capacità di portare a 0, come in Corea, o a 7, come in India, i giorni effettivi per il pagamento delle fatture dei propri fornitori. Governi che hanno il coraggio di dire: da domani tu sarai pagato in 1 ora da una banca, ed il debito con la banca lo assumiamo noi, Pubblica Amministrazione. Paura che cresca il debito pubblico perché da debiti commerciali invisibili diverrebbero debiti conteggiabili ai sensi del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact? Appunto. Una serie di governi paurosi che non hanno avuto il coraggio di dire all’Europa, “io pago, perché la mia priorità è la crescita, non le finzioni contabili”, logica che, ne son certo, avrebbe convinto pure i tanti europei stanchi dei trucchetti italiani dei Governi 4.0. Compreso Juncker.

Dateci un Governo 1.0, addetto alle cose basilari che servono al Paese. Grazie.

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Dipendenti pubblici? Pochissimi e vecchissimi.

Ringrazio Maria Luisa Bianco e Guido Ortona dell’Università del Piemonte Orientale nonché Daniele Ciravegna, Bruno Contini, Nicola Negri, Francesco Scacciati, Pietro Terna e Dario Togati dell’Università di Torino per aver acconsentito alla pubblicazione di questo estratto del loro documento “Appello per un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione”, particolarmente significativo e vicino alla visione di questo blog sulla questione della Pubblica Amministrazione in Italia. 

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In Italia vi sono 3.055.000 dipendenti pubblici, contro i 5.530.000 della Francia e i 5.076.000 del Regno Unito, paesi paragonabili per numero di abitanti (dati OECD relativi al 2015). Questo corrisponde a 48,9 pubblici dipendenti per 1000 abitanti in Italia, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito; e contro anche i 60,5 della Spagna e i 70,9 degli USA. La Germania è apparentemente simile all’Italia (52.5 addetti per 1000 abitanti), ma questo dato è falsato dal fatto che in Germania il personale sanitario ha un contratto di tipo privatistico. Si potrebbe pensare che la differenza sia compensata da un maggiore ricorso a questo tipo di contratto anche per l’Italia (o a maggiori esternalizzazioni in generale), ma non è così: se consideriamo il totale degli addetti, pubblici e privati, nei settori che forniscono servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, fognature, pubblica amministrazione, educazione, sanità e assistenza) abbiamo 81 addetti per 1000 abitanti in Italia, contro i 133,3 della Francia, i 151,5 del Regno Unito, gli 88,4 della Spagna, i 134,1 della Germania e i 180 degli USA (dati ILO relativi al 2015).

Il sottodimensionamento della pubblica amministrazione italiana è un dato strutturale; il blocco del turnover degli ultimi anni ha pesantemente aggravato due ulteriori caratteristiche negative, e pericolose. La prima di queste è la bassa scolarità dei pubblici dipendenti. Poco più del 34% è in possesso di laurea, mentre nel Regno Unito sono il 59% e in Francia il 68% (dati Forum PA, 2012). Nello stesso anno, in Italia il 49% degli impiegati amministrativi e tecnici addetti a mansioni per le quali è richiesta la laurea se assunti dall’esterno non erano laureati (dati ARAN relativi al 2012). La seconda è la distribuzione per età dei pubblici dipendenti. Nel 2015 la quota di addetti alla pubblica amministrazione con meno di 35 anni era il 2%, la più bassa fra tutti i paesi OECD (dove la media era del 18%), e quella di addetti con più di 54 anni era il 45%, la più alta (la media era il 24%).

All’anomalia di questi dati generali rispetto ai paesi europei più sviluppati corrispondono ovviamente carenze specifiche molto preoccupanti. Facciamo degli esempi. In Italia ci sono 5,4 infermieri per 1000 abitanti, contro i 9,9 della Francia, i 7,9 del Regno Unito, i 13,3 della Germania e gli 11,3 degli USA (dati OECD riferiti al 2015). Gli addetti ai servizi per l’impiego sono 9000, contro gli 11.000 della Spagna, i 49.000 della

Francia e i 115.000 della Germania (dati ISFOL, 2014, ripresi dall’OECD1). In Italia (dati OECD riferiti al 2015) la percentuale di studenti seguiti dall’istituzione scolastica al di fuori dell’orario curricolare è la più bassa dell’intera OECD (28,04%), preceduta dal Messico, 33,96. La percentuale di ricercatori sul totale degli addetti è la quartultima dell’OECD (0,49%, precedendo Turchia, Cile e Messico; in Germania è 0,82, in Francia 0,99 e in Spagna 0,68. Dati OECD riferiti al 2014). Che nel nostro paese la gestione del fisco non sia adeguata è cosa nota; è lecito pensare che ciò dipenda anche dal fatto che nel 2015 c’erano 1485 cittadini per ogni addetto al settore, contro i 1146 del Regno Unito, i 994 della Francia, i 732 della Germania (dati OECD). Senza citare altre cifre, la carenza di personale, e gli inconvenienti che ne derivano, sono evidenti in vari settori: basti pensare all’amministrazione della giustizia civile o alla tutela dell’ambiente.

In un paese sviluppato lo Stato, cui fanno capo l’istruzione, la sanità, la giustizia e la pubblica amministrazione è fra i principali datori di lavoro per i laureati; è quindi molto probabile che il sottodimensionamento del settore pubblico sia la causa principale, e forse unica, dell’apparente paradosso per cui l’Italia pur avendo pochissimi laureati rispetto alla popolazione ha un tasso di disoccupazione dei laureati elevatissimo. La quota di laureati sulla popolazione in età 25-34 è del 26%, la penultima fra i paesi OECD (davanti al solo Messico), ma il tasso di occupazione dei laureati nella stessa fascia di età (66%) è addirittura l’ultima in assoluto fra quei paesi (dati OECD relativi al 2016). Forse il dato più indicativo riguarda la Pubblica Amministrazione strictu sensu: in Italia c’erano nel 2016 47,3 abitanti per ogni impiegato in quel settore, contro i 26,7 della Francia, i 29,9 della Germania, i 35,6 della Spagna e i 34,6 del Regno Unito. Per avere lo stesso rapporto della Germania bisognerebbe assumere 821.000 nuovi addetti, circa due terzi della dotazione attuale; e per avere lo stesso rapporto degli USA bisognerebbe assumerne 1.309.000, un po’ più dello stock attuale. Nella classifica dell’International civil service effectiveness index del 2017, elaborato dall’Università di Oxford, l’Italia è al quintultimo posto fra i 31 paesi considerati, seguita solo da Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria e Slovacchia, e preceduta da Portogallo e Turchia. Altri fattori contribuiscono presumibilmente a questo risultato, ma è degno di nota che l’Italia abbia dei valori particolarmente bassi soprattutto per quanto riguarda la capacità (capability) e la gestione fiscale e finanziaria, due dimensioni in cui è sensato pensare che le carenze qualitative e quantitative di personale abbiano effetti particolarmente sensibili. E’ ragionevole ritenere che la carenza di personale influisca non poco sulla inefficienza relativa della pubblica amministrazione rispetto ai paesi con cui è sensato confrontarsi, e che sia difficile raggiungere il loro livello con un numero di addetti così diverso.

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Il tramonto dell’austerità

Il titolo non è mio, è del Sole 24 Ore. Ma sì, dopo tanti tramonti invisibili, come quello sull’euro, ci sta bene. Oggi sul quotidiano finanziario.

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Eppur si muove. Sarà la coincidenza con l’appuntamento elettorale, sarà la presa d’atto di un fallimento evidente nella struttura della politica fiscale europea, sta di fatto che la quasi totalità delle forze parlamentari ha espresso, lo scorso 7 febbraio a Commissioni della Camera dei Deputati riunite (Bilancio e politiche dell’UE), un forte e quasi unanime parere contrario al documento della Commissione europea volto a inserire, a cinque anni dalla sua nascita, l’accordo intergovernativo europeo del c.d. Fiscal Compact tra le Direttive europee. La proposta non è dunque passata ed è stata ribaltata la decisione di sole poche settimane orsono della Commissione Bilancio del Senato, che aveva invece deliberato favorevolmente, con l’appoggio del Governo medesimo.

L’assenso del PD ha permesso invece l’approvazione di 4 ulteriori decisioni relative ad altre proposte di riforma della governance dell’Unione, provenienti dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo, ponendo tuttavia una serie di condizioni che appaiono fortemente vincolanti per il loro effettivo dispiegamento. In particolare, la tabella di marcia accelerata verso un approfondimento dell’Unione proposta dalla Commissione viene condizionata ad uno scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit del 3%; mentre l’istituzione della figura del Ministro europeo dell’Economia e delle Finanze verrà accettata dall’Italia solo quando avverrà l’attribuzione al medesimo Ministro di un bilancio dell’area euro, evitando così che tale figura si limiti ad essere uno “strumento di mero rafforzamento dei controlli e delle regole senza … una logica di sviluppo e di crescita”. Infine, piena approvazione invece (con il voto contrario dei restanti partiti all’opposizione) per il Fondo Monetario europeo che dovrebbe svolgere funzioni di rilievo a sostegno della stabilità finanziaria del sistema comune, specie in caso di crisi bancarie.

La decisione della Camera, che impegna l’Italia (ed il suo futuro governo) nei prossimi negoziati europei, rappresenta un passo fondamentale, seppur non sufficiente, nel determinare la nostra strategia a quel tavolo. Particolarmente silenzioso in tutti questi ultimi 5 anni, malgrado il Fiscal Compact ci avesse danneggiato forse più di qualsiasi altro Paese dell’Unione ad eccezione della Grecia, l’establishment politico italiano ha finalmente battuto un pugno sul tavolo che non passerà inosservato nelle stanze ovattate di Bruxelles, tanto più che esso ha la forza del peso della pressoché totale unanimità delle forze politiche nazionali e che l’Italia ha, in tale circostanza, potere di veto.

Val la pena chiedersi tuttavia: chi dovrà rappresentare, a quel tavolo, il prossimo Governo italiano? Solo i propri elettori? No, dovrà con lungimiranza allargare la platea. Certamente ai tanti colpiti dalla crisi, specie ai micro e piccoli imprenditori ed ai giovani anche se alcuni di questi oggi non ci sono più nell’agorà della democrazia italiana: sono quelli fuggiti all’estero e che forse non torneranno a votare il 4 marzo, mentre altri hanno rinunciato a intraprendere e/o lavorare e forse si asterranno dal voto, delusi e scoraggiati. Altri invece, con la piccola ripresa trainata dall’andamento mondiale, hanno ritrovato un lavoro, una speranza: eppure anche loro sentono che questa battaglia sul futuro della politica fiscale europea li riguarda ancora, come riguarda quelle future generazioni che non votano ancora o quelle che devono ancora nascere.

Si sente spesso dire che la ripres(in)a in corso ha reso irrilevante il dibattito sulla nostra costituzione fiscale europea e che è inutile continuare a parlare di combattere l’austerità in questi periodi di vacche grasse (sic). Non è così. La battaglia contro il Fiscal Compact deve continuare perché, lezione drammaticamente evidente che ci ha lasciato il passato decennio, esso non è stato costruito per fronteggiare le crisi. Anzi, le peggiora, mettendo a rischio non solo la costruzione europea ma la vita e la felicità di tantissimi individui, specie i più fragili ed indifesi, aggravando le ineguaglianze e sfibrando il tessuto sociale di un Paese. Non è dunque una battaglia per migliorare il presente, ma per costruire il futuro.

La politica italiana, con ritardo, ha fatto il suo primo passo per rientrare al centro della costruzione di un’Europa dell’euro più giusta e dunque più duratura. Al prossimo Governo la responsabilità di contribuire a portarla a termine con coraggio e determinazione.