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Rovesciare la sequenza di politica economica è essenziale

Dal Garantista di ieri.

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Un Paese, pare l’Italia, che ha perso la bussola della crescita economica. Qual è la strada giusta da prendere? Sono alcuni anni che abbondano le formule più svariate per far ripartire il motore dell’economia italiana. Da un lato ci sono gli “emergenzialisti” che suggeriscono proposte straordinarie dalle magiche proprietà taumaturgiche: uscire dall’euro, abbattere il debito pubblico vendendo gli immobili, abbattere il debito con una patrimoniale, abbattere il debito rifiutandosi di ripagarne una parte. Come se i problemi italiani non avessero una componente strutturale destinata a perdurare in assenza di un cambio di marcia profondo. Dall’altro ci sono i c.d. riformisti, che suggeriscono, non sempre in maniera convincente e a seconda delle sensibilità di ognuno, una modifica a: costo del lavoro, lotta all’evasione, dinamiche della produttività, peso della burocrazia, rigidità a licenziare o assumere, costo dell’energia. Come se i problemi italiani non avessero una componente legata all’andamento ciclico dell’economia europea e delle regole che questa si è data per gestirlo.

Ci si soffermi a studiare gli ultimi quindici anni che sono stati, quanto a performance economica del nostro paese, il peggior periodo dall’Unità d’Italia ad oggi. Siccome la crisi internazionale è arrivata solo a metà di questo quindicennio, è ovvio che questa si è sommata in maniera tragica a delle carenze tutte nostrane, figlie di una ritardata percezione dei cambiamenti globali in corso successivi a due eventi epocali: il crollo del muro di Berlino e l’avvio della marcia capitalistica cinese.

Riforme e sostegno ciclico all’economia sembrano dunque ambedue necessari per riavviare la crescita in Italia. Ma vi è un’altra dimensione fondamentale della strategia di ripresa che pare sfuggire ai più: la sequenza temporale di queste due esigenze. L’impianto istituzionale europeo è ormai indirizzato a condizionare eventuali sostegni all’economia alla adozione preventiva di “riforme” da parte dei singoli governi nazionali e spesso a politiche di conti pubblici sempre più in equilibrio. Così la BCE di Draghi condiziona gli aiuti da Francoforte a deficit pubblici sempre più bassi a forza di maggiori tasse e minori spese, mentre la Commissione europea fa intravedere  un qualche margine di flessibilità, ma solo a “riforme ben avviate” e senza deviare da un processo di risanamento delle finanze pubbliche. E’ una sequenza che si è rivelata fallimentare: la politica monetaria della BCE con questo suo approccio non muta le aspettative cupe degli operatori economici (se io so che con una mano mi dai e con l’altra mi levi non sento certo sollievo) mentre la politica fiscale fa esattamente l’opposto di quanto si insegna al primo anno di università, levando risorse all’economia proprio quando sono più necessarie. Ingenerando in primis un clima di sfiducia, stagnazione, declino, le riforme non potranno mai avviarsi; proprio perché queste, per avere successo, hanno bisogno di un clima sereno e di risorse per compensare i perdenti.

E’ ovvio che il timing strategico del cambiamento in Europa debba essere rovesciato: prima si interviene a sostegno di chi soffre, riportando il sereno nei Paesi in difficoltà, e prima si rivelerà semplice e fruttuoso il cammino delle riforme. Al “whatever it takes” di Draghi, frase celebre per indicare che si farà tutto quanto il necessario per non affondare, deve ora seguire una nuova fase, quella del “wherever it aches”, del sostegno dovunque ci sia sofferenza. Anche perché, lo sappiamo bene, il migliore credito, quello che viene sempre rimborsato, è quello che nasce da un gesto di solidarietà, che l’Europa purtroppo sembra non avere ancora fatto proprio nel suo DNA.

Per intervenire ovunque vi sia sofferenza c’è bisogno di rimuovere il tappo principale all’avvio di una fase di aiuto concreto alle economie in maggiore difficoltà come l’Italia. Se l’Europa si è dotata di un pilota automatico, chiamato Fiscal Compact, che indica senza se e senza ma il percorso di riduzione del debito pubblico a forza di maggiori tasse e minori spese (anche a casaccio e non chirurgiche, non mirandole ai veri sprechi) è evidente che nell’attuale turbolenza l’aereo europeo rischia di schiantarsi contro la montagna. A meno che non si ridiano le leve del comando al pilota. Il che significa permettere ad ogni Paese membro dell’area euro di adeguare la sua rotta tramite la moratoria a monte sulle riduzioni acritiche di debito e deficit che impone il Fiscal Compact. Non è pensabile, sfida qualsiasi logica, che l’Italia in questa fase in cui rischia di generare il suo terzo anno di recessione consecutiva, si leghi le mani a colpi di manovre finanziarie che aumentano gli avanzi primari (tasse meno spese al netto degli interessi) dell’1% di PIL annuali (15-16 miliardi). E a nulla varranno le richieste di maggiore flessibilità invocate qui e lì: si parla al più di bruscolini, morfina al paziente che per sopravvivere sotto le macerie della crisi necessita di ossigeno.

Una volta ripreso il controllo dell’aereo, lo ripetiamo, avremo bisogna anche di un buon pilota: sarà quello il momento di avviare le riforme per riportare la società e l’economia italiana al centro del mondo globalizzato, come la precedente generazione ha fatto (sì, è possibile!) con orgoglio, entusiasmo e sacrifici comuni e condivisi all’uscita della seconda guerra mondiale.

Di fronte tuttavia al silenzio che circonda da anni questa ovvia prospettiva per salvare la costruzione europea, abbiamo deciso di non attendere più a lungo che Europa ed Italia sciogliessero la loro ambiguità fatta di ripetute e vuote rassicurazioni. Un gruppo di economisti e giuristi di estrazione culturale diversissima si è trovato unito all’interno di un Comitato Promotore, di cui ho l’onore di essere il responsabile, per una iniziativa referendaria volta ad abrogare delle parti di quella legge (la 243 del 2012) voluta dall’Europa e da Monti che importa il Fiscal Compact in Italia. Siamo in questi giorni e fino alla fine di settembre in tutte le piazze d’Italia e nei Comuni a raccogliere le 500.000 firme sui 4 quesiti che i nostri costituzionalisti hanno individuato all’interno della legge come abrogabili perché chiedono addirittura maggiore austerità di quanta non ce ne richiede il Fiscal Compact (più informazioni su www.referendumstopausterita.it) . Siamo certi che riusciremo con la nostra iniziativa non solo a rimuovere l’eccesso di zelo montiano che ha voluto più austerità di quanta richiesta dall’Europa ma anche a avviare un dibattito in tutto il Paese e speriamo nel continente su quale tipo di politiche siano la più appropriate per rilanciare il sogno europeo. Nulla di meno è quanto riteniamo necessario.

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Che ci piaccia o no, l’Europa siamo noi

Difficilmente viene naturale riprendere quasi nella sua interezza un articolo di giornale. Ma trattandosi di Guido Tabellini, uno dei nostri migliori economisti, e avendo svolto lui un ragionamento di una linearità ammirevole che condivido QUASI in toto e che è in gran parte quanto da quasi 3 anni ripetiamo su questo blog, beh, val la pena citarlo (in corsivo) ad ampie mani dal Sole 24 Ore (grazie a Paolo per avermelo segnalato) e commentarlo.

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Gli ultimi dati deludenti sulla crescita nell’area euro e in Italia confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza della strategia di politica economica seguita finora in Europa. Ogni Paese deve risollevarsi da solo, con riforme dal lato dell’offerta per riacquistare competitività, e con politiche di bilancio restrittive per riassorbire il debito pubblico. Ma il problema oggi nell’area euro è la carenza di domanda interna, non la competitività, e la stagnazione impedisce il rientro dal debito.

Nulla da aggiungere, perfetto!

Questo problema può essere risolto solo a livello europeo: i governi nazionali non hanno strumenti efficaci per stimolare la domanda aggregata, perché hanno le mani legate dal patto di stabilità e non hanno sovranità monetaria.

Qui leggo i prodomi del fallimento del ragionamento di Guido. Hanno le mani legate? Sleghiamole! Non abbiamo sovranità monetaria? Riprendiamocela! Ma ci torniamo più avanti, l’analisi di Guido si fa sempre più interessante.

Dal punto di vista tecnico, la soluzione sarebbe semplice e non avrebbe grosse controindicazioni. Ogni Paese dell’area euro dovrebbe tagliare le imposte di un ammontare rilevante (ad esempio del 5% del reddito nazionale), finanziandosi con l’emissione di debito a lungo termine (30 anni), e impegnandosi a ridurre i disavanzi nell’arco di cinque o sei anni, attraverso una combinazione di maggiore crescita e tagli di spesa. Il debito emesso dovrebbe essere acquistato dalla Bce, senza sterilizzarne gli effetti sull’espansione di moneta.

Il coordinamento tra politica monetaria e fiscale sarebbe essenziale per il successo dell’operazione: l’espansione monetaria farebbe svalutare il cambio e arresterebbe le spinte deflazionistiche; l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce eviterebbe l’aumento del costo del debito e, restituendo gli interessi sotto forma di signoraggio, ne alleggerirebbe il peso. E il taglio delle imposte darebbe uno stimolo diretto alla domanda aggregata, in un momento in cui i tassi di interesse sono già a zero e il canale del credito è bloccato dalle sofferenze bancarie.

E va beh, non si può avere tutto dalla vita. Tabellini, come Perotti, Alesina e Giavazzi, credono che l’abbassamento delle tasse e la riduzione della spesa (non degli sprechi, della spesa, ma ci torniamo dopo) siano espansivi. Non sarebbe difficile fargli vedere che tutti i dati scientifici a disposizione mostrano che tagli di spesa sono molto recessivi e diminuzioni di imposte poco efficaci in una recessione da domanda di questo tipo perché famiglie ed imprese non spendono le minori tasse ma le tesoreggiano in attesa che torni il bel tempo. Ma sostituite con “maggiori investimenti pubblici” le sue “minori imposte” e con “tagli di sprechi” il suo “tagli di spesa” (e già, non sono la stessa cosa) e ci ritroviamo perfettamente. Anche se mi domando: non sta Guido in questo passaggio chiedendo proprio di slegare le mani legate dal Patto di Stabilità e dalla mancata sovranità monetaria, cosa che poco prima dichiarava impossibile?

Questo è sostanzialmente quanto hanno fatto o stanno facendo, con modalità diverse, Stati Uniti, Inghilterra e Giappone per uscire dalla crisi. Eppure un’ipotesi del genere nell’area euro è pura fantascienza, perché si scontra con i vincoli istituzionali di Maastricht e con il veto politico della Germania che teme l’azzardo morale. Di qui a sei o nove mesi probabilmente la Bce sarà comunque costretta ad acquistare i titoli di Stato, per cercare di contrastare la deflazione. Ma l’intervento sarà ancora una volta timido e tardivo, e soprattutto, senza l’aiuto della politica fiscale, poco efficace. In questo disarmante quadro europeo, cosa può fare la politica economica italiana?

Ah ecco. Quindi il problema è effettivamente il disarmante quadro europeo. E allora perché non far qualcosa al riguardo? Non capiamo. Ma seguiamo il ragionamento sull’Italia per un attimo.

Innanzitutto, non deve fare errori. Questo vuol dire soprattutto non aggravare la carenza di domanda aggregata attraverso aumenti della pressione fiscale. La cosa è tutt’altro che scontata, perché l’assenza di crescita mette a rischio gli obiettivi di bilancio, sia per l’anno in corso che per il 2015 (dove manca qualche decina di miliardi). Per il 2014 probabilmente non c’è più nulla da fare, ed è meglio avere un disavanzo sopra il 3% e se necessario rientrare nella procedura di disavanzo eccessivo, piuttosto che aumentare il prelievo.

Mmmmm. OK, quindi dobbiamo slegarci le mani dal Patto di Stabilità. Possiamo concordare, ma non è il contrario di quanto detto sopra? Andiamo avanti.

Per il 2015 non ci sono alternative al dare piena attuazione ai tagli di spesa identificati dal rapporto Cottarelli, accelerandone i tempi. È inutile illudersi che esistano imposte innocue; in questa situazione qualunque forma di maggior prelievo avrebbe effetti negativi sulla fiducia e sulla spesa privata.

Bene, siamo d’accordo. Ma attenzione, non chiamiamoli tagli di spesa, se non vogliamo incappare in tagli lineari che ammazzano ulteriormente l’economia. Devono essere solo tagli di sprechi, un po’ come ha fatto il Regno Unito di cui oggi molti celebrano il successo.

In secondo luogo, è importante fare tutto il possibile per evitare ulteriori aumenti del debito pubblico. Non tanto perché lo impongono i vincoli europei, ma per non perdere la fiducia dei mercati. Le privatizzazioni devono ripartire, andando oltre i modesti obiettivi indicati dal programma di stabilità del governo Letta e confermati da questo governo (1% del PIL ogni anno), e finora disattesi. La situazione sui mercati finanziari non è sfavorevole, e qualunque ritardo o esitazione sarebbe del tutto incomprensibile.

Un po’ banale questo passaggio (anche ricordando che le privatizzazioni sono previste per 0,7% l’anno): il debito su PIL sale perché il PIL scende. E continuerà a salire quando le privatizzazioni saranno finite (presto); non saranno certo loro a rassicurare i mercati che esigono crescita dall’Italia. Il che ci porta naturalmente alla proposta di Guido sulle famose riforme: come potevano mancare anche se all’inizio aveva detto che l’offerta non c’entra niente con questa crisi da domanda?

E le politiche dell’offerta per ridare competitività all’economia italiana? Anche se il loro effetto sulla crescita è dilazionato nel tempo, sono comunque urgenti e essenziali, per due ragioni. Primo, per rinforzare la fiducia delle imprese e dei mercati finanziari sulle prospettive future dell’economia italiana. Secondo, per vincere le resistenze europee ad adottare politiche macroeconomiche più espansive.

Ecco, le riforme non incidono ora sul PIL (quindi come abbattiamo il debito su PIL se non con politiche della domanda?). Ma servono per convincere la Germania a farci fare politiche più espansive (quanto espansive?). Può darsi. Ma quali riforme? Io penso per esempio che una buona spending review, assieme ad un abbattimento dei vincoli regolatori per le PMI, sia l’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno come riforma.

In altre parole: la crisi economica non potrà essere superata senza una svolta nelle politiche macroeconomiche di tutta l’area euro. Ma questa svolta non ci sarà senza riforme radicali nei paesi del Sud Europa. Che ci piaccia o no, questa è la realtà della moneta comune.

Insomma, capiamoci. Le riforme non servono a risolvere la crisi, la crisi si risolve con politiche fiscali che rinnegano il Fiscal Compact e che levano indipendenza alla BCE quando questa come oggi non rispetta il suo mandato, eppure… facciamo le riforme perché non possiamo fare altro e così forse ci permettono un pochino di fare la cosa giusta. Che ragionamento convoluto e poco efficace (se abbiamo bisogno di tanto spazio per la politica monetaria e fiscale come pensare che ne otterremo tanto a parità di regole?).

“Che ci piaccia o no, questa è la realtà della moneta comune”? Evidentemente Guido non ci piace, né a te né a me, ed allora perché non cambiarla? Per esempio battendosi contro il Fiscal Compact come stiamo facendo noi oggi con il Referendum contro l’austerità?

Quello che sfugge a Guido Tabellini è che l’EUROPA SIAMO NOI e se qualcosa non ci piace, la possiamo cambiare noi perché è cosa nostra, non altrui. Altrimenti, negandolo, Guido Tabellini avrà servito su un piatto d’argento la migliore ragione per la morte del progetto europeo: la sua mancanza di democrazia. E siccome Guido di studi sulla democrazia importanti ne ha fatti tanti si candida naturalmente come primo esponente degli economisti Bocconi a firmare il nostro referendum.

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La confusione di decimali da parte di Renzi è molto pericolosa

Il mio collega Giovanni Vecchi ha studiato il ruolo dei decimali nella nostra vita di tutti i giorni dall’Unità d’Italia in poi.

Come vedere dalla tabella sopra (in rosso) nel ventennio tra il 1861 ed il 1881 il reddito pro-capite degli italiani è cresciuto dello 0,6% annuo in media, mentre (in verde) nel decennio dal 1992 al 2002 di più, dell’1,5%.

Quisquilie? Differenze impercettibili di quasi 1% annuo, che volete che sia.

Beh un modo per convincervi che quisquilie non sono è farvi vedere (le frecce) il numero di anni che si impiegano, a quei tassi di crescita, a raddoppiare il proprio tenore di vita. Se fossimo sempre cresciuti come nel ventennio del Novecento, ci ricorda Vecchi, ci avremmo messo ben 115 anni a raddoppiare il livello di benessere economico! Se invece  (come è poi stato dall’Unità d’Italia in poi) fossimo cresciuti come dal 1992 al 2002, gli anni si sarebbero ridotti a 40. Accipicchia se conta un misero 1%!

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Quando il Presidente del Consiglio Renzi afferma che “se la crescita è 0,4 o 0,8 o 1,5 non cambia niente per la vita quotidiana delle persone” mi preoccupa. Molto.

Primo perché proprio il suo bonus di 80 euro di cui esalta l’importanza ha l’impatto di circa 0,7% di PIL (la differenza tra 0,8 e 1,5 di PIL).

Secondo perché sono proprio questi decimali di crescita in più che possono generare occupazione: infatti la differenza tra 1,5 e 0,4 di crescita in più che Renzi ritiene irrilevante abbatte la disoccupazione dello 0,5%, aprendo la strada per un lavoro vero per circa centomila disoccupati.

Ma io ho capito perché Renzi si è così grossolonamente sbagliato. Credo che Renzi abbia confuso la crescita economica con il deficit pubblico strutturale, visto che vuole portare quest’ultimo proprio dall’1,5% allo 0,4%, credendo per di più, come è noto dal DEF che ha fatto approvare, di non peggiorare per questo la vita quotidiana delle persone. E anche qui sbaglia: levando risorse per investimenti pubblici e minori tasse – come gli chiede lo stupido Fiscal Compact – uccide l’economia italiana.

Vorremmo consigliare a Renzi di firmare il nostro referendum contro l’austerità e di pensare ogni giorno a quei decimali del deficit e a non ridurli in queste terribile recessione: ne otterrà tantissimi decimali in più di crescita e potrà godersi una vecchiaia con un reddito doppio rispetto a quello suo odierno. Non male, no?

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The Race we Would Like to Watch: Protect SMEs

This is the race that we would like to watch. The one between the Young 14 Aussie Champ James Gallagheur, sprinter today, and his 14 year old predecessor in year 1998, Usain Bolt. It strikes us a fair race. Where James would even be able to beat Usain, as he did.

A race of equals.

This one below is instead the race that we do not comprehend: the one between a 14 year old Champ and the Immense Usain of today, 28 years old, twice his age. An unfair race, where James would never win. Never.

And if James never wins, why would he want to still run? Always defeated by a 14 year older guy, he would quit, not show up anymore. Game over. For him. And for us, never enjoying any race anymore.

This is what happens in a country where you let SMEs run the public procurement race side by side with large firms. You kill them, by depriving them of their fair race.

Let the race start, protect SMEs today in public procurement, allot them their fair share of business with government, and the world will one day be full of many many many grown-up Usain Bolt, running the world with the beauty of their grown-up skills.

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Review della Spending Review

Su Panorama oggi.

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Godiamoci questo agosto e non pensiamo al rientro dalle ferie. Anche perché a settembre, quando torneremo, saremo immersi in un drammatico dibattito dagli esiti imprevedibili sul come consolidare i conti pubblici di circa 30 miliardi di euro nel 2015, via aumento di tasse e tagli di spesa, chiesto dall’Europa.

In attesa che Renzi riesca ad ottenere una moratoria sull’ottuso Fiscal Compact, appoggiato anche dal referendum contro l’austerità per il quale stiamo raccogliendo in queste settimane le firme in tutta Italia, è d’obbligo chiedersi cosa si sta facendo per ridurre il tremendo impatto sull’economia che potrebbe avere la manovra di cui sopra.

La domanda vera è una sola: saprà il Governo identificare in pochi mesi gli sprechi dentro la spesa ed evitare tagli di appalti a casaccio che uccidono imprese e occupazione? Filtrano poche informazioni. Alcune inducono a sperare, altre suscitano preoccupazioni.

Tra le prime è la crescente collaborazione a cui assistiamo tra le istituzioni rilevanti per la spending review. Ne è prova la fusione tra Autorità Anti Corruzione ed Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici, condizione necessaria per migliorare le sinergie ispettive su una materia, quella degli appalti pubblici, che arriva a generare il 15% del Prodotto Interno Lordo. Ma anche la lettera congiunta di Cantone (capo dell’ANAC) e Cottarelli (capo della Spending Review) a 100 stazioni appaltanti che parrebbero non avere osservato l’obbligo di acquistare presso la centrale di committenza Consip.

Tra le seconde, spicca più di tutte la decisione di dare rilievo decisionale al massimo a 35 stazioni appaltanti. Se è un bene infatti ridurne il numero (che viaggia oggi sulle svariate decine di migliaia), non può che preoccupare una scelta che rischia di far crescere enormemente la dimensione media delle gare pubbliche escludendo il tessuto più dinamico del nostro Paese, le piccole imprese. PMI che, mostrano tutte le statistiche europee, sono, paradosso dei paradossi, tra le più discriminate del Continente nel mercato delle commesse pubbliche e questo proprio dalla “loro” Pubblica Amministrazione!

Una minore partecipazione e vitalità delle nostre piccole imprese significherebbe non solo perdere tutti i risparmi derivanti dal minor numero di stazioni appaltanti a causa della minore concorrenza in gara, ma aggiungervi una minore nostra competitività interna ed estera come Sistema Paese.

Buon Agosto a tutti.

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Nessuna clemenza per chi non vuole combattere come si deve la corruzione

Quanto spazio vi è per combattere la corruzione negli appalti pubblici in Italia oggi?

La corruzione è un fenomeno culturale, e solo lentamente può essere sconfitta cercando di prenderla direttamente per le corna, come si farebbe per un toro infuriato. Bisogna stancarla, farle il vuoto attorno, sfiancarla come farebbe un bravo torero.

A cominciare dai banchi di scuola, certamente, con i più giovani, avvicinandoli con intelligenza (e metodi d’insegnamento consoni all’età del ragazzo) alla pratica complessa ma essenziale di come gestire bene i conflitti d’interesse che affliggono ogni giorno le nostre vite e soprattutto quella dell’azione pubblica.  E troppo poco facciamo su questo, se paragoniamo gli sforzi in tal senso di altri Paesi, per esempio il Brasile, con i nostri.

Ma esistono mezzi per assetare e uccidere la corruzione che possono agire più rapidamente. Se solo ricordiamo che corruzione e collusione sono inseparabili, che l’una rafforza l’altra, come abbiamo detto mille volte su questo blog, sappiamo come agire: combattendo la collusione con infinita pazienza e determinazione.

Ma i ritardi italiani nel combattere la collusione sono tanti. Ancora maggiori sono quelli nel combatterli negli appalti pubblici, dove l’AGCM, l’Antitrust, ha avuto le risorse e la voglia in 22 anni di aprire solo 1 istruttoria l’anno in media.

E’ difficile combattere i cartelli perché i programmi di leniency (clemenza) per i membri del cartello (ovvero l’immunità ex-ante per coloro che si autodenunciano prima della conoscenza del fatto da parte delle autorità e le minori sanzioni una volta noto il fatto per chi collabora) in Italia hanno efficacia pressoché nulla. Basse sanzioni economiche in caso di condanna e bassa probabilità di essere identificato come membro di un cartello rendono ovvia la domanda: e perché mai chiedere clemenza? Tanto più che la storia dei risarcimento del danno per cartelli condannati parla di somme molto basse da erogare per i colpevoli.

I programmi di clemenza italiani sono poi troppo generosi con i secondi e terzi arrivati a denunciarsi, riducendo gli incentivi del primo ad auto-denunciarsi e rendendo dunque il cartello più stabile.

E i poveri whistleblower, le c.d. vedette civiche, le singole persone che denunciano un illecito di cui sono testimoni? Per carità, abbiamo un’esperienza pressoché nulla, visto che i premi sono praticamente inesistenti come la protezione prevista per essi. Nei cartelli degli appalti pubblici le cose si complicano ulteriormente se ci ricordiamo che in essi il cartello è reato (turbativa d’asta), ed il whistleblower sarebbe al riparo dalla sanzione amministrativa ma non penale.

Volete sconfiggere la corruzione? Credeteci o no, la soluzione è semplice: rafforzate l’Antitrust e datele esplicito mandato ed ampie risorse per individuare e sanzionare i cartelli negli appalti pubblici.

Grazie a Paolo.

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Quando il Buono ed il Cattivo fanno vincere il Brutto sono guai

“I politici – me compresa – avrebbero dovuto impegnarsi più duramente per ottenere il consenso del pubblico sulla manovra espansiva… E’ più di una mera questione di pubbliche relazioni. Le misure volte a restaurare la ripresa funzionano meglio quando ridanno fiducia – come ben capì Franklin D. Roosevelt nel New Deal degli anni trenta. Le sue trasmissioni radiofoniche alla nazione davanti al caminetto (fireside chats) ed il suo discorso d’investitura, dove proclamò che avrebbe combattuto la Grande Depressione con la stessa determinazione che avrebbe adottato per sconfiggere un nemico invasore, miravano a rassicurare gli americani. Ricerca economica recente suggerisce come i programmi del New Deal di fatto potrebbero avere avuto il loro maggiore impatto sull’economia influenzando le aspettative dei consumatori e delle imprese sul futuro corso della crescita e dell’inflazione … e a causa anche del nostro imperfetto modo di comunicare il Recovery Act obamiano ha generato solo una minima ripresa di fiducia. Di conseguenza non ha avuto quell’extra spinta (“kick”) rooseveltiana”.

Christina Romer, Advisor di Obama.

A Berlino e Bruxelles pochi hanno capito che senza fiducia non si può agire sugli aspetti capillari del male che da vent’anni impedisce all’Italia di crescere. Ma senza fatti, anche la fiducia dopo un po’ si erode”.

Federico Fubini, oggi su Repubblica

Il nostro Governo, nelle ultime settimane, ha lanciato una campagna, spesso contradditoria nel messaggio e nella comunicazione, per ottenere maggiore flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità. Finora questa campagna non ha portato grandi risultati e potrebbe rivelarsi controproducente

Lucrezia Reichlin, oggi sul Corriere della Sera

Il crescente nervosismo del premier si scarica nel rapporto sempre più teso con le strutture di Via XX Settembre, dove, ritiene, ci sia un manipolo di sabotatori che … mette zeppe al suo piano”.

Francesco Verderami, oggi sul Corriere della Sera

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Questa crisi non se ne va, semplicemente perché non la facciamo andare via. Non la scacciamo perché non sappiamo combattere i suoi fantasmi.

Questa, cari signori, è una crisi da domanda, se lo mettano in testa i riformisti che chiedono non meglio specificate riforme a tutto spiano. I consumi delle famiglie crollano, non si utilizzano addirittura più i risparmi per attutire l’impatto dei minori redditi, così come gli investimenti delle imprese, perché non c’è fiducia nel futuro.

E la fiducia si nutre di ottimismo. E questo a sua volta si esalta con la coerenza e la forza comunicativa di chi ha il bastone del comando, lo sa qualsiasi grande generale. Come insegna il grande operato di Franklin Delano Roosevelt descritto da Christina Romer.

Non c’è forza né coerenza della comunicazione da nessuna parte in Europa. Non ce n’è a Francoforte, dove Draghi sostiene che farà tutto quanto è necessario e in realtà non solo fa molto meno del necessario (l’inflazione dell’area euro è ben al di sotto del 2% previsto dal mandato per la BCE) ma soprattutto condiziona da sempre il suo aiuto a maggiore consolidamento fiscale (austerità) dei Governi dei Paesi in difficoltà; con una mano promettendo l’aiuto, con l’altra promettendo al contempo di toglierlo. Come pensare che le imprese italiane vadano in banca a chiedere un prestito se sanno che l’attività economica non sarà stimolata da maggiore domanda pubblica in assenza di quella privata? Che razza di messaggio di politica economica è questo?

Non c’è poi alcuna forza né coerenza della comunicazione in Europa per definizione, perché la Commissione europea è un branco di tecnici incapaci di parlare alla gente (in fondo non è il loro mestiere) e perché 27 leader politici non possono esprimere un messaggio forte, mediando come fanno le posizioni ampiamente eterogenee di ognuno.

Ma non c’è forza né coerenza, e questa è la novità forse di questi giorni, nella politica economica italiana. Come non rimanere strabiliati di fronte allo sforzo sovrumano (e da molti, come la Reichlin, criticato) del Premier Renzi di cercare di svegliare l’Europa dal suo torpore di ottusa austerità, e le parole solo pochi giorni dopo del suo Ministro più importante, Padoan, che al termine dell’incontro europeo con i suoi colleghi esclama come “consolidamento fiscale (cioè austerità) e riforme sono due facce (positive)  della stessa medaglia”? Non posso pensare che Renzi e Padoan si siano messi d’accordo per fare, il primo, il Buono e, il secondo, il Cattivo. E se lo hanno fatto, beh, ne esce fuori una sola figura: quella del  Brutto, quello che manda un messaggio ambiguo ed incomprensibile, che non fa certo bene alla fiducia ed all’ottimismo di famiglie e imprenditori.

Ma anche Renzi deve decidersi: per influenzare con decisione gli umori del Paese in bene, deve dare una coerenza nella sua politica economica e non limitarsi a parlar male dell’Europa. Gli crederemmo tutti di più, in Europa e qui a casa, se avviasse con determinazione la spending review che trova gli sprechi e che non taglia la spesa pubblica a casaccio. Perché, parliamoci chiaro,  se a settembre con la legge di stabilità taglierà di 20 miliardi la spesa a casaccio, siamo finiti, e lui con noi, ovviamente.

Quello che va fatto è “semplice” e lo ha detto bene Roberto Perotti l’altro giorno sul Sole: fregarsene delle multe minacciate dall’Europa, svelandone il bluff, e rimanere col deficit incollato al 3% del PIL senza portarlo come chiede l’Europa all’1% nel 2016, e avviare, senza tagli folli e lineari ma con grande calma e instancabile precisione, l’individuazione di tutti gli sprechi là dove albergano massimamente, ovvero negli appalti pubblici. Un processo lungo e impegnativo, ma decisivo.

Come usare queste risorse? Perotti propone nella riduzione della tasse, io credo che si debbano fare investimenti pubblici. Renzi potrà fare il giusto mix. A quel punto gli italiani lo seguiranno con convinzione, l’Europa non potrà dire nulla, famiglie ed imprese torneranno a domandare, i mercati ci ridaranno fiducia abbattendo lo spread e, forse, a quel punto, anche Draghi potrà aiutarci come deve, senza se e senza ma.

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Dateci una destra liberale che nella recessione si batte contro l’ottusa austerità

Il mio articolo di prima pagina di oggi su Il Giornale.

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Se qualcuno pensa che l’atmosfera in Europa si stia surriscaldando sul tema degli spazi – specie per l’Italia – per una maggiore flessibilità nel ridurre deficit e debito pubblico, si tenga forte: andiamo incontro ad un autunno caldo, molto caldo. Sarà infatti ad ottobre che nel Parlamento ancora non riformato assisteremo alla discussione della Legge di Stabilità per il 2015. Che in teoria è “già scritta” sulla pietra sulla base delle indicazioni che Renzi e Padoan hanno voluto inserire nel Documento di Economia e Finanza dello scorso aprile e delle raccomandazioni, non tutte positive, che l’Europa gli ha rivolto.

Nel DEF il Governo ha infatti previsto una crescita dell’avanzo primario (tasse meno spese al netto degli interessi) da 2,6% a 3,3% del PIL, 12 miliardi di manovra, più tasse e meno spese. In più l’Europa chiede di aggiungervi altri 8 miliardi circa. Una manovra da 20 miliardi che ucciderà un’economia ansimante ed allo stremo: partita con la magra prospettiva governativa di crescere nel 2014 dello 0,8%, Confindustria oggi aggiorna le stime allo 0,2% e non dovremmo stupirci dunque se a breve ci diranno che per il terzo anno consecutivo la nostra crescita sarà in rosso, negativa.

Vi chiederete: come mai, in un momento in cui in Italia le famiglie riducono i consumi, le imprese non investono e non chiedono prestiti, ci mettiamo a tassarle di più e a ridurre la domanda pubblica di investimenti che costituirebbe la sola fonte di lavoro e prodotto interno lordo? E con la conseguenza addizionale e assurda che il nostro debito pubblico sul PIL invece di scendere, con l’austerità, sale al livello più alto dagli anni trenta?

Semplice. La risposta sta in uno strumento astrusissimo, che se provaste a spiegarlo a Obama o Abe in Giappone vi guarderebbero stralunati, senza capirci nulla: il Fiscal Compact. Che chiede all’Italia di ridurre il deficit (tasse meno spese pubbliche) rapidamente verso lo zero, forzandoci a manovre di austerità in recessione. Ma è un deficit tutto particolare, il cosiddetto deficit strutturale, quello che andrebbe portato in pareggio: che dovrebbe in teoria lasciar spazio per qualche minore aggiustamento nei momenti di difficoltà ma che – peccato! – per come è costruito, tanto più un paese è in difficoltà economica tanto minori sono questi spazi aggiuntivi.

Il Fiscal Compact chiede ai paesi come l’Italia un deficit strutturale dello 0,5% di PIL ma i nostri governanti si sono obbligati a fare ancora di più di quanto previsto dall’Europa, arrivando allo zero. Fare di più è in realtà consentito dalla legge 243 del 2012 proposta dal Governo Monti.  E’ rispetto a questa legge che il Comitato Promotore che presiedo ha identificato e depositato 4 quesiti referendari per lanciare un segnale all’Europa che è venuto il tempo di attivare una strategia volta a far ripartire la domanda interna nel Paese, salvando i più deboli dalla crisi, specie i giovani e le nostre piccole imprese.

Va chiarito che nei quattro quesiti si chiede l’abrogazione di alcune specifiche disposizioni della legge 243 che non sono richieste né dall’Unione europea, né dal Fiscal Compact. Come noto, infatti, il referendum abrogativo non può toccare norme imposte dall’Europa o previste da trattati internazionali. Per questo motivo i quesiti rispettano l’art. 75 della Costituzione che impedisce di abrogare con referendum le leggi di ratifica dei trattati internazionali. E rispettano anche la giurisprudenza della Corte costituzionale che considera inammissibile  il referendum il cui esito impedisca  l’applicazione delle norme europee.

L’associazione che ha ideato i quesiti, I Viaggiatori in Movimento, ha avuto il sostegno di intellettuali di centro, di sinistra e di destra che fanno parte del Comitato. Altrettanto sostegno abbiamo avuto sinora dai movimenti e da responsabili politici della sinistra nonché dalla CGIL. Fatto strano, nessuno del centro destra e della destra si è ancora sbilanciato. Eppure mi sarei aspettato un grande sostegno da queste aree politiche: in fondo le piccole imprese che soffrono sono un loro forte interlocutore e così sono anche i tanti appartenenti alla classe media ed al pubblico impiego che vedono le loro prospettive future rimpicciolirsi sempre più a causa dell’austerità.

Il referendum, le cui firme raccoglieremo fino a fine settembre, è una grande occasione per salvare l’Europa dell’euro, la stabilità finanziaria e soprattutto ridare un senso di direzione, di crescita nella solidarietà, a tutto il Continente. Non si capisce perché questa non sia una sfida che tutta la politica italiana possa far sua.

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Come si uccidono le PMI, European style.

Che la goccia scavi la pietra… lo sapete quanto ci creda. Leggere la relazione Banca d’Italia di Paolo Sestito sulla riforma degli appalti pubblici è stata al 90% grande gioia, tutta focalizzata com’era sul problema essenziale da risolvere, quello della professionalizzazione delle stazioni appaltanti.

Stazioni appaltanti da ridurre in numero, senza dubbio, ma quanto? E quanto centralizzare gli acquisti pubblici nelle mani di poche organizzazioni? Una domanda a cui è difficile rispondere, e certamente non con la sicurezza che mostra Sestito nel suo appunto, in cui si sostiene che “la concentrazione degli acquisti non necessariamente limita la partecipazione delle PMI e di nuove imprese, che spesso sono – al contrario – ostacolate proprio dalla presenza di una struttura degli acquisti frammentata, poco standardizzata e opaca. A presidio della partecipazione al mercato di nuovi soggetti, in primis PMI e imprese innovative,  possono inoltre operare specifici meccanismi che promuovano la predisposizione di progetti innovativi, così da facilitare l’emergere di nuovi soggetti imprenditoriali. La Commissione europea già da tempo enfatizza il perseguimenti di tali finalità, in particolare attraverso lo strumento dell’appalto pre-commerciale”.

Ovvero: “PMI tranquille, più centralizzazione non può che farvi bene”. Più realista del re, la Banca d’Italia, che dimentica come le stessa nuova Direttiva, nel raccomandare la centralizzazione, ne ricorda i pericoli impliciti per le PMI, che vanno gestiti.

Tanto più che la situazione in Europa negli appalti pubblici è disastrosa per le PMI. Un recente rapporto della PricewaterHouseCoopers per la Commissione europea.

Ecco i dati, che parlano da soli: se oggi le grandi imprese contribuiscono al 42% del PIL dell’area europea, nella parte della domanda pubblica occupano il … 71%, 30% in più, mera discriminazione! Se le medie imprese sono quasi equamente rappresentate negli appalti pubblici (il 15% contro il 18% dell’economia complessiva) le cose si mettono male per le piccole imprese (il 9% contro di nuovo il 18%) a cui il mercato pubblico sembra ampiamente chiuso. Ma le cose divengono drammatiche per le micro imprese, che producono più di un quinto del PIL dell’Europa, e vincono 1/25 delle commesse pubbliche.

Devastante vero? Discriminazione pura, a cui negli Stati Uniti si cerca di rimediare riservando gare per le sole PMI, mentre in Europa si fanno spallucce.

Anche in Italia si fanno spallucce, mentre nel Regno Unito con la stessa normativa si cerca almeno di adottare obiettivi di target per le PMI negli appalti. In Italia no: è passata nel silenzio totale la mancata presentazione delle legge per le PMI che il Governo Renzi doveva adottare entro il 30 giugno e che certamente avrebbe potuto contenere sostegno per loro negli appalti pubblici.

E sì che l’Italia ne ha bisogno in una crisi come questa di aiutare le sue PMI (così tante!) con maggiore domanda pubblica a loro diretta visto che sono proprio loro a vedersi: a) ridotta la spesa pubblica per opere infrastrutturali minori  su cui sopravvivono; b) ridotto il credito per mancanza di fiducia da parte delle banche e c) incapaci di sopravvivere come le grandi imprese grazie all’export, unica fonte generatrice di domanda inq eusta ottusa crisi.

Eppure i dati PWC sono chiarissimi al riguardo. Se la discriminazione verso le PMI negli appalti pubblici media in Europa è del 30%  in Italia (freccia rossa) è del … 47%! Peggio di noi solo Grecia e Portogallo: nessuno come noi dunque fa vincere così tanto di più le grandi rispetto alle piccole imprese.

La colpa? Certamente la dimensione dei lotti non aiuta: ed in effetti l’Italia è tra i Paesi con la dimensione dei lotti maggiore e l’aggiudicazione alle PMI minori, come mostra il grafico sotto (freccia verde).

 

E il rapporto è chiarissimo nell’inividuare quali sono le vere difficoltà per le PMI negli appalti: “gli acquisti centralizzati hanno un effetto considerevolmente negativo per l’accesso delle PMI”.

Banca d’Italia sbaglia, e alla grande, se pensa che lo strumento di appalti pre-commerciali per prototipi innovativi sia la svolta per le PMI: questo tipo di appalti ha una rilevanza minima. E sbaglia una seconda volta nel pensare che possiamo centralizzare di più senza al contempo capire come gestire il “problema” delle PMI, ovvero le coneseguenze nefaste che potremmo avere procedendo su di una spending review senza pensare all’impatto negativo di questa sulla loro partecipazione alle gare pubbliche e, ancora più importante, alla loro probabilità di vittoria che si riduce.

Negli Stati Uniti, in Brasile, in Sud Africa, in Messico, in Cina ed in India, non paesi minuscoli, l’hanno capito: bisogna proteggere le PMI nel solo modo possibile, riservando esclusivamente a loro quote d’appalti perché gareggiare con le grandi equivarrebbe a far correre un bravo corridore di 14 anni i 100 metri con Usain Bolt: perderebbe sempre. Poi si può discutere per quanto tempo, per quale quota e come. Ma intanto lo si faccia.

Lo deve fare in primis un Paese come l’Italia che ha nelle PMI il suo gioiello industriale e che in questo momento di recessione le vede in enorme difficoltà.

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Sulla nomina del nuovo Presidente Istat

Conosco, ma non molto bene, Giorgio Alleva, nuovo presidente incaricato, sotto conferma, dell’ISTAT. Sono stato ricercatore universitario nella Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza quando lui ne era Professore Associato di statistica.

E’ sorta una polemica da parte di alcuni miei valenti e bravi colleghi, economisti e statistici, che hanno lanciato con un appello a Renzi sulla “qualità” della persona di Giorgio Alleva, valutando come scarse le sue “qualità” per essere a capo dell’Istituto Nazionale di Statistica, sulla base dello scarso numero di “citazioni dei suoi lavori” e sulla “qualità delle riviste” dove ha pubblicato i suoi lavori.

Un curriculum “decisamente modesto” guardando su Google Scholar, si legge nell’appello. Dubbi emergono allora sulla sua capacità di gestire un ente come l’Istat. Ci si chiede se ci siano altri criteri che compensino queste scarse pubblicazioni, altrimenti perché non rinunciare al criterio di richiedere che il Presidente dell’Istat sia scelto tra i professori? Addirittura, si dice nell’appello, la reputazione internazionale dell’Italia è messa in difficoltà dalla scelta di Renzi e la fuga di cervelli è ritenuto che aumenterà.

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Ricordo bene cosa si diceva tra studenti e colleghi alla Sapienza di Giorgio Alleva, pur io non frequentandolo. Che era di gran lunga tra i migliori professori che avevamo. Che gli studenti che frequentavano, in tantissimi, le sue lezioni di Statistica sui banchi della Sapienza ne uscivano eccitati, felici, più interessati alla materia. Era bravissimo.

Il numero di citazioni su Google Scholar non è condizione né necessaria né sufficiente per giudicare un Presidente dell’Istat. Non è necessaria perché quello che “è un professore” di statistica, è un insieme complesso di caratteristiche che non può essere riassunto in un numero.

Non è sufficiente nemmeno. Oggi ormai molti docenti che hanno un impact factor alto (non tutti!) si rifiutano di andare in aula al primo anno ad insegnare alle masse di ragazzi che affollano i banchi, e preferiscono cimentarsi con i più comodi corsi piccolini di lauree magistrali e di dottorato. Non fanno più esami orali, ma solo scritti e ritengono di avere fatto il loro dovere (può darsi). Quando insegnano, alcuni di loro sono incapaci di affascinare, emozionare, trasmettere competenze agli studenti, che sono le cose che la maggior parte delle persone dietro al banco ricorderanno venti anni dopo quando inseriti nel mondo lavorativo. Diranno secondo voi “ti ricordi quante pubblicazioni aveva Tizio” che ci insegnava Statistica o diranno “ti ricordi quanto era bravo ad insegnare Caio”? Scommetto la seconda.

Sono doti “soft”, quelle legate alla bravura ad insegnare, difficili da misurare in un Curriculum o su Google Scholar, ma essenziali anche per gestire un’organizzazione complessa, spesso più del numero di citazioni. Se sai insegnare bene, se ti dedichi agli studenti, sono più alte le probabilità che ti dedicherai con serietà e senza altezzosità al lavoro difficile di gestire una organizzazione complessa come l’Istat, dove le doti umane sono fondamentali per riuscire nel mestiere. Sono doti che presumono comunque una competenza “minima” del campo specifico assai elevata, che a volte 30 pubblicazioni internazionali sullo stesso tema non garantiscono.

Alleva è stato scelto, voglio pensare, anche perché tutti (o quasi) conoscono la sua bravura e serietà di docente, caratteristiche che non hanno nessun ruolo nella lettera dei miei colleghi ma che sono fondamentali per un Presidente Istat. Come si misurano questa caratteristiche? Si conoscono, sono nell’aria, basta chiedere, si chiama reputazione, passeggiando per i corridoi della Sapienza. E un Presidente del Consiglio che si rispetti ha il dovere di indagare al riguardo non limitandosi a leggere il Curriculum Vitae o ad andare su Google Scholar. E scegliere poi tra i tanti nomi eccellenti che, come in questo caso, ha ricevuto.

Non è detto che Giorgio Alleva farà bene all’Istat, ma le chance sono molto alte. E’ comunque solo a quel punto, dopo che avrà lavorato per qualche anno, che potremo giudicare sull’impatto che la sua nomina avrà avuto sulla reputazione internazionale del Paese e sulla fuga di cervelli susseguente alla scelta di un candidato potenzialmente eccellente per questo ruolo.