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The malaria of Europe

For my English readers asking me for updates on the dramatic European stagnation, I wish to convey to them the news that Mario Draghi, the President of the European Central Bank, has just posted this horrible graph that tells the story of a continent bit by a storm of mosquitos carrying the Malaria virus and as a consequence in a state of irreversible coma.

http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp141024_1.en.pdf?3ce4091c3fa5a2cf312d4895e1f52dd8

GDP in the large euro area has yet to recover to its pre-2008 crisis levels and 2015 does not look ready to provide any momentum of the good sort. Actually things are finally worsening in Germany too (“finally” as in “as expected”).

Public investment is down. Private investment is down, like consumption, for lack of hope and optimism.

For those of you, especially the American types, who wish to argue that this looks very much like the Great Depression of the Thirties, take a look at the graph I created based on data by the Bureau of Economic Analysis at the US Department of Commerce.

http://www.bea.gov/scb/pdf/2011/08%20August/0811_gdp_nipas.pdf

See the difference? Yes, GDP suffered in the Thirties more than in the euro area today, but it also recovered faster and more certainly. Yes, private investment collapsed much more than in Europe today, but it rebounded much faster.

And, most of all, NO, public spending, contrary to what has been done so far in Europe (Draghi shows only public investment but current public spending in the euro area is also collapsing) did never decrease during the Thirties. Actually, you know what? It definitely, strongly, credibly increased to sustain the recovery, lifting spirits, restoring hope. Why is Europe not doing the same, you might frankly ask.

The technical answer is that the European Union decided in 2011 to get stuck with an unbelievably idiotish fiscal policy tool called the Fiscal Compact, never used before by any country in the world, that basically says, “no matter what the state of the economy is, public spending will never be allowed to rise to sustain recovery”. Operators know this and refrain from investing and consuming.

The political answer for this masochism is harder to find. One may say that the only solution available, practiced by FDR in the Thirties, is impossible since it requires too much change on the part of European policy-makers. As restated by Nobel Prize Prof. Sims who recently underlined that Europe needed a “fiscal policy that is expansionary now, without a commitment to cut future expenditures, or raise future taxes to preserve current price stability. Unfortunately people are very convinced that it is not the fiscal policy we have and that it would require a major shift in the thinking of policy makers and the speeches they make to get  people believe that this is what is actually going to happen. It requires the political system  to take commitments across time and stick to them, which is very hard for politicians.”

Maybe. I do believe however that there is more than a simple problem of incapacity. The current recession is not only hitting the economy, it is dividing society. In those who keep a job and those who dont.  The former, as this graph by again Mario Draghi shows, are persons with a higher degree of education. The latter are those with low education (see the RHS of the figure below).

It is clear that the mass of poorer people that are indignant and protest against current policies are joining the ranks of the only parties that are right now representing them, populist parties like Mme Le Pen’s in France, the Northern League or the Grillo movement in Italy. This explains at the same time the current political equilibrium where governing coalitions in European hard-hit countries accept the recession without changing policies as they represent an electorate that does not feel too much the pain, and its instability, since as the recession drags on the number of displaced workers and their anger increase.

Just as malaria is defeated by public investments directed at removing the swamps, this European malaria could be defeated by accepting that public demand enters the economy, forces firms to produce and hire and employment to be restored, until the private sector is once again on its feet and willing to risk on its own.

But the time remaining available is short, very short. Political equilibria, especially in Europe and across its states, have always been fragile. The medicine we are choosing to cure the patient is exactly the one that will kill it, sending us back in time to a period in which the defense of national interests, in principle a sound endeavour,  led us to chaos and war.

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Cercasi leader europeo disperatamente

E così Draghi all’euro summit di tre giorni fa nelle slide disponibili (al contrario del testo dell’intervento http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp141024_1.en.pdf?3ce4091c3fa5a2cf312d4895e1f52dd8 ) ha dato rilievo evidente alla questione degli appalti pubblici per investimenti. Lo ha fatto in maniera retoricamente “positiva” nella penultima slide dove indica le 4 frecce che suo avviso deve scoccare l’arco europeo (monetaria, finanziaria, strutturale via riforme e fiscale), suggerendo che quella fiscale si dovrà nutrire di “investimenti pubblici assieme alla conferma del Patto di Stabilità e Crescita come àncora di stabilità. Lo ha fatto, ancora meglio, evidenziando in questo grafico il crollo della domanda pubblica avvenuto dalla crisi in poi.

Una retorica così diversa da quella degli ultimi anni, quella di un Draghi che si vede costretto ad ammettere che la domanda interna e l’economia europea non possono ripartire stimoli pubblici.

Il grafico evidenzia chiaramente come investimenti privati e pubblici sono crollati (la base 100 è riferita al 2008 ed ha il vantaggio di evidenziare meglio l’andamento nel tempo di ognuna delle variabili rispetto al suo livello di partenza pre-crisi) e come questa loro performance è alla base della stagnazione europea.

Un Draghi dunque rooseveltiano? Purtroppo non ancora, ed è un peccato, viste le similitudini tra questa crisi da cui non usciamo e quella che si trovò ad affrontare il Presidente americano dal 1933, uscendone alla fine.

Non è solo la differenza nell’uso della freccia finanziaria che segna un divario nelle politiche proposte: qui va ricordato che agli stress test della BCE, FDR contrappose ben più coraggiosamente e subito l’Emergency Bank Relief Act, che passò dopo poche ore di dibattito al Congresso, mettendo tutte le banche al diretto controllo federale e riaprendo una speranza sul credito che è assente nella nostra area euro dove le banche non prestano a debitori incagliati dalla crisi.

Non è solo l’enorme enfasi oratoria nella lotta contro la deflazione ed favore dell’inflazione che ebbe FDR, che si scontra contro la resistenza infinita e miope tedesca di oggi.

Fu anche una enorme differenza nell’uso dell’altra freccia, quella fiscale. Il grafico sottostante ricostruisce l’andamento pressoché delle stesse variabili usate da Draghi a partire dalla crisi del 1929, per un numero di anni simile.

Fonte: http://www.bea.gov/scb/pdf/2011/08%20August/0811_gdp_nipas.pdf

Cosa notate? Sicuramente come la crisi fu più forte nei primi anni negli Usa (a causa soprattutto del crollo della domanda interna) che in Europa oggi. Ma anche, noterete, come la ripresa si sia consolidata prima che da noi. La nostra, di recessione europea, che rischia di divenire più lunga e più pesante di quella di allora statunitense.

E cosa portò l’economia americana fuori dalle sabbie mobili? Quale fu la liana a cui si attaccò l’economia in fin di vita?

Lo vedete da soli. La domanda pubblica di appalti, sia beni correnti che capitali, sia spesa per forniture e servizi sia infrastrutture, che di personale nel pubblico. Metterle insieme non è solo dovuto al fatto che non sono riuscito a trovare il dato separato in poco tempo; è anche dovuto al fatto che spesso negli investimenti pubblici ci sono sprechi (Mose, Expo) e spesso nella spesa corrente c’è innovazione (acquisti di TAC, ecotomografi, stipendi per ricercatori e scienziati).

Draghi non se l’è sentita di aggiungere la spesa per stipendi per maestri, dottori, ricercatori, poliziotti, giudici - molti dei quali sottopagati e “sottostaffati” e sempre più sottopagati e sempre più “sottostaffati” per i tagli che continuano – né la spesa per beni e servizi al suo grafico. Era troppo chiedere, certo, immaginiamo le urla dei tedeschi nel caso l’avesse fatto.

Ma il messaggio è chiaro: questa Europa non ha capito nulla di questa crisi, continua a non capirci nulla, l’Italia continua a fare quel che gli dice chi non ci capisce nulla e tra poco nessuno capirà come mai l’Europa ha finito per morire, separandosi in mille staterelli dalle mille valutine. Ma così è. Ci vuole un leader, come FDR, e qui di veri leader scarseggia la materia prima ovunque in Europa.

Grazie a Giampaolo Galli

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Il bluff italiano che non paga nell’Europa che tutto è meno che Europa

Se già era recessiva prima, ora che Renzi ha dovuto cedere un altro quarto di punto percentuale alla cosiddetta Europa, che tutto è meno che Europa, la manovra si fa decisamente pesante. Da un deficit di 3% del PIL non passeremo più al 2,9 annunciato dal premier (anche se lui ha detto, ma non è vero, che il deficit aumenta) ma addirittura al 2,6%.

Ora io non posso credere che Renzi e Padoan siano così incapaci di capire la gravità recessiva della loro manovra sulla carta, in questo momento così drammatico del Paese e della sua economia. Sono certo che capiscono che difficilmente il Paese può tenersi in piedi in questa area dell’euro se generassimo un quarto anno di recessione consecutiva. Lo stesso Fassina al Festival della Diplomazia per la prima volta si è espresso in maniera chiara: o basta austerità o fuori, noi, dall’euro. E’ la prima volta che un esponente del partito maggioritario e moderato del Governo si esprime con queste parole. Faccio fatica a pensare che non siano state concordate all’interno con il Premier.

Viene la tentazione di pensare dunque che la manovra, sulla parte del taglio delle spese, sia un bluff. Che alla fine, come suggerisce Fubini su Repubblica, i 15 miliardi di tagli di spesa nella loro interezza non saranno trovati nel 2015. Forse nel tempo.

In questo scenario fantapolitico val bene chiedersi quali sarebbero le implicazioni politiche ed economiche.

Cominciamo con le seconde. Se è vero che non tagliare le spese di 15 miliardi ma di, diciamo, 8, è certamente meno recessivo di quanto non abbiamo già raccontato, teniamo conto tuttavia che mercati ed imprese associano a questo evento l’inevitabile avvio delle clausole di salvaguardia con aumento di IVA, così come annunciata nella nota di Aggiornamento del DEF. Se non è zuppa è pan bagnato dunque e non è pensabile che, qualora questa notizia (8 miliardi di tagli e non 15) dovesse divenire di pubblico dominio, si abbia un qualsivoglia effetto positivo su investimenti e consumi. D’altronde l’incertezza politica, su di uno scenario di minori spese pubbliche non vidimate dall’Europa, è talmente ampia che nessuno rischierebbe di scommettere con ottimismo sul futuro investendo o consumando: chi ci garantisce che l’Europa non avvii una procedura d’infrazione, evitata proprio ieri da Renzi?

Ma se allora Renzi e Padoan sanno bene che anche fingendo di fare tagli e poi rinviarli non c’è vantaggio per l’economia, a qual fine imbarcarsi in questa misteriosa manovra? Per guadagnare tempo? 6 mesi? Certamente è un’opzione se Renzi si decidesse a avviare la spending review che riduce l’effetto depressivo dei tagli di spesa e che non ha voluto mai iniziare. Ma se invece non ne avesse la minima intenzione, cosa ci resta in mano? Un duello all’arma bianca con l’Europa tra 6 mesi in cui l’Italia presenta conti ampiamenti fuori dal 2,6%, possibilmente anche fuori dal 3%, con un’economia ancora in recessione ed il debito PIL che continua a crescere. Tanto valeva allora anticipare il duello con la cosiddetta Europa che Europa non è ad oggi, con una manovra veramente espansiva fatta di investimenti pubblici che sicuramente danno lavoro e creano PIL, al contrario della riduzione delle tasse e dei tagli di spesa a casaccio (e finti?).

Oppure bisogna credere che Renzi scommetta su un tale inviluppo di tutta l’economia europea, Germania inclusa, che tra 6 mesi non vi sarà uno straccio di opposizione ai conti “fuori controllo” italiani come invece vi è stato in questa settimana.

Ma è una visione dal fiato corto. Perché non si basa sul prendere di petto il grande bluff della cosiddetta Europa che Europa non è, portando avanti la propria posizione per una manovra italiana ed europea veramente espansiva e non recessiva come questa, con la sospensione immediata senza se e senza ma del Fiscal Compact dal quale l’Italia potrebbe uscire unilateralmente, rimanendo nell’euro, per scatenare il dibattito politico. No, si basa sul nascondere sotto il tappeto i problemi. Soluzione che ha il solito rischio che quando alzi il tappeto lo troverai così ammuffito e sporco che dovrà essere buttato via nella sua interezza.

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L’errore di Renzi? Seguire Alesina e Giavazzi invece di Krugman e Stiglitz

Daniel Riera-Crichton del Bates College, Carlos Vagh della Johns Hopkins University  Guillermo Vuletin della Brookings Institution hanno appena pubblicato sulla prestigiosa collana dei Quaderni di Ricerca della NBER di Boston un lavoro scientifico che renderà chiari i rischi enormi a cui espone la manovra di stabilità del Governo Renzi così come proposta sinora.

http://papers.nber.org/tmp/51376-w20533.pdf

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Ricordiamo brevemente di cosa parliamo quando leggiamo la manovra italiana. Dell’impatto di una manovra c.d. a “bilancio in pareggio”: in cui le variazioni delle spese pubbliche uguagliano le variazioni della tassazione così da lasciare invariato il deficit della pubblica amministrazione.

Che sia così, che contabilmente la manovra Renzi sia “neutrale”, è evidente malgrado la campagna informativa ingannevole di economisti un po’ sprovveduti o faziosi, giornali e televisioni che confonderebbero qualsiasi studente bravo di primo anno di economia: l’avanzo primario – differenza tra entrate e spese pubbliche al netto degli interessi – in percentuale del PIL rimane pressoché costante (scende di 0,1% di PIL, briciole di 1,5 miliardi di euro) e il deficit pubblico in percentuale di PIL scende (non sale!!) dal 3 al 2,9% di PIL.

Bilancio in pareggio dunque non nel senso che il deficit è zero, ma che non varia dal 2014 al 2015 anche se cambiano spese e tasse. Cosa che rileva per capire se rispetto all’anno precedente (e cioè rispetto al 2014) in cui l’economia è crollata per il terzo anno consecutivo si verrà o meno, nel 2015, in suo aiuto e sostegno con un maggiore intervento pubblico. Apparentemente no dunque, direte.

Non è detto. Dipende, in questi casi, da come si variano spese e tasse lasciando il deficit invariato. Si può scegliere infatti di aumentare di un pari ammontare spesa e tasse, o di diminuire, sempre di un pari ammontare, ambedue. Con effetti decisamente diversi: Renzi ha scelto la seconda strada, come per anni hanno chiesto due economisti come Alesina e Giavazzi dalle prime pagine del Corriere, costantemente derisi da premi Nobel come Krugman e Stiglitz.

E perché derisi? Perché è noto a tutti, con tanto di studi scientifici certificati dal Fondo Monetario Internazionale, che queste manovre sono recessive, ovvero che il moltiplicatore della spesa pubblica (quanto variano il PIL ed il reddito nazionale al variare della spesa di 1 €) è più potente di quello delle tasse (quanto varia il PIL ed il reddito nazionale al variare delle tasse di 1 €), sia che si diminuiscano ambedue, sia che si aumentino. Se si aumentano ambedue l’effetto espansivo dei maggiori appalti pubblici è superiore all’effetto recessivo delle maggiori tasse. Se si diminuiscono ambedue (come fa Renzi) l’effetto espansivo delle minori tasse è surclassato dall’effetto recessivo dei minori appalti e stipendi pubblici.

In fondo è ovvio: un aumento (riduzione) di spesa via appalti pubblici genera maggiori (minori) ordini diretti alle imprese che si traducono con certezza in maggiore (minore) produzione ed occupazione, mentre una riduzione (aumento) delle tasse genera maggiori (minori) consumi e investimenti solo nei limiti in cui e per l’ammontare per cui consumatori ed imprese non tesoreggiano (risparmiandole) le risorse ricevute.

Mi direte: ma dunque quanto è potente il moltiplicatore delle minori tasse dipende dall’ottimismo prevalente nell’economia? Assolutamente sì. E quindi quando le cose vanno veramente male e prevale il pessimismo sul futuro tra famiglie ed imprese, non solo il moltiplicatore positivo sull’economia delle minori tasse è minore di quello negativo dei minori appalti pubblici (tagli di spesa): è MOLTO minore perché le minori tasse si traducono in risparmi e non in domanda di consumi, produzione, occupazione.

In questi momenti così bui solo aumentare le spese per appalti con investimenti pubblici genera maggiore reddito e minore debito su PIL, argomentano i tre autori, soprattutto nelle recessioni “estreme” come quella che viviamo oggi. Mettendoci i numeri sopra, per eliminare i dubbi degli scettici.

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Varrà la pena citarli: “abbiamo esaminato cosa succede nel caso di espansioni o recessioni “estreme”. E scopriamo che il moltiplicatore della spesa pubblica in recessioni estreme è molto più grande che nelle recessioni tipiche (quasi il 70% più alto). Il risultato più drammatico quando si considerano le recessioni estreme è che il moltiplicatore della spesa pubblica al momento dell’impatto è di 1,2. In termini di dibattito attuale sull’austerità nell’eurozona ciò implicherebbe che, a causa di una contrazione della spesa (non solo il PIL cala di 1,2 volte il taglio della spesa) ma che il rapporto debito su PIL aumenta subito dopo (perché il PIL crolla così tanto malgrado il miglioramento del deficit causato dalla minore spesa). Nel lungo periodo il moltiplicatore fiscale è 1,25 in una recessione normale, ma raggiunge 2,08 in una recessione estrema”.

Gli autori si preoccupano anche di capire se vi sono effetti diversi tra aumenti e riduzioni delle spese in una recessione estrema come quella in cui ci troviamo.

Di nuovo citandoli: “primo, il moltiplicatore fiscale degli aumenti di spesa aumenta nelle recessioni estreme ed è del 40% per cento superiore che in una recessione tipica (0,92 all’impatto e 3,14 nel lungo periodo). Ciò implica che l’efficacia dell’aumento di spesa aumenta tanto più grave diventa la recessione.” Secondo, … in scenari estremi l’impatto della riduzione di spesa pubblica è fortemente negativo per l’economia (1,23 all’impatto e 1,60 nel lungo periodo): “questa evidenza empirica è coerente con casi come quello greco dove, malgrado ampi tagli di spesa, il rapporto debito-PIL è salito piuttosto che sceso”.

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Tradotto? Se effettivamente Renzi ottenesse i desiderati cali di 15 miliardi di spesa che ha annunciato, tanto più che questi avvengono a casaccio e quindi colpiscono vera domanda pubblica di beni e servizi, applicare un moltiplicatore di 1,6 significa una perdita di PIL di lungo periodo 24 miliardi di PIL. Cioè 1,6% di PIL in meno a causa della manovra significano (con un coefficiente di Okun di 0,5 che tramuta il PIL in disoccupazione) un aumento della disoccupazione di 0,8%, 160.000 disoccupati in più.

Mi direte,:  Piga, anche se la credessimo, ci sono i vantaggi della minore tassazione, dove li mettiamo? Certo. Vantaggi ci sono ma sono minori, come abbiamo visto già tanto tempo addietro, di quelli delle minori spese.

(http://www.gustavopiga.it/2013/ecco-le-prove-si-puo-fare-si-deve-fare/ dove quei calcoli di allora degli economisti del Fondo Monetario Internazionale che riportavamo non consideravano moltiplicatori come quelli dei nostri ricercatori sulle recessioni estreme: e quindi i risultati di allora valgono ancora più oggi).

Se ipotizzassimo ottimisticamente che le minori tasse di 1€ generano un qualche effetto sui consumi e sugli investimenti privati, per esempio pari ad 1€ di PIL, rimarrebbe comunque una differenza tra gli 1,6 negativi di minori PIL a causa dei tagli di spesa e l’1 positivo di maggiore PIL a causa delle minori tasse: 0,6 punti percentuali di minore PIL, 0,3% di tasso di disoccupazione in più, 60.000 disoccupati in più grazie a questa manovra. Tra i più deboli, certo, i più indifesi. A cui invece dovremmo tentare di indirizzare la politica economica del Paese. Come dice, in Viva la Libertà, la figura politica rappresentata da un grande Toni Servillo, protagonista casualmente rinsavito e leader di un partito veramente nuovo: “cercherei di non calpestare la dignità di chi  non può difendersi“. Già.

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A seguire i consigli di Alesina e Giavazzi e non di Krugman e Stiglitz, Renzi ha commesso un errore gravissimo: forse avrebbe dovuto fidarsi più dell’Accademia dei Nobel che della testata di Via Solferino. Ne pagheremo conseguenze notevoli, ma cosa importa, è il TWEET bellezza!

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Consumi renziani e risparmi tedeschi: vincerà chi pensa agli investimenti (pubblici)

E’ quasi straordinario l’ammontare di mala informazione sulle caratteristiche della manovra economica del Premier.  Colpisce che un economista del calibro di Guido Tabellini la definisca espansiva guardando alla differenza tra programmatico e tendenziale 2015: sfido Guido a dirmi in che studio scientifico abbia usato il tendenziale per misurare la “postura” – espansiva o recessiva che fosse – della politica economica di un Paese.

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Colpisce anche l’assenza di attenzione sulla assoluta mancanza di maggiori investimenti pubblici, largamente intesi (includendo cioè l’investimento nell’università e le spese per stipendi dei ricercatori), in questa manovra. Nel momento in cui in una Germania in difficoltà seria si riapre il dibattito sul sostegno alla domanda interna, https://global.handelsblatt.com/edition/31/ressort/politics/article/europes-locomotive-slows-down-austerity-eurozone-germany-eu , indovinate come si penserebbe (se mai) di farlo in quei lidi? Non tramite minori tasse à la Renzi, ma tramite maggiori investimenti pubblici, che stimolano non solo la domanda di beni alle imprese (cosa che i tedeschi capiscono, ma poco), ma migliorano anche la competitività e la produttività del sistema privato tedesco (cosa che capiscono eccome, basterà ricordarsi di cosa fecero i tedeschi dell’Ovest per rimettere in piedi i cugini dell’Est dal 1990 in poi). Si prepara una nuova guerra con i tedeschi: dopo quella persa sulle riforme dieci anni fa, vuoi vedere che perderemo anche quella sugli investimenti pubblici, essenziali oggi?

La battaglia che Renzi perderà la perderà per la sua ossessione sui consumi, che ormai si è intestardito a stimolare con risultati che già adesso possiamo definire non di successo (bonus fiscale). E’ una battaglia che ha anche un interessante ulteriore parallelismo con i tedeschi. Questi ultimi criticano Mario Draghi anche perché con i suoi bassi (a loro avviso) tassi d’interesse spinti dalla BCE deprime i risparmi tedeschi per la vecchiaia. Renzi si interessa poco al risparmio: anzi lo tassa attaccando sia i fondi pensione che il TFR, con una noncuranza per una vecchiaia serena della platea coinvolta che mi sgomenta.

Né i tedeschi né i renziani hanno ragione. In questa crisi, risparmi tedeschi e consumi italiani ripartono con la ripartenza dei redditi e non viceversa. Ma almeno una cosa i tedeschi la stanno capendo, lo ripeto: che gli investimenti pubblici, e non le minori tasse, sono essenziali per far ripartire i redditi. 

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Il piu’ grande taglio delle tasse della storia dell’uomo sarà recessivo

Qualche chiarimento sulla c.d. manovra.

Non è una manovra che aumenta il deficit di 11 miliardi. Il deficit si riduce, non aumenta. Non è questione da poco, anche perché dicendo che aumenta sembra che abbiamo ottenuto una grande vittoria sull’Europa. Una piccola vittoria l’abbiamo ottenuta nel senso che il deficit sì diminuisce, ma di meno di quanto inizialmente previsto. Mi direte: ma allora come fa il Premier a dire che aumenta il deficit di 11 miliardi. Oh, è un vecchio trucchetto della politica. Ma andiamo per ordine. Che il deficit diminuisca, in valore sia assoluto che percentuale di PIL non lo dico io: lo dice la Nota di Aggiornamento del DEF inviata in Europa (e ancora da scrutinare da parte della Commissione europea). Più precisamente mentre il deficit 2014 si chiude al 3% di PIL e con un valore di circa 48,8 miliardi di euro, quello del 2015 di Renzi è programmato chiudersi – ha deciso il Governo – al 2,9% di PIL, 47,7 miliardi. 1 miliardo in meno, altro che 11 in più. E da dove esce fuori 11 direte? Oh semplice, dal famoso valore “tendenziale” del deficit 2015, che il Governo ha stimato al 2,2% di PIL. Siccome il deficit come abbiamo detto nel 2015 sarà del 2,9% di PIL, la differenza, 0,7% di PIL sono circa 11 miliardi. Ma che cosa è questo tendenziale? Semplice, è il valore al quale avrebbe teso “naturalmente” il deficit 2015 se non fosse stato deciso da Renzi invece che andava rifiutato e modificato, con la sua manovra, appunto, al 2,9% programmatico. Il tendenziale? Il tendenziale non ha significato economico, è il mondo come sarebbe stato se non fosse che non è stato. Per capire come il Governo ha deciso di sostenere l’economia più dell’anno precedente viste le sue difficoltà dobbiamo guardare a come è variato da un anno all’altro il deficit, non da come è variato il deficit tra quello che avrebbe potuto essere quest’anno (informazione irrilevante che non tocca l’economia) e quello che sarà. Una manovra dunque, quella di Renzi, certamente non espansiva, ma apparentemente nemmeno recessiva: infatti la riduzione dell’indebitamento dal 2014 al 2015 deriva dalla riduzione della spesa per interessi di 0,2% di PIL e dalla diminuzione dell’avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi) da 1,7 a 1,6%. Briciole, direte.

Un attimo per soffermarsi sulle famose slide di Renzi. Mi direte: ma come? Lui tra le cifre in entrata ha messo gli 11 miliardi di maggiore deficit! Sbagliato, come abbiamo visto il deficit diminuisce di circa 1 miliardo. Quindi le entrate non sono 36 miliardi ma circa 25. Che vanno a finanziare quali uscite? Non ha forse Renzi detto che le uscite sono pari a 36 miliardi? No, il conto deve tornare: se le risorse sono 25 miliardi, gli impieghi (le uscite) devono anche esse essere 25 per il 2015. E’ probabile che vengano dall’avere inserito nel 2015 delle uscite che in realtà erano già state decise nella legge di stabilità del 2013 e che già valevano nel 2014, e che sono state confermate nel 2015: in particolare i 6 miliardi di spese per missioni all’estero ecc. e 4 miliardi di bonus fiscale. Aggiungeteci che le entrate servono anche a ridurre il deficit di 1 miliardo e ci dovremmo essere. Comunque una bella cifra 25 miliardi, ma non 36.

25 miliardi di qua e 25 miliardi di là, manovra neutrale? Mica tanto. Perché se è vero che ci sono minori spese che finanziano minori tasse devono essere fatti alcuni distinguo essenziali. Primo, le minori tasse in una recessione come questa hanno certamente un effetto positivo minore dell’effetto negativo delle minori spese per appalti pubblici. Perché? Semplice. 1 euro in meno di spesa, specie se tagliato a casaccio – perché la spending review fino ad oggi non è mai stata fatta con il criterio che sarebbe stato necessario per individuare veri sprechi – genera riduzioni di produzione e occupazione immediati di pare ammontare: se lo Stato non domanda 100 ecomotografi, il PIL cade di 100 ecotomografi. E se l’azienda di ecotomografi fa meno soldi licenzia e/o paga meno i suoi dipendenti, che consumeranno di meno eccetera. Studi recenti su cui torneremo mostrano che 1 euro in meno di spesa pubblica in una recessione grave come la nostra tipicamente riduce il PIL di 1,2 euro. Fatevi i conti: se riduciamo la spesa di 15 miliardi, il PIL si abbasserà di circa 18 miliardi. “Ma ci sono le riduzioni della tassazione!!” direte voi. Certo. Ma non tutto il maggior reddito netto si traduce in consumi ed investimenti: tanto più si è pessimisti sul futuro, e in queste recessioni imprese e famiglie lo sono tanto, tanto meno se ne spendono, di quelle riduzioni. Se ipotizziamo ottimisticamente che l’effetto positivo delle minori tasse sia di 10 miliardi di PIL, abbiamo un PIL che calerà di 8 miliardi rispetto a quanto sarebbe stato senza questa manovra di Renzi: 0,5% del PIL attuale dunque, portando la crescita 2015 allo 0%, dallo 0,5% promesso da Padoan. Quarto anno di recessione consecutiva e debito su PIL che continua a marciare verso l’alto. Fate voi.

Certo che l’Europa ci guarda. Ma ci guarda benignamente ed è un’ingenuità pensare che sia effettivamente irritata con l’Italia per essersi rifiutata di raggiungere traguardi ancora più ambiziosi di finanza pubblica: la Germania sta finalmente soffrendo per la mancanza di domanda italica e francese, si sta spaventando e ha chiesto di chiudere un occhio se non due sulle apparenti infrazioni italiane all’idiotico Fiscal Compact, pur di evitare una recessione peggiore. Ma la recessione ci sarà, come abbiamo visto sopra. E ci sarà perché malgrado tutti gli appelli di Renzi a Confindustria, gli imprenditori non investiranno quanto vorrebbe il Premier. E non lo faranno per colpa di quello che il Premier ha scritto, sotto dettatura europea: e cioè che anche se il deficit italiano resta al 3% di PIL oggi, scenderà al 2 e poi all’1 e poi allo zero, in tre anni. Lasciate stare che sia vero o meno: l’ha scritto. A forza di annunci recessivi di maggiori tasse o minori investimenti pubblici, richiesti dal Fiscal Compact, crolla l’economia italiana, che non ascolta i richiami all’ordine del Premier, e con essa la speranza di un’Europa diversa.

Renzi aveva due opzioni soltanto: o a primavera di quest’anno far partire sul serio la spending, e con 15 miliardi di tagli di veri sprechi (manovra non recessiva in questo caso) finanziare maggiori investimenti pubblici – unica vera leva per far ripartire occupazione e produzione – senza muoversi dal deficit del 3% di PIL ed abbattendo il rapporto debito PIL; o, preso atto della sua incapacità di fare la spending in tempo, come è stato, effettuare investimenti pubblici per 1% di PIL, 16 miliardi, portando il deficit al 4% di PIL ma riuscendo comunque ad abbattere il debito sul PIL grazie alla maggiore crescita di quest’ultimo e senza preoccuparsi di multe che nessun leader politico europeo avrebbe mai avuto il coraggio di comminare al fondatore Italia. No, Renzi non ha fatto nessuna delle due cose: ha scelto la via semplice di lasciare il deficit al 3% senza fare né spending né investimenti pubblici. Così che la disoccupazione possa crescere, il PIL crollare, il debito continuare nella sua salita. Che l’abbia fatto perché glielo ha chiesto l’Europa lo esonera solo in minima parte: l’Europa siamo noi, specie in questo semestre di Presidenza europea, e sarebbe stato opportuno ricordarlo a Schauble, collega tedesco di Padoan, che ha recentemente parlato – in una importante intervista televisiva ai margini della riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale – ben più a lungo del legale rappresentante dell’Unione, il nostro Padoan appunto, a cui spettava la parola. Tra pochi mesi saremo qui a chiederci come mai il PIL continua a crollare malgrado ci sia stato il più grande taglio delle tasse della storia dell’uomo.

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La mediocrità di far finta di non aver sforato e la vigliaccheria di non sforare come si deve

L’Europa delle ipocrisie contabili e della mancanza di trasparenza – che hanno generato la crisi dei derivati greci con Goldman Sachs avviando il fuoco dell’incendio della recessione che si è rapidamente esteso a tutto il continente europeo – è sempre al lavoro.

A guardare la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza con calma ma dotati di una lente d’ingrandimento – necessaria per accorgersi di “impercettibili furbate” – ci si renderà conto che da aprile di quest’anno quando uscì il DEF (oggi appunto aggiornato) la spesa per interessi è crollata clamorosamente senza che le ipotesi sull’andamento dei tassi d’interessi nazionali ed internazionali che vi stanno alla base si siano modificate.

Paragonando i nuovi dati con quelli del documento di aprile si nota infatti come la spesa per interessi in percentuale del PIL sia scesa di addirittura 0,5% (ogni anno) di PIL dal 2013 al 2015 e dello 0,6% nel 2016. Decremento dovuto per più della metà alla recente rivisitazione verso l’alto del PIL (una modifica che ha influenzato tutte le grandezze di finanza pubblica espresse in percentuale del PIL), ma, ed ecco qui la stranezza, anche al calo improvviso della spesa per interessi, di circa 4 miliardi di euro ogni anno, 0,25% di PIL. Le ragioni di tale calo? La rimozione dei costi dei derivati, sottoscritti dal Tesoro, dal capitolo della spesa per interessi, a seguito della nuova normativa contabile sovranazionale (SEC 2010) entrata ora in vigore. Una spiegazione succinta di ciò è alla pagina 25 della Nota di aggiornamento del DEF.

Strano destino quello delle normative contabili sui derivati nell’Unione europea delle ipocrisie. Nel momento (inizio dell’euro) in cui molti Paesi (come Grecia ed Italia) dovevano entrare nell’area della valuta comune e mostrare conti sani anche grazie ad operazioni derivate “ballerine” e “artificiose”, i loro effetti temporaneamente positivi dovevano e poterono essere contabilizzati nei deficit al fine di rientrare al di sotto del magico 3% di deficit su PIL.

Oggi che dobbiamo pagare (anche) i costi di quelle operazioni ballerine che battono, a distanza di anni, cassa per compensare le banche d’affari per i rischi corsi allora nel strutturarle, ecco che magicamente spariscono dalla contabilità pubblica e dalla spesa per interessi, aiutandoci nuovamente.

Tutto normale? Mica tanto, sotto due punti di vista.

Da un lato, quello microeconomico, perché ora sappiamo che ci sono 4 miliardi di spesa annuale per derivati che dovrebbe essere spiegata più nel dettaglio: un passo avanti, certamente, anche se involontario, nel dimensionamento del fenomeno che rimane tuttora oscuro e nascosto malgrado le promesse di Renzi e Padoan alla prima conferenza stampa governativa di fare chiarezza al riguardo. Ma rimane l’assurdità: ma è possibile che nessuno, a Via XX Settembre e/o a Bruxelles si preoccupi di spiegare l’origine di quel numero enorme al contribuente/cittadino? Spiegare quanta parte di quei 4 miliardi siano spese sostenute a causa dell’inevitabile andamento rischioso dei mercati e quanta parte a causa del rischioso (ed inopportuno) comportamento di precedenti gestori del debito? Spiegare a quali banche questi soldi sono dovuti, così da valutare se continuare ad intrattenere ulteriori rapporti con quelle banche, per evitare una concentrazione eccessiva dei rischi finanziari e di controparte?

Dall’altro, quello macroeconomico, perché se è vero che nulla è cambiato nella posizione reale del Paese con questo cambio di metodologia di contabilizzare i derivati nel bilancio pubblico, è anche vero che, paragonando mele con mele, ovvero usando sempre lo stesso metodo di calcolo della spesa nel corso degli anni, il vero deficit italiano per il 2015 non è il 2,9% annunciato da Padoan ma un vero e proprio 3,4% di PIL (2,9 più lo 0,5 dovuto ai nuovi sistemi di contabilità che ora nascondono il tutto).

E allora, mi direte? E allora, se tutti in Europa stanno facendo finta di non vedere che l’Italia in verità ha sforato il 3% di deficit su PIL, senza però riceverne alcun beneficio reale, non sarebbe stato molto meglio, infinitamente meglio, consentire lo stesso sforamento ma facendo sentire ai cittadini italiani il maggior benessere economico che avremmo potuto generare con quelle risorse aggiuntive? Non sarebbe stato infinitamente meglio battersi (per l’Italia) e consentire (per il resto d’Europa) uno 0,5% di PIL di investimenti pubblici italiani in più così da aiutare la piccola impresa e l’occupazione? Mettendo in sicurezza, con quegli 8 miliardi, il territorio delle tante Genova d’Italia? Riuscendo a ridurre grazie alla crescita addizionale, il rapporto debito pubblico su PIL?

E per quale motivo dobbiamo accontentarci della mediocrità di far finta di non aver sforato e della vigliaccheria di non sforare come si deve?

Per quale motivo?

Basta con queste ipocrisie. Basta. Sono queste che uccidono ogni giorno, come un veleno sorbito quotidianamente in piccole dosi, la casa comune europea.

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La battaglia contro l’austerità continua

Allego il comunicato stampa del Comitato Promotore della proposta referendaria Stop all’Austerità che ho l’onore di presiedere.

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Sedici europeisti, seppur con orientamenti politici e culturali diversi tra di loro, uniti nella critica all’attuale politica economica prevalente nel continente, dopo le elezioni europee hanno deciso di promuovere un referendum, “Stop Austerità”, per modificare la legge 243/2012, recante disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione. È così che è cominciata la nostra battaglia all’ottusa austerità, con due idee forti di fondo a guidarci.

La prima è che non eravamo convinti che la ripresa europea fosse iniziata né che gli effetti depressivi dell’austerità fossero finiti. Avevamo ragione, come ha dimostrato il crescente drammatico andamento della disoccupazione e l’avvio della deflazione in Italia e in Europa.

La seconda era la convinzione della necessità di trovare un modo per far pronunciare il popolo italiano, facendogli esprimere il suo giudizio su quelle politiche di austerità approvate in Parlamento la vigilia di Natale del 2012, in tutta fretta e di nascosto. Il rischio era quello che l’attuale crisi economica si legasse sempre più ad una crisi sociale ed entrambe ad una vera e propria crisi della democrazia.  Un rischio sempre più reale col passare del tempo.

Nel mese di luglio è partita la raccolta delle firme nel silenzio dei mezzi di comunicazione. Da settembre siamo riusciti ad attirare sul referendum l’attenzione crescente dell’opinione pubblica, anche a fronte del peggiorare persistente delle condizioni economiche in cui versano il Paese e l’Europa.

Il quesito su cui abbiamo raccolto più firme (quello che intende abrogare la corrispondenza dell’equilibrio di bilancio con l’obiettivo a medio termine concordato in sede europea) ne conta circa 400.000.  I quattro quesiti hanno raccolto, nel loro complesso, poco più di 1.500.000 firme. Il nostro ringraziamento va a tutti i cittadini che si sono impegnati con la loro firma ed il loro lavoro affinché l’iniziativa avesse successo.

E’ un risultato importante che ci porta a non desistere e a rilanciare, per sostenere una linea di politica economica alternativa per l’Europa e l’Italia. Una politica economica espansiva, necessaria per i paesi europei ma anche per il mondo intero. Molti sondaggi ci confortano: la propensione di disponibilità a votare i nostri referendum è fra le più alte, negli ultimi vent’anni, tra tutti i referendum abrogativi testati (ed è significativamente più alta della partecipazione alle ultime elezioni europee).

L’attuale volontà di non rispettare appieno i dettami del Fiscal Compact, specie in Francia ed in Italia, mentre conferma la giustezza ed il tempismo della nostra iniziativa, non deve illudere: rimane nei programmi pluriennali inviati alla Commissione europea da parte di questi Governi l’ottuso annuncio di rientri a tappe forzate, nei prossimi anni, a forza di maggiori tasse e minori investimenti pubblici. Non è possibile che la domanda interna di consumi e investimenti privati ritrovi slancio all’interno di annunci così ambigui e poco rassicuranti. La sola soluzione efficace rimane quella della sospensione senza se e senza ma della costruzione del Fiscal Compact.

Per tutti questi motivi non possiamo che rilanciare la battaglia contro l’austerità, anche con l’appoggio alla raccolta di firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per riscrivere l’articolo 81 della Costituzione, ad iniziative analoghe di modifica che dovessero essere promosse in questa direzione in sede parlamentare nazionale ed europea per rivedere radicalmente il Fiscal compact. Il Comitato promotore proseguirà inoltre nei prossimi mesi la sua azione contro l’austerità con una serie di iniziative politiche su tutto il territorio, fra le quali eventualmente anche la raccolta di firme. Per continuare a chiedere uno STOP ALL’AUSTERITA’. La battaglia per un’Europa capace di innovare e crescere nella solidarietà reciproca non si ferma.          

                                                 Il Comitato promotore dei referendum abrogativi legge 243/2012

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Il DEF di Don Abbondio

“Che bisogno avete di combattere il Fiscal Compact ancora? Non vedete che la Francia e l’Italia se ne sono staccati e la lotta contro l’austerità è ormai avviata?”

Ma per favore.

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In cosa consiste il Fiscal Compact? In una legge che detta ai Paesi di costruire un piano pluriennale di rientro di debiti e deficit pubblici senza se e senza ma.

L’orizzonte temporale di questo, tipicamente quattro anni (2015-6-7-8 nel nostro caso), replica alla perfezione quello sulla base del quale gli imprenditori fanno per i loro piani per valutare se investire in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo. Se l’economia è tale in quegli anni da risultare incerta e/o poco profittevole quanto a vendite, l’investimento non verrà intrapreso.

I governi francesi ed italiani, nel presentare i loro piani ieri, hanno detto  due cose. Che per il primo anno (il 2015) non sosterranno un’austerità forte come quella annunciata lo scorso anno. Ed anche che dal 2016 in poi perseguiranno il rientro verso l’obiettivo di medio termine, che richiede minori e minori deficit, via maggiori tasse e minore spesa pubblica.

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 Minore austerità nel 2015.

Sapin, Ministro dell’Economia francese: “l’aumento nominale della spesa pubblica nel 2015 sarà dello 0.2%“, cioè in termini reali negativo, una diminuzione. Ovviamente andranno ad essere tagliati i progetti con meno difensori d’ufficio e più importanti per l’economia: gli investimenti pubblici. André Laignel, sindaco socialista a capo di un comitato di leader locali incaricato di negoziare i trasferimenti da Parigi afferma che “i tagli di €3.67 miliardi per le autorità locali l’anno prossimo porteranno ad un forte calo degli investimenti“. http://online.wsj.com/articles/france-2015-budget-to-curb-spending-1412150641

Senza queste misure, la spesa sarebbe cresciuta dell’1.7%”. E aggiunge, Sapin: “rimaniamo seri sul bilancio, ma rifiutiamo l’austerità”.

Uh? Cioè?

Mi metto nei panni dell’imprenditore che deve decidere di investire in Francia. Ci sarà la quasi garanzia di sufficiente domanda interna da garantirgli sufficienti vendite? Macché: con politiche siffatte l’incertezza regna sovrana.

Come in Italia, dove il deficit pubblico è lasciato “scivolare” per il 2015 verso quota 3% del PIL, ma dove la posizione di avanzo primario che denota la direzione della politica economica (spese pubbliche al netto di interessi e tasse) rimane immobile, scendendo dallo 1,7% del PIL allo 1,6%: di fatto scambiando la conferma del bonus di 80 euro che non verrà spesa da famiglie pessimiste sul futuro con un mini taglio a casaccio della spesa pubblica (probabilmente tagli lineari nei capitoli dei Ministeri), questo sì che inciderà (in negativo) sulla produzione delle imprese che avranno meno appalti pubblici da aggiudicarsi.

Se dunque la crescita del PIL 2015 era indicata a 0,5% dall’Ocse prima di conoscere la manovra del Governo, ora tale stima dovrà essere rivista al ribasso. Insomma, al contrario della solita … ottimistica previsione governativa di +0,6%, avremo un quarto anno di recessione consecutiva (2015) – record dei record. In fondo se in 6 mesi questo Governo ha sbagliato le stime di crescita 2014 addirittura dell’1,1% (prevedeva +0,8%, chiuderà a -0,3%), in 12 mesi cosa potrà mai combinare se non il doppio di errori?

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 Maggiore austerità dopo il 2015.

C’è qualcosa di tragicamente esilarante nella tabella programmatica della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Essendo il Governo Renzi all’interno del Fiscal Compact che non rinnega, è obbligato a dire (dopo un tortuoso e immaginifico massaggio dei dati per mostrare che il deficit strutturale 2015 non peggiorerà rispetto a quello del 2014, rimanendo ad un quanto mai misterioso 0,9% di PIL elaborato secondo i dettami assurdi della Commissione europea) che dal 2016 in poi … ragazzi, yippie, si torna all’austerità (mai abbandonata come abbiamo visto sopra). Eh già.

Da 2,9 a 1,8. Da 1,8 a 0,8. Da 0,8 a 0,2. Eccolo il rapporto deficit-PIL che diminuisce di 2,5% di PIL in tre anni, dal 2016 al 2018. Con manovre annuali di 15 miliardi di maggiori tasse e minori investimenti pubblici.

Roba da far tremare i polsi a qualsiasi imprenditore che volesse investire in Italia: e quando mai lo farà, in un quadro così restrittivo e pieno di incertezze tendenti al negativo?

Ma non poteva mancare la goliardica ciliegina sulla torta. C’è, in basso alla tabella programmatica di pagina 2 della Nota di Aggiornamento (l’unica pagina che conta veramente perché rileva per la valutazione della Commissione europea) una piccola noticina che recita quanto segue (non è uno scherzo!):

nella legge di stabilità del 2015 è ipotizzata una clausola sulle aliquote IVA e sulle altre imposte indirette per un ammontare di 12,4 mld 2016, 17,8 2017, 21,4 nel 2018. Gli effetti di tale clausola, stimati con il modello macroeconomico ITEM del Tesoro, genererebbero una perdita di PIL pari a 0,7% a fine periodo dovuta da una contrazione complessiva dei consumi e degli investimenti per 1,3%…

http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/2014/documenti/NdA_DEF_2014_PDF_UNITO_xon_linex_protetto.pdf

Dove può arrivare la follia umana? Il Tesoro, pur di accontentare la Commissione europea e fargli vedere che siamo dei “bravi scolari che fanno i compiti a casa” (oh sì che li facciamo), è disposto con lucida follia a rimarcare gli effetti recessivi delle sue politiche, così da deprimere ancora di più imprese e famiglie. Ma hanno mai studiato al Tesoro il ruolo delle aspettative e dell’ottimismo nelle scelte degli operatori??

E, badate, a poco vale dire “ma no, è tutta una finta, non faremo queste manovre”: nell’incertezza famiglie ed imprese staranno lontani dall’economia.

Il Fiscal Compact obbliga Francia e Italia ad annunciare a tutti una grande austerità per anni ed anni a venire. Va rimosso completamente, prima che sia troppo tardi.

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Una specie di Post Scriptum sulle scelte governative fatte con questa Nota di Aggiornamento. Questo aveva due opzioni ambedue valide per fronteggiare la crisi.

Prima opzione. Con una spending review seria, che andava avviata ben prima di oggi, individuava 1% di PIL di sprechi veri (non tagli a casaccio)  e destinava le risorse derivanti dalla loro eliminazione non ai bonus fiscali ma ad  1% di PIL di investimenti pubblici in più. Con i moltiplicatori stimati di recente dal Fondo Monetario Internazionale questi avrebbero generato un +1,2% di PIL in più per il 2015, lasciando il deficit su PIL al di sotto del 3% ed il debito su PIL in calo invece che, come annunciato, sempre in aumento. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/pdf/c3.pdf

Seconda opzione. Prendendo atto dell’impossibilità di fare tagli agli sprechi ed evitando di fare tagli lineari a causa della mancanza di una seria spending review, uscire dal 3% di deficit su PIL con investimenti pubblici di 1% di PIL, per fermare il quarto anno di recessione (in questo caso il debito sarebbe con tutta probabilità rimasto stabile rispetto a quello previsto nella Nota, ma almeno avremmo avuto meno disoccupazione e più crescita).

Nessuno dei due progetti è stato scelto: si è invece preferito di lasciare il deficit al 3% senza spending review e senza investimenti pubblici. La peggiore, più timida e succube dei diktat europei, delle manovre. Da Don Abbondio. 

La lotta al Fiscal Compact continua, ma da fuori delle stanze del potere.

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Rien ne va plus

Ci siamo. Manca poco alla fine dell’era degli slogan di Renzi. Tra pochi giorni (due?) avremo il responso finale sul vero orientamento del Premier quanto a politica economica: con la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) che sarà senza più alcuna ambiguità il “segno” del suo mandato per i prossimi 5 anni.

Se abbiamo dato retta a chi ci diceva di non giudicarlo dal DEF primaverile (“troppo presto, lasciatelo lavorare!”), malgrado l’assurdo contenuto di austerità che aveva, con il suo sussiegoso e montiano inchino all’ottuso Fiscal Compact, ora non ci sono più scuse: se scriverà per il Paese “austerità”, flessibile o meno, sarà da giudicare per quello che è, la continuazione in formato comunicativamente più piacevole dei suoi due disastrosi predecessori.

Nel rimanere in “trepidante attesa”, val bene ricordare al lettore, confrontandola con un appena sfornato lavoro scientifico nei quaderni della BCE di Francoforte, la posizione che abbiamo sempre adottato in questo blog, e la cui bontà è confermata dal lavoro in questione.

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Da sempre diciamo che: se ne esce solo con maggiori investimenti pubblici finanziati dal taglio degli sprechi di spesa pubblica in Italia. Per investimenti pubblici intendiamo non solo e non sempre le spese in conto capitale, ma anche stipendi più alti e posti per medici bravi, forze dell’ordine, ricercatori universitari e docenti scolastici di qualità, acquisti di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico per ospedali e luoghi pubblici dove si effettuano attività altamente rilevanti per il Paese che necessitano, ad esempio, di ampia infrastruttura informatica. E così via. Per sprechi intendiamo acquisti ridondanti o non necessari e sprechi di prezzo, maggiore del dovuto.

Siccome l’individuazione degli sprechi è opera certosina che richiede essa stessa 1) investimenti in qualità del personale ispettivo – mai fatti (a Cottarelli non è stato dato personale, al Presidente dell’Autorità Anti Corruzione verranno tagliati i fondi di dotazione da 85 a 60 milioni) – ed in tecnologia – anch’essi mai fatti, come l’anagrafe unica per gli appalti pubblici che centralizzi i dati (non gli appalti, che altrimenti uccidiamo le PMI!)  in tempo reale di chi compra cosa quando ed a che prezzo – e 2) tempi lunghi, abbiamo chiesto con la raccolta firme del referendum che si arrestasse la macchina folle del Fiscal Compact che forza coi suoi tempi isterici la mano di chi comanda verso il tagliare la spesa linearmente a casaccio senza se e senza ma. Abbiamo anche chiesto che il deficit pubblico fosse mantenuto al tre per cento del PIL senza ulteriori riduzioni, così da permettere tali investimenti subito e non dovere attendere che gli sprechi si trovino, contrariamente a quanto promesso con l’idiotico DEF di inizio anno firmato Renzi-Padoan, che prevede di ridurre il deficit in recessione di quasi quaranta miliardi di euro in tre anni.

Il progetto governativo che attendiamo con ansia di verificare se verrà confermato o meno con la Nota di Aggiornamento, prevede tra l’altro a tutt’oggi (oltre all’invarianza della pressione fiscale) la riduzione degli investimenti pubblici dal 2010 al 2018 da 51,8 a 41,5 miliardi, cioè una riduzione del 31,3% in termini reali (dati Ragioneria Generale dello Stato) portandoli al minimo storico come peso nel bilancio pubblico, allo 1,4% del PIL. A questo si somma il costante taglio in termini reali di occupazione e remunerazione per medici, ricercatori, giudici, poliziotti, maestri. Tutto richiesto dal Fiscal Compact, per abbattere il debito su PIL, che ovviamente invece cresce perché crolla la nostra capacità come sistema Paese di generare crescita via investimenti ed innovazione.

Abbiamo anche più volte sostenuto come all’interno di una strategia europea la spinta espansiva non doveva essere solo italiana ma in primis tedesca, così da massimizzare l’impatto sulle esportazioni reciproche e così da evitare le critiche che approcci unilaterali all’espansione fiscale da parte dell’Italia avrebbero generato aumenti di spread e peggioramenti della bilancia commerciale.

Keynesblog (http://keynesblog.com/2014/09/01/il-referendum-contro-lausterita-e-un-regalo-alla-germania-ma-anche-no/ ) aveva correttamente aggiunto nelle scorse settimane un ulteriore elemento decisivo per mostrare l’efficacia di questa strategia di rilancio europeo vietata dal Fiscal Compact e negata finora da tutti i Governi italiani (compreso il Renzi di aprile): che gli investimenti pubblici, agendo sulla produttività delle imprese italiane avrebbero ulteriormente spinto la crescita via export e competitività (in fondo spendere di più per scuole, ospedali, forze dell’ordine, tribunali, strade, ponti, parchi non fa altro che rendere più facile la vita alle imprese, giusto?). Lo insegniamo al primo anno di economia politica, ecco il grafico dal mio libro di testo, dove con maggiore domanda pubblica per investimenti (AD si sposta a destra) contemporaneamente si sposta a destra la curve di offerta, generando maggiore prodotto (le mele!) ed occupazione.

E a nulla serve ascoltare la litania di chi da un lato propone la spending review e dall’altro sostiene che aumentare gli investimenti pubblici equivarrebbe a sprecare risorse. Perché chi propone la spending review propone uno Stato che sappia mettere un alt agli sprechi e dunque che sappia spendere bene: altrimenti l’ipocrisia del ragionamento sarebbe evidente, o no?

Dopo aver detto per la millesima volta tutto ciò, in attesa di un Governo Renzi che traduca queste considerazioni in politiche economiche che impattino veramente su occupazione e crescita senza trastullarsi con riforme poco rilevanti che non danno sollievo ma solo visibilità, vediamo un po’ cosa dice il lavoro dei tre economisti che hanno pubblicato il loro lavoro nei quaderni della BCE.

http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecbwp1727.pdf

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La sintesi del lavoro BCE: “ridurre la spesa per investimenti produttivi porta a perdite di prodotto sia nel breve che nel medio periodo. Inoltre, una riduzione della spesa per investimenti pubblici riduce nel medio termine la competitività estera di un Paese, confermando l’evidenza empirica degli studi esistenti riguardo all’impatto della politica fiscale sul grado di competitività internazionale. E ciò vale sia che i beni capitali pubblici siano importati o prodotti localmente. Siccome l’investimento pubblico ha effetti positivi sulla produttività del capitale privato, riducendo i costi marginali delle imprese, anche gli investimenti privati declinano nel medio termine se calano i primi. L’implicazione di policy chiave del nostro lavoro è che una riduzione della spesa per investimenti pubblici, malgrado sia spesso la prima componente di spesa pubblica che viene tagliata, ha effetti indesiderabili nel medio termine.”

E per chiunque fosse preoccupato che spingere sugli investimenti pubblici possa mettere in difficoltà la nostra bilancia dei pagamenti, i tre ricercatori hanno parole di conforto: “per il contenuto di importazioni negli acquisti ed investimenti pubblici ci basiamo su studi scientifici che affermano come lo sbilanciamento (bias) verso la produzione nazionale è più forte nella spesa pubblica che in quella privata” di circa il doppio, la quota di import toccando al massimo il 10-12% per la spesa corrente ed il 25% per quella in conto capitale.

Un aumento degli investimenti pubblici – nell’ipotesi estrema che il loro contenuto sia ad alto peso di importazioni (e non deve esserlo se ad esempio rimettiamo a posto tutte le nostre scuole dando lavori pubblici a tantissime piccole imprese italiane) – “inizialmente porterà ad un aumento di importazioni e ad un deterioramento della bilancia commerciale. Quando l’accumulazione di capitale avrà effetto, le esportazioni aumenteranno e la bilancia commerciale entrerà in surplus”.

Parola di BCE.

E che succede se un aumento di investimenti pubblici dello 1% di PIL è finanziato da tagli di sprechi? Di quella che è la proposta chiave contenuta nel nostro blog i ricercatori BCE non possono che ammettere la bontà: “nel medio termine, la bilancia commerciale migliora sostanzialmente, il PIL aumenta in maniera permanente dello 0,25% ed il debito pubblico comincia a diminuire con effetti tutti persistenti nel tempo, e tutto grazie all’aumento degli investimenti pubblici  che porta ad una riduzione permanente dei costi aziendali”.

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E’ tempo di prepararsi. Non sarà convocata la segreteria PD per discutere della nota di aggiornamento del DEF, e questo fa francamente ridere dopo avere assistito ad uno scontro epocale per qualche centinaia di reintegri in meno o in più.

Ma non c’è dubbio che lo spartiacque sarà segnato tra chi predica contro l’Europa ma ne sottoscrive le logiche ottuse, portandola al suo disastro finale e chi ancora crede che la si possa salvare combattendo il Fiscal Compact e fermando questa macchina infernale.

Rien ne va plus, teniamoci forte.