Permalink

Salvare l’Europa rinnegando se stessi

Oggi sul Sole 24 ore, il  mio pezzo.

*

Nell’attuale dibattito tra le forze parlamentari, la dimensione politica del “cosa fare” viene esaltata: tra chi spinge verso le elezioni subito, chi tra poco e chi predilige lasciar che la legislatura abbia il suo naturale, seppur travagliato, corso. Il convitato di pietra di questo dibattito, l’economia, marcia nelle retrovie: se non fosse per i turbamenti dello spread che ricevono qualche attenzione si direbbe che sia quasi assente.

Ed è ben paradossale se si pensa che la crescita travolgente nei sondaggi della Lega di Matteo Salvini in questo ultimo anno si spiega solo con due cavalli di battaglia della retorica del suo leader con evidenti implicazioni economiche: immigrazione e politica fiscale, dove l’enfasi è stata posta sui vincoli europei, addirittura portando il partito a negare il voto alla candidata, poi eletta, von der Leyen per la presidenza della Commissione europea, reputata evidentemente a favore dello status quo.

Per la verità in questi giorni la Lega, tramite il suo leader, è stata l’unica forza a comunicare ripetutamente cosa va cambiato nella gestione dell’economia: sforamento dei parametri di finanza pubblica europei, flat tax, investimenti pubblici, IVA stabile, lasciando per ora alle scorribande della base sui social e ai tweet di alcuni rappresentanti del partito la questione più delicata della permanenza nell’euro.

Gli altri partiti si sono distinti più che altro per una serie di dichiarazioni su cosa, per l’economia, “non” va fatto. Non si deve aumentare l’IVA, non si devono abbandonare i parametri europei, non bisogna tornare indietro sul reddito di cittadinanza. Troppo poco, verrebbe da dire. Una coalizione PD-5 Stelle, se mai possibile, dovrebbe interrogarsi rapidamente su che impostazione comune di politica economica dovrebbe caratterizzare l’alleanza, alquanto instabile di suo, per riuscire ad arginare la crescita del consenso sovranista in Italia e altrettanto rapidamente comunicarlo.

E’ evidente che ciò richiederebbe un’inversione ad U ad ambedue i partiti, ben maggiore di quella sottolineata sinora sulla stampa, legata alla reciproca antipatia così pubblicamente manifestata in quest’ultimo anno di lavori parlamentari. Un’inversione ad U rispetto alle politiche sinora abbracciate dai due movimenti, che hanno avuto in comune un evidente fallimento: la mancata ripresa della crescita rispetto al resto d’Europa.

Mentre Salvini propone in effetti un approccio nuovo, cosa portano 5 Stelle o PD se non ricette che quasi tutti giudicano nei fatti fallimentari come rispettivamente il reddito di cittadinanza – capace di generare (parole dello stesso Documento di Economia e Finanza del Governo Conte!) una misera crescita del PIL di 0,8% nel prossimo triennio o come il ritorno alla convergenza verso il bilancio in pareggio fatto di manovre austere che condannarono Renzi alla sconfitta politica del 2018?

Errare è umano, perseverare è diabolico, ed astenersi dall’elaborare una nuova piattaforma, diversa da quelle presenti nel DNA tradizionale di questi due partiti, è masochistico: se anche riuscissero ad arginare temporaneamente il ricorso alle urne autunnali, anche tra due anni il conto che presenterebbe un elettorato stanco di stagnazione, declino, mancanza di ripresa sarebbe inequivocabilmente favorevole a Salvini, al sovranismo e alla fine di qualsiasi sogno europeo.

E questo è ben chiaro anche a qualunque analista o politico europeo che si rispetti: il futuro dell’Europa passa per Roma e tirare la corda ulteriormente non farebbe che portare munizioni alla retorica di Salvini. Questo banale dato di fatto costituisce tuttavia anche un’opportunità per i due partiti: un’Europa terrorizzata dalla prospettiva sovranista è oggi disposta a concedere molto di più alle forze pro-europee italiane di quanto non abbia fatto sinora, rimuovendo l’alibi del “ce lo chiede l’Europa”.

Diventa dunque essenziale conoscere se esista una terza via per la politica economica, diversa da quella sovranista ma al contempo lontana da quella europea del Fiscal Compact che ha caratterizzato in maniera nefasta l’ultimo decennio, e tale da poter essere sposata da ambedue i partiti. E la risposta è sì, esiste.

Richiede innanzitutto un rispetto formale di alcune regole europee non negoziabili, in particolare quelle legate al deficit su Pil del 3% come linea Maginot degli sforamenti di bilancio in tempo di difficoltà. In cambio di questa concessione all’Europa, l’Italia di questa insolita coalizione dovrebbe richiedere di poter rimanere al 3% fino all’uscita definitiva dalla stagnazione, un’eccezione significativa al Fiscal Compact che richiede comunque e sempre una convergenza al bilancio in pareggio nel giro di tre anni. Nuovamente in cambio, l’Italia garantirebbe due ulteriori condizioni: che le risorse così liberatesi verrebbero usate solo per fare investimenti pubblici che stimolano al contempo domanda “per” e produttività “delle” nostre aziende e che ulteriori aumenti di spesa o diminuzioni di imposte avverrebbero via spending review.

Cosa implicherebbe questo patto per le manovre di finanza pubblica? Con un deficit-PIL, come quello odierno, già attorno al 3% in assenza di aumento dell’IVA, praticamente nulla: non vi sarebbe in effetti spazio per ulteriori investimenti pubblici (una spending review seria richiede tempo), e il vantaggio di questo accordo si limiterebbe solo ad escludere ulteriori danni da austerità, non a generare benefici, troppo poco per sconfiggere i sovranisti. Una soluzione c’è: lasciar aumentare l’IVA, guadagnando ben 23 miliardi di risorse che potrebbero essere usate per gli investimenti pubblici in tutto il Paese. L’impatto di questa manovra, chiamata anche del “moltiplicatore in pareggio”, è noto e positivo per la crescita: se è vero che la domanda privata sarebbe in parte depressa dall’aumento delle imposte indirette, l’impatto positivo dei maggiori investimenti pubblici lo sovrasterebbe, sia nel breve che nel medio periodo. E due anni sono quanto bastano a questa anomala coalizione per dimostrare la bontà di questa scelta all’elettorato, in termini di ripresa e sviluppo.

Europa o non Europa? Tertium non datur, ai partiti l’ardua scelta.

Permalink

Mentre gli Usa difendono le PMI, l’Europa (e l’Italia) che fanno?

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 Ore.

*

E’ passata sotto silenzio la notizia che il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha emesso il 15 luglio un c.d. “ordine esecutivo”, il numero 13881, in tema di appalti pubblici federali. Tale decisione rafforza l’enfasi protezionistica statunitense nella galassia dei suoi appalti ed acquisti pubblici, all’interno della più ampia politica di regolamentazione “Buy American” (compra americano), dando ulteriore, maggiore, preferenza a beni, servizi e lavori con contenuto “domestico”.

Già prima di questa nuova regola, se quanto offerto alla Pubblica Amministrazione veniva prodotto negli Stati Uniti e conteneva un appropriato livello di valore aggiunto proveniente da ditte statunitensi, l’azienda americana otteneva un c.d. “preferenza di prezzo” di un certo ammontare, ovvero potevo risultare vincitrice anche in presenza di offerte di ditte non americane più competitive.

Le novità introdotte dal 13881 sono di due tipi: da un lato, la diminuzione della soglia critica di valore aggiunto creato in America per essere qualificato come “non statunitense”, che è stata abbassata dall’attuale amministrazione dal 50% al 5% per acciaio e ferro e al 45% (ma con la possibilità nel tempo di scendere al 25%) per tutto il restante degli acquisti; dall’altro l’aumento della preferenza di prezzo per l’azienda statunitense che sale dal 6 al 20% (dal 12 al 30% per le PMI americane), favorendole ulteriormente in fase di gara.

In realtà a ben guardare, come fa il giurista statunitense Christopher Yukins in una sua recente analisi, l’ordine esecutivo ha meno impatto di quanto non possa sembrare: primo, non si applica per acquisti sopra la soglia di 180.000 dollari né per quella dei micro-acquisti sotto i 10.000 dollari e, secondo, stenta ad essere applicata al settore strategico della difesa a causa di accordi di reciprocità con gli alleati americani. Sta di fatto che, dei 500 circa miliardi di dollari di acquisti statunitensi, meno del 2% sarà toccato dall’ordine esecutivo, venendo ad essere esclusi i grandi contratti dove agiscono le grandi imprese. Di fatto parrebbe più l’ennesimo provvedimento a favore delle PMI americane che un vero e proprio rigurgito protezionistico di cui preoccuparci immediatamente a casa nostra. In attesa che si materializzi la tanto (e inutilmente finora) attesa operatività del “Buy American” all’interno del disegno di legge sulle grandi infrastrutture, ancora bloccato politicamente, verrebbe da chiedersi se non si tratta solo che di tanto rumore per nulla.

Forse sì, per un analista statunitense che guarda all’impatto sul proprio Paese, ma forse no, se paragoniamo l’attivismo americano in termini di politica industriale tramite gli appalti a quello europeo e quello nostro nazionale.

E’ infatti dal 1953, con l’amministrazione Eisenhower, che gli Stati Uniti d’America con lo Small Business Act utilizzano le preferenze per le PMI negli appalti pubblici come terreno di politica industriale per far crescere e maturare le proprie piccole aziende, una quota delle quali imparerà a sopravvivere nel complesso mondo aperto della competizione globale, e si affermerà nel tempo grazie proprio alla protezione ricevuta nei primi anni di attività tramite la domanda pubblica ad essa riservata. Trump non fa eccezione a questo comune sentire, è soltanto il più recente dei Presidenti americani che sostiene l’idea che dalla protezione delle piccole nel mondo degli appalti nascerà più, e non meno, concorrenza. In realtà queste politiche sono attive in quasi tutte le aree geografiche del mondo, meno che nel nostro continente. L’Europa infatti su questo tema della protezione negli appalti alle PMI fa da tempo orecchie da mercante e si priva di un’arma potente per rivitalizzare l’imprenditorialità nel continente.

Ma siamo anche noi, la culla delle PMI, che mostriamo di non comprendere la portata rivoluzionaria che avrebbe per il nostro Paese, le cui piccole imprese sono state devastate dalle crisi di questo inizio di secolo, una politica degli appalti seriamente mirata ad esse. Si pensa, tipicamente, solo alle grandi imprese, specie quando già in crisi. Lo dimostra l’ultima decisione, il c.d. “Progetto Italia”, nuovo gigante delle grandi opere sostenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti e creato per salvare alcune delle nostre più grandi imprese di edilizia, che secondo Ance “così come congegnato” può avere “effetti distorsivi sulla concorrenza”, a danno ovviamente delle piccole e medie imprese del settore.

Gli Stati Uniti lo insegnano chiaramente: non pensando per le piccole, smettiamo di pensare in grande.

Permalink

Italy needs no solidarity: just flexible rules vs. no bail-out

My translation of my today’s op-ed  in the Sole 24 ore.

*

At the last Trento Economics Festival, the economist Lars Feld, a member of the German Council of Economic Experts, expressed his opinion on the Italian situation: “if Italy does not abandon part of its fiscal sovereignty, it will never get the solidarity it wants  from Europe”.

It was a significant statement, which highlighted a typical stereotype about the Italian position regarding fiscal rules in the face of our ongoing and intense crisis that has been dragging on for years.

I found myself at the table of the debate arguing that there was certainly a misunderstanding, because Italy is not asking for solidarity; it is asking for greater fiscal autonomy, which is quite different.

Italy does not ask for solidarity for two different reasons. The first is because it knows it will not be granted. And not because Germany is not capable of giving solidarity: the greatest exercise of it from the post-war period onwards in Europe was precisely what the West Germans carried out in favor of the brothers (or at most cousins) of the Eastern side, following the fall of the Berlin Wall. The problem is that today Italians (or Greeks) do not have a similar degree of kinship: they are at most distant fourth-grade cousins. Of course, the European Union was created precisely in order to bring these degrees of kinship closer; it ideally evolves in fact exactly to the reverse of a family nucleus, with the children of the children of my children who will become brothers of the children of the children of the children of my fellow German economist. That this is not yet a time of mutual solidarity in Europe (as it was not in the states of the nineteenth-century «not so United» States of America) is proved by the total European political disinterest that generally accompanies what are fundamentally solidarity proposals such as: the Eurobonds or a European subsidy for unemployment, which (today) are nothing more than a transfer from German tax payers to Italian (or Greek) citizens.

The second reason, more subtle, has to do with the fact that – especially in the absence of explicit brotherhood – solidarity, even when granted, has something paternalistic and condescending embedded in it, and Italians would hardly bend to request it.

When Italy does not obey the European fiscal rules (as this Government did, presenting now twice already economic and financial documents which explicitly do not converge toward a balanced budget in the following three years), it rather manifests another request: to get rid of those rules that do not allow it to exercise an autonomous policy in support of its economy.

At a time when European rules have been questioned even by the very orthodox European Fiscal Board (an institution generated by the Fiscal Compact itself) in its latest report, and in which certainly a reform of these will soon land on the table of reforms of the new European Parliament and of the new European Commission, Italy must not feel a pariah in pushing for its own reform proposals. This is all the more true if we consider that the Fiscal Compact has clearly failed only for the countries (like Italy and Greece) most in difficulty and that therefore a reform is nowadays more urgent and indispensable precisely to help countries like Italy and Greece to get out of a crisis in which the current austere rules have done nothing but enmesh them even more, putting Europe at risk.

Now, if we look at the history of the nineteenth-century American and its path as far as fiscal rules are concerned, we find fitting analogies with today’s Europe (after all, one could venture, the United States states of that time were as different from one another as are the member states of the European Union today): in particular, we note how individual states were responsible for their spending levels, taxes, deficits and debt; in short, they had fiscal policy sovereignty. But that flexibility was no free-ride: when in the mid-nineteenth century Tennessee, having badly spent the money borrowed from the markets to make unnecessary spending on pharaonic projects, asked Washington DC to be helped to repay the banks, it heard a ringing “no way, no bail-out ”. It ended up that Tennessee decided to default, with reckless banks and local citizens who paid the price. It was only when America became truly united and solidaristic across states, in the 1930s, that the balanced budget fiscal rules were imposed in the individual states. But this was only possible because there was a new actor, the centralized federal state, which operated itself in deficit when necessary, for the good of those who needed it in times of crisis.

A union of different people, this is the lesson of the past, cannot be left without the possibility of using deficits in moments of difficulty: either these are done centrally (but in Europe it is too early today, we will have to wait for the much-needed brotherhood in a single federal political community, which only time can hopefully generate) or they msut be left at the local (sovereign) level. But on one condition: that the bail-outs of national governments by the European Union are to be strictly prohibited. It will be then up to the various Italian governments on duty to convince the markets of the goodness of their deficits (and it would not surprise us if they would succeed in convincing them only if they abandoned useless projects such as the recent mere transfers like pensions and unemployment subsidy, in favor instead of massive doses of public investments) and i twill be up to the German and French banks to convince themselves that the bailouts obtained during the early Greek crisis will never be repeated again.

It is evident that in the negotiation phase this position could find a final compromise in the much-coveted golden rule that allows for balanced budget for current expenditures and space for public investments financed in deficit up to a maximum of 3% of GDP. An Italian negotiating position of this kind could have much more attention than the follies of the recently proposed Mini-Tbills (mini Bot) that are akin to the creation of a parallele currency.  It would also have the merit of restoring vital oxygen for the continued construction of a United States of Europe space.

Permalink

Autonomia fiscale? Qualità della spesa allora cercasi.

Oggi, il mio pezzo sul Sole 24 Ore.

*

All’ultimo Festival dell’economia di Trento l’economista Lars Feld, membro del Consiglio tedesco degli esperti economici, così si è espresso a riguardo della posizione italiana: “se l’Italia non abbandona parte della sua sovranità fiscale, non potrà mai ottenere la solidarietà che desidera”.
E’ stata un’affermazione rilevante, che ha messo in evidenza un tipico stereotipo sulla posizione italiana a riguardo delle regole fiscali a fronte della nostra perdurante ed intensa crisi che si trascina da anni.
Mi sono trovato al tavolo del dibattito a sostenere come ci dovesse essere un equivoco, perché l’Italia non sta chiedendo solidarietà; sta chiedendo maggiore autonomia fiscale, che è tutt’altro.
L’Italia non chiede solidarietà per due diversi ordini di motivi. Il primo, è perché sa che non le verrà concessa. E non perché la Germania non sia capace di dare solidarietà: il maggior esercizio di questa dal dopoguerra in poi in Europa è stato proprio quello che i tedeschi dell’Ovest hanno effettuato a favore dei fratelli (o al massimo cugini) dell’Est all’indomani della caduta del muro di Berlino. Il problema è che italiani (o greci) ad oggi non hanno un grado di parentela simile: sono al massimo lontani cugini di quarto grado. Certo, l’Unione europea è stata creata proprio nell’intento di avvicinare questi gradi di parentela; essa idealmente si evolve infatti esattamente all’inverso di un nucleo familiare, con i figli dei figli dei miei figli che diverranno fratelli dei figli dei figli dei figli del mio collega economista tedesco. Che non sia ancora tempo di solidarietà reciproca in Europa (come non lo era negli Stati ancora poco Uniti d’America del XIX secolo) è provato dal totale disinteresse politico europeo che generalmente si accompagna a proposte fondamentalmente solidali come gli eurobond o il sussidio europeo di disoccupazione, che non sono altro che un trasferimento (oggi) dai contribuenti tedeschi a quelli italiani (o greci).
Il secondo motivo, più sottile, ha a che vedere col fatto che – specie in assenza di esplicita fratellanza – la solidarietà anche qualora concessa ha un che di paternalista e indulgente e un popolo come quello italiano difficilmente si piegherebbe a richiederla.
Quando l’Italia non obbedisce alle regole fiscali europee (come ha fatto questo Governo presentando per ben due volte documenti di economia e finanza che non convergono al bilancio in pareggio nel triennio successivo) manifesta piuttosto un’altra richiesta: quella di liberarsi di regole che non le permettono di esercitare una politica autonoma a sostegno della propria economia.
In un momento in cui le regole europee sono state messe in discussione addirittura dall’ortodossissimo European Fiscal Board (figlio dello stesso Fiscal Compact) nel suo ultimo rapporto e in cui certamente una riforma di queste arriverà presto sul tavolo delle riforme del nuovo Parlamento europeo e della nuova Commissione europea, l’Italia non deve dunque sentirsi un pariah nel portare avanti delle proprie proposte di riforma, tanto più se si considera che il Fiscal Compact ha fallito in maniera evidente solo per i paesi più in difficoltà e che quindi una riforma si rende più urgente ed indispensabile proprio per aiutare paesi come l’Italia e la Grecia a uscire fuori da una crisi in cui le attuali regole austere non hanno fatto altro che invischiarle ancor di più, mettendo a rischio l’Europa tutta.
Ora, se guardiamo alla storia del percorso del XIX secolo statunitense quanto a regole fiscali, scopriamo calzanti analogie con l’Europa odierna (in fondo, si potrebbe azzardare, gli stati degli Stati Uniti di allora erano diversi tra loro come lo sono gli stati membri dell’Unione oggi): in particolare si nota come i singoli stati erano responsabili per i loro livelli di spesa, tasse, deficit e debito; insomma avevano sovranità di politica fiscale. Onori ed oneri tuttavia: quando a metà dell’Ottocento il Tennessee, avendo speso male i soldi ricevuti a prestito dai mercati per effettuare spesa inutile su progetti faraonici, chiese a Washington DC di essere aiutata a ripagare le banche, si sentì rispondere un suonante “no, nessun bail-out”. Finì che il Tennessee decise di fare default, con banche imprudenti e cittadini locali che ne pagarono il prezzo. Fu soltanto quando l’America divenne veramente unita e solidale, negli anni 30 del secolo scorso, che le regole fiscali di bilancio in pareggio si vennero ad imporre nei singoli stati. Ma questo poté essere fatto perché c’era un nuovo attore, lo stato federale centralizzato, che operava esso stesso in deficit quando necessario, per il bene di chi ne avesse avuto bisogno in momenti di crisi.
Una unione di diversi, questa è la lezione del passato, non può essere lasciata senza una possibilità di usare i deficit in momenti di difficoltà: o questi si fanno a livello centrale (ma in Europa è oggi troppo presto, dovremo aspettare la tanto agognata fratellanza in una unica comunità politica federale, che solo il tempo potrà sperabilmente generare) o si lasciano a livello locale. Ma a una condizione: che i bail-out, i salvataggi dei governi nazionali da parte dell’Europa, siano strettamente vietati. Spetterà ai vari governi italiani di turno convincere i mercati della bontà dei propri deficit (e non ci sorprenderebbe se ci riuscissero solo qualora abbandonassero progetti inutili come i recenti provvedimenti di quota 100 e reddito di cittadinanza a favore invece di dosi massicce di investimenti pubblici) e alle banche tedesche e francesi di convincersi che i salvataggi ottenuti in occasione della crisi greca non si ripeteranno più.
E’ evidente che in fase di negoziazione questa posizione potrebbe trovare un compromesso finale nella tanto agognata golden rule che permette bilanci correnti in pareggio e spazio per investimenti pubblici in deficit fino ad un massimo del 3% del PIL. Una posizione negoziale italiana di questa fattura potrebbe avere ben maggiore ascolto che le follie dei Mini-Bot e avere il merito di ridare ossigeno vitale per la continuazione della costruzione europea.

Permalink

Il Governo fa politica economica, non previsioni

Il mio articolo di oggi sul Sole 24 Ore.

*

Il Rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria ha il pregio di mettere il Paese di fronte ad un trivio: due opzioni chiarissime che portano dirette al precipizio ed una alla salvezza, dell’Italia e dunque dell’Europa, anche se la ingiustificata presenza di Juncker, Presidente della Commissione europea, all’incontro di Parigi tra due leader nazionali assieme al Presidente cinese Xi Jinping, fa presumere che non sia sufficientemente chiaro quanto l’intero progetto europeo si regga solo e soltanto, sempre, sulla solidarietà al partner in quel momento più debole e non sull’assenso verso i più forti.

Se le due strade del disastro sono ben descritte da chi – come un prestigioso centro studi – ha il compito di prevedere le conseguenze di azioni teoriche dannose nella speranza di contribuire a prevenirle, è anche giusto che questo non si dilunghi più di tanto sull’unico cammino , seppur impervio, che spetta alla Politica, e solo ad essa, realizzare, ovvero quello della ripresa della crescita economica e dell’occupazione (anch’essa attesa ferma per il 2019) e del rientro del rapporto debito-PIL verso una traiettoria di decrescita felice. Dare a Cesare quel che è di Cesare: ai centri studi le previsioni, alla Politica il governo dell’economia. E’ bene scongiurare infatti il rischio paradossale che lo stesso Governo si unisca al gruppo di previsori, lanciando allarmi piuttosto che risolverli: vi sono armi potenti che questo possiede, in particolare la politica fiscale, per influenzare (positivamente) le aspettative degli operatori, i loro piani di investimento e di assunzione, creando nuovi scenari di crescita che nessun previsore potrebbe aver mai ipotizzato, essendo questi sprovvisto del potere di disegnarli liberamente.

Ciò chiarito, è bene riassumere rapidamente i due sentieri verso cui, il Rapporto ammonisce, non si deve nemmeno per un attimo pensare di andare. “La scelta sarà tra aumentare l’IVA (come previsto dalle clausole) o far salire il deficit pubblico”, così vi si legge . Nel primo caso, il deficit su PIL si terrà sotto la soglia simbolica e chiave del 3%, ma al prezzo di una crisi di domanda interna dovuta all’impatto negativo su di essa dell’aumento nel 2020 e 2021 delle aliquote IVA : impatto sia diretto, sui consumi, che indiretto, sui piani di investimento che si basano preminentemente sulle stime da parte delle imprese di crescita di una economia. Nel secondo caso, senza aumenti dell’IVA, “il rapporto tra deficit pubblico e PIL (si porterebbe) pericolosamente oltre il 3 per cento e nelle attuali condizioni di credibilità e fiducia non sarebbe sostenibile”.  Assolutamente vero.

E allora, che fare? Il Rapporto, come detto, si limita giustamente a chiedere d’imperio una ritrovata via verso la crescita economica che, va ricordato, questo Governo si era potenzialmente creato quando, con la nota d’aggiornamento autunnale al DEF aveva scelto – contrariamente a quanto raccomandato dagli esecutivi precedenti – di ripudiare il diabolico Fiscal Compact, che obbliga i conti pubblici a transitare in tre anni al bilancio in pareggio con manovre di una insensata e drammatica portata recessiva sulla debole economia italiana. Purtroppo quell’opportunità positiva è stata incredibilmente vanificata con provvedimenti di spesa volti a sostenere trasferimenti come quota 100 e  reddito di cittadinanza invece di investimenti pubblici. Nel Rapporto, non a caso, si suggeriscono maggiori investimenti pubblici ma senza sforare il deficit: come fare? Una possibilità, quella di tornare indietro sui provvedimenti redistributivi di cui sopra è, ad avviso di chi scrive, pia illusione: i giallo-verdi hanno reso quella strada politicamente impossibile facendo di quelle misure una cifra identitaria.

Ecco dunque che spetta a questo Governo indicare, auspicabilmente nel DEF di prossima uscita, come intende sciogliere i dubbi di famiglie ed imprese e ridare loro ottimismo e fiducia, imboccando quella terza via della crescita, impervia certamente – tra vincoli posti dall’Europa, dai mercati e dalle proprie convinzioni partitiche – ma salvifica. A chi scrive spetta ricordare che la politica economica che viene insegnata da anni nelle università, a giovani pieni di interrogativi e bisognosi di certezze e risposte autorevoli,  da decenni mostra inequivocabilmente una soluzione, per qualsiasi economia di mercato alle prese con una crisi di domanda di proporzioni notevoli, come in questo caso quella italiana, ma anche vincoli di bilancio evidenti. Si chiama moltiplicatore di bilancio in pareggio e si basa sull’evidenza che un aumento di investimenti pubblici finanziato non in deficit ma da un aumento di tasse (o ancor meglio da un taglio di veri sprechi) abbia comunque una portata netta decisamente espansiva sull’economia grazie al fatto che proprio gli investimenti via appalti pubblici hanno un effetto diretto  e certo sull’economia che sovrasta quello negativo di pari aumenti della tassazione.

Sarà bene una volta per tutte, dunque, dire che questa spada di Damocle chiamata clausola di salvaguardia che da anni frena investimenti privati e pubblici, va esercitata, ridando certezza agli operatori sulle misure future del Governo. Ad una condizione tuttavia: che le risorse derivanti dall’aumento di IVA non vadano, come ricorda giustamente il Rapporto del Centro Studi di Confindustria, follemente e masochisticamente indirizzati alla riduzione del deficit. Ma, piuttosto, al finanziamento di opere, piccole e grandi, necessarie per il paese, al produttività della sua economia e per l’occupazione di tante persone con gravi difficoltà economiche. E’ solo percorrendo questa via che possiamo rimettere sul binario della speranza il destino del nostro paese e, con esso, dell’Europa tutta.

Permalink

Salviamo l’Europa con una nuova Costituzione fiscale

Il mio articolo oggi sul Sole 24 Ore.

*

Nella nota congiunturale dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio spicca una tabella che riassume le condizioni attuali al ribasso della congiuntura mondiale. A fronte di una crescita 2019 del 3,5%, sempre trainata dai paesi emergenti (+ 4,5%), sono i paesi avanzati a segnare come da decenni a questa parte il passo, con una crescita minore al 2%. Eppure all’interno del mondo sviluppato la condizione del convalescente è variegata: si passa dal 2,5% statunitense al solito 1% in meno dell’area euro, al solito 1% in meno addizionale dell’Italia.

Non si pensasse tuttavia che questa particolare congiuntura europea al rischio di ribasso, la terza nel giro di 10 anni, non abbia una sua caratura speciale e diversa. Non è sfuggita agli occhi più attenti il curioso parallelismo continentale tra Francia e Italia, in cui la prima, secondo la Corte dei Conti transalpina, fronteggia significativi rischi di finanza pubblica con un deficit vicino al 3%, un debito alto e poco spazio di ulteriore manovra a seguito degli 11 miliardi stanziati per venire incontro alle richieste di pensionati e lavoratori a basso reddito. Come non dedurne che in Europa è lo stato dell’economia con le sue prorompenti esigenze di maggiore equità a dettare la linea delle politiche di bilancio? In fondo, lo stesso avviene negli Stati Uniti, con la differenza che Trump si permette deficit pubblici ben più alti di quelli del Vecchio Continente e per il tramite della politica fiscale espansiva sorregge la sua economia ed il suo consenso elettorale, equilibrismo ben più instabile dall’altra sponda dell’Atlantico.

Abbandonato quel globalismo che non ha saputo coniugare alla crescita l’equità ed è risultato perdente e divisivo, il pendolo del mondo occidentale si sposta oggi verso forme di sovranismo che paiono tuttavia spesso specializzarsi nel dare più equità senza maggiore crescita, esito altrettanto politicamente rischioso, perché redistribuisce la stessa torta dando di più a qualcuno e meno ad altri, senza invece permettere alla torta di crescere dando di più a tutti. Eppure che sia proprio un maggiore deficit pubblico a doversi far carico in questa fase di aumentare la torta distribuendola meglio non è solo evidente dal caso statunitense. Nel suo recente discorso al Forex anche il Governatore Visco ha richiamato l’esigenza di sospingere la leva degli investimenti pubblici, capace a parere di chi scrive di effetti moltiplicativi superiori e effetti distributivi analoghi a quelli di reddito di cittadinanza e quota 100. Ma, come il suo collega Draghi a Francoforte, lo fa all’interno di un auspicato percorso di rientro verso il bilancio in pareggio, che può conciliarsi solo con aumenti di IVA di 20 miliardi annui o tagli lineari di spesa equivalenti: se con la mano degli investimenti diamo e con l’altra togliamo è impossibile pronosticare un’uscita dal circolo vizioso della stagnazione in cui ci siamo impantanati da quasi un ventennio.

La soluzione è a portata di mano e non può che essere discussa, democraticamente, innanzitutto durante la campagna elettorale per il Parlamento europeo, chiedendo alle forze politiche di pronunciarsi al riguardo di quale sia la nuova costituzione fiscale che ogni partito, nel rispetto dell’aderenza alla valuta comune dell’euro come simbolo di un progetto federativo condiviso, propone di sostenere per l’Europa, finito il periodo di prova (con esito disastroso) di 5 anni del Fiscal Compact. Vi sarà certamente una coalizione paneuropea che sosterrà l’esigenza di utilizzare, come fa ogni grande area economica, Stati Uniti e Cina in primis, una maggiore flessibilità di bilancio per i momenti di difficoltà economica. Se questo insieme di partiti risulterà vincitore o perlomeno influente nell’aula di Strasburgo, potremo forse finalmente entrare in un’epoca dedicata alla crescita economica di un Continente che deve porsi come obiettivo ambizioso quello di tornare a essere la locomotiva del mondo.

E l’Italia? Che il Fondo Monetario Internazionale ricordi a tutti, forse esagerando, che una crisi globale può partire dal nostro Paese è comunque un segnale che ci spetta assumerci delle responsabilità, specie se in cambio di queste ci verrà finalmente permessa quella politica fiscale espansiva che combini investimenti pubblici e deficit (una “golden rule”) così da poter ripartire in una fase di crescita equa ed un clima politicamente sostenibile. E quale è questo segnale di responsabilità? Semplice, è quello di finalmente realizzare la madre di tutte le riforme: una spending review che dimostri finalmente a tutti che sappiamo spendere bene (non meno!) le maggiori risorse di cui un’Europa intelligente e coesa ci permetterà di disporre.

Permalink

La manovra che c’è e quella che non c’è

Conversazione con Start Magazine

*

Prof, ha letto un breve passaggio dell’analisi del Corriere della Sera firmata da Federico Fubini ieri? Ha scritto Fubini: “L’area euro continua ad essere dominata dal totem del debito lordo iscritto nel Fiscal compact. Non importa quanto vale e quanto rende ciò che si produce con quel debito: conta solo ridurlo — si dice — «per non lasciarlo ai nostri figli». Poco importa se un debito investito bene a costo zero lascia un’economia con più conoscenza, migliori infrastrutture, scuole e università moderne, più edilizia sociale, più capacità di sostenere gli oneri in futuro”. Mi verrebbe da dire: alla buon’ora caro Corriere della Sera, perché non accorgersene prima? Perché non sostenere il referendum anti Fiscal Compact? O mi sbaglio?

Dice quel referendum con cui con Paolo De Ioanna ed altri cercammo di mobilitare l’Italia e che nell’estate del 2014 sfiorò le 500.000 firme necessarie per arrivare alla Corte Costituzionale? Guardi, più che dal Corriere, del quale mi avrebbe stupito all’epoca anche un solo articolo contro a fronte del silenzio più totale che adottò, ancora non riesco a digerire l’assurda mancanza di sostegno al referendum da parte del Pd di Renzi, un harakiri, l’ennesimo certo ma forse il più grave, di un partito che aveva l’opportunità di salvare l’Europa dell’euro dai sovranismi e guidare per i prossimi 20 anni il Paese. Comunque sia, felice che un corsivista come Fubini arrivi a Canossa, ma se devo dirgliela tutta…

Prego.

Fubini continua a dire che tutti i Paesi dovrebbero smarcarsi dal Fiscal Compact facendo più investimenti pubblici meno…. l’Italia! E perché? Perché secondo lui da noi “il debito è così alto che un suo aumento ulteriore può far salire dolorosamente i tassi d’interesse”. Senza capire che l’abolizione del Fiscal Compact mica è utile per i Paesi come la Germania, l’Olanda, e nemmeno per la Francia: ma per Paesi proprio come l’Italia e la Grecia, cioè quei Paesi a basso PIL e dunque alto debito PIL! Paesi che non riescono a stimolare il PIL perché gli è proibito di farlo dalle regole europee attuali e dunque non riescono a rimettere a posto nemmeno le finanze pubbliche ed il rapporto debito PIL che con l’austerità (non con le spese folli che non abbiamo proprio fatto in questo decennio) è salito di venti, dico venti, punti percentuali! Le regole europee sono sbagliate perché non prevedono crisi profonde come quelle che hanno toccato il nostro Paese o la Grecia, che vengono trattati alla stregua di Paesi dove tutto va bene. Abolire il Fiscal Compact vuol dire proprio questo: permettere ai Paesi più in difficoltà di fare investimenti pubblici, tanti investimenti pubblici, per tirarsi fuori dalla crisi, non certo alla Germania!

Prof, veniamo all’attualità. Sbaglio o l’intervento della Commissione Ue sulla manovra ha avuto un effetto recessivo con più tasse e meno investimenti pubblici? Il rigore austero trionfa ancora dunque?

E’ una domanda complessa e importante. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio correttamente oggi indica come la manovra sia diventata, rispetto a quella presentata a ottobre dallo stesso Governo, meno espansiva nel 2019 e più restrittiva nel 2020 e 2021. Il che conferma due cose: a) che la manovra per il 2019 era e rimane complessivamente espansiva; b) che dal 2020 il meccanismo europeo continua a chiedere a questo Paese di fare riduzioni di deficit via aumento dell’IVA, oggi (dicembre) ancor più di ieri (ottobre). Ma l’intervento dell’UPB in parte confonde le acque perché si limita a paragonare una manovra che non è mai esistita (quella di ottobre) con quella attuale. Mentre un paragone ben più preciso lo dovremmo fare tra la manovra che verrà approvata sabato e due altre manovre.

Quali due manovre, prof?

La prima, quella prevista dal governo Gentiloni-Padoan di aprile 2018. Rispetto a quella manovra (che includeva addirittura anche l’aumento dell’IVA per il 2019!) il Governo ha spuntato una manovra finale molto più espansiva, di quasi 70 miliardi in tre anni, in più per fortuna contravvenendo per la prima volta alle assurde pretese del Fiscal Compact di far convergere un Paese malato come l’Italia al bilancio in pareggio in 3 anni, come promesso anche da Gentiloni e Padoan ed i governi precedenti. Un passo direi molto coraggioso; e che il deficit si chiuda al 2% per il 2019 come si chiuderà o che si fosse chiuso al 2,4% come si diceva a ottobre l’apprezzamento non muta.

E l’altro paragone, qual è?

Beh, con la manovra che non c’è.

Cioè? Che cosa è la manovra che non c’è?

La manovra che sarebbe stata ideale per il Paese, quella che questo Governo non ha avuto il coraggio di fare. Quella manovra che avrebbe messo tutte le risorse create rispetto a Gentiloni-Padoan in investimenti pubblici (torniamo dunque a Fubini, ma ricordando che sto parlando dell’Italia, di cui lui non vuole nemmeno sentir parlare, ma vedrà che tra un paio di anni si convincerà anche lui) invece che in reddito di cittadinanza e quota 100. Questa manovra sì che avrebbe generato una vera crescita del 2% nel 2019. E quindi valgono anche per loro le parole di Fubini, molto belle: “La domanda alla quale è ancora più difficile rispondere è perché i leader “italiani” (e non solo gli altri europei, dico io) soffrano di questa incredibile mancanza di fantasia”. E’ una mancanza di fantasia che rischiano di pagare caro Di Maio e Salvini. Perché se loro mi dicono che questo Paese aveva bisogno di redistribuzione verso i più deboli, ed io sono d’accordo, ma dico anche che non ha senso farla, questa redistribuzione, a scapito della crescita.

Facile a dirsi…

No, si potevano avere tutte e due, redistribuzione e crescita, tramite una semplice e coraggiosa focalizzazione solo sugli investimenti pubblici. E sa cosa avrebbero ottenuto?

Che cosa?

Un sacco ma un sacco di voti in più. Come Renzi nel 2014, hanno perso proprio un’occasione immensa di chiudere la partita politica per i prossimi venti anni, salvando anche l’Europa dall’incubo della sua dissoluzione per mancanza di popolarità.

Pensa davvero come M5S e Lega che le prossime europee saranno decisive per ribaltare equilibri e impostazioni della Commissione europea?

Forse. Ma chiariamoci: il tavolo era già pronto a essere ribaltato. Se non l’hanno fatto stavolta, dubito che lo facciano dopo le elezioni, anche in caso di successo. E quando sbagli, prima e poi il conto lo paghi. Quindi sarà, se lo sarà, un successo effimero e non duraturo.

Permalink

Appalti, province capofila

Oggi sul Sole 24 Ore il mio articolo con Gaetano Scognamiglio.

*

Va nella direzione di provare a razionalizzare il sistema degli appalti pubblici a livello locale il comma 4 dell’art. 16 della Legge di Bilancio 2019, che modifica l’art. 37 del Codice appalti stabilendo, che – in attesa (da quanto tempo ormai!) della qualificazione delle stazioni appaltanti – le province e le città metropolitane operino obbligatoriamente come centrali di committenza di lavori pubblici per tutti i comuni non capoluogo afferenti alla provincia stessa  o alla città metropolitana.

La soluzione, corretta e ispirata alla logica di valorizzare l’esistente, è altresì confortata dai risultati dello studio realizzato dall’Accademia per l’Autonomia in collaborazione con Promo PA Fondazione e l’Università di Roma Tor Vergata, che analizza  58 Stazioni Uniche Appaltanti (provinciali e di area metropolitana) e 865 Centrali Uniche di Committenza comunali, proponendo un  modello organizzativo nel quale  Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni possano individuare, all’interno di una stessa area territoriale, ambiti di complementarietà  e specializzazione e dove le province si configurano come centri strategici di aggregazione e di innovazione nel sistema degli acquisti a livello locale.  Così si andrebbe verso il raggiungimento di un duplice obiettivo: ridurre il grado estrema centralizzazione degli appalti dell’ultimo decennio che così tanto male ha fatto alle piccole imprese ed al loro potenziale di crescita ma al contempo garantire quella razionalizzazione (sinora mai avvenuta) necessaria tramite l’eliminazione di un numero congruo di punti ordinanti, in particolare quelli troppo piccoli quanto a volumi delle loro gare, che hanno il solo effetto di distorcere la domanda pubblica verso decisioni spesso poco coordinate con l’indirizzo generale di politica industriale per il Paese.

In mancanza di un quadro normativo chiaro sui livelli di qualificazione, che sperabilmente rivoluzioni anche le carriere del procurement officer e ne valorizzi le competenze acquisite sul campo anche con riconoscimenti pecuniari e di carriera, lo studio ritiene appunto auspicabile che sui territori i diversi soggetti possano trovare forme di collaborazione basate sulla capacità/possibilità di svolgere alcune funzioni piuttosto che altre e che, in particolare, “le Stazioni Uniche Appaltanti a livello di area vasta (Provincia o città Metropolitana) potrebbero puntare a un livello di qualificazione che le consentono di gestire appalti sopra una certa soglia e specializzarsi nella gestione di gare di lavori che per dimensione non sarebbero accessibili a enti locali di piccola-media dimensione”.

Infatti il comma 4 può aprire interessanti spazi di manovra nel momento in cui si stanno rilanciando gli investimenti pubblici con la possibilità, prevista dal ddl della finanziaria in discussione, di utilizzare liberamente gli avanzi di amministrazione appunto per investimenti, liberando risorse per decine di miliardi di euro. Il ruolo affidato alle province potrà dunque essere determinante, a patto però che si agisca sul versante delle competenze e delle risorse umane, indebolite dalla riforma Delrio, come dimostra un’analoga ricerca condotta sul tema sempre dall’Accademia per l’Autonomia. Gli uffici tecnici delle province vanno perciò messi in grado di far fronte alle nuove funzioni previste dal comma 4, nonché di predisporre in tempi rapidi i bandi necessari a sbloccare gli investimenti e realizzare le opere. E’ necessario pertanto da un lato, prevedere un processo di aggiornamento e formazione del personale delle province in materia di appalti pubblici e, dall’altro, reperire rapidamente nuove figure professionali da immettere nel sistema. Mentre sul primo punto esiste un’offerta formativa già presente e diffusa sul territorio, per la selezione d’ingresso è auspicabile pensare a concorsi a livello regionale, che possono rispondere in modo più efficace alle esigenze dei territori.

Permalink

Acta, non verba

Il mio pezzo oggi sul Sole 24 Ore

*

All’appropriata locuzione “Verba volant, scripta manent” del Ministro Savona nel recente articolo apparso su queste colonne per descrivere lo stato delle relazioni tra Unione europea e Italia è utile aggiungerne un’altra: “acta, non verba”!

Necessità di azione che è stata richiamata nell’importante discorso presso l’Università di Lund del Presidente della Repubblica Mattarella, anch’esso meritoriamente sottolineato dal Ministro degli Affari Europei, quando ha affermato come “uno dei fondatori, lo stesso Jean Monnet, teorizzò come il progredire della costruzione europea fosse legato proprio alla sua capacità di superare le crisi”. Una crisi che in tal senso, al contrario di quanto avvenne negli Stati Uniti negli anni 30, in Europa non è mai riuscita a generare quella unità d’intenti che invece permise ai primi di cementare, grazie alla solidarietà della politica fiscale di Franklin Delano Roosevelt, una nazione finalmente veramente federale, gli Stati “veramente” Uniti d’America.

Un’Europa incapace di agire, le cui raccomandazioni, per esempio all’Italia, spesso pedissequamente seguite dai nostri precedenti Governi, hanno generato una stagnazione più lunga e intensa addirittura di quella della Grande Depressione del secolo scorso con annessa una instabilità dei conti pubblici che ha portato il rapporto debito PIL a salire di 20 punti percentuali in pochi anni malgrado l’esistenza di consistenti avanzi primari, la prova della c.d. assurda austerità in tempi di difficoltà economiche.

Chi ha agito, meritoriamente per chi scrive, per generare le condizioni necessarie per una ripartenza italiana e dunque europea è stato questo Governo, facendo in sostanza fallire l’accordo sciagurato del Fiscal Compact e della sua convergenza senza se e senza ma al pareggio di bilancio nel giro di un triennio, che tanta parte ha avuto nell’innestare le dinamiche di cui sopra: ”acta, non verba”, che hanno liberato circa 70 miliardi di risorse rispetto a quanto contenuto nel DEF firmato da Gentiloni e Padoan.

Ma se è vero che questa scossa era necessaria, essa non può assolutamente essere considerata sufficiente. Sempre da parte italica ci si sarebbe aspettati che a fronte di questo brusco e utile strappo si fossero concessi all’Europa strumenti utili per un dialogo nei fatti, al di là delle parole e degli scritti. Non era infatti pensabile che, a fronte di un noto e in parte condivisibile stereotipo prevalente in Europa sulla qualità della nostra spesa pubblica, al fine di rilanciare lo sviluppo non si fosse agito per – a parità di nuovi saldi di bilancio – proporne un utilizzo finalizzato alla certezza della sostenibilità dei conti pubblici via crescita economica. Il che implicava inviare all’Europa una manovra con il deficit al 2,4% del PIL, certamente, ma in cui le risorse venivano dedicate principalmente al rilancio dei martoriati (dai precedenti Governi) investimenti pubblici e ad una contemporanea spending review che non consistesse tanto nei soliti e negativi tagli lineari a casaccio ma nell’identificazione degli sprechi e nella loro cura via aumento delle competenze, in particolare delle stazioni appaltanti in sinergia con quel rilancio degli investimenti di cui dovevano essere le prime responsabili.

Sono passati 6 mesi di Governo gialloverde e quello che abbiamo visto in termine di azione è solo la prima parte, il “des”, il deficit al 2,4%, ma non il “do”: di spending review nulla sappiamo e di investimenti pubblici addizionali nulla abbiamo visto. E a nulla serve dire che il reddito di cittadinanza ha preminenza sugli investimenti pubblici perché si devono combattere disoccupazione e povertà: gli investimenti pubblici nelle zone più in difficoltà proprio quello avrebbero fatto, e ben meglio del reddito di cittadinanza perché si legano indissolubilmente e credibilmente con quanto di più nobile e degno vi sia nella vita delle persone, il lavoro.

E’ tempo che anche l’Italia porti all’Unione Europea quanto necessario per avviare quel dialogo che rimetta al centro del futuro delle prossime generazioni un progetto di vita in comune in nome degli ideali della libertà nella diversità che come, sosteneva Monnet, fanno grande una Unione di Stati.