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Fiscal Compact: cambiare (ancora) si può, e si deve

Oggi su Affari e Finanza inserto di Repubblica l’articolo di Paolo De Ioanna e del sottoscritto.

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A valle del pacchetto di proposte della Commissione europea sul rafforzamento dell’Unione economica e monetaria (tra cui il recepimento del Fiscal compact nell’ordinamento comunitario con una Direttiva) la domanda giusta è forse questa: esiste oggi un vero spazio negoziale? Uno spazio per una autentica discussione sugli effetti prodotti dal quadro fiscale in vigore negli ultimi anni e per una sua revisione?

Il Fiscal Compact, l’accordo internazionale che negli ultimi 5 anni (integrandosi con i regolamenti in vigore) ha reso impossibile per gli stati membri dell’Unione più in difficoltà economica di far fronte alla crisi con il sostegno tradizionale della domanda pubblica, non entrerà nel sistema dei Trattati europei, come pure era auspicato dalla parte più austera dell’Europa. Soprattutto l’Italia ma anche la Francia ed il Portogallo, avevano chiarito senza equivoci che non erano disposti a questa operazione che peraltro richiede l’unanimità: dunque metodo, fonti e contenuto andavano riesaminati, come previsto dall’art. 16 del Fiscal.

Il clima in Europa è cambiato. Nel 2012 l’inserimento del criterio dell’equilibrio strutturale nella Costituzione italiana è stato da chi scrive valutato come un grave “eccesso di zelo” non dovuto e molto discutibile, in termini sia giuridici che economici. La formula “della Direttiva” potrebbe invece forse favorire una reale discussione politica. Nel Consiglio europeo il Governo italiano si è presentato con un documento di sistema che agisce per linee interne anche sulle regole di bilancio in vigore: più flessibilità e previsione di fondi di bilancio pluriennali per investimenti aggiuntivi, netta contrarietà alla possibilità di deferire ad un organismo tecnico, anche nazionale, la valutazione del rispetto delle regole quantitative e la decisione su tempi e modi delle misure di rientro. Continua quindi la strategia italiana di discussione critica della concreta applicazione delle regole fiscali austere senza tuttavia affrontare direttamente il tema di una loro revisione mentre la proposta della Commissione sembra invece assorbire i vincoli del Fiscal, pur delegandoli ai singoli Stati membri e collocandoli in un quadro pluriennale, recependo in più l’idea tedesca di attribuire agli Uffici di bilancio nazionali il controllo del rispetto delle regole.

Ogni decisione è stata rinviata agli Eurosummit di marzo e giugno 2018. La partita è ora posta su un piano tutto politico dove il punto di equilibrio oggi dovrebbe venire da una intesa franco-tedesca dopo la formazione di un governo in Germania. Lo strumento della Direttiva, che prevede l’intervento del Parlamento europeo, apre forse qualche spazio aggiuntivo di mediazione anche se appare molto difficile, nell’attuale equilibrio delle forze politiche europee, un cambio sostanziale della rotta austera verso lo sviluppo e gli investimenti, con una reale potenzialità di sollievo anticiclico dell’economia.

La natura apparentemente istituzionale della crisi europea spinge a ricercare soluzioni sul terreno della ingegneria ordinamentale: cooperazioni rafforzate tra stati e maggior potere agli organi che esprimono una sintesi comunitaria e non intergovernativa. E tuttavia se si mettono a fuoco i temi più significativi intorno a cui si è aperto il confronto, in vista di una ripresa del negoziato sull’integrazione, ci sembra chiaro che la natura economica e strutturale delle questioni emerga in tutta la sua pervasività. Ci sembra che nessun congegno istituzionale esprima in sé una reale capacità di sciogliere i nodi del presente, in particolare quello dell’assenza di un meccanismo che garantisca che le crisi economiche, come quelle che ci hanno appena attraversato in maniera devastante, possano essere gestite in modo soddisfacente, offrendo tempestive soluzioni al disagio dei giovani e dei più deboli. Chi scrive è convinto che mai come in questo momento l’interesse italiano, anche e soprattutto sul piano economico, coincida con una prospettiva di graduale ma chiara revisione del contesto regolativo, a partire dal Fiscal compact, revisione che va affrontata insieme all’ESM.

Questa potrebbe essere una concreta e realistica base di lavoro intorno a cui raccogliere quelle forze che ritengono la legittimazione democratica e una certa condivisioni dei rischi nella solidarietà l’unica strada per dare respiro in questa fase storica al processo di integrazione europea. L’Italia ha l’opportunità, con una posizione trasparente di principio ma al contempo nettamente europeista, di rendere il progetto continentale più sostenibile: una responsabilità che andrebbe premiata alle prossime elezioni per chiunque la sosterrà chiaramente ma che dovrebbe essere subito assunta dal governo in carica indicando nettamente la necessità di rivedere le regole attuali e le linee rosse che non si possono superare. La palla è tornata alla politica e la partita va giocata con realismo ma senza subalternità.

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La storia? Si ripete

Quesito.

Chi ha scritto:

“Ma, più propriamente, una simile linea di condotta era dettata da motivi burocratici. Il Fiscal Compact, infatti, era uno strumento ormai perfetto. C’erano voluti quattro anni e tutta la sottigliezza dei tedeschi, per metterlo a punto: era il risultato più brillante di Bruxelles, e i suoi artefici avevano incominciato ad amarlo in sé e per sé. Era assai complesso, e le migliorie più recenti sarebbero andate perdute se fosse stato revocato: c’erano troppi interessi in ballo per poterlo mettere in discussione. Secondo gli esperti, era la sola arma per imporre le condizioni di rientro ai Paesi ad alto debito e, una volta sospeso, difficilmente avrebbe potuto essere reintrodotto.”

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Nessuno, anche se non fa una grinza.

Fu piuttosto John Maynard Keynes, attorno al 1938, a leggere ad un gruppo di amici e colleghi gli appunti che trovate qui sotto, tratti dalla sua esperienza come membro della delegazione britannica alla conferenza di pace di Parigi del 1919, dove era in discussione la proposta (avversata da Keynes) di mantenere quell’embargo verso i prostrati tedeschi che impedì loro di usare le risorse finanziarie a disposizione per acquistare il cibo tanto necessario.

“Ma, più propriamente, una simile linea di condotta era dettata da motivi burocratici. L’embargo, infatti, era uno strumento ormai perfetto. C’erano voluti quattro anni e tutta la sottigliezza degli inglesi, per metterlo a punto: era il risultato più brillante di Whiteall, e i suoi artefici avevano incominciato ad amarlo in sé e per sé. Era assai complesso, e le migliorie più recenti sarebbero andate perdute se fosse stato revocato: c’erano troppi interessi in ballo per poterlo mettere in discussione. Secondo gli esperti, era la sola arma per imporre le nostre condizioni di pace alla Germania e, una volta sospeso, difficilmente avrebbe potuto essere reintrodotto.

Da “Melchior: un nemico sconfitto” in Le mie prime convinzioni di John Maynard Keynes (19851), per i tipi di Adelphi, 2012, in italiano.

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The Italian Lesson to the World

Interviewed by the BBC on the radio, I was asked immediately how I felt about the rising presence of the extreme right in Italy, as in Austria. It took me at least three seconds to reply, not having the faintest idea of what they were talking about.

So I was inspired to write to my non Italian followers and clarify with a few remarks what is Italy and, in particular, what we are truly dealing with in the next upcoming elections.

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If there is something extraordinary about this political Italian situation, headed toward its March elections, it is the fact that for the first time we will have 3 major parties/coalitions truly competing one against the other: a moderate right, a moderate left and the “for some out there scary” 5-Stars Movement created by Mr. Grillo. In the 2013 previous elections the majoritarian method of converting votes into seats did not allow the latter party to stand a chance for government, even though it obtained a quarter of the national vote. Today, to the contrary, since the voting system is likely to be proportional (major landslides of one party aside), we have more uncertainty on the winner than last time, each one of the three having a chance of grabbing a hold on executive power.

Not much else is new, not even the fact that a coalition will very likely need to be formed at the end of this election, just like it did last time when the center-left had to find an alliance with the center-right to rule. More importantly, there is nothing new about the presence in the ballot of a strong so-called “scary” new player, that worries the establishment and the markets for its chances of winning: we have been there before.

Indeed, if you look back at the history of Italy after WWII, the fact that one new party (and for some people a highly “dangerous and unreliable” one, like in this recent case the 5-Stars movement) is on the verge of success is not that extraordinary. Indeed, Italy has always been able to generate what in the mind of many were “dangerous and unreliable” strong parties: first, it was the Communist party, then Silvio Berlusconi’s (allied with the then xenophobic and secessionist Northern League and the post-fascist National Alliance) party and now the 5-Stars movement. And?

And nothing. Nothing because, on a purely fact-based evidence, the big threatening new party has always found worthy (moderate) opponents that have frequently ended up defeating them. First, through the then existing Democratic Christian party that until the late 80s stopped the rise of the Communist party, then through a more moderate party, successor of the Communist party itself, whose leading figure was the one of Prof. Prodi, also a President of the EU Commission, who twice stopped Mr Berlusconi.

So now the question in the mind of many is: will the moderate forces manage also this time to stop the threat of a scary challenger, which today has the face of Mr. Grillo? A purely numerical answer would lead us to say yes, thanks to the new electoral method. Technically speaking, since to win the majority of seats the 5-Stars would need 40% of the vote (for the proportional seats) plus a 60% success (in the first past the post seats), it seems basically impossible that the 5-Stars movement will be able to rule on its own, even though it is the leading party today in the polls with an almost 30% consensus and might well end up being it in the ballot. Since nobody wants to ally with the 5-Stars party (nor do they seem keen in allying with anybody else) we are likely to observe a coalition government between the moderate left of Mr. Renzi and the Berlusconi plus (former Northern) League conservative alliance.

Fine. But all what above is, I am sure, capable of making every curious observer scratch his/her head over two evident paradoxes regarding Italian politics.

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Please note this first paradox of Italy: constantly, those parties which were initially considered scary or dangerous have become over time those capable of rescuing the country from the new so called threatening parties. The once feared Communist party became the moderate leftist party capable of fighting Mr. Berlusconi and its “little presentable” allies. And today we have Mr. Berlusconi himself who is headed to “save us” from the “danger” of the 5-Stars movement.

The lesson is stark even though surprising: democracy in Italy, after WWII, worked so well in normalizing “extreme parties” that I suggest one should worry more about systems that appear stable but have not been able to cope well with sudden polarisation (see UK with Brexit, Germany with the AfD and Spain with Catalunya).

This paradox of Italy, as all paradoxes, leads to a wrong conclusion that perhaps needs a re-formulation. Maybe, after all, we should not worry that much about the 5-Stars movement. If they were to win (an unlikely event, as said above) let them rule, like they are already doing with mixed results in some main Italian cities like Rome and Turin, and relax: see to it that in at most a decade they will turn out to be under most dimensions a more effective, more competent and definitely less scary (to those who feared it) party they might appear today (with some reason).

But there is also also a second Italian paradox that is worth mentioning from which we have to learn. We do make an historical mistake when we call the Communist Party, Mr. Berlusconi’s and the Northern League and the 5-Stars Movement, as threats – past or present – to the so-called “system”. To the contrary, they have often saved it from its mistakes. Indeed, it is fair to say that these “scary” parties have always played a key positive role in Italian society, able as they were to represent those who suffered and who were left hanging out in the cold by the then dominant parties: whether it was the working class, the heavily taxed small Northern entrepreneurs, or the ones hit by the unmanaged effects of the last financial crisis. Without these parties, without their effective even though often vociferous representation, we would have certainly seen Italy devoured by chaos and revolt, disrupting tremendously those very same interests represented by the dominant parties and the dominant classes.

This, again, shows how much Italy seems to have a democracy that is more reliable than many others among the ones of the Western world. Our Constitution, 70 years old, has worked fine: but simply do not praise the norm and its articles, but rather those who have respected it with pragmatism, realism and passion for the past decades, i.e. the Italians.

The conclusion is once again the same: do not blame the 5-Stars movement, praise it if you can, for what it has done in representing – so much imperfectly – those more in pain during the last decade. And if you are a true moderate, and you want to blame someone for this sad state of affairs of political uncertainty, blame the only ones that have made Mr. Grillo and his movement so popular: the abysmal policies followed by some abysmal Italian “leaders”, advised and ordered around by an abysmal and myopic European set of “leaders”.

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La fine dell’inizio o l’inizio della fine? Brexit e la sconfitta UE

E così con Brexit un divorzio in piena regola ha avuto inizio: si è deciso sui soldi (i finanziamenti del Regno Unito (RU) alla UE), sulle proprietà (i confini), sui figli (i diritti dei cittadini UE e RU residenti in RU ed UE rispettivamente).

La stampa italiana (e immagino dell’Europa continentale) sarcasticamente sottolinea la sconfitta negoziale britannica, non rendendosi conto della gravità di questo suo (ennesimo) errore di valutazione.

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Ci sono due modi di analizzare quanto avvenuto ieri.

Il primo, utilizzando l’efficace espressione del Primo Ministro irlandese – “è la fine dell’inizio” –  che si concentra sull’(importante) dato di fatto che il processo di divorzio è avviato e si è evitato di arenarlo. Un’ottica di breve periodo con cui guardare alla Brexit, ma certamente legittima, dalla quale effettivamente l’UE sembra uscire abbondantemente vincente rispetto al RU.

In realtà non è proprio così. Per il Regno Unito le 15 pagine sottoscritte dalla Premier May un (solo) vantaggio evidente, ma essenziale, di breve periodo lo hanno: quello di dare certezze al mondo imprenditoriale britannico, permettendo dunque una ripresa o il mantenimento degli investimenti previsti. Generare garanzie sull’apertura delle frontiere irlandesi e, soprattutto, nei confronti dei dipendenti UE residenti nel RU si dimostrerà efficace economicamente e politicamente. Cittadini UE che potranno rimanere ed addirittura spostarsi al di fuori del RU per 5 anni e non perdere il loro status di residenti nel RU, aspetto questo essenziale all’interno di aziende globali, in cui la forza lavoro è costantemente in movimento, per non smettere di attrarre capitale umano di qualità.

Ma rimane il fatto che sia l’Unione europea ad aver stravinto la causa di separazione: portando a casa tutta una seria di successi per i prossimi 5-8 anni, in particolare sia sul finanziamento britannico del budget UE fino al 2021 sia sulla protezione dei diritti dei residenti UE nel Regno Unito. E politici europei e giornalisti a deridere i britannici con cori di “avete visto?” oppure di “vi sta bene!”, nel tentativo di mettere paura a altri Stati membri che dovessero pensare di fare quanto ha osato fare il RU. Ma hanno ragione?

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No. Perché rimane infatti sempre l’altro modo di vedere Brexit: quello dell’“inizio della fine”, ormai confermata. Rimane cioè agli atti una vittoria notevole per tutti coloro che volevano la Brexit, e una sconfitta amara per tutti coloro che ad essa si opponevano.

Fanno male gli analisti continentali a non dare conto di come, certo non nel breve periodo, ma nel medio sì, i Brexiters portano a casa quanto voluto (o buona parte di ciò che era stato richiesto). In fondo il Regno Unito si riappropria dei propri tribunali (allontanando lo spettro della burocrazia UE), delle proprie politiche di immigrazione e si sgancia definitivamente da una costruzione pericolosa in termini di politiche fiscali come quella del Fiscal Compact, mai desiderato per il suo rigido approccio alle politiche di sostegno all’economia.

E’ così lineare e chiaro: il disagio profondo che era sorto nel RU in alcuni strati della popolazione, mai pienamente ascoltato a Bruxelles, ha portato a perdere un attore dell’Unione europea.

E che attore. Il Regno Unito non è un Lussemburgo qualsiasi, la sua visione pragmatica, se vogliamo a volte commerciale ed anti-burocratica, era un potente integratore di energie per un Continente troppo spesso preda di mancanza di dinamismo. E se chi oggi si dice veramente europeo deve solo ammettere che ieri si è firmato l’inizio della fine e la sconfitta di quell’Europa che abbiamo sognato, deve anche riconoscere che le nostre future generazioni saranno orfane di quell’Europa, che guarderanno al RU come noi oggi guardiamo agli USA, un alleato ma non un pezzo di noi. Siamo più deboli: è l’Europa delle diversità che da ieri è stata certificata come sconfitta.

E non interrogarsi sulle ragioni di questa sconfitta è preludio di altre, ecco il nuovo pericolo. Abbiamo altri confini tremolanti, come ad esempio la Polonia: vogliamo perdere anche lei, per mancanza di attenzione e di ascolto, come è successo di fronte al disagio britannico? Quanto ancora prima che tutto si dipani e misteriosamente finisca senza nemmeno avere avuto il tempo di chiedersi “perché”?

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Quella piccola Italia che non fa crescere le piccole imprese

Il mio pezzo di oggi sul Sole 24 Ore.

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Dal 22 al 24 novembre scorso si è svolta, quest’anno a Tallin, la consueta settimana della piccola impresa. In tale occasione la Commissione europea presenta l’importante rapporto (anche questo annuale) sulle PMI europee, che contiene gli allegati con l’approfondimento sulla valutazione per ogni Stato membro delle politiche adottate al riguardo delle proprie piccole e medie imprese e del loro stato di salute. La lettura dell’analisi del Fact Sheet sull’Italia non può che destare grave preoccupazione e i dati in esso contenuti dovrebbero suscitare un dibattito nazionale ben più ampio di quello che (non) leggiamo sui giornali.

La contraddizione fondamentale dalla quale il nostro Paese sembra incapace di estricarsi è nota: come può un Paese tanto dominato dalle piccole imprese non aiutarle a crescere? Come può non adoperarsi per rimuovere le barriere che le ostacolano? Rispondere a queste domande equivale ad andare alla radice dei mali della mancanza di competitività del nostro Paese rispetto a quella di altre nazioni con le quali ci paragoniamo frequentemente e con crescente dose di frustrazione.

Alcuni dati mettono in luce il nostro “tesoro” e quanto sia abbandonato. La percentuale di valore aggiunto proveniente dalle PMI è di due terzi, che va paragonata al 56.8 % medio della UE, con un 78.6 % dell’occupazione che proviene da queste, contro i due terzi UE. Tuttavia, tra il 2012 ed il 2016 le PMI italiane hanno visto contrarsi del 4.3% l’occupazione (26,1% nel solo settore delle costruzioni), contro la crescita del 3.7% delle grandi imprese. Malgrado la ripresina del 2016, l’occupazione nelle PMI è ancora del 12.9% inferiore al livello del 2008.

Vero è che viene riconosciuto ai vari Governi italiani di essersi impegnati, dal 2012, in una strategia di sviluppo mirata a incrementare il numero di imprese innovative, le c.d. start-up: a metà luglio del 2017 queste risultavano essere 7.480. Ancora poche rispetto agli standard europei, ma soprattutto un numero infinitesimale rispetto al numero complessivo di PMI presenti in Italia, pari a più di 3,7 milioni. Evidentemente non possiamo accontentarci di una politica delle PMI per lo 0,2% di esse e la domanda che sorge spontanea è: cosa è stato fatto sinora per il rimanente 99,8%?

La risposta che la Commissione europea consegna agli atti è chiarissima: poco, visto che sono solo 6 gli stati membri dove le PMI non hanno ancora ritrovato la performance pre-crisi su tre indicatori chiave come numero d’imprese, occupazione e valore aggiunto: Croazia, Cipro, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Non è vero che “niente” è stato fatto: sul tema dell’imprenditorialità, ad esempio, si riconosce che all’interno delle scuole, ai livelli di istruzione secondaria, grazie alla riforma scolastica, e con lo strumento oggetto di recenti polemiche della scuola-lavoro, ci si è migliorati, avvicinandosi agli standard medi europei.

Mentre le buone notizie si distillano col contagocce, la penna rossa per l’Italia è usata pressoché su qualsiasi tematica si voglia valutare lo sforzo prodotto per aiutare il sistema nazionale delle PMI. Si spazia dal settore creditizio, in cui la relazione tra il costo per piccoli e grandi prestiti si è continuamente allargata dal 2008 a svantaggio delle piccole imprese, alle politiche ambientali dove l’Italia è tra i tre peggiori stati membri quanto a supporto pubblico alle PMI per misure di efficientamento o per la produzione di prodotti “verdi” con un calo di tutti gli indicatori dal 2013 al 2015, alla crescente mancanza di una “seconda possibilità” per piccoli imprenditori onesti che hanno conosciuto in precedenza il fallimento. Nessun miglioramento poi dal Codice degli appalti dove, tra ritardati pagamenti e scarsa percentuale di appalti affidati alle piccole (20% in Italia, 29% altrove nell’UE), si potrebbe invece annidare una fonte essenziale di ossigeno per la ripresa di moltissime PMI italiane.

La ragione di tutto ciò? E’ facile rintracciare questa mancanza di successi nell’assenza di un disegno organico a supporto della PMI, tanto più stridente quando si considera la loro rilevanza all’interno della nostra economia. E’ la stessa Commissione a ricordare come l’obbligatoria legge annuale per le PMI, prevista dallo Statuto delle Imprese del 2011, sia ancora – scandalosamente – da attuarsi per la prima volta. E’ prevista, annuncia la Commissione, la relazione del Garante delle PMI per il 2018. Sul sito del Ministero dello Sviluppo italiano è rintracciabile solo quella del 2014, segno inequivocabile del perché il rapporto europeo 2017 condanna senza troppi giri di parole un’Italia che non protegge né valorizza il suo tesoro.

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The Square: l’Europa a due velocità

Uscito da qualche ora dalla proiezione del film svedese The Square, confessione cinematografica del senso di colpa scandinavo per avere messo fuori dal “quadrato degli uguali” i nuovi migranti (e i vecchi emarginati).

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The Square. Io che di svedese ho poco, mi interrogo su quale sia lo Square europeo. Ma certo! Dedicato a tutti quelli che, come Macron, “l’Europa a due velocità”… Pfui, che pena.

Perché l’Europa a due velocità altro non è che la non-Europa, ovvero il contrario, l’esatto contrario di quello che l’Europa si prefiggeva di essere. Con quelli più bravi e che possono di qua, dentro il quadrato, tutti belli uguali, e quelli brutti e che non ce la fanno, fuori dal quadrato.

L’Europa a due velocità della non solidarietà, della non diversità, dei “noi” e dei “voi”, la lasciamo a loro.

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La bomba a orologeria catalana e l’occasione da non perdere

Cosa ci sta dicendo la Catalogna?

Che i valori fondanti europei, quei valori che l’Unione europea si vanta in ogni dove essere i tratti dirimenti e distinguenti, storici e politici, che accomunano gli Stati membri, sono oggi a rischio di vedersi rinnegati.

Valori di democrazia, di rispetto dei diritti umani basilari. Come dice Juncker: “European integration was always a project created by the people, for the people“. Per la gente? Siamo sicuri?

Il Ministro belga non pare d’accordo se arriva ad affermare ”Quando vediamo la situazione, la repressione da Madrid e le condanne che si rischiano, ci si può domandare se ci sarà un processo equo” e a di fatto suggerire a Carles Puigdemont, Presidente (destituito!) della Catalogna, una richiesta di asilo politico: da dentro l’Europa, non da fuori dei confini continentali!

La gravità di quest’affermazione sta nel suo ricordarci potentemente come qui non trattasi più di un contrasto interno all’Europa, come quello con Polonia ed Ungheria, in cui ai “reietti” viene ricordato di attenersi ai valori fondanti dell’Unione rispetto a diritti umani e democrazia; qui, piuttosto, si ricorda all’Unione europea come questa si sia distratta a riguardo proprio di quel rispetto così essenziale che ci definisce, noi e la nostra Unione!

Né qui, in Catalogna, trattasi di una nuova Brexit, dove un Paese vuole “uscire” da quei valori europei: piuttosto a questi valori ci si appella per “restare” e per venire in aiuto!

Si lascino perdere le fondate ragioni spagnole sulla illegalità e la non democraticità dell’azione dell’amministrazione catalana: ciò non toglie che tutto quanto sopra, che interroga l’Europa e la sua identità, rimanga pregnante di significato quanto il silenzio che circonda l’Europa al riguardo.

5 anni fa su questo blog sostenemmo come andava preso il toro per le corna e affrontata la questione catalana nella sua pienezza, o altrimenti saremmo arrivati alla questione della secessione. E’ un punto importante, questo dell’esistenza di una soluzione praticabile, che sottende una verità paradossale alla luce della situazione odierna: stiamo parlando di due Paesi che vogliono restare nell’Europa, che si identificano con un sostrato di valori comuni, non come Scozia e resto del Regno Unito.

E questa soluzione praticabile derivava e deriva tuttora (seppure in un ambiente reso ben più instabile dagli eventi che si sono dipanati in questi anni, fino al referendum) da una semplice constatazione: quando un progetto di federazione democratica è vissuto come troppo poco basato sulla sussidiarietà, troppo centralistico, qualcosa deve arrestarsi, tornare indietro, per rispettare i valori della rappresentanza e della res publica. L’Italia pare, con una sua saggezza tutta storica, aver compreso ciò ben meglio degli spagnoli.

5 anni fa (vedi pezzo su blog citato sopra) la Catalogna chiedeva più autonomia fiscale per fronteggiare al meglio la crisi che la toccava. Più sussidiarietà. Non gli fu accordata. Madre di questa scellerata e miope decisione di Madrid fu un’altra capitale, Bruxelles, essa stessa preda della malattia della centralizzazione eccessiva e dell’austerità che ci ha portati a non (potere? volere?) ascoltare durante la crisi economica il grido di dolore di alcune aree geografiche specifiche, più colpite di altre e più bisognose di altre.

Ora l’Europa ha un’occasione per riscattarsi, anzi, per salvarsi. Torni a rappresentare la gente, come dice Juncker, e ponga le basi per un accordo Madrid-Barcellona basato su maggiore autonomia fiscale per la Catalogna. Senza temere che a ciò segua una Lombardia, un Veneto, o chissà cos’altro, perché lontana è in quelle aree la voglia di indipendenza, imparagonabili alla Catalogna.

In questo modo l’Unione Europea disinnescherà la bomba ad orologeria della cancellazione dei suoi valori fondanti ed avvierà al suo interno quel dibattito sulle esigenze di una Federazione di diversi che ha sinora sempre evitato, finendo per diventare il contrario di quello che pretendeva essere. Altro che Macron e le sue proposte di riforma europea: la Catalogna ci sfida con la forza delle passioni e dei valori della gente a creare nel concreto quell’Europa federale che tanti di noi sognano un giorno di vedere realizzata.

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Dalla Politica: un solo mandato per la Bankitalia e un nome

Il mio articolo oggi sul Sole 24 Ore

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E’ complesso pronunciarsi da tecnico in una materia, come quella del rinnovo del Governatore della Banca d’Italia, divenuta ormai quasi squisitamente politica. Eppure qualcosa possiamo dirlo.

Primo. Da fonti autorevoli come il Quirinale si chiede giustamente la salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della Banca. Ora questa indipendenza deve essere ben delimitata: in particolare non significa né irresponsabilità, da un lato, né onnipotenza.

La Banca d’Italia ed il suo Governatore non sono onnipotenti nel senso che la legge del 2005 prevede che non sia il Consiglio superiore della Banca d’Italia a nominare il Governatore ma il Presidente della Repubblica con un suo decreto, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. Dunque certamente non si può qualificare come “eversiva” la mozione approvata della Camera dei Deputati che impegna il Governo «ad individuare nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto».

Secondo. L’indipendenza della Banca deve piuttosto intendersi come libertà di muoversi operativamente per raggiungere l’obiettivo previsto dalle norme: per esempio un’efficace vigilanza bancaria. E qui è piuttosto paradossale che nel suo comunicato la Banca d’Italia si sia espressa affermando che “nella sua azione l’Istituto ha sempre agito in contatto con il governo”. Questa affermazione andrebbe qualificata per rimuovere le perplessità che essa genera nel lettore.

Terzo. E’ vero anche che un Governatore, a fronte di questa indipendenza operativa, non può dirsi nemmeno irresponsabile. Se è di fatto impossibile per la politica licenziare un Governatore non efficace durante il suo mandato, un suo non rinnovo – là dove di rinnovo si può parlare (per esempio non nel caso della BCE) – non è questione astratta ma può ben essere messa sul tavolo. Un processo di conferma e quindi di possibile revoca non è d’altronde nemmeno un’anomalia tutta italiana né una minaccia assoluta all’indipendenza dell’istituzione: in questo momento Trump sta decidendo se a febbraio revocare l’incarico al Governatore della Fed, Janet Yellen, e tutto questo non mina assolutamente la credibilità e l’indipendenza della banca centrale più potente al mondo.

Certo si corre un rischio che ha del paradossale: che il potere che la legge dà alla politica di non rinnovare per un secondo mandato un Governatore che non si è dimostrato all’altezza del suo compito possa essere usato per non rinnovare per un secondo mandato un Governatore che non si è piegato a eventuali voleri impropri della politica stessa. Il coltello come sempre può essere usato per uno scopo giusto, tagliare il pane, ma anche come arma impropria.

Nel caso di specie, se avessimo informazioni certe sulle colpe della vigilanza bancaria da parte della Banca d’Italia in quest’ultimo sessennio la cosa sarebbe semplice. Certamente vi sono stati nell’azione della vigilanza di questi anni momenti che hanno generato perplessità rispetto all’efficacia dell’azione. 2 esempi? Fino al 2013 si è minimizzata la situazione di dissesto dei bilanci delle banche italiane. I problemi sono emersi solo dopo l’intervento dell’EBA e della BCE con l’introduzione degli stress test. Questo ha ritardato il processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, avendo effetti negativi sulla crescita economica del paese. Si è poi permesso alle banche di collocare presso il pubblico i titoli subordinati che sarebbero stato oggetto del bail-in. Si trattava di titoli ad alto rischio non adatti al pubblico retail. I regulators avrebbero potuto prevenirne il collocamento?

Eppure, anche tenuto conto di tutto quanto sopra, non è così facile attribuire una responsabilità alla Banca quando si aggiungono a ciò gli interessi di parte politica, non sempre trasparenti (o perlomeno non sempre percepiti come tali) e quel potenziale agire “in contatto” tra Governo e Banca d’Italia, menzionato sopra.

Forse quanto ci insegna tutto ciò è che un mandato unico (come per la BCE) di 6 anni, senza l’opzione del rinnovo sarebbe lo stratagemma per risolvere questo problema in avvenire, rafforzando anche l’indipendenza operativa del Governatore. Ciò permetterebbe alla Banca d’Italia di mantenere una sua credibilità rispetto alla politica, a cui essa riporterebbe periodicamente come per la BCE, e a cui essa si sottometterebbe, come è giusto che sia, solo nel momento topico della nomina del suo vertice apicale nella figura di un Governatore con mandato unico non rinnovabile.

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La vestale è a Roma, non a Francoforte

Paradosso: proposizione filosofica logicamente coerente ma che parte da premesse false.

Dizionario.

Le (nostre) proiezioni prevedono una crescita reale del PIL del 2.2% nel 2017, dell’1.8% nel 2018 e dell’1.7% nel 2019 … e una crescita annuale dei prezzi (HICP) all’1.5% nel 2017, 1.2% nel 2018 e 1.5% nel 2019”.

Mario Draghi, ieri.

http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2017/html/ecb.is170907.en.html

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C’è qualcosa di paradossale in questa Europa che affida a Mario Draghi, vestale di un Continente che stenta esso stesso a considerarsi eterno, la protezione del proprio fuoco.

Che di protezione l’Europa abbia ancora bisogno lo dimostrano non solo le proiezioni di minore crescita e inflazione citate dallo stesso Draghi per gli anni a venire, ma la preoccupazione aggiuntiva per un ulteriore deprezzamento del dollaro, che frenerebbe le nostre esportazioni al di fuori dell’area dell’euro.

E dunque eccola qui, la fragile Europa che si affida nuovamente alla BCE ed alla politica monetaria per salvarsi dai rischi che bussano alle nostre porte, dal resto del mondo. Con due paradossi. Il primo: se l’Europa fosse veramente così fuori dalle secche della crisi grazie alle politiche seguite sinora, perché preoccuparsi? E se invece siamo ancora fragili, malgrado il famoso “whatever it takes” di Draghi di ormai 5 anni fa, come sperare che possa essere la politica monetaria a salvarci? Qualche premessa deve essere falsa.

In fondo, si dirà, c’è una logica nel ragionamento di Draghi: una politica monetaria espansiva dovrebbe arrestare l’apprezzamento dell’euro, aiutando dunque le nostre esportazioni, il nostro PIL e facendo ripartire i prezzi, evitando un ritorno alla deflazione.

Se non fosse … Se non fosse che il tasso di cambio ha molti padroni e non segue obbediente i voleri di questo o di quell’attore: c’è, a influenzarlo, la BCE, ma anche i singoli governi nazionali, e i mercati finanziari … E, fattore forse più decisivo, non va dimenticato che il tasso di cambio in questa fase serve a poco per paesi, come l’Italia, in cui chi soffre (le PMI ed il Meridione) non esportano poi tantissimo. Come ha detto lo stesso Draghi, lui la politica la fa per tutti, non certo per un singolo Paese!

Servirebbe, per far ripartire prezzi e PIL lì dove stentano veramente, in Italia, una politica nazionale, controllabile e impattante per le zone dove maggiore è la sofferenza. Ebbene sì, c’è una sola vera soluzione logica e non paradossale: una politica fiscale di maggiori investimenti pubblici in Italia, 10 volte più efficace di una politica del cambio decisa a Francoforte. E che andrebbe anche a tutto vantaggio della Germania, che ha interesse a mettere l’Italia in sicurezza.

In fondo, la vestale è romana, non tedesca, basta leggersi i libri di storia.

Ma non la si vuole usare, la vestale romana, perché si teme, a causa di un’ampia dose di ideologia liberista che pervade i corridoi europei, il suo afflato basato sulla maggiore spesa pubblica. Così facendo, si lascia l’Europa alla mercé del resto del mondo e dei suoi umori: e a quel punto sì, il fuoco sacro potrà spengersi, per sempre, e con lui tutte le vestali.

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Il torto di chi non pensa ai giovani

Oggi sul Sole 24 Ore a mia firma.

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Se è vero che la gioventù non ha sempre ragione, la società che la disconosce e la colpisce ha sempre torto”, esclamava François Mitterand, 50 anni fa, davanti all’Assemblea Nazionale francese. Mezzo secolo dopo, è nelle aule parlamentari italiane che il dibattito sulle politiche per i giovani sembra dover ritrovare spazio.

Il cosiddetto “Piano Marshall per i giovani” ha tuttavia bisogno, per funzionare, di ben altro che dei 2 miliardi di euro a regime (0,1% del PIL) proposti in questi giorni da alcuni ministri del Governo Gentiloni e atti a finanziare un ipotetico dimezzamento dei contributi per i primi due o tre anni per chi assume under 29. Come non essere infatti d’accordo con quanto sostenuto dal Direttore su queste pagine: “più che la scossa per dare un futuro di lavoro vero ai giovani si vede all’orizzonte la campagna elettorale, dove la ricerca del consenso distribuisce più mance che terapie utili per rafforzare la ripresa”?

Certo, c’è anche chi sostiene come non vi sia bisogno di un tale Piano. Alcuni affermano che non faremmo che rafforzare un presunto conflitto intergenerazionale; altri sono presi dal consueto fastidio che provano di fronte a qualsiasi proposta specifica per questo o quel settore.

Eppure Mario Draghi, a Jackson Hole, ha chiuso il proprio discorso argomentando come la nostra società può e deve aprirsi maggiormente alla globalizzazione, ma solo “proteggendo” le parti più “vulnerabili”; facendo poi riferimento esplicito al ruolo dell’istruzione, ha messo al centro di tali schemi di protezione proprio i giovani.

Non dovrebbe stupirci una simile analisi, per due ordini di motivi. Primo perché i giovani, quando colpiti da una crisi economica delle drammatiche proporzioni sperimentate in questo decennio, si ritraggono e scompaiono per sempre dalla nostra società: lasciano il Paese, o abbandonano la forza lavoro, causando non solo perdita di PIL potenziale, ma dissipazione di un’eredità culturale. In secondo luogo perché i giovani, quando vengono adeguatamente stimolati e messi di fronte a nuove opportunità, generano potenzialità senza pari di crescita e innovazione per il Paese e per la sua sostenibilità di lungo periodo. Nel patto intergenerazionale tra giovani ed anziani, questi timori e speranze sono condivisi da un’ampia maggioranza di persone di tutte le età.

Un Piano per i giovani degno di questo nome, richiederebbe tuttavia un approccio sistemico. A cominciare dalle risorse, che dovrebbero essere moltiplicate rispetto ai numeri fatti circolare. Al Meeting di Rimini il Presidente di Confindustria ha detto che per i giovani servono 10 miliardi di decontribuzione totale per creare 900mila posti di lavoro in più in 3 anni. Sono risorse che non sarebbero difficili da mettere a disposizione, per un Governo che abbia la capacità di avviare e programmare al contempo una vera spending review, in tal modo convincendo anche l’Europa della bontà e improrogabilità dei propri intenti. Risorse per rendere credibili le possibilità di assunzione a un ampio numero di giovani nel settore privato, ma senza dimenticare la Pubblica Amministrazione italiana, ormai la più vecchia d’Europa.

Eppure anche questo non basterebbe. Non è sufficiente dire “ecco la porta, entrate”. Molti giovani vanno accompagnati a quella porta e, una volta varcata, non devono trovarsi in una stanza vuota. Il che significa in primis rivoluzionare il nostro sistema universitario. Parte di quelle risorse andranno destinate a invertire il velenoso trend che vede la laurea come strumento inidoneo a fungere da scala sociale. Risorse atte ad eliminare la piaga anomala dei fuori corso e degli abbandoni (si può fare, con maggiori investimenti sul personale!), formando i giovani con competenze ben più trasversali di quelle odierne, preparandoli e assicurandoli dai mutamenti tecnologici.

Significa anche prendere atto con coraggio che il tessuto industriale del nostro Paese è fatto di PMI spesso restie ad assorbire i nostri laureati e nulla di quanto sopra può realizzarsi pienamente se non all’interno di un quadro di cooperazione continua e allargata tra il nostro sistema delle imprese (specie le più piccole) e quello formativo di scuole e università, in cui le prime imparino ad aprirsi a profili specialistici e innovativi, a fronte di una formazione più mirata alle loro esigenze essenziali da parte delle seconde.

Deve essere chiaro che non sarà mai un solo Ministro ad attivare con successo un Piano simile. Né più Ministri senza il sostegno fattivo e i suggerimenti precisi delle parti sociali e del mondo della formazione. Ma se non lo attiveremo, con entusiasmo e determinazione, ci indeboliremo al punto da condannarci all’oblio.

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Grazie a GC.